25 aprile a Parma

Nel precedente commento avevo  cominciato “dall’ultimo”, da intendersi come ultimo incontro o ultimo avvenimento.  Continuo perciò ad andare a ritroso. Al 25 aprile a Parma.

A Parma si comincia dalla Chiesa. Omaggio di riconoscenza  a chi ci ha dato la libertà. Parole di pace. Parole di due partigiani cattolici, ricordo di soldati che dal Montenegro hanno iniziato il calvario della deportazione in lager e perduti persino per la memoria. Ricordo delle mine naziste disinnescate fortunosamente per salvare fabbriche, edifici, bellezze, ponti, città. Poi corteo, musica e corone. Cioè quel che si vuol bollare come retorica.  Pensavo che se fosse retorica non ci sarebbe  tutta quella gente ad applaudire nel vederci passare, compresi bambini sui seggiolini delle biciclette, giovani coppie, volti colorati di altre etnie, cioè  italiani nuovi. I vessilli davanti, poi la folla dietro alle tante bandiere, tanti colori, tante sigle, tanta  società. La  fascia tricolore del sindaco e quella azzurra del Presidente della Provincia. La città stretta alle sue istituzioni, che sono  l’impalcatura della democrazia, quella democrazia costata tanto sangue e tante lacrime e condensata nei preziosi articoli della Costituzione.

Poi i discorsi. Compreso il mio. Ultimo.

L’emozione del buttar fuori quello che ti brucia, la traccia scritta ormai inutile. Come ci si sente dopo. Non credere troppo ai complimenti, anche se insoliti e inaspettati, persino autorevoli. Forse non se lo aspettavano. Una staffetta, una donna, una nonna, se non  una “vecchietta”. Ma quella elegante  signora che  poi mi ha raggiunto di corsa attraverso il prato della  Pilotta per dirmi la sua gioia,  o le due giovani  insegnanti sarde  che il giorno dopo mi hanno avvicinato per farmi vedere le foto scattate da sotto il palco, felici dell’incontro fortuito. Quelle sì , che mi hanno ripagato e rinfrancato.

Eppure, dopo, come sempre sono spietata nella correzione mentale  di quel che doveva essere. Non ho detto questo, ho dimenticato quell’altro, ho giocato persino con la retorica. Il nome di Giordano Cavestro diciottenne parmense , il fiume Giordano e l’Oltretorrente,  Parma vecchia del ’22.

Non ho parlato abbastanza di Mirka.

Mirka, Laura Polizzi. Anche lei era ragazza. Le avevo preparato la riunione di donne alla Cà Bianca, nel mio paese. C’era l’Eva-bionda, la Noemi, la mamma e la sorella di Emore-Sbafi, e chissà che altre giovani e meno giovani. Mirka spiegava il dopo, la libertà, il voto, i diritti. Dopo molti anni mi ha detto di non ricordarlo. Quante cose abbiamo dimenticato. Eravamo ragazze, piene di entusiasmo, piene di speranze. Non ci sentivamo ne’ combattenti ne’ importanti. Chilometri e chilometri,  incontri, paure, sogni per il dopo. Sembrava logico e naturale. Eppure le meno fortunate l’hanno pagata cara. E molte sono ancora sconosciute. Infatti debbo  scrivere di Francesca-Mimma che solo dopo sessant’anni ha raccontato – e non del tutto –  delle torture. Debbo tirarla fuori dall’ombra, con l’aiuto di Laila che l’ha avuta  con se,   nella sua brigata, dopo quella drammatica fuga nella neve. E che dopo sessant’anni è riuscita a farla parlare.

A Parma, Mirka è stata molto amata. Non solo per quei mesi di allora, non solo per il prezzo pagato dalla sua famiglia o per il suo compagno comandante. Come tanti di noi, è  stato il “dopo” il periodo più importante. Altro che pensare ai soviet!  C’è stato da fare i Comuni, le Cooperative, i Sindacati, l’Unione Donne Italiane, la scuola, la sanità, il lavoro. C’è stato da fare l’Italia e il benessere. C’è stata da  inventare l’economia, c’è stato da lottare contro il rigurgito delle repressioni e da rivendicare in concreto quanto previsto dalla Costituzione. In quel cammino dappertutto in prima fila ci sono stati i partigiani. Consiglieri, sindaci, sindacalisti, organizzatori, innovatori, imprenditori, inventori della cooperazione, della didattica nuova, dell’arte e della  cultura. Non solo  nelle periferie, comuni, province, regioni.  Non sempre e solo di sinistra, come  al cuore del paese  dove hanno operato i Dossetti  Capitini Scalfaro e  La Pira  accanto ai Terracini  Nenni Calamandrei  Togliatti  e Di Vittorio.

Gli anni sono passati in fretta, ma  la conquista dei diritti  è stato un continuo di lentezze e di arresti. E negli ultimi decenni di cammino all’indietro.  I Gruppi di Difesa della Donna sono  assurdamente ancora necessari, col nome diverso e poetico di “se non ora quando”.

Ragazze e ragazzi, coraggio. Alzate l’antenna dell’indignazione  e decidetevi a non sopportare più. Credo, se non altro, che il prezzo previsto da pagare per voi  non sia così tragico come è stato per molti nostri compagni, quei ragazzi della libertà che oggi si chiamerebbero “i vecchi partigiani”.

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