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La cronaca da un po’ di tempo racconta episodi raccapriccianti di bullismo. Che molto spesso avvengono nelle scuole.  Le mie amiche insegnanti lamentano atmosfere pesanti e comportamenti al limite. Una cara partigiana che ultimamente è andata  a parlare tanto  di memoria agli studenti , mi racconta che c’è sempre un gruppo, a volte numeroso, che non solo non applaude, ma motteggia contrastando e dichiarandosi fascista.
Credo che tra i due atteggiamenti ci sia uno stretto legame.
Perchè il bullismo è una forma di fascismo. Ne ha tutte le caratteristiche e tutti i sentimenti profondi.
Prima di tutto il non accettare le differenze.  Le vittime sono sempre in qualche modo caratterizzate da una diversità. A volte per un paio di calzoni rosa, a volte perché troppo bravi e primi della classe. a volte per qualche imperfezione.
E  tutti sappiamo quanto si sia accanito il fascismo verso tante categorie di diversi.
Poi la prepotenza che può arrivare alla violenza. In sostanza la presunzione di essere superiori e di avere il diritto di colpire, di umiliare.
Qui  si sente l’eco della razza superiore che deve dominare su tutte le altre con la violenza della guerra.
Nel bullismo c ‘è a volte la tendenza ad agire in gruppo, dove il più sfrontato e violento raccoglie ammirazione e consenso.
E qui ricordiamo le squadracce coi manganelli e le varie “bande Carità”.
Nella  realtà di oggi, anche senza ricordare la storia,  troviamo un po’ dappertutto il concime per la  fioritura velenosa del bullismo.
La  violenza negli stadi, dove ricompare l’odio agli ebrei. Le grida di personaggi politici e di gente varia che ha paura degli immigrati e li descrive come pericolosi. L’odio verso gli zingari è addirittura antico. Il fastidio verso il buonismo trattato da ignavia o debolezza o falsità.
Il più pericoloso di tutti è il sentirsi al di sopra di ogni regola, di ogni legge, di ogni buona abitudine.
In testa ci sono tutti quelli che del “no” si sono fatti un vanto e un ideale. No a tutto. No agli scienziati sui vaccini o sulle cure oncologiche. No a chi ha progettato una ferrovia o un oleodotto.  No a un inceneritore, no a tutto.  E tutti questi no è perchè io sono sopra a tutto, ne so più di tutti, non credo a niente, perchè tutti mi vogliono fare fesso. Non credo ai medici perchè sono venduti alle industrie farmaceutiche. Butto l’immondizia dove voglio e non la separo perchè poi loro la rimettono tutta insieme.  Parcheggio dove mi è comodo, mi diverto a fare fesso gli altri e soprattutto a prendermela coi politici.  Se sono bravi e  onesti ancora di più, perchè tanto non ci credo. E mi diverto a scansare gli obblighi le tasse e i contributi.
Una bella foresta di cattivi esempi  per i ragazzi così fragili e spesso così soli.
Come se ne esce non lo so.
Ci vorrebbero dei buoni esempi. Ci vorrebbe che le belle notizie facessero notizia. Che nella scuola e fuori della scuola si parlasse anche dei doveri per poter pretendere dei diritti.
E che  in questi giorni, che sono quasi alla fine dell’anno scolastico, non  ci fosse, così insistito e fastidioso, lo spettacolo di questi cosiddetti vincitori delle elezioni, finti disinteressati alle poltrone ma veri disinteressati  al dialogo e alla logica.
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Buon 25 aprile

Buon 25  aprile a tutti.  E buon dopo-venticinqueaprile. Cioè buona liberazione.

Per chi non sapesse quanto è costata questa liberazione voglio ricordarvi una donna. Una donna partigiana, una donna staffetta.
Vi prego di andare in internet  su TV2000, programma “Bel tempo si spera” sulla data 24 aprile 2018, o più semplicemente guardare il video qui sotto, tratto dalla trasmissione: la ricercatrice dottoressa Raffaella Cortese De Bosis, insieme alla conduttrice Lucia Ascione, parla di Francesca Del Rio, partigiana Mimma.
La sua storia spiegherà più di qualsiasi discorso, quanto è costato conquistare la libertà che oggi godiamo e che ci sembra ovvia e dovuta. Mimma era una delle tante donne e dei tanti combattenti che ci ha fatto questo dono.
Cerchiamo di non sprecarlo dividendoci in litigi e sottigliezze.

