Ave Melioli, Tita

Il secondo foglietto che ho trovato è una strana fotocopia, pallida e slavata, quasi illeggibile, forse l’antenata delle fotocopie. Riproduce un mio articolo pubblicato, credo, su La Verità, che era il settimanale della Federazione Comunista reggiana.  Vi racconto di aver incontrato in montagna quella partigiana ventiduenne caduta nel parmense e decorata con medaglia d’argento. Naturalmente nella fotocopia non c’è data, ma ritengo che fosse l’anno 1946 o al massimo 1947, prima della mia avventura d’insegnamento a Vaglie di Ligonchio e del mio matrimonio che mi ha portato a Novara.

Mi sono meravigliata  di ciò che ho scritto, perché  proprio non ho mai ricordato quell’episodio. Anzi, ho sempre affermato di non aver mai conosciuto quella ragazza, che pure era del mio paese. Ecco la prova di come a volte la nostra memoria faccia cilecca. Io, poi, essendo venuta via da Reggio nel 48, credo di aver dimenticato di più, per mancanza di confronti con gli  altri protagonisti di allora e anche per la lontananza dai luoghi delle nostre azioni. Eppure il racconto è sicuramente veritiero, anche perché  è stato scritto vicino ai fatti e perché avrebbe suscitato contestazioni da parte dei partigiani bibbianesi che erano con me.

Perciò trascrivo quasi integralmente quel racconto, che, nonostante tutto, mi sembra umanamente toccante.

Ero assieme a dei compagni. Ci dissero: I ribelli sono là, tra quei castani.   Avevamo il cuore stretto Sussultai di gioia e commozione quando sulla mulattiera tra i sassi, trovammo impronte di scarponi. Poi sentimmo cantare. Si sentiva la tua voce, Tita, che era tanto bella tra le altre maschie, così dolce e pura. Ci fermammo ad ascoltare quel canto che ci faceva battere il cuore più forte. Era la nostra fede comune, il nostro ideale di vita, di libertà che si scioglieva in quel canto.

Ma tu ci hai scorti. Sei venuta giù per la ripida mulattiera di corsa, ad abbracciare forte i tuoi amici e abbracciasti pure me, con tanto calore. Ci conoscevamo solo di nome, per la nostra attività. Ci abbracciammo , allora, bandite tra i banditi. Ricordi? Ma che bandite! Io avevo un vestitino di tela a fiori, armata solo della mia volontà e della mia fede antifascista. E tu, quella terribile Tita? Avevi una semplice gonnellina pantalone nera, con una rivoltella minuscola alla cintura.

Ridemmo insieme del nostro aspetto feroce. Erano queste le ribelli che dovevano aver perduta tutta la loro femminilità, che avrebbero dovuto non distinguersi affatto dai loro compagni per il ferocissimo selvaggio aspetto?

Eri appena tornata da una azione e ne eri fiera. Ma quanto bene ti volevano i tuoi compagni! Se non fosse stato perché eri tanto giovane ti sarebbe potuto dire una mamma per ognuno di loro. Eri tanto allegra e piena di vita e di giovinezza. E l’hai donata la tua vita e la tua giovinezza alla nostra Patria, lassù, tra quei monti lontani. Una raffica ti ha colpito, e con te un gruppo di compagni tuoi, che non avevi mai abbandonato.

Quanti hanno pianto per la tua morte, Tita! E prima di essere Patriota eri per tutti una ragazza che si confondeva tra le tante. Nessuno badava a te nel nostro paese. Nemmeno io.  Eri semplice operaia, come i tuoi genitori, eri povera, umile. La tua fede e i tuoi sacrifici, le tue azioni e la morte gloriosa, ti hanno innalzata al cielo degli eroi.”

E qui mi fermo. Un modo di scrivere che non ci appartiene più, ma ho voluto tirarlo fuori dal dimenticatoio così com’era  per prova di verità e perché  forse è bene ricordarci di come eravamo.

2 pensieri su “Ave Melioli, Tita

  1. Un po’ di retorica non disturba affatto ed è perfettamente accettabile, uno perché son pure sempre passati non pochi decenni, due perché quando si parlava di “ferro e fuoco” non erano solo figure retoriche per drammatizzare, era quello che succedeva realmente là fuori.

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