Piccolo sguardo sui carcerati

Foto di Pek_

Lunedì scorso sono entrata nel carcere di Regina Coeli.  Motivazione:  gli autori presentano i loro libri.

Non mi sono sentita ne’ autore ne’ presentatrice. Ero una persona che incontrava altre persone. Però impatto stressante, mascherato con impegno.

Dentro, oltre all’ingresso – quella cupola rovesciata piena di corridoi a inferriate, tante volte ripresa da film e televisioni –  ho visto soltanto la biblioteca, ampia, con le bacheche chiuse e ben titolate. Infine, la saletta attigua destinata agli incontri.

Loro, sono venuti alla spicciolata, sorridenti e curiosi. L’accompagnatrice mi ha anticipato che qualcuno viene per incontrare amici altrimenti lontani di cella. Mi fa piacere offrire questa piccola occasione. In verità ne approfittano con discrezione, nelle file in fondo, molto sottovoce. E sono pochissimi.

Potevo presentare il libro o parlare di me? Sarebbe stato assurdo.  Avrei voluto sapere di loro, perché la domanda più istintiva è sempre la stessa: “come mai  siete qui, cosa avete fatto” . Non era il caso, non sarebbe stato giusto. Forse sarebbe stato come girare il coltello nella piaga.  Queste due o tre ore sono per queste persone un’occasione di evasione. Vorrei proprio che sentissero vere le parole della canzone “questa stanza non ha più pareti”, almeno per un po’. Guardiamo fuori, guardiamo la storia, vediamo se dalla storia possiamo trarre qualche motivo di speranza.

A intuito, con le poche frasi dette da qualcuno, ho cercato la strada del comunicare.  All’estroverso che dice di essere in attesa di giudizio, dispiaciuto della stupidaggine fatta per la prima volta. Al dinoccolato e un po’ astioso che lamenta il trattamento troppo duro e poco professionale. E al gruppetto che mi racconta dell’esperienza di teatro, rammaricato dell’assenza di un pubblico vero, perché qui si accede solo col permesso. Anche qui, come a Rebibbia e come si vede nel film dei Taviani, recitare è liberatorio, forse terapeutico.  Ho dinnanzi diversi volti di colore, sfumature varie. C’è un ragazzo molto giovane.

E’ stata una fatica, ma spero di avercela fatta. Raccontare la situazione di quegli anni di guerra, le nostre motivazioni, l’Italia che ne è scaturita, la bella Costituzione che ha parole tanto preziose anche per ognuno di loro, quel primo articolo sulle uguaglianze e i diritti, quello sulla pace, sulla giustizia, sul lavoro. Mentre parlavo li vedevo attenti, con accenni di condivisione, ma ero sempre dubbiosa, anche sulla comprensione dell’italiano. Con alcuni, in prima fila, un dialogo, quasi dibattito.  Alla fine, siccome l’editore ha regalato i libri, tutti hanno voluto le dediche. E’ stato il momento più toccante. La soddisfazione di sentire che avevano seguito, che l’italiano lo capivano tutti, anche l’originario della Nigeria e il giovane rumeno. Da quanti anni sono in Italia? E perché non hanno trovato la strada giusta?  Il pensiero mi correva ai pescecani della truffa, ai furbetti, ai grandi evasori così comodi e liberi, al massimo ai domiciliari nelle loro belle ville. La cosa più faticosa è stata scrivere quelle dediche, perché non mi va mai di limitarmi alle solite  parole incolori di circostanza. Mi serviva almeno un cenno sulla loro identità. Gli stranieri, per non farmi sbagliare, mi porgevano scritti in chiaro i loro difficili nomi .

Immagino che questi libri faranno parte di un piccolo patrimonio privato e che questa dedica personalizzata li renderà  più importanti.  Ho cercato di scrivere con calligrafia chiara, ma so di non esserci sempre riuscita. Non volevo farlo vedere, ma la mano seguiva a stento, per una vera  angoscia,  senso di  impotenza e  dubbio.

2 pensieri su “Piccolo sguardo sui carcerati

  1. Carissima Teresa, hai il dono di interpretare e realizzare, nella tua meravigliosa unione di cuore e mente, le pulsioni e le risposte che in questi travagliatissimi giorni si presentano e si intersecano nella ricerca di dare un significato concreto al nostro agire politico nella coerenza di valori coltivati fin dall’infanzia.
    In questi giorni di …quaresima e di… crisi, davanti a tanti conoscenti che manifestavano ansie e paure per le più varie paure agitate dalla propaganda mediatica ( furti nelle abitazioni, altalena dello spred, decurtazioni delle pensioni, delitti attribuiti agli immigrati, aumenti delle bollette, danni della siccità alla produzione agricola, etc. etc.), mi è venuto in mente di invitarli a riflettere sul rapporto quaresima-crisi alla luce delle mie reminiscenze dottrinali sulle opere di misericordia, corporale e spirituale sia da un punto di vista di credenti che di atei.
    E mentre attendevo e attendo la reazione ecco che mi rispondi tu con il tuo insegnamento e testimonianza di vita concreta. Visitare i carcerati.Insegnare agli ignoranti.Consolare gli afflitti .Sono parole e ricordi che hanno immediatamente preso corpo e coscienza nel leggerti.
    Grazie, sei meravigliosa. Buona Pasqua e tanta, tanta felicità.
    Franco

  2. E’ capitato anche a me, mesi fa, di entrare a Rebibbia. Il post mi ha fatto tornare alla mente quella esperienza. Andavamo a visitare un contact center interno, dove alcuni reclusi lavorano. Sono loro (un piccolo gruppo, comunque) che rispondono alle richieste di informazioni per alcuni gestori telefonici nazionali. L’idea sarebbe stata di lavorare anche con noi, ma per una serie di motivi non è stato possibile. L’area dove lavoravano era, invece, interno all’istituto. Ricordo bene la strana sensazione di inoltrarsi all’interno del carcere. Accompagnati dal direttore, incontravamo porta dopo porta addetti alla sicurezza ma anche operatori e volontari. E i carcerati erano perfettamente compresi della importanza del loro lavoro e tra i primi come rendimento tra tutti quelli del contact center nazionale. Il capoturno (anche io avrei voluto sapere cosa aveva fatto quel ragazzo per essere lì, tra i lungodegenti, come li chiamano) ci diceva che per loro è un posto molto ambito, ma non per il guadagno o altro, ma proprio per essere per alcune ore in contatto con il mondo esterno. Rebibbia, come ci ha descritto a lungo all’inizio della visita il cortese e professionalissimo direttore, è in realtà un carcere modello, progettato con criteri molto avanzati a suo tempo. Ma non è possibile non registrare anche la istintiva sensazione di liberazione che ho provato all’uscita …
    Bisognerebbe proprio riflettere sulla utilità e necessità della privazione della libertà.

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