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Avevo scritto per l’Unità questo commento  in data 29  maggio,  quando, appunto, l’Unità non è uscita più.  Ora la legge  è passata, e su di essa, come su ogni atto o iniziativa del governo, si sono abbattute critiche feroci e livorosi distinguo.
Io sono contenta che sia passata, nonostante tutto. E vorrei vederla attuata e interpretata con saggezza, contro i torturatori della Diaz, quelli di Cucchi e i tanti altri in Italia e fuori d’Italia.
Se si potesse  vorrei anche che fossero puniti quelli che hanno torturato i partigiani e le partigiane nei lontani anni 1944 e 1945.
Di problemi e urgenze questo governo e questo parlamento ne ha veramente tanti e dovrebbe far paura anche la semplice ipotesi di decadenza anticipata.   Personalmente sono colpita e preoccupata per il progetto di reato di tortura.
 Va avanti e indietro tra camera e senato da quattro anni e qualcuno esulta perchè lo vede finalmente in dirittura di arrivo.
 A me l’argomento  preme perchè non dimenticherò mai il tono della voce e l’espressione della mia cara staffetta partigiana Francesca Del Rio, torturata a Ciano d’Enza da tedeschi e fascisti quando, a sessant’anni dalla liberazione, lamentava che  ” per i feriti è stato riconosciuto qualcosa, ma per i torturati no, niente !”
Per i torturati partigiani non si è fatto nulla.  Con maliziosa tristezza mi viene da pensare che l’Italia del dopoguerra, ancora maschilista, abbia accantonato il tema perchè la maggior parte delle persone torturate (e violentate) dai nazifascisti erano di genere femminile. Tra l’altro loro stesse, sempre per quel maschilismo o riservatezza, non volevano raccontare, volevano solo dimenticare.
Ora, dopo tanti anni, siamo ancora costretti a mettere sotto attenzione uomini in divisa che, sentendosi tutelati proprio da quella divisa, cedono alla tentazione della violenza.
Non sono competente in materia legislativa, ma alla lettura del testo proposto mi sono ricordata di una lezione di  uso della lingua.  Un testo di legge deve essere scritto in modo limpido, con parole esatte,   cioè da poter essere  interpretato in un solo modo. Un articolo di legge non è una metafora, non è poesia, non è letteratura.  A me, da incompetente, quel testo mi è sembrato contorto, oscuro, cavilloso.  Cioè di oscura interpretazione.
Riconosco che è difficile definire cosa è tortura. Ci possono essere torture che non lasciano nessun segno. Francesca legata nuda gambe e braccia ai 4  piedi di un tavolo, dopo essere diventa   spettacolo,  dopo ore di  schiamazzi  e risatacce, era tutta un immenso indicibile dolore, di corpo e di pensieri, ma non credo con tracce visibili. Esistono danni psicologici documentabili? Secondo me esistono danni psicologici inevitabili, intuibili, immaginabili.
Quando, aperti gli armadi della vergogna, i carabinieri l’hanno individuata e raggiunta, Francesca nell’apprendere quali ricordi volevano da lei, è semplicemente svenuta! Dopo tutti quegli anni impegnati a dimenticare!  E non solo quella tortura a cui ho accennato, ma a tutte le altre, ben più cruente e visibili, come quel capezzolo frantumato.
 Riconosco che mentre si arresta un presunto moderno terrorista gli si può storcere un braccio o  sgomitare un occhio.   Però se si arresta uno che sta male, per droga o altro,  non lo si può fare massacrandolo di botte. calci e pugni compresi.  Mi sembra di sapere che esistono abilità orientali, tipo Karatè, per questi casi, per immobilizzare un avversario senza distruggerlo.
Così scivolo nell’altro lato di questo tema. Prima di fare un testo per condannare la tortura, cosa si è fatto o  cosa si può fare per dettare regole sulle modalità e tecniche in caso di arresti e soprattutto in condizione di detenzione?  Cosa si può fare e cosa si fa per preparare, educare  chi è addetto  al prezioso mestiere di forze dell’ordine?
Ripensiamo tutti alle vicende di Bolzaneto e ai casi privati di Cucchi, Aldrovandi, Uva e ultimo Regeni.  Che una legge sia utile, anche per le aspettative europee e ONU, ma per favore, che sia chiara e scritta in una bella e precisa lingua italiana.

