La solitudine dei numeri … diversi

In questi ultimi giorni mi sono sentita meno sola. Quando Fabio Fazio ha detto di fronte alla vedova del sindaco Vassallo che non è vero che siamo tutti uguali. E’ la stessa frase che mi ero detta anch’io. Però che tristezza o che tragedia essere diversi e proprio per questo trovarsi nel mirino e caderci sotto. Ma i “diversi” quanti sono? E diversi da chi? Cioè i diversi da quelli di cui si parla sempre, tanto che siamo rintontiti dalle loro “prodezze” che esattamente dovrebbero chiamarsi malefatte. Tanto da farci vedere nero e temere di essere circondati da tutta melma.

Invece che bello ritrovarsi tra “diversi”!

Al teatro Quirino venerdì passato recitavano i ragazzi di Scampia. Da tre anni con loro e per loro ha lavorato Debora Pietrobono, grande operatrice teatrale e grande idealista. Proprio a Scampia di Napoli, la tanto disastrata Scampia, con le sue Vele e i tanti dolori. Debora e i suoi amici teatranti hanno tirato fuori un miracolo. Quei ragazzi e ragazze, forse una ventina o più, con tutto un grande contorno di sostegno e impegno, sono approdati a quel palcoscenico, allegri, scatenati, efficacissimi, indistinguibili dai due attori professionisti confusi tra loro. Rivivevano e ricostruivano la poetica di Raffaele Viviani e la musicalità della loro lingua che nei passaggi più alti si trasforma in canto. Un vero recupero culturale, una luce oltre la melma.

Ecco anche loro “diversi”. E Debora mi racconta da tempo di una Napoli che vuol essere nuova, rifondata, pulita.

E a proposito di diversi mi è arrivato un documento su un incontro di memoria su i Pajetta svolto il 13 settembre scorso a Savona. In particolare mi colpisce l’intervento di Elvira Pajetta, figlia di Giuliano, ragazza dinamica e dolce che ha ereditato il sorriso della sua omonima nonna, che noi, tanto tempo fa, chiamavamo semplicemente “mamma Pajetta”. Elvira racconta la fatica che le è costato andare alla ricerca della persona vera di suo padre. La stessa faticosa ricostruzione che ha fatto Benedetta Tobagi trascritta poi nel libro. Che non sono mai ricostruzioni di una sola persona, ma di famiglie, di madri, mogli, figli, fratelli. Per di più Elvira è figlia di una Banchieri, famiglia benestante del bellunese che nell’antifascismo nell’emigrazione e nella resistenza era forte addirittura di sedici persone, compagni compresi. Poi c’è l’altro ramo della famiglia Balconi, originaria del novarese e precisamente di Romagnano in Val Sesia, abbastanza numerosa anch’essa. Tutti questi Pajetta, Balconi, Banchieri erano certamente i “diversi” in quel loro tempo e lotte. Erano comunisti, cioè erano sognatori. Non erano poveri. Avvocato il capostipite dei Banchieri, possidenti i Balconi e benestanti torinesi i Pajetta. I loro sogni erano per gli altri, sogni umani di giustizia e riscatto. Questo bisogna ricordare, anche se qualcuno vuol svalorizzare quegli ideali solo perchè abbinati ad una ideologia ora contestata e scaduta.

Di tutti questi “diversi” di ieri ci sono oggi i figli e i nipoti. C’è ancora la mia amica Rosa, detta Rosetta Banchieri, c’è suo nipote Giorgio che invece di farsi la casa al mare ha lavorato anni per ricostruire tutta la storia della sua famiglia tradotta in un bellissimo allestimento espositivo con ricco catalogo documento. Poi c’è Elvira, che si è unita al cugino per allargare il campo della memoria alle famiglie Pajetta e Balconi. Nel mio ricordo c’è anche sua cugina, la dottoressa Marcella Balconi, che a Novara ha avuto una parte nella nostra vita e nell’infanzia dei miei figli.

Credo che tutti noi, nonni, figli e nipoti siamo i “diversi” di oggi, i sognatori, quelli che pensano agli altri, e che, proprio perché sognatori, lavorano studiano recitano scrivono e si danno da fare per salvare la memoria. Che combattono la dimenticanza per coltivare la consapevolezza verso il futuro. E lottano ancora e non vogliono sentirsi ne’ numeri ne’ soli.

Un pensiero su “La solitudine dei numeri … diversi

  1. Ho letto con grande interesse e desiderio di poter contribuire a cancellare la convinzione che “tanto siamo (o sono) tutti uguali”.
    Sono un matematico, anzi uno statistico che conosce la teoria della scambiabilità del grande probabilista Bruno de Finetti, e che con una serie di riflessioni cerca di vederne l’importanza nel giornalismo partecipativo, nei rapporti sociali, nel rapporto medico-paziente,…, e dovunque sia importante (non solo nello sviluppo scientifico) far coesistere l’essere uguali con l’essere diversi.
    Alcune riflessioni sono nel mio blog ugualiediversi.com, ma altre potrebbero essere sviluppate ed approfondite insieme.
    Grazie Giorgio Koch

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