 

 

A Roma, poco prima del 25 aprile, c’è da ricordare il rastrellamento del Quadraro, 19 aprile 1944.

Rastrellamento punitivo verso un luogo pericoloso per i tedeschi, che lo chiamarono “nido di vespe” per lo stillicidio insopportabile di agguati, chiodi a tre punte, scritte ostili, nascondigli misteriosi e inarrivabili, sottoterra e sopraterra.
Martedì sera, al giardino di Monte del Grano, davanti al monumento recentemente sfregiato da svastica, una bella folla  di cittadini ha voluto ricordare i fatti e riaffermare la volontà di lotta.
Il tutto, nonostante una pioggia malandrina e intermittente, a cui serenamente si opponeva una bella fioritura di ombrelli, ugualmente intermittenti.  Iniziativa del Partito Democratico, con in testa  un  gruppo di giovani, letture di documenti, testimonianze di chi c’era e ricorda i dettagli della tragedia in un bellissimo romanesco, presenti figli e famigliari dei deportati.
In quel luogo tra quella gente ho sentito vivissimo, non solo il dolore e l’indignazione, ma la volontà della ripartenza, battaglia politica e ideale.
In mattinata, a seguito di iniziative partite in anni passati e da passate istanze di territorio, la sindaca Raggi aveva decorato sette superstiti del rastrellamento. Onorificenze concesse dal Presidente della Repubblica.  Di circa ottocento deportati, ne ritornò soltanto la metà. Morti di malattia e di stenti, in luoghi e tempi sconosciuti,  qualcuno oggetto di sperimentazioni chimiche, e  i sopravvissuti rimasti senza ascolto e senza voce. Unico testimone, deceduto da poco, il coraggioso e solare Sisto Quaranta.
Il Quadraro, chiamato così per il tracciato dei quattro  acquedotti romani che lo attraversano, ora è parte viva della città in direzione San Giovanni. Nel ’44 era una borgata immersa nella campagna  stretta attorno alla via Tuscolana e al piccolo trenino che, dopo altra campagna,  arrivava ai nuovi stabilimenti Luce e teatri di posa di Cinecittà. Intorno bellissimi resti dell’antichità, come gli acquedotti, i ruderi del casale di Roma vecchia, le torri  medioevali di “Mezzavia”, “Torre Spaccata” e “Tor Fiscale”,”Tor Pignattara”;  più  il centrale “montarozzo” del Monte del Grano che era una antica tomba patrizia contenente un meraviglioso sarcofago ora in mostra ai musei vaticani.  Altro spazio verde, con in mezzo il piccolo aeroporto, separava il Quadraro da  Centocelle, e appena dopo, c’era il Quarticciolo, altro agglomerato di stampo mussoliniano costruito per esiliare il popolino cacciato dagli sventramenti dei Fori Imperiali.  Un po’ più a nord altra piccola borgata, Torpignattara, anch’essa come Centocelle e Quarticciolo, stretta attorno alla via Casilina.  Tutti luoghi di gente povera, lavoratrice e sofferente. Gente abituata a camminare, a camminare,  a parlarsi, ad aiutarsi.
Infatti se il Quadraro era nido di vespe, cioè di guerriglia partigiana, lo era assieme e in contatto con tutte le altre borgate. Era della zona il giovane  Giuseppe Albano, bello di viso e disgraziato di corpo, famoso come “il gobbo del Quarticciolo”, autore o incolpato dell’uccisione di due nazisti in una osteria del Quadraro, che Kesserling voleva vendicare. Al Quarticciolo e a Centocelle erano arrivati Sasà Bentivegna e Carla Capponi dopo l’azione di Via Rasella. E  da questi luoghi dirigevano assalti e  sabotaggi in tutto il quadrante tra le vie Tuscolana, Casilina e Prenestina, fino ai Castelli.  Combattevano cioè contro gli  avamposti bellici nazisti tra Roma e il  fronte di Anzio.   Non si ricorda mai abbastanza che  nel 1944 in questi luoghi fioriva questa vera guerra partigiana, caratterizzata da grande condivisione. Nell’esercito dei resistenti e combattenti c’era il popolo povero, c’erano gli antifascisti ex confinati,  ma c’era anche il parroco, Don Gioacchino Rey,  eroico e combattivo.  C’erano i carabinieri, poi arrestati e internati in Germania,  e c’erano le suore del sanatorio che nascondevano i combattenti di Bandiera Rossa e curavano i feriti. Non per caso si diceva che a Roma per nascondersi c’erano soltanto due luoghi sicuri:  il Vaticano e il Quadraro.
Le sofferenze di allora, lutti, fame, paura, bombardamenti, nascevano da non molto lontano, cioè da quella tragica ideologia dell’odio verso i diversi, non solo ebrei, ma anche disabili, zingari, comunisti, disobbedienti vari, omosessuali o di piccole religioni diverse.  L’odio razzista, la violenza, il nazionalismo retorico ed esasperato erano la radice e l’inizio di tutta quella tragedia che è stata l’ultima guerra. Tutte idee che stanno alla base degli  odierni squallidi imbrattatori di svastiche e ideatori di manifesti nazi-rievocativi, di azioni criminali e pericolose come quello di Macerata.
Su questo bisogna far riflettere i giovani.  La storia non si ripete mai negli stessi modi, ma nella sostanza può ritornare a far male. Nazionalismo contro unità europea e pace mondiale, odio contro accoglienza e integrazione, falsità contro obiettività e dialogo.

