Giovanna e Rosario

La festa per i 100 anni di Giovanna Marturano

Due amicizie: Giovanna Marturano e Rosario Bentivegna.

La prima per una gioia. L’altra  per un grande dolore.

Giovanna Marturano ha compiuto il 27 marzo scorso la bellezza di CENTO anni. Nella grande sala dei Congressi di Via dei Frentani addobbata a festa e gremita, lei ha parlato quasi a braccio, coi suoi fogli scritti in grande ma senza occhiali. Dopo altri interventi, caldi e azzeccati, il suo è stato il discorso più bello e più completo. Ha detto un po’ del suo passato, di chi l’ha accompagnata nel lungo cammino, perché non ci si dimentichi delle origini delle persone e degli ideali. E molto di più ha detto del presente, dei ragazzi e degli studenti, dei compagni di percorso, dei problemi di oggi.  Il tutto scolpito nella frase che compare anche nella locandina di invito. “Vivo ogni giorno come fosse un regalo. Alla mia età non voglio starmene ad aspettare la morte. Per me vivere significa lottare. E io voglio lottare fino all’ultimo minuto.”  Infatti ancora va nelle scuole, energica e trascinatrice, così piccola, scattante,  scansando il più possibile la sedia a rotelle, attenta a non perdersi le parole dei giovani e a raccogliere i loro scritti, disegni e fumetti.

Nella sua lunga vita c’è tutto. La storia d’Italia al completo, le due guerre, la marcia su Roma,  le leggi razziali e le persecuzioni, il carcere, l’esilio, il confino. Esilio e carcere per i fratelli e la madre,  l’isola di Ventotene dove ha sposato Pietro Grifone confinato, poi la Resistenza, che oggi ancora continua. Chi vuole leggerne, chieda il suo libro “Memorie di una famiglia comune” allo SPI CGIL che glielo ha ristampato. E sembra che abbia voglia di scrivere ancora, perché dice che c’è un seguito di cui lasciare memoria.

Al Centro sociale "Corto Circuito"

Invece Rosario se n’è andato poco prima dei suoi novanta anni.

In questi giorni se n’è molto parlato. In cronaca, purtroppo, mentre se ne sarebbe dovuto parlare in storia e cultura. Non voglio fermarmi alle accuse e alle polemiche assurde su via Rasella e le Fosse Ardeatine.  Se chi fa un’azione di guerra dovesse poi consegnarsi al nemico perché minacciato di ritorsioni sulla sua gente, le guerre finirebbero subito.  Non avrebbero nemmeno ragione d’essere. Sono le ritorsioni terroristiche sulla gente incolpevole che debbono essere  chiamate col loro vero nome, cioè, crimini, genocidio, assassinio.  Senza contare che non c’è mai stata una richiesta di consegna dei protagonisti.  In quel momento i tedeschi volevano terrorizzare e fermare il popolo romano che col suo stillicidio di azioni dimostrava di essere pronto a una vera insurrezione.

La mia amicizia con Rosario non è stata così stretta e privata come con Giovanna. Ci incontravamo alle riunioni e alle iniziative legate alla Resistenza. C’era simpatia e  sintonia tra noi, somiglianza  di pensieri, di polemiche e di passione.  All’ultima riunione, soltanto nel gennaio scorso, ha fatto un intervento brevissimo, per ricordare a tutti che a Roma, in quei mesi di occupazione, ci sono state  moltissime azioni di guerriglia, sabotaggi, assalti attentati dei quali non si parla, mentre si parla soltanto di via Rasella, Fosse Ardeatine e un po’  di Porta San Paolo. Come per ricordarci, ancora una volta, di tutti gli altri e le altre, cioè di non essere stato il solo protagonista di quella stagione armata, di non essere lui l’eroe.

La parola eroe lo irritava. Non per caso, per il suo ultimo recentissimo libro, ha scelto un titolo strano,  ma significativo: “Senza fare di necessità virtù”.  Lo leggerò con tristezza. Quella parola necessità, mi rimanda a tanti di noi che nel raccontare diciamo sempre che abbiamo fatto quel che si doveva fare, quello che era necessario fare. Necessario per tutti, per il paese, per donne e uomini piegati dalle sofferenze e con la morte sempre accanto e incombente.  Noi donne, poi, forse perché non abbiamo sparato o lo abbiamo fatto troppo poco, diciamo sempre che non abbiamo fatto nulla di speciale, o quasi nulla,  cioè  il necessario, cioè che abbiamo fatto solo quel che credevamo naturale e giusto.

