Dibattito

Una delle due insegnanti aveva preparato la classe su cosa è un dibattito e come vi si deve partecipare. Anche l’altra classe lo deve aver percepito immediatamente per simpatia. Infatti tutto si è svolto come nei dibattiti del nostro tempo.  Un po’ meglio, in verità, perché l’autorità delle professoresse qualcosa riesce sempre ad ottenere.  E  meglio per la serietà, per l’onestà.

La parola dibattito stavolta più che mai, mi ha suonato affine a dibattersi.

Qui parole  frasi e idee lottavano tra le onde, si dibattevano per non affogare nel mare della difficoltà di venir fuori,  si dibattevano col fiato corto contro i marosi delle battute contrarie ed anche di quelle a favore. A volte mancavano  vocaboli come mancasse ossigeno. I concetti emergevano dal mare ostile per una breve boccata d’aria, a volte felici di aver trovato la bracciata giusta o addirittura lo scoglio salvifico.

Questi quattordicenni così vivi, così belli, così accaniti.

Nella scuola pubblica si dibatte. Era l’8 marzo e si dibatteva su uomini e donne, su diritti e dignità, su passato e futuro.  Un po’ di caos, d’accordo. Ma evviva, se lo sforzo è per imparare a ragionare,  se è per imparare ad ascoltare, per addomesticare le parole e per vincere la sottostima di se.

Queste insegnanti così attente e generose, ricche di  tecnologia per documentare e ricche di autorevolezza per frenare l’irruenza dei maschi e fare “parità” ,  spazio, alla troppa insicurezza delle ragazze, che poi sono quelle che hanno pescato  da quel mare tumultuoso le riflessioni più inedite e condivisibili.

Eravamo in via Giuseppe Reina, bei palazzi, bellissimi alberi, qualcuno addirittura già fiorito.  Sotto la scuola si snoda una piccola strada che scende tra il verde tortuosa e si chiama Via dei Martiri della Storta.

Martiri della Storta! Non so se quei martiri con quel triste camion sono passati proprio di qui, in un giugno più giallastro e non fiorito, sotto quel telone mimetico, fino a quel tragico boschetto. L’ultimo giorno di occupazione tedesca per Roma, l’ultimo giorno di vita e di speranza per loro, i 14 martiri che venivano dalle tristi stanze di Via Tasso.

Credo che queste collinette capricciose, oggi ben edificate, allora diverse e rurali, abbiano ingrandito  il crepitio di quelle raffiche e  forse il grido di protesta e di speranza di quegli uomini. Bruno Buozzi deve aver gridato.

Credo che l’eco degli spari e delle voci ci sia ancora nell’aria. Questi ragazzi e queste ragazze, che sono anche stati a Via Tasso e alle Fosse Ardeatine,  forse senza saperlo hanno quell’eco nel cuore. Come le loro insegnanti,  che li guidano ad   essere diversi e uguali, unici e irripetibili, consapevoli e operosi.

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