Lucia Sarzi e le altre

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Direte. Chi è questa Lucia Sarzi?

Nel film “I sette fratelli Cervi” era la splendida Lisa Gastoni che affiancava Gian Maria Volontè nella cospirazione e nella lotta in quel tragico 1943.

Nella vita era una ragazza ugualmente splendida, meno alta, ma forse più importante e decisiva, anche se meno intrigante. Di lei si scrive solo ora, a settant’anni di distanza, grazie a  più di un decennio di ricerche da parte di una studiosa, Laura Artioli. Aliberti editore, sponsor Istoreco , provincia di Reggio Emilia e Museo Cervi. Titolo : “Ma il mito sono io”, storia delle storie di Lucia Sarzi: il teatro, la Resistenza, la famiglia Cervi.

È lei stessa, per ironia o consapevolezza, che  si definisce con quelle parole. In realtà è stata una di quelle donne che sanno fare tante cose insieme, sanno essere molteplici e uniche nello stesso tempo.  Famiglia di girovaghi teatranti, già burattinai, poverissimi e intraprendenti e a loro modo colti, coraggiosi e solidali. In quelle pianure contadine a cavallo del Po, tra Mantova, Parma e Reggio Emilia, Lucia assorbe conoscenze e saperi, legge di tutto e non solo copioni, recita fin da subito, sente attorno la miseria, sente le ingiustizie, aggiunge enfasi e frasi ad effetto. Se il dramma prevede un potente, se la storia racconta una ingiustizia, ci deve essere quel tanto che aiuti a capire il presente e tiri fuori la rabbia e  la voglia di ribellione. La famiglia e il fratello non sono estranei, ma è lei che cerca e tiene i contatti coi dirigenti comunisti e  girovagando con quel baraccone tanto precario e sconnesso, tesse tutta una rete di giovani, di donne e di  ragazze. Non ha bisogno di direttive e di istruzioni. E’ lei che sparge emozioni e raccoglie adesioni, intuisce e rischia, di fatto è lei che dirige tutto un fermento, una grande semina. E’ lei che dopo gli spettacoli trattiene gruppi  a discutere teorie e a incanalare malumori. Dopo, girovagando  anche da sola in bicicletta, mantiene i contatti, stabilisce connessioni. Tutto questo fin dal 1941, cioè molto prima dell’incontro con i Cervi.

Il mio amico Pino Ferrari racconta come è nato l’antifascismo nel suo paese, poco distante dal mio. Io andavo ancora alle magistrali inferiori, poco più che bambina. Dice Pino: “ Nel 1941 il teatrino dei Sarzi si stanziò a Cavriago, in piazza San Nicolò e qui avvenne il primo contatto con Lucia Sarzi, la giovane e brava ragazza, che giovanissima, parlava a questi giovani compagni. Parlava di marxismo, di materialismo storico, di socialismo, come una vecchia militante”. Lei stessa racconta: “Finito lo spettacolo ci si riuniva sul palcoscenico del teatro e con una copia del Capitale cercavamo di capire quello che era sentito istintivamente, la sacralità del lavoro, che deve essere libero da ogni sfruttamento”.

La immagino nelle sue trasformazioni. Prima incanta dal palcoscenico, commuove, esalta. E’ la forza della cultura, o se volete dell’arte, anche del suo fascino e della sua bellezza, che lei trasforma in coraggio di lotta, in legami, e in solidarietà.

Non meraviglia che  con quei tanti fratelli Cervi si sia creata una intesa particolare. Loro che avevano creato una biblioteca e amavano i libri, lei che quelle parole dei libri tramutava in emozione. Simili anche nelle stranezze. Lei e quei teatranti vagabondi e diversi, mal combinati e malnutriti, ricchi di colori e lustrini solo sulla scena. I Cervi  così unici, con quel trattore e quei livellamenti incredibili, con quel coraggio di essere affittuari. Che quando tutti sette, dal più piccolo al più grande, piombavano nelle sale da ballo creavano scompiglio e allegria, sparigliavano tutto quanto. A loro modo erano una forza. Anarchici, imprevedibili. Come Lucia lo era dal suo palcoscenico.

Quando c’è l’assalto a casa Cervi, con l’incendio va a fuoco anche il carro di Trespi dei Sarzi con tutte le scene e i preziosi costumi. Lucia si salva perché è a Parma, ammalata di influenza, a casa dei compagni Polizzi, dalla sua amica Mirka. Il dolore non basta a fermare né lei né nessuno. Semmai l’indignazione raddoppia. Tutto è più duro, più difficile.  Lucia è anche carcerata, ma nel vagabondare, dalla scena alla  verità,  lei che sosteneva gli altri,  ha accettato  un legame d’amore che le durerà tutta la vita, quella poca che le è stata data.

Non si è mai vantata di nulla. Ha raccontato pochissimo di se. E’ stata quasi dimenticata. Papà Cervi la cita appena. Nei ricordi dei partigiani reggiani, soltanto Pino, come ho detto, ne parla. Lei se ne va prematuramente.  Fa appena in tempo ad approvare il progetto del film, non le importa che vi  si adombri un amore con Aldo Cervi. Che importanza  può avere. L’importante che si faccia il film, che si conosca quella storia. E’ il 1968, regista Gianni Puccini, aiuto regista Gianni Amelio. Lei diventa Lisa Gastoni. Gli altri, oltre a Volonté,  sono Carla Gravina, Riccardo Cucciolla, Don Baky, Andrea Checchi, Serge Reggiani, Elsa Albani, Renzo Montagnani, Lino Lavagetto, Duilio Del Prete, Gabriella Pallotta, Oleg Jakov.

