Che buriana per una parola!

Foto: Matteo Bodine

 

Da qualche giorno ce l’ho coi giornalisti. Tutti. Quelli della carta stampata e quelli della parola e delle immagini.  Non avete niente da raccontare o da commentare se non enfatizzare o colorare quella parola?  Io in questa esagerata buriana sulla frase di Monti ci vedo molta molta pigrizia mentale o molta malafede. Secondi fini, voglia di oscurarne la troppa popolarità, di creare  inciampi e freni.

Che il lavoro lungo, sempre uguale per tutta la vita, possa essere noioso non è una eresia. Anzi, lo sanno tutti. E non solo è noioso, ma pesante. Ricordate Gaber e la sua tiritera su “lavoravo in quel di Baggio alla catena di montaggio”? A quelli ne bastavano pochi, di anni, per sentirne la noia. Magari avessero potuto cambiare. Purtroppo, ora, non c’è nemmeno più la catena di montaggio a vita. C’è rimasto Marchionne, le sue selezioni, i licenziamenti, la cassa integrazione, e la noia d’essere disoccupati.

Cari giornalisti, siete senza immaginazione? Fate una bella inchiesta sui lavori “noiosi”, ieri e oggi. In fabbrica e fuori. Andate da quella diciannovenne che voleva frequentare architettura e si ritrova, fortunata o privilegiata, al banco dei salumi in un supermercato. Chiedetele se è contenta di essere a tempo determinato e se riesce a sperare in un lavoro migliore o in un futuro di studentessa universitaria.

Andate anche da quelli che il lavoro per tutta la vita ce l’hanno e ne sono contenti. Tra questi ci metto gli insegnanti, perché per loro il lavoro non è mai monotono e mai uguale. A loro toccano sempre nuovi gruppi di alunni, a volte cambi di sede e spesso nuove difficoltà. La noia la devono combattere  di sicuro. Intanto, nonostante le riforme Gelmini, tengono in piedi la scuola di Stato.

Ma ci sono anche i dipendenti pubblici, che una volta assunti, non sono più licenziabili. Chissà che noia. Molti di loro la noia la combattono con fantasia. Andate a vedere se sono ai loro posti, se risolvono molte pratiche, se si affollano invece al bar o allo spaccio interno, o se riescono a farsi  beffe dei tornelli o degli orologi di entrata e uscita. Indagate anche sui loro capi che non controllano o non vogliono controllare o su come è organizzato il lavoro, e perché mai a certe  persone ne viene assegnato troppo e ad altri poco o niente.  Sarebbe anche questa una bella inchiesta.

Questi sono i luoghi dove credo che sarebbe salutare un articolo 18 all’incontrario. Qualcuno non mi perdonerà questa tirata. Ma ne ho viste troppe nei tredici anni in cui sono stata al Ministero. Ne vedo persino nei Municipi e nelle Asl. È roba vecchia, diventata ormai tradizione.  Ricordo bene la storia di trent’anni fa, quando mio marito ha fatto mettere gli orologi d’entrata alla sede dell’INPS di via Ciro il Grande. Ci fu anche allora una bella buriana giornalistica e di categoria, ma arrivarono, in aggiunta, messaggi  minacciosi  firmati, verosimilmente o no, brigate rosse.

Sull’argomento lavoro, così scottante, così diversificato e così indispensabile, ci sarebbe molto da dire e molto da denunciare.  Sarebbe il caso di darne notizie oneste e  veritiere.  Tanto sulla carta stampata che in audio e in immagini.

Un pensiero su “Che buriana per una parola!

  1. Certi signori giornalisti ma molto di più certi politici di partito dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza prima di avventurarsi in commenti di pepato sa-
    putellismo gratuito o di autoreferenziale critica.
    Non sono scusabili per due ordini di motivii.

    Il primo è la mancanza di rispetto, che vuol dire incapacità di provare a mettersi nei panni dell’altro e di esaminare pertanto il suo punto di vista e di responsabilita’ prima di andare a trarre conclusioni senza alcun costrutto per il problema in discussione.
    Una pur meschina giustificazione potrebbe essere la necessità pubblicitaria di parlarne subito e per primi, a compromissione comunque di una linearità professionale.

    Il secondo riguarda lo stesso tipo di mancanza, ma questa volta nei riguardi di se stessi. Essendo cioè il tema dell’argomento trattato di evidente e indiscussa drammaticità, non è decoroso entrarvi con tutta la conoscenza e la passione che gli spetta, conoscenza che non si può nascondere a seconda delle occasioni e passione che distingue la sincera ricerca dell’avvenimento dall’ intrattenimento polemico fine a se stesso. Qui però non può esserci giustificazione pur meschina che sia perchè entrano in gioco la dignità della propria professione e della propria funzione.

    Se tutti abbiamo sentito l’aggettivo “monotono” e il sostantivo “noia” a proposito del lavoro a tempo indeterminato, anzi e più precisamente del “posto fisso”, tutti abbiamo anche sentito il termine “pernicioso” a proposito di una applicazione ideologica dell’art.18 e i più …fini di udito ( e magari meno intenti a osservare il taglio dei capelli o il colore della cravatta del Primo Ministro) hanno anche sentito che l’elogio del cambio di lavoro nel tempo determinato veniva proiettato in una realtà avvenire dove fossero garantite e concrete le basi per scelta.

    E allora. Cerchiamo, tutti, di affrontare seriamente e drammaticamente questo problema essenziale che è posto costiuzionalmente a fondamento della nostra convivenza civile nella Repubblica Italiana: Ognuno nella propria responsabilità e nel rispetto altrui.

    Gli effetti destabilizzanti e di insicurezza sociale e di inaffidabilità imprenditoriale, estera come nostrana, del cosiddetto dualismo dei contratti di lavoro devono essere rimossi non con un imbastardamento dei due ma con un attento e rigoroso regolamento legislativo del lavoro precario, dotandolo cioè di garanzie retributive e di diritti tassativamente unici e di base, uno statuto cioè del lavoro a tempo determinato, il solo mezzo per la “deforestazione ” dei 46 tipi di contratti precari esistenti.

    Al lavoro giuslavoristi, sindacati, politici di vocazione-lavoratori e cittadini compresi- senza esibizionismi ma con responsabile protagonismo.!

    Un affettuoso saluto a Teresa.

    Franco

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