La foto e tutto il resto

In questa foto ci sono io in piedi, dietro a mio fratello Orio seduto in primo piano. Nascosto da me, – se ne vede solo una gamba che fa un effetto ottico curioso – c’è Mirco Zannoni, giovane e valente operatore del Museo Cervi. Infatti siamo a Gattatico, nella casa museo di quella sfortunata eroica famiglia, nella sala intitolata alla madre Genoeffa Cocconi. Con noi ci sono gli studenti di due classi romane, una prima media, sezione i, della scuola media Villoresi e una terza, sezione c, della scuola media Morandi, con le loro insegnanti e un preside.

E’ la prima tappa fuori Roma di un percorso di memoria iniziato a scuola da tempo, con un documentario, incontri di testimoni, discussioni, ricerche.

Non voglio fare qui un resoconto. Dirò soltanto che lì al Cervi c’eravamo il venerdì 19, poi siamo andati a Fossoli e a Carpi il 20 e a Marzabotto il 21.

I ragazzi, sia i piccoli della prima che i grandicelli della terza sono stati bravissimi e sorprendenti. Mi sono appuntata qualcuna delle loro uscite, perché vi si può sorridere ed anche riflettere.

In classe, all’incontro con il partigiano De Lazzari, si parlava di tanti ragazzi nel 44 e 45 non ancora ventenni, che si univano alle brigate affrontando freddo disagi, fame e pericolo di morte.

Si rifletteva e si commentava. “Riuscite a immaginare cosa li spingesse a tanto?”

Tra le varie risposte ne è spuntata una apparentemente fuori luogo, subito contestata in coro. Di getto, una voce aveva detto: – Forse per i soldi!

Sconcerto e sorpresa. Chiarimento di quanto poco guadagno monetario ebbe, sia subito che dopo, quello straordinario esercito di volontari.

Invece non c’è da sorprenderci. Per un ragazzino d’oggi è una gran fatica immaginare il passato. Ciò che prevale è l’immagine più vicina. Certamente è stata la sequenza dei nostri reparti in Iran o in Afganistan con relative notizie su ingaggio e guadagni.

Oggi chi va in guerra è volontario e ben pagato. Al tempo dei “ribelli” si combatteva e si moriva gratis.

Altra battuta di un ragazzo quattordicenne.

Eravamo nel bellissimo museo-monumento al deportato all’interno del Palazzo Pio nel centro storico di Carpi. Su una altissima parete c’è un disegno a graffito dove una gran folla di quasi cadaveri, ispirati alle tremende foto dei morti nei campi di sterminio. L’ottimo giovane che faceva da guida ha chiesto ai ragazzi di esprimere un loro giudizio. La prima risposta è stata:“ Sembrano degli alieni”.

Ecco. Alieni.

I corpi sono scheletrici e addossati stretti, le teste hanno orbite per occhi, niente bocche, niente capelli. Mi aspettavo che si pensasse a cadaveri, una moltitudine di cadaveri ammassati fino all’orizzonte, anzi fino al cielo.

Invece un ragazzo di oggi l’immagine più terribile che riconosce è l’immagine aliena.

Non c’è niente da obiettare. Più alieni di quegli ex esseri umani non c’è nulla. Con l’aggravante che quella è stata verità, non finzione o effetto speciale.

Che quella stessa immagine abbia avuto una sua grande efficacia, l’abbiamo visto il giorno dopo, quando i ragazzi di terza discutevano di come impostare il loro progettato cortometraggio. Ognuno ha scritto una frase che vorrebbe recitare alla telecamera. Uno dei ragazzi ha ridisegnato in piccolo e con notevole abilità quegli stessi corpi alieni. Ha detto: “Non mi veniva nessuna frase”.

In verità quel graffito e quel disegno sono anch’essi una frase. Una frase tanto efficace che un ragazzino l’ha fatta sua.

In quella stessa occasione un ragazzo ha scritto qualcosa di veramente diverso: “Gli uomini sono biscotti. Se piove si sciolgono”. E’ stata necessaria una spiegazione. Sembrava uno scherzo. Poi ha detto: “ Quegli uomini erano come biscotti. I tedeschi erano la pioggia”.

Non so se uno psicologo direbbe che è stata trovata una strada tortuosa per sfuggire all’impatto diretto dell’emozione.

Quell’immagine di corpi che si sciolgono non la credevo che metafora fantastica. Invece nel pomeriggio a Marzabotto tra i testimoni superstiti che con i loro racconti di bambini sopravvissuti ci hanno strappato il cuore, c’era una dolce anziana signora che mi ha fatto il suo racconto. Lei piccola, ha perduto il padre, fucilato con altri dentro la cisterna di un canapificio a Pioppe di Salvaro. I tedeschi non permisero il recupero delle salme, anzi, dopo giorni, per timore di epidemie o per crudeltà, rimandarono l’acqua nella cisterna così che quei poveri corpi o quelle povere carni finirono nell’acqua e nel fiume, mai più ritrovati. Sperduti. Dissolti? Sciolti? Come i biscotti di quella frase?

Sono stata contenta che questo racconto mi sia stato fatto a tu per tu mentre aspettavamo di entrare al Municipio. Non lo dirò ai ragazzi. E meno che mai all’autore di quell’immagine del biscotto.

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