Ho finito di leggere il libro del mio amico Giuseppe Mariuz dal titolo “Sangue tra le primule“. Il romanzo si svolge nelle terre friulane negli anni attorno alla prima guerra mondiale.  E’ regione di confine,  luogo della tristissima Caporetto, mondi contadini, povertà e rinascite.

Oggi, con le votazioni regionali,  siamo chiamati a guardare a quelle  terre.
Mariuz fa un affresco avvincente di personaggi che si muovono realisticamente nel loro tempo storico con  pensieri e  scelte, pregiudizi e speranze  che ci fanno comprendere fin nel profondo quel tempo e quegli abbagli che hanno reso possibile il passaggio al fascismo.
Contadini mezzadri talmente dominati da ottusi proprietari  latifondisti da sopravvivere a stento. Donne previste senza voce né volontà,  paesani senza nulla indotti a sotterfugi e piccole illegalità. In mezzo, alcuni sognatori che seguono le speranze socialiste e il mito dei soviet  pronti a pagare duramente il prezzo di quel sogno.  Donne operaie nelle filande che si fanno serve o schiave, ma che a volte si alzano in piedi in dignità o ribellione.
Commentare un libro non si riesce mai a descriverlo. Perciò racconterò le  impressioni che ne ho ricavato.
E’ un romanzo, quindi vi si trovano personaggi coi loro problemi e i loro amori, intrecciati tra loro e immersi nei luoghi e nel tempo.  Mi ha colpito il fatto che proprio seguendo le vicende personali  diventino veri e chiarissimi i fatti storici friulani italiani e mondiali.  Il sogno socialista del sol dell’avvenire si rivela velleitario, nebuloso, con seguaci indottrinati all’obbedienza acritica e votati alla sconfitta anche personale.  La nascente ideologia fascista, mascherata da affascinanti promesse sociali, è abbracciata dai possidenti, dagli arrampicatori e dai violenti, che se ne servono per i loro piccoli traguardi privati.  Il clero povero che vorrebbe stare con i deboli ma che poi si inchina alla gerarchia, più don abbondio che mai.  In mezzo mi piace che emergano due donne, una contadina e una borghese abbastanza colta, che si ribellano alle convenzioni e alle autorità paterne, aiutando e spingendo i loro uomini a scelte più sensate e realistiche, scelte di ribellione e di salvezza.
La molla ideale non può essere che il sentimento, cioè l’amore. Devono passare un po’ di decenni perché al posto dell’amore o accanto all’amore, ci possa essere una consapevolezza e una maturità che si chiama emancipazione o cultura.
Insomma, è un bel libro. Ben scritto, con intrusioni dialettali  intuibili, dove sembra di vedere i sentieri e i guadi sul Piave dove il fronte è passato e ripassato con i suoi morti e i suoi residuati bellici  da occultare o rivendere e coi quali  si può continuare morire dilaniati.
La tristezza è che questo libro, come tanti meritevoli, arriverà a pochi lettori. Sappiamo tutti che il successo dipende dal mercato, cioè dagli editori. Se l’editore lancia o non lancia, se accetta il testo, cioè se lo legge o lo fa leggere,  se trova l’autore affascinante e valorizzabile come immagine, allora il libro va.  lo si può persino candidare a qualche premio.
Chissà mai che qualcun editore leggesse questo mio scritto, suggerisco alcuni dettagli. Mariuz è un professore in pensione che a scuola insegnava matematica.  Non è questo il suo primo libro, ma soltanto il suo primo romanzo. Finora aveva scritto saggi e ricerche su Pasolini, su personaggi partigiani, su lotte operaie ai cantieri di Monfalcone, programmi radiotelevisivi,  raccolte di poesie e racconti. E’ impegnato politicamente ed ha diretto l’Anpi provinciale di Pordenone. Ha collaborato con Cormons libri.
Ha lo svantaggio di avere un piccolo anche se affezionato editore, che si chiama Gaspari Editore, via  Vittorio Veneto 49, 33100 Udine.

