Per la classe terza I della scuola Media Toscanini di via Valtellina in Roma

Intervista a domande

Durante il lavoro di staffetta avevi paura?

Qualche volta. Quando mi imbattevo in un posto di blocco e avevo documenti compromettenti. Me la sono sempre cavata con una risposta pronta e per il mio aspetto di ragazzina poco appariscente. Ho avuto veramente paura in montagna, estate 1944, durante un terribile rastrellamento tedesco. Nello spostarci da un monte all’altro sono capitata tra partigiani di altre brigate che non riconoscevano i nostri documenti e ci hanno scambiato per spie. Ero col comandante Marius, suo figlio un po’ più grande di me, e un altro ragazzo più giovane. Abbiamo rischiato di essere fucilati nella confusione e nel dolore di quel momento. Per fortuna, tra tutti quei partigiani c’era un ragazzo che mi ha riconosciuto, perchè ero stata io ad accompagnarlo in montagna. Così ci siamo chiariti e ci siamo uniti a quelle squadre in lunghe marce anche notturne, per sfuggire alla cattura e allo scontro. I tedeschi avevano automezzi e armi pesanti, erano tantissimi, e i partigiani avevano solo armi leggere e insufficienti.

Oltre alla libertà, quale era il tuo più grande sogno?

Io sognavo di diventare maestra. Mi mancavano due classi al diploma. Avrei voluto studiare ancora all’università, ma sapevo che sarebbe stato impossibile perchè la mia famiglia era troppo povera. Anch’io sognavo di poter vivere meglio, con case più confortevoli, con il diritto di conoscere il mondo e tutte le idee diverse, di vedere tutti i film che fino allora ci erano stati proibiti o di leggere i libri vietati. E ovviamente volevo che ci fosse lavoro per tutti e non più sfruttato.

Hai mai visto un tuo compagno morire?

Purtroppo un compagno l’ho visto morto. Dopo una azione sfortunata. Si chiamava Mario, nome di battaglia Folgore. Aveva una gamba di legno. Era rimasto ferito nella famosa battaglia di El Alamein in Africa. Raccolto mezzo morto dagli inglesi, salvato a prezzo di una gamba in meno. Tornato a casa con gli scambi della Croce Rossa, veniva a parlare con mio padre, schifato della guerra e del comportamento dei generali e comandanti fascisti. Era rimasto impressionato dal fatto che i soldati inglesi avevano un giornale murale dove criticavano i loro superiori, cosa che nell’esercito fascista avrebbe comportato la fucilazione. Volle essere partigiano, e fece molte azioni in tutti i paesi della nostra zona, allegro e coraggioso. E’ stato il primo morto che vedevo, e mi ha impressionato quanto fosse diverso, senza il sorriso, senza lo sguardo vivissimo. Gli abbiamo fatto un grande funerale con tantissima gente. Dopo la funzione un partigiano ha gridato “Folgore sarai vendicato! Morte al fascismo! Viva la libertà”. Era a volto scoperto, c’erano militi fascisti e qualche tedesco, ma ha potuto scavalcare il muro del cimitero, fuggire, e sebbene fosse conosciuto, ha potuto continuare fino alla fine il suo impegno di combattente.

La tua famiglia era d’accordo sul tuo lavoro di staffetta?

Sì, la mia famiglia era tutta nella Resistenza. Mio padre era antifascista fin dal 1922, era stato perseguitato, incarcerato e gli avevano tolto un lavoro da dipendente del consorzio di irrigazione. Era nel comitato di liberazione, il CLN, e dirigeva le squadre combattenti in pianura. Non vi ho detto che eravamo in provincia di Reggio Emilia. La nostra zona andava dalla via Emilia fino alle montagne dell’appennino dove c’era il fronte, la cosiddetta Linea Gotica. All’inizio mio padre e mia madre non volevano che mi prendessi quegli incarichi pericolosi, perchè avevo soltanto sedici anni e mezzo. Poi, siccome c’era bisogno e c’era entusiasmo, ho cominciato in bicicletta ad andare di qua e di là, accompagnare persone, portare ordini, raccogliere vestiti e viveri e qualche volta a fare da sponda ai ragazzi per l’assalto a una caserma o per impedire ai tedeschi di portar via il bestiame o il formaggio depositato nei magazzini. Anche mio fratello che aveva 12 anni, aiutava . Altrettanto mia madre. Anche altri parenti e familiari, appoggiavano le nostre azioni.

Hai mai combattuto in uno scontro a fuoco?