Ho avuto anche quest’anno tanti venticinque aprile.

In anticipo quello musicale, emozionante, affollatissimo, nell’aula magna della Terza Università di Roma. Protagonisti i ragazzi delle quattro scuole primarie a indirizzo musicale, due di Roma e due di Vicovaro e Subiaco. Ne ho scritto sull’Unità di mercoledi 26 aprile.( A proposito, povera Unità, quanti problemi! Col cuore in gola vorrei che si salvasse, che risorgesse !)
Tutti quei giovanissimi, tutti i loro bellissimi insegnanti dei vari strumenti, tutti i loro genitori e amici erano lì per concludere una fatica non solo musicale, ma storico-culturale. Attraverso le musiche imparare la storia, raccordarsi ai sentimenti dei combattenti per la libertà, sentire dolori e terrori della guerra e della dittatura, è questo che si percepiva.
Immagino che negli altri due “concerti” delle altre dieci scuole dello stesso indirizzo ci sia stata la stessa atmosfera, la stessa bellezza.
Curioso che anche in un quartiere di Roma, l’affollato Torre Maura, ci sia stato un 25aprile musicale. Alla sede del Comitato di Quartiere, undici ragazzi e una ragazza, con la loro band di chitarre e il loro maestro, hanno preparato un concerto festoso con una loro Bella Ciao, canzone di Piero e Auschwitz, per un bel gruppo di cittadini e studenti. Maestro arrangiatore e guida, il signor Sandro Ceccarelli, nome dell’orchestra  “Sei corde”.
Finalmente, proprio il 25 aprile, all’inizio della mattinata, ho fatto del mio meglio, intervistata alla vescovile TV2000, dove mi vogliono bene e mi invitano da tempo. Qualche anno fa, proprio Boffo di persona, si è unito ai giovani operatori programmatori e conduttori che mi erano attorno, per salutarmi e ringraziarmi della collaborazione. Questa volta non ha fatto altrettanto Tarquinio, che mi avrebbe messo a disagio e forse in polemica a causa dei suoi troppo frettolosi giudizi sui cinquestelle.
Gli altri miei venticinque aprile sono stati i più belli.
Il frecciarossa mi ha portato nei miei luoghi natali. Prima al mio paese, quel Bibbiano culla del formaggio reggiano e luogo dei 271 combattenti per la libertà ufficialmente riconosciuti con le 32 donne comprese e i compianti 11 morti. Lì mi aspettavano i ragazzi delle scuole medie, in una bella grande aula di musica, molti seduti per terra, tutti già pronti e preparati, coinvolti dai due racconti veri di episodi avvenuti proprio qui settantadue anni fa.  Il mio libriccino “Non era una notte buia e tempestosa”  l’avevano avuto già da tempo e conoscevano mio fratello protagonista del primo racconto  quando aveva la loro verde età. Si sentiva  interesse e la competenza non solo dall’attenzione, ma dall’originalità delle loro numerose domande. Poi eravamo vicini ai luoghi di quelle scene e , curiosamente, vicinissimi alla casa, ora ristrutturata e bella, dove sono nata io, quasi novanta anni fa. Credo che tutto questo diventasse per tutti noi una bella tensione ideale e una bella empatia, grazie anche al sindaco amico, Andrea Carletti, che non ci ha mai abbandonati ed ha aperto l’incontro col suo breve e caldissimo saluto.
Alla fine,  sopra le tante emozioni, un ragazzo dal folto ciuffo dritto colorato di vistoso blu-azzurro, dopo aver fatto la sua domanda e ascoltata la risposta, ha ripreso la parola per dichiarare di essere di tre nazionalità: di padre polacco, madre albanese e lui italiano! E tutto questo l’ha spiegato con essenziale racconto di vicende e particolari degni dell’adulto più navigato in politica o in cattedra.  Non poteva esserci modo più alto e semplice di concludere l’incontro.
L’altro luogo del 25 aprile nella  terra  delle mie fatiche di staffetta è stato Cavriago, dove mi aspettavano gli allievi delle scuole elementari, in due scaglioni, nella grandissima sala consigliare ad anfiteatro, anche qui col sindaco Paolo Burani ad iniziare, le  consigliere-donne, insegnanti e persino un piccolo pubblico di persone legate alla Resistenza. Racconto, dialogo, curiosità e domande a non finire, con insegnanti e amici indaffaratissimi a passare il microfono a quei disinvolti e attentissimi  neo-cittadini . Anche qui l’immagine dei  volti era variegata da incarnati diversi, turbanti e veli, occhi a mandorla, come era stato a Bibbiano. Questa è zona di antica accoglienza, di barriere razziali abbattute da tempo. Non tutti quei bracci alzati hanno potuto ottenere il microfono, ma silenzio, attenzione, curiosità e passione mi hanno dato forza e fiducia. Mi sono sforzata di raccontare di tutti gli altri, quelli che non ci sono più, ma che erano con me, a volte più sfortunati di me, tra quelle campagne e quei vicoli, con quei cognomi e quelle famiglie, impegnati  in  avventure rischiose  che ora riteniamo valorose, ma che allora ci sembravano semplicemente dovute, semplicemente “da fare”.
Grazie a tutti quanti, Mirca, Amedea e Ivan, ed anche a mio nipote Enrico, che mi ha accompagnato e sostenuta, in mezzo ai temi  del suo prossimo esame universitario, ma felice di conoscere finalmente Casa Cervi, su competenza e simpatia di Mirco Zanoni che gli ha fatto da guida.
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14 dicembre 2015, Roma per Parigi