Qualche giorno fa ho protestato con l’autore di uno scritto su Facebook rimproverandolo di concludere col solito vaffa uno scritto lieve e condivisibile sull’età e il tempo che passa. Lui  mi ha risposto che voleva essere ironico invitandomi a non essere troppo seriosa.

Invece non è per seriosità che non sopporto il dilagare di questo vaffa, che trovo ormai dappertutto, quasi diventato una moda.
Se si vuole essere ironici bisognerebbe ispirarsi ai grandi che le parolacce se le inventavano, ricorrendo il meno possibile a quelle già in uso. Pensiamo a Totò, a Sordi, a Verdone, a Proietti. E ne dimentico molti altri.
Le parolacce le abbiamo in abbondanza nella nostra lingua parlata e nella nostra realtà. E credo che tutti ce ne siamo serviti. In un momento di stizza, di delusione o di fretta.  Sfugge la parolaccia appunto per ironia, per riassunto linguistico e a volte perchè è più efficace di un ragionamento.
Ma la parolaccia ci impoverisce.
Troppo ripetuta e sempre uguale ci impoverisce. Impoverisce  perchè esclude una riflessione, non permette una critica, non arriva a nessuna conclusione o proposta o speranza.  Chiude e basta. Offende e basta.
Avrete capito che la mia allergia a questo vaffa non deriva soltanto da un gusto linguistico, ma si radoppia a causa dei cinquestelle, che nascono proprio da una parolaccia.
Siamo in procinto di avere al governo dell’Italia, il paese del dolce stil novo, una squadra di persone che ha come bandiera, come collante e come progetto, una parolaccia, un vaffa!
Ed è raggelante che tanta gente abbia seguito quel vaffa agganciato al tutto e al contrario di tutto, senza una logica, senza una riflessione, senza un ideale.
Ideale? ecco una parola sconosciuta dimenticata, invecchiata!
Invece vaffa è moderno, è fico, è giovane!
Vorrei che qualche teorico di psicologia delle masse mi spiegasse questo fenomeno di regressione culturale.
O forse di regressione politica.
Non ho mai avuto incarichi politici, ma ho seguito sempre la politica e mi ci sono appassionata. Non poteva essere altrimenti, viste le mie origini e la mia storia. Questo approdo politico tanto negativo sicuramente nasce  da molti errori o molte mancanze. Forse nasce anche da qualche modernità  che ha influito in negativo.
Questa storia della rete, di tutte le panzane che vi circolano, dei ghetti che riuescono a formare. Su facebook ognuno ha il suo gruppo, quindi ha un cerchio omogeneo e di parte, nel quale faticano ad entrare smentite o notizie contrarie. Nel mio caso, non so perchè, ho contatti di ogni tipo. Soltanto perchè non lo so fare. non riesco a cancellare persone che non mi piacciono e con le quali non vorrei avere più niente da dire.  Forse è per questa realtà di  gruppi omogenei  che non arriva l’informazione contraria.  Per esempio del fatto che anche i precedenti presidenti di Camera e Senato avevano rinunciato ai benefici aggiuntivi.  Forse si spiega  come mai non arrivano le notizie serie e scientifiche sui vaccini o sull’aiuto in atto ai senza lavoro. L’opinione pubblica ormai non la fanno più nè i giornali nè la televisione. La tanto mitizzata rete in questi tempi è sotto esame per gli effetti oscuri in campo internazionale-elettorale.  Ed è sotto esame proprio per le falsità, le bufale, le offese, i pericoli che può nascondere.
Vorrei tanto che rallentasse la moda della parolaccia tappa-tutto.
 Quel vaffa vorrei non sentirlo più.  Tra l’altro è brutto, è povero, è poco fantasioso. I nostri dialetti e persino la nostra letteratura hanno un elenco di parolacce più colorito, più variegato, molto spesso purtroppo  più volgare.  Se vi si ricorre in momenti estremi quindi pochissime volte, le salveremo per quanto possibile dal logoramento e dalla perdita di efficacia. Le salveremo come costume, come ultima zattera linguistica, come storia e come arma gratuita e poco letale a disposizione del popolo minuto. Mai e poi mai come parola d’ordine politica.