Il film sarebbe da rivedere. Basta chiederlo al Museo Cervi, Gattatico, Reggio Emilia.

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Le altre di allora

Le altre sono quelle accanto a lei, la madre e la sorella  piccola, le donne dei Cervi, la madre e anche quella moglie non moglie di Aldo, la Verina, che non ha il certificato – altra stranezza  di quella famiglia ai campi rossi – ma che ha rispetto e ruolo di moglie vera.

E tutte quelle che Lucia ha convinto e rastrellato tra quelle  campagne e quelle povertà,  che sono diventate staffette o combattenti, riconosciute o meno, ma che hanno fatto, gratis come lei,  la loro parte.

Le altre di oggi

Settanta anni dopo dove siamo, noi donne di oggi?

Grandi passi e grandi abissi. Donne che emergono per eccellenza, come Fabiola Giannotti  con la sua Particella di Dio, la Christine Lagarde al Fondo Monetario Internazionale, la Janet Yellen che avrà la Federal Reserve americana, la Angela Merkel di Germania, la Aung San Suu Kyi in Birmania, la Dilma Roussef in Brasile, e tutte le altre, anche nel cosiddetto terzo mondo che emergono sopra il tetto di cristallo.

Ci metto anche quella meravigliosa quarantenne canadese, Barbara Hannigan che ho ammirata ier l’altro all’Auditorium di Roma. Una soprano, che oltre alla voce d’eccellenza, è direttore d’orchestra. Fa le due cose insieme. Mi chiedevo come fosse possibile. Anche lei, come in piccolo molte donne sanno fare, riesce ad essere l’una e l’altra. Canta da soprano e il suo gestire emozionale che accompagna la voce diventa guida per l’orchestra, come cosa normale. Il gesto di significato diventa gesto di comando, il sentimento che diventa bussola.  Quanto sarebbe bello che in tante altre cose, specie della nostra vita pubblica, potesse realizzarsi una così vitale simbiosi.

Se l’avessero raccontato a Lucia, o a tutte noi che settanta anni fa speravamo nel futuro, non ci avremmo creduto. O ci sarebbe venuto il batticuore. Come si può oggi,  sostenere che le donne sono inferiori?  Eppure ci sono gli abissi.

La libertà e la dignità non sempre vanno di pari passo. La libertà che a Lucia e a noi è costata spesso anche riprovazione e disprezzo, può essere la strada per la morte della dignità. La libertà di usare il proprio corpo come merce in vendita, non è emancipazione. È degrado, è  abisso. Non c’è bisogno di moralismi o di anatemi. Ci vorrebbe più amore per se stesse, più sguardi sul mondo, sulle bellezze, sul sapere e sugli altri. Ci vorrebbe una rinascita morale che vedo, oggi, molto lontana.

Eppure c’è un mondo diverso, un mondo femminile ancora in ombra , che è  di eccellenza.

Le altre di oggi, sono anche le mie amiche.

Ne ho raccolte molte, le più vicine, e mentre le guardavo, vedevo le loro luci. Quelle che non si riposano dopo la stagione del lavoro e fanno volontariato alle arance o stelle di natale o uova di pasqua e corrono anche  in ospedale, senza dimenticare nipoti figli e nuore; quelle che insegnano ai piccoli e quelle che insegnano ai grandi e non si fermano alle materie scolastiche; quelle già laureate e quelle no; le giovani che studiano anche il cinese, fanno biologia e biotecnologie, o  vanno alla facoltà  di  matematica; quelle che scrivono sui giornali e quelle che fanno documentari di pregio; quelle che ci guidano nel comprendere e amare le opere d’arte e la storia dei nostri mondi; quelle che curano difendono e progettano i nostri beni culturali e organizzano mostre d’arte e incontri ;  chi combatte in ufficio perché il pubblico funzioni e si arrabbiano per le  inefficienze e le mascalzonate. Tutte  fanno insieme molte cose per se, per la famiglia . Sanno gestire l’ insieme, pensano, si appassionano, si indignano, leggono, vanno a teatro e al cinema, sfilano alle manifestazioni e sostengono associazioni culturali o di lotta.   E  nonostante tutto curano anche se stesse, a ginnastica o dal parrucchiere.

Mi appaiono l’esercito della dignità, la riserva morale, la parte buona e rispettabile del nostro popolo.

Grazie, amiche e compagne mie.

2 pensieri su “Lucia Sarzi e le altre

  1. Grazie Teresa,
    ancora una volta hai saputo parlare al cuore e alla mente.
    Io piango pochissimo, ma quando leggo o parlo dei Cervi la commozione riesce sempre a sopraffarmi. Questo film, che ho visto più volte, è una bomba di emozioni.
    E Lucia Sarzi è (non riesco a scrivere era) una personalità di grande spessore, che commuove e fa pensare insieme.
    Mi piace anche come riesci sempre a sottolineare la straordinaria l’importanza della vita “normale” delle donne che ti circondano. La loro capacità di fare tante cose insieme: una caratteristica tutta femminile.
    Grazie anche a tuo figlio, perché credo si sia occupato lui della pubblicazione delle mie note sul carcere nel blog.
    Un abbraccio.

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