Il giorno della memoria ero in una scuola del Tuscolano e dopo un intenso ed emozionante dialogo coi ragazzi, si stava cantando “Bella Ciao”. molto utile anche a smaltire la commozione. Da una volante arrivata nei pressi si è  avvicinato un poliziotto, che alla signora che lo ha avvicinato ha detto ” Ma questa canzone non si può cantare a scuola!” Alle rimostranze non ha risposto, e credo che negherà. Ma ricollego l’episodio alla informazione di simpatie fasciste  e naziste da parte dei due valorosi poliziotti che a Sesto San Giovanni  hanno liquidato l’attentatore dell’Isis. E ad altri episodi che dimostrano analoghe simpatie penetrate nelle forze dell’ordine, a partire da Genova Bolzaneto.
Dove abbiamo sbagliato? E da quando?
Io credo da molto tempo. Forse da settanta anni, cioè dalla liberazione in avanti.  Non abbiamo educato alla democrazia. Non abbiamo insegnato la libertà. Non abbiamo raccontato la verità alle nuove generazioni.
Le lacerazioni del dopoguerra sono penetrate anche nel reducismo partigiano. Associazioni separate, garibaldine, cioè rosse, e dall’altra parte le cattoliche azioniste e filomonarchiche. E tutte le celebrazioni, escluse forse quelle ufficiali del 2 giugno, all’insegna della retorica, delle corone, dei monumenti e delle medaglie. Utili e doverose, ma staccate, vuote.
Con tanti veleni nell’opinione pubblica. Ancora ier l’altro su facebook  ho trovato riferimenti ai delitti del dopo guerra nella mia terra emiliana. Tutte montature smentite da successive sentenze di tribunale. Negli anni  si è lasciato credere che i partigiani del nord fossero tutti comunisti e filosovietici. Eppure facevano parte del  nostro comando  i professori cattolici Marconi e Dossetti, avevamo  il prete don Carlo alla testa di un distaccamento, C’era  una brigata della montagna tutta cattolica, una famiglia Cervi credente e osservante. E il prete partigiano del mio paese Don Pasquino Borghi fucilato alla schiena insieme al mio comandante comunista Angelo Zanti.  E tanti ragazzi pieni di speranze e di ideali, comprese le illusioni sul socialismo.

