Fiori e lumini

In questi giorni si comprano e vendono  fiori e lumini un po’ dappertutto. Ci si ricorda di chi non c’è più.  Un giorno all’anno? Credo proprio di no. Voglio credere che siano  una minoranza  quelli che si adagiano  formalmente ad una tradizione.

Ci sono tanti modi di ricordare chi ci ha lasciato. Quelli migliori sono nascosti nel silenzio.  Per me è un pensiero che mi viene ogni volta che succede qualcosa di bello, in famiglia nella società o nel mondo. Ecco, questa gioia, questa soddisfazione, lui se l’è persa. La mancanza è il non esserci più. Non esserci quando un figlio si sposa, quando una nuora si laurea, quando nasce una bimba e poi altri  due bimbi, quando loro crescono e vanno a scuola. Per fortuna o per inconscia scelta, lo stesso pensiero non mi viene mai quando ci sono problemi da affrontare, quando ci sono pericoli o dolori. La perdita è perdere il buono della vita. Nell’al di là i pesi non devono arrivare, non è giusto che ci arrivino.

Da una infinità di anni io sono tra quelli che al cimitero non vanno. Almeno nel giorno stabilito. Eppure qualcosa di buono c’è anche in questa tradizione. Non so se è ancora così, ma  rivedo la folla al cimitero del mio paese, tra quelle strutture inevitabilmente brutte nonostante l’infiorata, che si ritrovano  in zone precise, in angoli precisi.  Saluti, abbracci, meraviglie per i nuovi arrivi di spose o bambini. Un po’ di tristezza per i segni degli anni, per una schiena curva, un bastone o una carrozzella. Si  riannodando i fili delle parentele andati a sfilacciarsi per strade e luoghi lontani o anche per dimenticanze e distrazioni.

Io da Claudio ci vado quando mi trovo a Reggio e prendo un taxi per quel cimiterino dal cancello sempre aperto. Non sarebbe necessario, ma anch’io mi sottometto ad un rituale, ad una formalità. Tra i tanti modi di ricordare una persona cara, io e miei figli ne abbiamo uno privilegiato. In questi giorni allungheremo i nostri percorsi verso strade che non ci sono abituali. Tra la via Prenestina e la Casilina, c’è un nuovo quartiere di grandi palazzoni, supermercati, teatro tenda, scuole superiori e  scuole dell’infanzia. Lì le strade hanno nomi belli: Sacco e Vanzetti, Giorgio Perlasca, Camillo Prampolini, Amos Zanibelli,  ed anche Claudio Truffi, sindacalista.  E’ un riconoscimento inaspettato, di cui abbiamo saputo con due anni di ritardo. Qualcuno, alla toponomastica romana, ha frugato tra le biografie e voleva un sindacalista. Ci ha fatto questo regalo.

Mi piacerebbe che tutte quelle persone , e saranno tante visti gli otto piani dei due palazzoni, cioè  tutti quelli che nei documenti, nella patente o in qualsiasi altro pezzo di carta si ritroveranno quel  nome nell’indirizzo, fossero curiosi di sapere chi era, cosa c’è dentro a quel nome. La qualifica sindacalista è solo un accenno, non dice nulla.

Per  questo mi è venuto il desiderio di mettere in rete almeno un estratto di quello che ho scritto per “Ricerche storiche”,  la rivista semestrale dell’ISTORECO di Reggio Emilia,  nel numero di aprile del 2006.

Chissà. Se qualcuno vorrà conoscere il percorso in vita di un uomo dolce, tenace e innovatore, potrà rinfrancarsi, nel vedere che è possibile essere diversi in positivo. Un sindacalista che non si è arricchito, che non ha sistemato i suoi figli , che hanno fatto tutto  da soli.   Un uomo che ha lasciato soltanto vivo  rimpianto e buoni ricordi.

Potete andare a leggere qui.

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