Lampi

Breve lampo nel buio

Nel nostro giardino è stato piantato un bellissimo ulivo, con tronco secolare e ciuffo giovane di fronde. Ci verrà fissata alla base una bella roccia con una targa con dedica alla memoria di Agostino Medelina, scomparso un anno fa, alla tenacia del quale si deve la ristrutturazione attuale del giardino. Agostino è stato una persona speciale. Classe 1922, prigioniero in Francia ha collaborato col Maquis, poi dirigente sindacale alla Fatme, sempre impegnato nel Pci, Ds e PD, nell’amministrazione del condominio,  attivo nel comitato di quartiere e promotore del comitato di gestione del giardino. Autodidatta come scrittore, in due libri ricordo, vivacissimo nel creare sonetti in italiano e in romanesco. Le sue rime ci rallegravano dalla bacheca davanti alla sezione e alla fermata dell’autobus.

Se ora abbiamo sotto casa questo bel giardino, alberato e attrezzato, lo dobbiamo in gran parte a lui, che ha saputo trascinare tutti noi di questi quattro palazzi nel reclamarlo e nel mantenerlo. Qui vengono nonni e bambini da tutti i dintorni. C’è sempre un bel sottofondo di voci allegre.

Nei giorni scorsi l’anziano signore che rasava i prati, sembrava uno scultore. Rasava l’erba alta risparmiando le zone più folte di margherite, girandogli  intorno con amore e attenzione. Per risultato abbiamo avuto un prato-giardino imprevedibile, poetico e surreale.

 

La montagna è sempre lì

La montagna è sempre lì, da scalare. Presidenza, economia e governo.

Raddoppiare Napolitano è stata salvezza. Ritornati alla casella di partenza.

Siamo ancora lì, con la montagna davanti, ma mezzo sepolti dai detriti, con i tentacoli grillini avvinghiati alle caviglie, sommersi dai detriti che noi stessi abbiamo fatto franare nella dissennata arrampicata. Abbiamo sbagliato il percorso, mancato i giusti appigli, scalciato e sprecato il fiato. Siamo pieni di lividi e ferite,  forse amputazioni.

Aspettiamo squadre di soccorso esterne?  I tecnici ormai non più. Ed anche i saggi, svaniti nella nebbia. Rimangono i giornalisti come categoria di esperti? Che paura, se pensiamo ai Santoro o ai Travaglio! E se qualcuno pensasse alle donne? Una bella squadra di soccorso al femminile, con Barbara Spinelli in testa, Nadia Urbinati, Margherita Hack  e Natalia Aspesi in mezzo.

Ma non c’è da sperare. Delle donne ci si dimentica sempre.

 Barbara_Spinelli_Napolitano

Le madri della Patria

Siamo vicini al 25 aprile. La data, come ha detto un ragazzo, di quando qualcuno ha liberato qualcosa.

Nei miei più frequenti incontri nelle scuole mi va di raccontare delle mie compagne più sfortunate. Quelle che non hanno voluto o potuto raccontare tutto. Quelle che sono state le “madri della patria” senza saperlo. Che dopo settanta anni, attutito il bruciore più intenso e senza più l’assurdità dell’antico pudore, si può tirar fuori dall’ombra.

Parlo delle torturate-violentate.

È risaputo che le donne hanno sempre fatto parte del bottino di guerra. Ma è venuto il momento di raccontare le prodezze dei bravi ragazzi di Salò. Quelli che stupravano Mimma a Ciano con “quei bastoni lì”, per insegnare ai timidi tedeschi come si fa “a far parlare anche i morti” – come diceva quell’Arduini diciannovenne. E Mimma, davvero mezzo morta, occhi chiusi, “non li volevo vedere”,  e  “non ho parlato… non ho mai parlato”. Lei è scappata e scampata.

 Scampata anche Tina, che dice “non si può raccontare, nessuno ti può credere”. E anche lei, sotto quel che non si può dire,  non ha mai parlato. Nel senso di denunciare, di fare la spia.

Scampata anche la nonna di Sara, che si è raccontata con nome e cognome, diciottenne, in tribunale, forse a porte chiuse. Immagine di braccia e gambe legate ai piedi del tavolo, povero corpo nudo, offerto ai cani tra gli sghignazzi e gli urli di un pubblico specializzando in tecniche di torture. Anche  lei “non ho parlato, non ho mai parlato”.

È più eroico quel tacere o la sventagliata di mitra dell’eroe che va all’assalto? Eroismo a confronto. Coraggio a confronto.

Da quell’eroismo, da quel silenzio, qualcuno ha liberato qualcosa.

Mimma taceva per suo padre. Morto per le botte dei primi squadristi. Per la miseria che ne è venuta.  Tina per i suoi congiunti fatti marcire per anni al confino e per il suo uomo in carcere per delitto di pensiero. La nonna di Sara non so, ma certo per i dolori della guerra, i bombardamenti, la povertà, le umiliazioni inflitte ai più deboli, ALLE  più deboli.

Quella è stata “la prima gioventù” della nostra Repubblica.

Madri della Patria, accanto a tutti gli altri, all’ombra di tutti gli altri.

 Entrata_dei_rifugi_di_Colleferro

Le grotte ritrovate

A Colleferro un gran teatro strapieno di ragazzi delle scuole medie. Sono a indirizzo musicale, quindi c’è una grande orchestra di giovanissimi: archi, fiati, tastiere percussioni. C’è tutto, e soprattutto la preparazione, la serietà e l’allegria. Ci deliziano con tre belle interpretazioni, ad interrompere e sottolineare i nostri racconti e discorsi.

Colleferro era proprio sulla famosa linea Gustav, quella tragica diagonale tra Cassino e Anzio, da Tirreno ad Adriatico. I ragazzi hanno indagato su quella realtà di guerra  e sono arrivati all’amore per la pace, da tentare di descrivere in rime, in poesie.  Ce le hanno donate, coloratissime, illustrate, insolite.

   Ermanno Detti ed io siamo andati lì,  perché  quei ragazzi –  che si sono proclamati “Lettori….resistenti” –  avevano  letto i nostri libri,  volevano conoscerci e dialogare. In più, a sorpresa,  abbiamo fatto una scoperta impressionante. La scoperta delle grotte.

Grotte e gallerie che erano cave di pozzolana quando nasceva il paese in mezzo alla campagna e attorno alla grande BPD, cioè Bomprini Parodi Delfino. Grotte che durante la guerra sono diventate una città sotterranea, con un migliaio di abitanti, in  lunghissima attesa, –  circa un anno, fino al 13 giugno 1944 – di poter uscire a riveder le stelle.  Lì sotto, in spazi recintati  fortunosamente, senza poter accendere fuochi, ha vissuto un paese intero. C’era  un emporio per il mercato a baratto, una chiesetta-cappella, una sala parto e qualche spazio di svago, persino per ballare. Nascite, matrimoni, battesimi. Lì si è creata una comunità  di sopravvivenza e di resistenza.

 A dimostrazione che l’inventiva, la solidarietà e l’organizzazione possono vincere su tutto, compresa la più enorme sciagura che è la guerra.

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