Si è forzato sulla contrapposizione. Ancora fino e ieri il partigiano Rosario Bentivegna è stato indicato come colpevole delle Fosse Ardeatine perchè autore di Via Rasella.
In tutti questi decenni è mancata una profonda riflessione su cosa è stato il fascismo e perchè è stato necessario e  sacrosanto sconfiggerlo.
A scuola non è mai stato affrontato l’argomento in modo obiettivo. I testi scolastici ambigui e pressapochisti.  Gli insegnanti alle prese con anni scolastici troppo corti e poca voglia di affrontare un tema caldo, a rischio polemiche con genitori o dirigenti. Si è arrivati quasi sempre solo a studiare poco dopo la fine della prima guerra mondiale.

 Noi ex partigiani siamo andati nelle scuole. In pochi anni io ho superato i quattocento incontri. Altri forse hanno fatto di più, visto che io ho  cominciato solo dieci anni  fa. Ma è come uno svuotare il mare con un cucchiaio. E’ stato  importante ed emozionante, ma non poteva essere storia in senso completo, cioè  culturale e ufficiale. Per di più sporadico, occasionale, fortunoso.
Un professore amico mi ha riferito uno scanzonato commento di un suo allievo circa un incontro con un partigiano ” Professò, che palla!”  Come dire che essere  bravo partigiano non significa essere anche bravo ad insegnare la storia.
L’8 marzo scorso al Quirinale ho incrociato la ministra Giannini alla quale l’amica partigiana Luciana Romoli stava chiedendo un incontro per parlare dei nostri interventi  nelle scuole. Mi sono inserita per osservare che gli insegnanti hanno bisogno di indicazioni ed anche di aiuto. Ho accennato a Don Ciotti che ogni anno in Italia organizza incontri-seminari sull’educazione all’antimafia per i docenti. La Giannini mi ha risposto che “ci stiamo studiando”. Non mi è riuscito di concordare un incontro.  Vorrei tanto riuscirci con la nuova Ministra Valeria Fedeli.
Credo che debba essere insegnato bene nelle scuole e in forma ufficiale, cosa è stato veramente il fascismo e il nazismo. Proprio perché in Europa e nel mondo sta alzandosi   questa inquietante ondata di razzismo e di intolleranza, di esaltazione delle differenze, di ammirazione della violenza. Vorrei che si potesse rispondere a quel ragazzo che anni fa  mi ha riferito che secondo suo nonno sotto Mussolini si stava bene. Su che cosa era fondato quel suo piccolo e provvisorio stare bene. Sul triste epilogo- conseguenza di guerra e sterminio.   Su come è facile e comoda la dittatura e come è difficile e complicata la democrazia. Ma quanto più umana, quanto più desiderabile.
Ora noi partigiani siamo troppo pochi e troppo vecchi persino per andare a fare memoria. Nelle scuole devono arrivare gli studiosi, le facoltà universitarie di storia moderna, e anche la mia amica Michela Ponzani con le sue belle lezioni di storia sui Raitre.
E alla fine,   sarà sufficiente tutto ciò  per  far crescere una generazione di giovani adulti e liberi? Lo spero, anche se contrastare l’allettante  fascino della prepotenza e della violenza, sarà di certo un bella battaglia.

