Follie del 2011

Siamo entrati nel secondo decennio del secondo millennio.

Da qualche giorno mi assillano due immagini: i rifiuti di Napoli e gli operai di Mirafiori .

Sembra che non ci sia un nesso tra i due fatti. Ma in tutti vedo chiari segni di pazzia.

L’immondizia a montagne l’abbiamo vista a Napoli, ma temo che presto sarà anche qui a Roma, visto che Malagrotta non ce la fa più e non si vede altro.

In tutta questa monnezza c’è la follia del nostro tempo. Buttiamo via troppa roba perché ne abbiamo troppa. Nel primo quarto del secolo scorso non si produceva immondizia, o quasi. Con la carta si accendeva il fuoco o , in città, la carbonella dei fornelletti. O la cucina economica, o la monumentale Becchi.  Il cartoccio dello zucchero, sistemato lo zucchero nella ciotola di legno o di coccio, veniva allisciato bene e poi, così bello blu-cartadazucchero, ci si ricopriva il quaderno di scuola. Che era un quaderno umano, amico, timido, non il lenzuolo prepotente che maestri e professori  pretendono oggi. (Chissà perché si deve scrivere in quei fogli  tanto grandi e tanto adatti alle “orecchie” e agli sbrindellamenti!) I gusci d’uovo e gli scarti delle verdure si davano alle galline e ai conigli, o si aspettava di darli a qualcuno che aveva le bestie. Nessuno buttava pezzetti di pane, prezioso, e sacro. E potrei continuare.

La follia di questo nostro tempo è che siamo diventati tanto ricchi da restare seppelliti e soffocati dai rimasugli della nostra ricchezza.

Questo è il primo pensiero.  Che dovrei correggere subito aggiungendo che questa follia è possibile perché la nostra società è guidata da gente che non sa guardare avanti. In un secolo che ha portato l’uomo sulla luna e che sforna a cascata meravigliosi oggettini elettronici tuttofare,  in Italia non siamo capaci di costruire inceneritori o meglio trasformatori o convertitori, come diavolo si chiamano. Ne esistono  alcuni gloriosi esemplari in poche città del nord  da cui pare sia impossibile  imparare o copiare.  Senza parlare ci ciò che si fa all’estero o in Europa.

Qui a Roma e in troppi altri luoghi l’immondizia è sempre pazzia. Siamo ancora alla preistoria della differenziata. Da questo primo gennaio si dice che sono messi al bando i sacchetti di plastica dei  supermercati, ma soltanto  in attesa  che  arrivino quelli biodegradabili.( per la precisione,  ieri  al supermercato veniva dato al costo di 10 centesimi, accompagnato dall’esclamazione “ è biodegradabile!”) E tutta l’altra plastica?  Quella delle  confezioni,  vassoietti, polistirolo,  doppia busta  scatola-pellicola- cartone, addirittura alluminio – o simili- ,  poi pellicola carta o cartone?  E i guanti coi quali prendere frutta e verdura da infilare nei sacchetti trasparenti ancora di plastica?  E le bottiglie, bottigliette, vasetti e via elencando?

C’è una isola ecologica qui vicino che a volte non accetta gli ingombranti perché è troppo piena. Non so se c’è, ma vorrei vederci una cooperativa di immigrati o di rom o di ex carcerati che sta lì  a smontare televisori per recuperarvi  quel po’ di buono che c’è, o che fa altrettanto coi frigoriferi. Ho visto una volta dalla Gabbanelli che a Cavriago c’è una cooperativa di pensionati che raccoglie il legno di vecchi mobili,  porte o altro per triturarlo e trarne dei pannelli ancora di legno, ancora utilizzabili. Spero che sia ancora in funzione. Spero che faccia scuola per altri luoghi.

Altra follia quella delle fabbriche Fiat. Dò tutta la mia solidarietà e simpatia a quegli operai che si vedono rosicchiare diritti duramente conquistati. A quanto pare c’è di mezzo la globalizzazione, che io interpreto così.  Se quelli del cosiddetto terzo mondo fanno un passo avanti, cioè si conquistano qualcosa, con la loro concorrenza costringono noi a fare un passo indietro? Allora: affinché loro, come è giusto, possano fare altri passi avanti, noi nel primo mondo dovremo farne altrettanti indietro? Non c’è un’altra strada, meno pazza, meno assurda?  Per esempio fare meno macchine, o farne a propulsione diversa dalla benzina. ( Ecco a proposito di immondizia, qui dalla finestra vedo il mare di lamiere dei rottamatori che lungo la Togliatti taglia l’orizzonte verde del  nostro pratone  che vorrebbe congiungersi con il parco di Centocelle,   E non vedo  quei rottami diventare  grovigli a cubo di ferraglia da far sperare in un qualche riutilizzo. Se mai, tra lamiere e copertoni chissà quali refurtive o intrallazzi vi si nascondono). Poi perché il diktat deve venire solo dai padroni? Non c’è la politica, il governo o i governi, gli “otto” o i “ventiquattro”  o gli economisti-nobel che avrebbero il dovere di trovare altre strade per conciliare i diritti e le speranze degli uni e degli altri? Tanti secoli sono passati e i popoli sulla terra stanno sempre e ancora a farsi non solo guerre sanguinose ma anche guerre di questo tipo. Diritti contro diritti, sfruttati contro sfruttati, poveri contro poveri.

Insomma, in merito  al problema della globalizzazione e della concorrenza tra primo mondo e terzo o quarto mondo, vorrei che qualcuno ne vedesse tutta la pazzia e si mettesse a ragionare. Che poi è anche il problema della sopravvivenza del nostro pianeta e della disponibilità delle sue risorse. Di sicuro noi siamo troppo carichi di oggetti, di prodotti, di cibo, di cose inutili e subito fuori corso, programmate addirittura per durare poco, che poi dovranno andare in discarica , cacciate via da  modelli che fanno qualcosa di più e di diverso.

Quasi una bulimia isterica che contagia tutti, grandi e piccoli, uomini e donne. Che oltretutto non ci fa felici. Se questa non è  pazzia mi chiedo cos’altro è.

Non dico di tornare al primo quarto del secolo scorso, ma a un po’ di buon senso e semmai di fantasia per  inventare cose nuove e  possibilmente degradabili.

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