C’è neve e neve

Foto di Paola Gospodnetich

 

La neve non è tutta uguale. Lo sappiamo tutti. C’è quella bella, che noi corriamo a fotografare, uscendo allegri e ben calzati dalle nostre calde case. C’è quella maledetta che imprigiona gli automobilisti sulle strade e che rivela ancor più maledetti coloro che dovevano provvedere a pulirle, quelle strade.  Quella spietata che gela le rotaie e mette ko quegli orgogliosi treni con quei tartassati pendolari. C’è la neve  pesante che, così soffice e ingannevole, butta giù gli alberi, specialmente i pini di Roma, che sono pini marittimi. C’è la neve allegra dei ragazzi, bimbi o tornati bambini, che corrono a fare pupazzi o scivolarella o battaglia di palle al Circo Massimo o dappertutto.

C’è anche una neve antica che  mi è tornata in mente. Del resto, qui a Roma non si fa altro che ricordare le altre  nevicate, diventate storia . Anche allora  disagi e allegria.

Anche se ricordare, per i vecchi, è un ripasso della loro lezione di vita, ci sono dei ricordi che devono essere raccontati. Sono quelli che possono aiutare a capire il passato. Per questo credo di dover parlare della neve nemica dei nostri anni di guerra.

Per me c’è stata la neve faticosa, che mi frenava la bicicletta e mi faceva sudare nei miei tanti chilometri di staffetta. Un bel po’ lontana, nelle grandi pianure russe, c’era la neve   tragica e infinita raccontata da Rigoni Stern nel suo “sergente”. Tanta  neve in quegli anni, su tutti i fronti e anche nei campi di prigionia e di sterminio.

Ad Auschwitz le sorelle Bucci ci hanno raccontato che in quegli spiazzi coperti di neve, loro bambini destinati alle curiosità del dottor Menghele, nonostante il gelo e la fame avevano la forza di giocare  con la neve,  più che altro a  lanciarsela addosso a palle o a farci le impronte.

Una neve buona e poi cattiva è stata quella di Mimma. Mimma, ragazza partigiana, prigioniera dei tedeschi a Ciano, di notte si infila nel finestrino del bagno e scivola giù, due piani, aggrappata alla grondaia, e sotto, la neve soffice e silenziosa, la raccoglie ancora tutta intera. Poi, quella stessa neve, diventa cattiva e traditrice. Mimma ha perso le ciabatte, i piedi non lo sentono il freddo, ma lasciano impronte. Un tracciato di impronte. Non basta. Nella neve ci sono le gocce di sangue. Sono le mani che ora sanguinano, scorticate dalla grondaia gelata e sconnessa. Eppure nella notte bianca anche di luna, c’è il miracolo. Sono i contadini pietosi e amici, che accolgono, nascondono rivestono e confortano. Ma i piedi congelati per raggiungere la zona partigiana non possono farcela.  Mimma è messa su un cavallo, ma c’è sempre sotto gli zoccoli,  la neve ghiacciata e scivolosa,  una minaccia e una scommessa   per quella avventura.

Neve buona, provvidenziale forse, è stata quella di Laila. In missione tra un distaccamento e l’altro si era fatto buio nel bosco. La neve attutisce i rumori, ma non abbastanza. Lei avverte dei passi. Nemici o amici non lo sa. Non può rischiare. Si rotola un po’ sotto, sprofonda in quella neve, ma non abbastanza. Per diventare invisibile se ne copre a manciate, finché ne è sepolta, fiato sospeso, finché quei passi scompaiono.

Altra neve. In quei due inverni, in Emilia, pianura o montagna, ne è caduta a valanga, per mesi.  Era novembre, alla battaglia di Monte Caio, rabbioso rastrellamento tedesco prima dell’inverno, anche se l’inverno è più che arrivato. Battaglia quasi disperata per le armi impari e per la diseguaglianza dei numeri. Bisogna riuscire a fermarli e poi sganciarsi. Bene la tattica, grande il coraggio o la disperazione. Alla fine il distaccamento si ritrova in salvo dall’altra parte della vallata. Ma il comandante Fifa non si trova. Scomparso. Lo si ritrova in primavera, quando la neve che l’ha sepolto si dissolve in acqua. Era soltanto ferito a un braccio. Non si sa come vi sia finito in quell’avvallamento. Forse in quella neve c’è scivolato o vi si è rifugiato. Forse era già svenuto o è svenuto dopo, mezzo dissanguato, mezzo assiderato. Sotto quella neve indifferente e nemica, divenuta bara, è finita la giovinezza di quel ragazzo.

Mimma si chiamava Francesca Del Rio. Laila era Annita Malavasi. Fifa si chiamava Gianbattista Trolli. All’epoca tutti avevano poco più di vent’anni.

 

Un pensiero su “C’è neve e neve

  1. Grande Teresa!
    Hai dato vita e senso alla paola “neve”, quando quella di questa Roma risuona di tutt’altre voci.
    Laila e il comandante “Fifa” mi sono riapparsi nella mente e nel cuore grazie alle meravigliose pagg.188,89,90 della tua Storia.
    Ma è tanto difficile per i Romani parlare e comportarsi nella vita come la storia deve pur aver loro insegnato ?
    Non arrendiamoci davanti al consumismo imperante che ha travolto il senso delle parole e chiama “mercato” il mondo del lavoro, “missione di pace” una invasione territoriale, “privilegio” una sacrosanta tutela.
    Diciamo, con le parole cui tu sai dar senso e vita, che è il lavoro e null’altro ciò che nobilita l’uomo;senza distinzione di sesso,di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    Un grazie di cuore.
    Franco

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