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Anche quest’anno mi chiamano nelle scuole in occasione della giornata della memoria. Naturalmente mi presto volentieri, anche se  testimonianze dirette ne ho ben poche. Eppure c’ero, sedicenne e poco più, dentro quella guerra con quelle sue tenaglie di orrore. La mia amica Luciana racconta della sua compagna cacciata drammaticamente da scuola perché  ebrea.  Io non mi spiego come mai noi di questo sterminio non ne sapessimo nulla, pur essendoci così vicino. Io facevo venti chilometri in bicicletta per andare a scuola a Reggio. Ne sarebbero bastati altrettanti per raggiungere Fossoli, quel campo-carcere di smistamento da dove transitavano tutti i destinati ai lager, Mauthausen, Auschwitz, Primo Levi compreso. Eppure ero nella Resistenza, e c’era mio padre che aveva incarichi e autorevolezza più di me. Io, più di lui, studiavo le “direttive” e le circolari e persino le lezioni ciclostilate che arrivavano dal “centro” e che mi servivano per le riunioni e per le lezioni di storia da impartire ai ragazzi partigiani e alle ragazze staffette. Non ricordo niente che parlasse degli ebrei. Certamente ne parlavano truculenti e bruttissimi manifesti fascisti,ma quelli noi di casa e noi della Resistenza non li degnavamo di uno sguardo. Di tutto quell’orrore, di quella scientifica inesorabile macchina di morte abbiamo saputo soltanto dopo e poco per volta. Tanto orribile da far fatica a crederci. Che oggi, a distanza di sette decenni, vi si presti attenzione è certamente cosa ottima, speranza di una più giusta consapevolezza. Bella la maratona del ricordo, belli i viaggi della memoria, belle le pietre di inciampo. Bello anche il documentario della mia amica Raffaella Cortese De Bosis che ha scovato altra storia di un lager sotterraneo, perché non si finisce mai di scoprire la verità.

Non vorrei però che si finisse di credere che il nazismo fosse soltanto questo, cioè una immensa pazzia, tanto assurda quanto irripetibile, quindi relegata in quel passato. Vorrei che si partisse dall’inizio, cioè da quelle idee razziste e da quella idea di supremazia, di esclusione del diverso, di chiusura egoistica e miope che proprio in questi tempi, e non solo da noi,  si fa strada in tanti movimenti e partiti, in tante associazioni pseudoculturali che si richiamano addirittura apertamente al fascismo e al nazismo.
Vorrei che nel pieno del calendario scolastico, magari a marzo, ci fosse anche un giorno della democrazia e della coscienza, un giorno della libertà e della accoglienza. Per aiutare i ragazzi a diventare cittadini liberi di un paese libero.

Dopo una pausa

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Dopo una bella pausa dovuta alla battaglia per il SI al referendum, seppure ancora dolorante per la sconfitta, riprendo le mie riflessioni. La cosa più bella di questo dicembre 2016 è stato il mio incontro e la  calda amicizia con Sergio Staino, persona eccezionale coraggiosa e preparatissima, a cui va il mio sostegno nella  battaglia per tenere in vita la storica testata de L’Unità.

A proposito di Unità, ripubblico l’articolo pubblicato il 10 dicembre sul giornale, per quelli a cui fosse sfuggito. E’ passato un po’ di tempo, ma è ancora la mia opinione.

