Sulla via Francigena

Ho pensato a te, papà, dalla via Francigena a Monte Mario.  Via Francigena a Roma? Certo, se andavano alla tomba di  Pietro una via,  qui,  dovevano averla.

Cosa avresti detto delle pigne o delle ulive, tu contadino nordico,  che  che mi mostravi  i chicchi dell’uva così disponibili e quelli del melograno così nascosti, la perfezione della spiga  e la sorpresa delle arance, da sbucciare con le mani verso quella geometria perfetta degli spicchi.

Qui ci sono anche i tuoi alberi, olmi, querce, alti a galleria gotica con lassù in cima quell’usignolo o cardellino. Se fosse notte anche le stelle sarebbero appoggiate lassù sopra i rami,  a cantarci il loro battito misterioso.

Coi miei abbondanti otto decenni rivivo sentieri antichi, silenzi, ombre, l’affanno dell’arrampicata.

Penso che gli alberi diventando vecchi si fanno sempre più belli. Rivivono a cicli la loro  giovinezza, rifioriscono, rinvigoriscono.  Pagano però di restare sempre lì, – “ l’albero che sa dove nasce e dove morirà”- se non li sradica la prepotenza dell’uomo.  Noi diventiamo rugosi curvi e doloranti. Ma a privilegio abbiamo i piedi, per questi sterrati e salite, ma anche per andare nel mondo. I piedi ci portano perché il pensiero abbia le sue primavere, non cicliche ma perenni, aperte al nuovo, al bello, agli altri, alla generosità.  E perché no, anche ai neutrini o alle galassie.

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