I salvati e i sommersi

Mi chiedo chi sono i salvati e chi sono i sommersi, in questo nostro tempo.

Quelle di Barletta

Sommerse di sicuro le quattro donne più la ragazzina finite a Barletta sotto quel crollo. Bianchi i calcinacci e nero lo sfruttamento. Spenti i loro sorrisi, finiti dentro l’urlo della paura, dentro l’affanno dell’aria che manca. Di loro si è parlato pochissimo. Persino Repubblica, la grande Repubblica, sia il primo giorno che dopo, ne parla all’interno e non c’è nemmeno il pezzettino d’inizio in prima pagina. Ci sono troppe cose più succose da mettere in vetrina.

C’è Amanda, per prima. Lei sì, è la salvata. Salvata dal tribunale, salvata dal can can degli schermi e della carta stampata. Salvata dalla tifoseria che presume di sapere e di giudicare e fa teatro qui e altrove, grata che ci sia una controparte avversa,  così da fare più chiasso, più scena.

Steve Jobs

Salvato anche Steve Jobs, il mago, il visionario. Salvato anche se morto. Salvato anche da me, che ammiro il suo genio e la sua vita, per i doni che ha fatto a tutti noi. Che poi sia diventato straricco o che avesse un brutto carattere glielo perdono, pensando a tanti straricchi che lo sono diventati per merito d’altri, di altri che hanno inventato, progettato,disegnato, faticato, sofferto, lavorato. Altri che magari hanno avuto solo le briciole. Senza dire di chi è straricco per furberie finanziarie, per truffe belle e buone e per malaffare.

Le signore della pace

Per nulla salvate e addirittura sommerse le tre donne Nobel per la pace. Perché mai attardarsi a leggere e a pensare a donne così diverse da Amanda, Sara, Melania o Jara, o anche  Ruby e le altre della cronaca al pepe?  Donne d’Africa, per giunta.  O dello Yemen. Dov’è questo Yemen? Ecco, già, quel posto piccolo dove ci sono quegli emiri arabi così ricchi. Forse è importante questo Yemen? E l’Africa è un continente che conta? Si sa solo che è nera, infida, povera. Certo è grande, ma è deserti e foreste. L’Africa di quei bambini neri scheletrici dei richiami a sottoscrivere, che invece ci fanno rabbrividire.  L’Africa che ci butta addosso torme di disperati, se il mare non se li prende prima. Africa con nazioni strane, confini che cambiano sempre, che non ci sono nei nostri vecchi atlanti scolastici.

Sorelle così diverse, che andrebbero salvate e non sommerse nel silenzio e nell’indifferenza. O nel pensiero saccente di qualche femminista con l’aureola, che bolla la scelta come artificiosa, “sessista”, perché a tutti i costi si è voluto pescare donna, meglio ancora se donna moltiplicato tre. Per ciò che può contare, a beneficio dei pochi amici e amiche che vanno su questo blog, voglio trascrivere i loro nomi, difficili da pronunciare e da ricordare, come i loro volti e i loro copricapi o veli. La yemenita, la più giovane, 32 anni, tre figlie, Tawakkol Karman, in lotta contro l’integralismo islamico. La più titolata e la più anziana, 72 anni, Presidente della Liberia, eletta nel 2005, tre lauree di cui una ad Harvard, quattro figli e otto nipoti, detta  “Mama Ellen”, cioè Ellen Johnson  Sirleaf.   Ancora della Liberia è la terza premio Nobel, trentanove anni, madre di sei figli, Leymah Ghowee, che guida le donne del suo paese nella lotta non violenta contro i conflitti e le guerre.

Sorelle diverse e lontane, delle quali dovremmo intuire i pensieri, le fatiche, il coraggio. E impedire che il silenzio le sommerga.

Zingari e no, qui accanto

Tra i sommersi debbo mettere le  tante famiglie rom o zingare che stavano qui accanto, nel malconcio Casale delle Carrozze. Si dice che fossero in tutto venticinque persone. Non davano fastidio a nessuno, mandavano i bimbi a scuola in via Messina, venivano coi carrelli e taniche a prendere l’acqua alle nostre fontanelle, si erano adattati e rabberciati quei muri, tetti, pareti che prima erano una cascina con stalle per i cavalli e depositi per le carrozze. Qualcuno degli uomini, forse non rom, faceva il muratore.  Qualche mese fa abbiamo saputo che sono venuti in forze i vigili  a portarli via. Effetto del programma di Alemanno. Erano rimasti cumuli di macerie maleodoranti, frutto del lavoro delle ruspe spietate e inconcludenti.  Domenica scorsa da quei resti si sono levati fumo nerissimo e fiamme. E’ andato a fuoco tutto. Ora ci sono muri smozzicati e qualche camioncino dell’Ama che fa qualcosa.  Dove sarà ora quella gente? Dove saranno quei bambini? Me lo chiedo io e pochi altri. L’odio e la diffidenza sono il pensiero dominante, anche in persone che non crederesti.

Un esempio? Ero in gruppo al cancello della palestra e passavano le ragazze rom forse verso il supermercato. Ho voluto commentare il loro sobrio normalissimo abbigliamento e soprattutto i bellissimi capelli della più minuta. Erano lunghi sulle spalle, lucidi di shampo e di cure. Dalle mie amiche non ho avuto che un silenzio imbarazzato. Gli occhi diffidenti e ostili tradivano solo fastidio e il segreto pensiero che gli zingari rubano nelle case e invece di lavorare chiedono l’elemosina.

Quelli del giardino

    Tra i salvati e da salvare debbo mettere gli anziani del mio palazzo e dei palazzi accanto che curano il giardino pubblico. Quando il Comune ce lo ha rifatto, coi vialetti, le fontanelle, l’impianto di  irrigazione e le panchine ha preteso che qualcuno assumesse  l’onere della cura e della salvaguardia.  Ora un bel gruppo di pensionati e no, del mio e dei palazzi attorno, si danno da fare alle siepi, al prato, alle luci, all’acqua.  Aprono e chiudono i cancelli dell’area giochi, rimproverano chi non rispetta il divieto per i cani o che calpesta, ripiantano e rastrellano, raccolgono i soldini per riverniciare panchine o comprare il carburante per la falciatrice quando il competente servizio giardini non arriva con le forniture.

Il commento più bello l’ha fatto qualcuno questa estate dal mio balcone guardando giù. Con questo bel verde fresco, sembra d’essere in Svezia.

Il luogo non è grande, ma vi si affolla mezzo quartiere. Le panchine non bastano mai.  Dall’area giochi e dai viali si spande alto il concerto delle voci infantili, musica di futuro e di allegria.

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