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Carissimo Sergio,

                         non sono proprio fatta per la politica. Bisognerebbe non arrabbiarsi, non prendersela con gli amici e compagni che hanno scelto il NO: E sì che avevo detto “siete liberi di scegliere” ma poi, con cattiveria, aggiungevo “siete liberi di sbagliare”. E ora, invece di sorridere perchè la democrazia è così: a volte si vince e a volte si perde, faccio fatica a comprenderli ed anche a perdonarli. Anche perchè sono in difetto. Possono sempre pensare che invecchiando mi si è appannato il cervello. Ma allora, come mai, nella mia vita sono sempre stata per il rinnovamento, sempre accanto ai giovani? Nel vecchio PCI io ragazza e insofferente, trovavo spesso da ridire, tanto che mi avevano soprannominato “vespetta”. E con  Occhetto che, in ritardo, tentava di  staccare il PCI dal marchio stalinista, fino a Prodi e a Veltroni, che sceglieva un partito aperto ai cattolici democratici. Ed  ora ho dato fiducia  a Renzi, che vuole riformare, innovare.
   Farò peccato, ma oggi voglio  guardare nella pancia di quelli del NO. A parte i pochi che hanno creduto di difendere la Costituzione, a parte  tutti quei politici  di qualsiasi sfumatura. età o carriera che tra tante poltrone disponibili sperano di raggiungerne una presto o tardi. Ma questi sono pochi, si possono persino contare. Ma la “gente”, quella che ho incontrato al mio seggio, facce mai viste trascinanti vecchi con bastoni e carrozzine? Perchè avranno scelto il NO?
 Ne ho visti  tanti  entrare e uscire dal cancello delle case popolari, un bel quartierone di  appartamenti del comune. Qui tutti sanno che lì dentro, oltre a non pagare nemmeno le duecento euro di affitto, si sono fatte e si fanno le peggiori cose, appartamenti venduti e occupati, pareti sfondate, accurate ristrutturazioni interne e spazi comuni in degrado.
 Poi pensavo alle mie amiche insegnanti e a tanti conoscenti statali. Puoi farli uscire dal precariato e sistemarli anche in sede migliore, ma ti diranno sempre che no, non va bene, perchè il preside può licenziarti e assumere chi gradisce. Non è vero ma ci credono.  Altrettanto gli statali. Quel contratto sbloccato e quegli aumenti non andranno  mai  bene perchè non c’è più quel divieto al licenziamento.Era troppo bello trovarsi una nicchia e addirittura lavorare il meno possibile.
Credo che ci sia troppa gente che ha paura delle riforme. Trova forse che Renzi gli è antipatico proprio perchè giovane energico e determinato. Vogliono fermarlo prima che faccia altre riforme.   Non sia mai che i fannulloni e i disonesti possano essere licenziati o almeno spostati, non sia mai che nelle case popolari si rispettino graduatorie e diritti ma anche i doveri. Non sia mai  che non si possa più costruire sugli argini e sulle spiagge. Non sia mai che milioni di cittadini siano messi nel caos perchè un sindacatino dell’uno virgola indice continuamente scioperi dei trasporti. Non sia mai che non  ci si possa ammalare tutti insieme la notte di capodanno. Non sia mai che non si possa accampare l’assistenza a un familiare senza doverlo dimostrare.
Questo triste elenco potrebbe continuare.
Quelli del CNEL che hanno festeggiato !  E tra loro, non so per quale quota, ha gioito anche qualcuno della grande CGIL, che vi ha qualche entratura.
 Io non lo conosco Renzi, non l’ho mai incontrato. Ma spero che nella sua vita ancora lunga riesca a portare avanti anche tutte le altre riforme, cambiamenti e innovazioni di cui abbiamo bisogno. E che anche gli inquilini delle case popolari, gli statali e gli ultimi della fila, quelli definiti  poveri o quasi poveri, imparino a non bere a garganella le battute grilline, i veleni dei giornalacci di destra, le grida razziste di certi padani.  Perchè sono le riforme che ci possono fare andare avanti, in questo mondo che corre.
E spero che  il partito lo aiuti anzichè bruciarlo e che tiri fuori e sostenga le tante persone eccellenti e capaci che possono con lui fare gruppo e forza. Spero anche  che la tua l’Unità continui con la sua luce a darci una mano.
Ti abbraccio

unita

l’8 settembre scorso anche a Roma, al Campidoglio, il Ministero della Difesa ha conferito ai partigiani la “Medaglia della liberazione”, in occasione del 70° della liberazione. Ecco alcune foto della cerimonia.

Il diploma

Il diploma

 

Con l'assessore Luca Bergamo e il prefetto Paola Basilone

Con l’assessore Luca Bergamo e il prefetto Paola Basilone

 

La ministra Roberta Pinotti con la partigiana Jole Mancini

La ministra Roberta Pinotti con la partigiana Jole Mancini

 

Mario Fiorentini, protagonista all'azione di via Rasella, a cui partecipò anche  la moglie Lucia Ottobrini scomparsa da poco. Intellettuale e valente matematico.

Mario Fiorentini, protagonista all’azione di via Rasella, a cui partecipò anche la moglie Lucia Ottobrini scomparsa da poco. Intellettuale e valente matematico.