Un disegno dal giornalino scolastico “senza paura”, 1978

In questi giorni si parla del rapimento di Aldo Moro. Tanto per ricordare che di brutti momenti in Italia ne abbiamo passati tanti.
 Oggi soffriamo per una deriva egoistica e miope dell’opinione pubblica, che  enfatizza i problemi e le difficoltà, dimenticando  le conquiste e i passi avanti,  forse  insufficienti ma preziosi. I mai-contenti sono diventati dei capofila pericolosi.
Io desidero ricordare quel momento con gli scritti e i disegni dei miei scolari di allora. Che credo non commuovano soltanto me e gli autori. Tutti sono ormai grandi, molto spesso laureati, padri e madri di famiglia, ancora attenti al mondo che li circonda. Molti di loro ancora in qualche modo in contatto con me.
E vi aggiungo una mia amara riflessione. Gli autori di quella strage hanno pagato il loro crimine? Se ne sono pentiti? Hanno fatto tornare indietro il nostro paese, interrompendo una strada di pacificazione e convivenza civile di cui oggi sentiamo più che mai il bisogno. La civiltà democratica dovrebbe prevedere l’ascolto e il rispetto reciproco, l’alternanza logica e responsabile nei ruoli di guida, in sostanza una convivenza umana. Che era negli intenti di Moro e di Berlinguer.
Alcuni di quei crudeli protagonisti se la sono cavata abbastanza bene. E questo mi mette in crisi. Voglio aver fiducia nella giustizia, perchè lo scopo della pena deve essere sempre la rinascita, la ricostruzione della coscienza. Ma una pena vera dovrebbe esserci. Forse una pena di lavoro a vita, lavoro utile alla società, lavoro controllato e vero.
Non vorrei che di fanatici finto-idealisti e finto-rivoluzionari di quel tipo ne spuntassero ancora, oggi, su quell’onda di cattiveria, insulti, intolleranza, volgarità,  che abbiamo vissuto in campagna elettorale e che non so se finirà presto.
Ricordiamo pure Moro e i morti della sua scorta.  Ricordiamo cosa abbiamo perduto negli eventi successivi. E’ stata interrotta la strada ideale della civiltà democratica. E oggi sappiamo di quanto ne avremmo bisogno.
Per  scoprire  una emozione e un  sorriso,  ammiriamo  quei disegni e ascoltiamo, oggi, quelle parole semplici e vere.
Tutti i giornalini scolastici dell’epoca sono digitalizzati e raccolti nel sito https://ilgiornalino-scolastico.blogspot.it
Qui la versione completa del giornalino sul rapimento di Aldo Moro, da cui sono tratte le immagini qui sopra.

Mancano 15 giorni

Mancano due settimane al voto.

