Mosca, ventisei anni dopo

Anzi, anche dopo quarantadue. Quando con noi c’era anche Alberto era il 1968. Quando eravamo solo io e Claudio con delegazione Inps era il 1984.

Panorama irriconoscibile. Dalla collina dei Passeri, cioè dall’immensa terrazza che fronteggia la sagoma della celebrata Università, oggi svettano i globalizzanti grattacieli accanto alle cipolle dorate dei tanti monasteri o cattedrali recuperati, ricostruiti o restaurati. Nuova architettura che mi ricorda Toronto, recupero dell’antico che mi sa molto di promozione turistica. Di notte, poi, questa commistione di antico e moderno, pubblicitariamente illuminato, ha un impatto emozionale inevitabile e fortissimo.

Sconvolgenti le storie dei luoghi di culto.

Nel periodo staliniano chiese abbandonate al degrado, adibite a magazzini o depositi delle merci o addirittura rase al suolo, come la Cattedrale del Cristo Salvatore. La nostra guida, il moscovita rubizzo e corpulento Nicolaj, ci racconta che da ragazzo veniva qui a tuffarsi nella grande piscina scoperta riscaldata, una delle più vaste d’Europa, sorta al posto del tempio distrutto. Ci dice del corpo nell’acqua calda e della testa a rischio di gelo. Ora qui risorge splendente, bianca e oro, immensa, la stessa cattedrale, rifatta tutta nei particolari, decori, icone, affreschi, comprese le grandi tavole che celebrano con esattezza storica le vittorie contro Napoleone. Ricostruita dal ’93 e riaperta al culto, – ribattezzata, dicono loro -, nel ’98. Tempi stratosferici rispetto ai nostrani tempi di marcia. Naturalmente affollata di fedeli. Silenzio, devozione, candeline votive a centinaia. Nessuna panca. Si prega in piedi e semmai inginocchiati. Anche nelle altre chiese, una vicino al nostro megagalattico hotel Holliday Inn e un’altra trasversale all’Arbat, e ancora a Kolomenskoe nella vecchia chiesa di nostra signora di Kazan, sempre una bella folla di fedeli , uomini e donne, giovani e vecchi e bambini, in silenzio, con le loro esili candeline votive, rapidi in quel segno di croce a percorso insolito, segno di croce che si fanno già al cancello del luogo sacro, poi ai gradini dell’ingresso, poi sulla porta, il tutto ripetuto sempre per tre volte.

Ci voleva tutta l’ottusità e la intolleranza dello stalinismo per tenere in caldo e rendere più fruttuoso il seme della religiosità popolare. Religiosità che in questi anni di cambiamento esplode probabilmente non solo per una voglia di libertà ma anche per il bisogno profondo di una speranza, di un aiuto divino, visto che sono venute a mancare le modeste certezze che comunque il regime socialista poteva garantire. Nello sconvolgimento generale dei valori, nel caos economico e sociale, aggrapparsi alla religione è umano, istintivo e forse inevitabile.

Dall’altro lato, la solerzia restauratrice del nuovo potere russo, mi fa pensare alla commistione che la storia sempre ci ripropone tra potere politico e potere religioso. L’uno puntella l’altro, l’uno si aggrappa all’altro. Qui, là o altrove. Forme un po’ diverse, sostanza uguale.

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