 

 Il regista Giuliano Montaldo, autore del film "L'Agnese va a morire" e sempre testimone delle vicende resistenziali


Il regista Giuliano Montaldo, autore del film “L’Agnese va a morire” e sempre testimone delle vicende resistenziali

 

molti sindaci della provincia hanno accompagnato i loro partigiani

molti sindaci della provincia hanno accompagnato i loro partigiani

 

Qui la sala con il gruppo festoso al commiato

Qui la sala con il gruppo festoso al commiato

 

Infine, la medaglia

Infine, la medaglia

Da quel terribile mercoledì 24, tutti i valori sono scossi e sconvolti. Franati come le macerie di Amatrice e di Arquata del Tronto. Il dolore e l’angoscia si annidano nei ricordi di passi compiuti in quei luoghi, faticose camminate, immagini di strade e paesi attraversati, di panorami sempre nuovi ad ogni tornante, della visione al valico dove ci si fermava proprio per riempirsi gli occhi di quei profili e di quei boschi multicolori. Ora, ad ogni cronaca o servizio sembra di riconoscere persone incontrate o soltanto viste o si cerca di immaginare sotto le macerie la stradina stretta dentro il paesino di Monte Gallo dove si passava a turno.

Insomma una bella botta al cuore, un bel terremoto anche dentro i pensieri.  Quello dell’Aquila l’avevo saputo da lontano. Ero a Berlino. Dopo ci sono stata due volte, a vedere macerie e palazzi puntellati. Poi niente più macerie nelle strade, palazzi ancora puntellati, ma molte gru e molti operai in giro, e una bella pala d’altare riconsegnata restaurata. Studenti in giro nei parchi e i bei colori dell’auditorium di Renzo Piano.  Emozioni forti anche quelle.

Ora si tratta di fare tutto il possibile, non solo in opere ma anche in più forte amore per questo nostro Paese, che ha tanto bisogno di raddrizzarsi e ricostruirsi non solo nei muri e nei monumenti. E di concordia. Di stringersi solidale, di riconoscere più lucidamente le priorità e i valori.

 

Uno di questi valori è quello dei rapporti umani.

C’è sempre una parentesi nella vita, addirittura una felicità o una sintonia inaspettata. E’ quello che mi è successo martedì, quando ho potuto conoscere di persona Sergio Flamigni ex partigiano romagnolo, ex parlamentare e non-ex studioso e custode instancabile di atti e documenti della nostra storia repubblicana. Accanto a lui la formidabile compagna Emilia Lotti, anch’essa testimone e artefice del faticoso cammino dell’emancipazione femminile, tra Romagna e Italia, tra sindacato, amministrazioni locali e  Unione Donne Italiane.

Abbiamo parlato di tutto, ci siamo dimenticati orari distanze e affanni. Non finirà con un semplice ritorno e un arrivederci. Sarà una partenza, una ripartenza. Già la vulcanica Titti Laudenzi, se non riuscirà a portare lui a Roma nella sua scuola, porterà in queste campagne viterbesi gli studenti della sua classe quinta a imparare la storia dal vivo, da chi l’ha fatta e ancora la fa.

E la tanto riservata Raffaella Cortese finalmente ci ha parlato del suo faticoso lavoro di ricerca storica per la RAI, fatta tra questi scaffali ma anche di faticosi e dolorosi incontri in giro per l’Italia. Il tutto confluito nei programmi di Gianni Minoli e in documentari e filmati, di cui uno su Sant’Anna di Stazzema, da rivedere e riproiettare nei nostri incontri di memoria. E a Sant’Anna, appunto, entro il prossimo anno, Raffaella ci accompagnerà assieme ad un po’ di giovani e meno giovani per farci conoscere luoghi vicende e a incontrare i superstiti di cui è diventata amica.

Insomma, anche da questo incontro si riparte. Persino con allegria e ironia. Raffaella non è riuscita a farci ballare un liscio romagnolo, a noi ex ragazzi del secolo scorso e della scorsa storia. Ma una foto come selfie ce la siamo fatta ed è proprio quella che voglio mettere qui nel blog anche se è la meno bella. Ci siamo tutti. Si vedono gli occhi e i ricci di Titti, il bel volto di Raffaella, l’arguto visetto di Emilia, io dietro con i grandi occhiali e Sergio Flamigni in primo piano, faccia arguta e vissuta, ancora piena di vita e felice,  a dispetto delle oltre novanta primavere.

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