Ecco, Rosario, nonostante quell’azione così bella e azzeccata militarmente, ci ha detto che ha fatto ciò che era necessario e non vuole vantarsene. Del resto non c’era solo lui, a via Rasella. C’era Carla Capponi, Franco Calamandrei, e tutti gli altri. Erano otto in tutto. E dopo via Rasella, Rosario, nome di battaglia “Paolo” combatte ancora, da Centocelle, Quarticciolo, Palestrina e addirittura  assieme agli alleati  su su verso il nord, per cacciare quegli invasori assassini.

Mi sono riletta quasi interamente il libro di Carla Capponi, che poi è stata sua moglie, dove c’è una buona parte, ma non tutta, di quella che è stata la resistenza antifascista a Roma, in quei nove, dieci mesi di occupazione. Il libro “Con cuore di donna” dovrebbe essere rilanciato e riletto. La cronaca di Via Rasella è vivissima ed emozionante. C’è anche  fotografata la pagina del Giornale d’Italia del 26 marzo, che si conclude con la frase rivelazione: “Quest’ordine è già stato eseguito”. Carla nel testo commenta quella parola.  L’ordine, non la sentenza. L’ordine militare, criminale, non sentenza che presuppone inchiesta, riflessione.

In quelle pagine c’è anche la foto di Rosario ventenne, ragazzo partigiano, riconoscibile nei tratti e nell’espressione intensa. Da grande, da libero, è diventato medico, medicina del lavoro, ricercatore, operatore generoso per il sindacato e l’Inca Cgil.  Sempre idealmente comunista, cioè per i diritti degli ultimi, contro le ingiustizie.

Carla già prima del 2000, data di uscita del libro che ha preceduto di poco la sua morte, lamentava il revisionismo e il negazionismo. Sono passati altri quattordici anni e mi sembra che tutto sia peggiorato. Abbiamo sentito lanciare a Rosario l’insulto di “assassino”.Abbiamo letto ancora le solite bugie, ripetute e ripetute fino a farle passare per  verità. Ne ha ben scritto il caro Alessandro Portelli nella sua inchiesta su quella così profonda distorsione del ricordo. Il libro, guarda caso, si intitola  “L’ordine è già stato eseguito”. Giustamente ha meritato il premio Strega.

In Italia non si è mai fatta un’azione culturale sulla storia, sul fascismo e l’antifascismo. Ci sarebbe troppo da dire. Riferisco invece ciò che mi ha raccontato qualche giorno fa, proprio nell’anniversario delle Fosse Ardeatine, il professor Antonio Parisella, direttore del Museo di Via Tasso.  Dice che a settembre arrivano in quelle stanze numerosi insegnanti tedeschi. Vengono a visionare e studiare i documenti, gli oggetti e i libri che raccontano quella stagione. Non sono tutti insegnanti di storia, ma anche di matematica o altro. Vengono a ricercare le fonti e le prove di quella storia del loro e del nostro Paese, perché il loro governo, datore di lavoro, li obbliga ad un serio, periodico e documentabile aggiornamento culturale su quei tempi.

Mi piacerebbe che il governo dei Professori facesse anche da noi un’operazione culturale di questo tipo.  Andando nelle scuole troviamo per fortuna molti insegnanti volonterosi e desiderosi di sapere quella storia che nessuno ha insegnato loro. Qualcosa rimediamo noi. In molte province del nord lo fanno gli Istoreco.  Ci vorrebbe qualcosa di più, di sistematico e generalizzato.

E vero che anche in Germania ci sono gruppi di fanatici neonazisti.  A Berlino però, – andatelo a vedere – c’è un grande e bellissimo Museo dell’olocausto e della cultura ebraica, che è un bell’argine contro il razzismo. E non mi risulta che lì  abbiano casi simili ai nostri, dove  gente che ricopre incarichi istituzionali o che è stata ministro, ha un così basso livello di conoscenza storica  e un così alto livello di livore e odio.

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