Da tempo rifletto sui concetti e slogan che entrano nel sentire comune e che faranno molto male alla nostra democrazia.
Primo fra tutti quelli dei cinque stelle. Sull’esaltare “l’eroismo oppure onestà” dei loro parlamentari nel cedere una parte dello stipendio. Sotto a questa trovata, c’è un concetto non solo gretto e populista, ma fascista. In sostanza, agli eletti si dice “siete pagati troppo”. Cioè siete pagati troppo per un lavoro che non vale nulla.
In un Parlamento che non vale nulla.
Siamo vicini al pensiero del duce, che ne voleva fare un bivacco per i cavalli.
Si pensa, senza dirlo,  che chi entra in politica non debba essere bravo e competente. Il deputato grillino lo si vuole  gregario, uno  che  va a scardinare il sistema, cioè la struttura democratica che ci siamo creati con la repubblica, e lo farà  con disciplina, cioè sotto dettatura di Grillo e Casaleggio. O del Di Maio.  Per tutti quelli degli  altri partiti, si sottintende che  il Parlamento è  un luogo per arrivisti e disonesti.
Invece il Parlamento, per una democrazia, è il luogo più importante. Lì ci mandiamo  persone che ci devono rappresentare. E ce li mandiamo perché facciano le cose per bene, da specialisti della politica e dell’economia, ed anche da specialisti dei rapporti internazionali.  Proprio perché la democrazia è difficile. Proprio perché è il contrario della dittatura dove c’è uno solo che decide per tutti e  sulla testa di tutti.
Chi guida  una democrazia deve avere  onestà, cosa certamente indispensabile. Ma anche capacità,  impegno continuo, e persino studio continuo. Occorre anche un sacrificio e una operosità eccezionale.
Lo dico da moglie di un dirigente sindacale a livello nazionale e internazionale. E’  vero che eravamo prima del 1986, ma non c’era domenica, non c’era sosta né sonno. A fare seriamente quel “mestiere”, era una impresa trovare minuti e attenzioni per  famiglia e figli. Senza contare esigenza di continui aggiornamenti e studio. Senza contare i dolori per le aggressioni o minacce da parte avversa.
Doveri simili dovrebbero essere ricordati a chi si candida al Parlamento. Chiamarli a restituire parte dello stipendio è come dire “Non meritate la paga che vi danno”. Infatti i cinquestelle non scelgono persone qualificate, ma solo a casaccio, su autoproposta, attraverso la mitica “rete” e votazioni numericamente ridicole. Infatti propongono anche di ridurre le prebende parlamentari se andranno al governo.
E’ molto impopolare ciò che sto dicendo. Certo si può discutere su prebende e privilegi.  Si dovrebbe anche  spiegare bene la storia dei vitalizi, del perché si è potuto intervenire sugli ultimi eletti e non su quelli precedenti.
E  prendere  a confronto le paghe delle persone che hanno alte responsabilità negli altri campi della vita civile. Non solo dei dirigenti di azienda e di quelli delle banche ma anche quelli della magistratura, del consiglio di stato della corte dei conti, pensioni comprese.  Chiedo ai giornalisti di diventare topi d’archivio e dirci non solo quanto guadagna Marchionne ( accanto a quanto ha fatto per l’azienda), ma anche quanto incassa Zagrebelsky o Berlusconi o Fabio Fazio o la Berlinguer. Se questi compensi sono meritati anch’io applaudo alle capacità. Chi sa fare va valorizzato, proprio perché ciò che fa è importante. Anche i ricercatori e gli scienziati vanno pagati bene.  E, in fondo a questa scala vanno pagati bene anche gli operai, le colf e gli insegnanti.
Tutto questo mio ragionamento è per contestare una vera bufala ideologica dei cinque stelle. Bufala che ha  molta popolarità, perché è facile invidiare, sminuire, disprezzare. E’ un modo antichissimo di astio e incomprensione facilitato anche da comportamenti deleteri che lo alimentano. I disonesti, o mele marce, ci sono sempre. Ma la strada per combatterli non è questa.
Poi se i cinquestelle vogliono far credere di  volere una riduzione di spesa per lo  Stato, chiedo perché non hanno votato  la  Riforma che prevedeva la soppressione del Senato e del Cnel? Sarebbe stato un  bel risparmio. per  finanziare  piccole  imprese, microcredito o intelligenti progetti.