No, perchè in pianura si facevano soprattutto sabotaggi e assalti di sorpresa. Noi staffette tenevamo i collegamenti o portavamo gli ordini, e aiutavamo dopo, se c’era qualcuno da soccorrere o da nascondere. In campagna non c’era nemmeno bisogno di far portare a noi donne le armi o il bottino, cioè di metterci ancor più in pericolo. C’era molta fantasia per i trasporti. Tutto era utile, un carro di fieno o di fascine, un cassone con delle botti, un carretto con l’erba. Qualcuna delle mie amiche in montagna ha dovuto usare le armi in uno scontro, superando la paura e la incompetenza. Una ragazza è anche morta, perchè passando da un gruppo ad un altro per scambiare gli ordini tra i comandanti , nel tornare si è trovata in mezzo alla sparatoria e non si sa nemmeno da chi è stata colpita.

Come erano vestiti i partigiani?

Andavano in montagna coi poveri vestiti che avevano. Con l’inverno e la tanta neve, il problema dei vestiti e delle scarpe diventava molto serio. Anche perchè dovevano accamparsi o fermarsi in luoghi di fortuna, nelle piccole e fredde scuole di montagna ma soprattutto nelle stalle, nei fienili, nei ricoveri delle pecore o nelle carbonaie. Noi dalla pianura abbiamo raccolto di tutto, ma non bastava mai. I partigiani approfittavano degli scontri per prendersi anche le divise tedesche o dei brigatisti. Ad un certo punto anche gli alleati hanno paracadutato vestiario e divise inglesi. Quando dovevano spostarsi o combattere nella neve, bisognava avere delle tute bianche, che erano poche, oppure si rimediava adattando lenzuola regalate dalle donne. Alle donne partigiane in montagna era stato ordinato di non mettersi i pantaloni, perchè sarebbero sembrate poco serie. Ma quasi nessuna ha ubbidito, sia per il freddo, sia perchè rischiavano la vita e il problema della maldicenza era per loro l’ultima preoccupazione. Io anche in montagna portavo la gonna per il semplice motivo che non avevo nessun pantalone.

Avevi amici ebrei?

No, nemmeno conoscenti. In paese c’era una villa abbandonata dove mi è stato detto che i padroni erano andati via perchè non credevano in Cristo. Certamente erano ebrei catturati o fuggiti, ma all’epoca non l’ho capito. Anche dei campi di sterminio non sapevamo nulla. Anche radio Londra, che qualche fortunato ascoltava di nascosto, pare che non ne abbia mai parlato.

Avevi dei familiari di cui non ricevevi notizie?

Sì, avevo un cugino figlio di una zia di Parma, che era prigioniero dei tedeschi, uno di quei soldati che pur di non combattere coi nazisti, soffriva tra i cosiddetti internati. Ci risultava soltanto che in quella prigionia, tutti avevano molta fame. Mia madre spediva per lui a quel misterioso indirizzo delle pagnotte biscottate di pane e del burro sigillato in scatola. Non abbiamo mai saputo se gli sono arrivati. E’ riuscito a tornare a casa, scavato e allucinato. Non credo che nell’emozione del ritorno gli sia stato chiesto di quei pacchi.

Se potessi tornare indietro rifaresti le stesse scelte?

Credo proprio di sì. Anche perchè ci è sembrato logico e naturale farlo. Volevamo far finire la guerra con tutte quelle sofferenze, fame, paura bombardamenti, morti. Era naturale pensare che da tutto quel dolore e disastro dovesse nascere qualcosa di nuovo, buono e migliore. Cioè la libertà, la giustizia, e che nessuno umiliasse più la povera gente e la sfruttasse senza nessuna regola, che non si andasse più in prigione per un volantino o una barzelletta, che si potessero leggere tutti libri che si voleva, che le donne fossero trattate meglio e non come esseri inferiori, che tutti potessero andare a scuola e che chi voleva e “aveva la testa buona” potesse studiare fino ai gradi più alti, che ci fosse lavoro per tutti. Che poi sono le stesse cose che ancora vogliamo adesso, con la differenza che c’è la nostra legge più importante, la Costituzione, che queste cose ce le assicura, ma che ancora nella realtà le abbiamo solo in parte oppure rischiamo di perderle, se non stiamo attenti e se non continuiamo a sorvegliare e a lottare. Insomma, bisogna essere ancora partigiani.

Un pensiero su “Per la classe terza I della scuola Media Toscanini di via Valtellina in Roma

  1. Ho letto tutte le sue “parole” e mi sembrava di sentirla parlare in classe, la nostra classe di tanti anni fa. Quando io ero una bambina che non ascoltava come avrebbe dovuto. Ma non è mai troppo tardi. La seguo sempre perché lei sarà sempre la mia amata maestra.
    Con affetto, Liliana Pesoli
    scuola Don Paolo Albera

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