La bellezza è un brand?

La Tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli

La Tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli

 

Vorrei poter polemizzare con un giovane docente dell’università di Napoli  che, col titolo “La Gioconda non è un brand”, scrive una relazione ad un convegno CGIL dei lavoratori della conoscenza, sostenendo che il patrimonio artistico e ambientale è bene pubblico.

Su questo concordo anch’io, ricordando il bellissimo articolo della nostra Costituzione che ne afferma il valore e ne impone la tutela. Anzi, il concetto dovrebbe essere ovvio.

I problemi sorgono quando si passa  al tema di come rendere fruibile  questo bene. Un patrimonio nascosto o inaccessibile, anche se proclamato pubblico, è come se non esistesse. E’ annullato, cancellato.

Ecco perché non concordo con le critiche eccessive e ideologiche sulla mercificazione dei beni culturali e ambientali  che in parte avanza anche questo studioso.   Lamenta che tutto diventa merce, tutto diventa “brand”.

Ho appena potuto godere della bellezza delle Alpi trentine, Val di Fassa, Val di Fiemme. E non solo dal basso delle valli, dove corrono le statali e  fiumi, ma anche dall’alto dove arrivano le funivie e dove  soltanto in pochi, giovani e allenati, avrebbero potuto arrivare a piedi. Quel bene pubblico fatto di rocce, di colori, di radure e di silenzi è diventato accessibile a quasi tutti, grassi o magri, ragazzini o vecchi. Proprio grazie a quelle funivie e a quegli impianti contro cui ho sentito negli anni tuonare molte anime belle di ambientalisti più o meno sinceri.

Le esagerazioni non vanno bene. Gli interventi debbono essere studiati con amore e resi meno invasivi possibile. I costi per il pubblico contenuti e onesti in modo che il maggior numero di “pubblico”  possa sentirsi davvero possessore di quel bene.

Diverso il discorso della speculazione devastante. Le dolci vallate della toscana prese di mira  dai palazzinari che ne farebbero un bene privato, vanno difese con le unghie e coi denti. Mi piace Boccelli che vi porta la musica senza insediare strutture fisse, perché quel bene comune possa essere goduto anche con l’emozione del suono accanto all’emozione dei profili e dei tramonti.

Che  tutto ciò abbia anche un aspetto economico, di mercato, di costi,  è  inevitabile  e può essere criticato. Tutto sta nella misura o nei correttivi.

Per i beni ambientali occorre che la gente si muova, che vada sui posti, che cammini o salga in funivia o vada in barca.

Per i beni artistici e archeologici è quasi la stessa cosa, con qualche variante.

Da poco il ministro dei beni culturali ha introdotto delle novità. Anche qui c’è sempre il dilemma se fare pagare o non pagare e quanto far pagare.  Negli anni sessanta, quando sono venuta a Roma, si poteva entrare al Colosseo liberamente. Non c’era quasi nessuno.  Da quando è stato necessario pagare il biglietto si sono viste le code.  Per la Cappella Sistina il Vaticano  mette un costo abbastanza alto e non prevede sconti per categorie o età. Tuttavia  ci sono  sempre code lunghissime.  Offre però un giorno al mese di entrata gratuita.

Ha fatto bene Franceschini a prendere questo esempio per i musei. Ha anche tolto l’entrata gratuita per gli anziani, cosa abbastanza contestata.  Ha  aggiunto le aperture serali, che facilitano e attirano.

Si può scandalizzarsi di coloro che chiedono che di questi beni se ne faccia un buon uso anche economico? Che si valorizzino meglio? Che  portino un giusto incremento alla economia?

Tutto sta a equilibrare il marketing con la conoscenza.

Un Mosè a San Pietro in Vincoli o un Galata morente al Campidoglio devono anche essere compresi e collocati nel loro tempo. Non basta poterli vedere, bisogna anche  saperli leggere, ascoltare il messaggio che ci portano, cogliere l’idea che li ha generati.  Sebbene  anche la sola emozione visiva  è pur sempre un arricchimento, una educazione alla bellezza.

Perciò  è giustissimo fare dei nostri beni artistici e ambientali  un “bene” comune non nascosto, non esclusivo. Quindi  con un valore anche economico.  Che si deve  però accompagnare   alla conoscenza, alla alfabetizzazione artistica, alla storicizzazione dei luoghi archeologici e architettonici.

Ho già scritto della necessaria didattica dei beni culturali. Una didattica che parta dalla storia dell’arte insegnata di più e meglio nelle scuole, che valorizzi e arricchisca la competenza degli operatori e guide turistiche, che controlli il  contenuto delle varie guide sia audio  che scritte, che valorizzi o promuova la funzione integrativa  delle varie associazioni o circoli culturali. Senza demonizzare il marketing, visto che occorrono mezzi adeguati  per assicurare la custodia e il restauro e per migliorare la promozione pubblicitaria in Italia e all’estero. Credo che si dovrebbe anche far pagare per i Caravaggio a Santa Maria del Popolo o a San Luigi dei Francesi, o per Michelangelo a San Pietro in Vincoli. O almeno ricordare che in molti posti meravigliosi si può andare gratis.

Una recente polemica su Repubblica in due paginate parlava dei tanti musei romani poco valorizzati. Ne dimenticava tantissimi altri, come la Cripta Balbi, il  Palazzo Altemps, il parco delle tombe di Via Latina, il Mausoleo di Costanza, il museo di Villa dei Quintili, il Chiostro del Bramante, l’intera via Appia antica, i vari edifici museali di Villa Torlonia e di Villa Borghese. E tanti altri che nemmeno io conosco.  Senza contare i numerosissimi  tesori sparsi persino  in paesini microscopici, come quel Montefalcone Appennino nelle Marche, arroccato, minuscolo e armonioso, che ha un piccolo museo con una straordinario trittico del Crivelli  e una ricca raccolta di fossili  tratti da quelle sue stesse rocce.

E’ vero. E’ giusto proclamare che l’acqua è un bene comune, ma perché lo sia di fatto bisogna che arrivi alle persone. Il patrimonio artistico culturale e ambientale per essere bene comune deve essere portato ai cittadini e all’umanità intera. L’aspetto  economico o mercantile necessario a farlo arrivare a tutti  è come la rete idrica che fa trasporto tutelando e conservando. Tanto meglio se può anche aggiungere una educazione all’uso, al godimento,  cioè  al possesso.

 

Un pensiero su “La bellezza è un brand?

  1. Cara Teresa,
    concordo con quanto hai scritto, ma ho qualche dubbio sulla decisione di Franceschini relativa ai biglietti di ingresso ai Musei per i pensionati.
    Ho letto tempo fa sull’Unità una lettera di Carla Cantone, Segretaria dello SPI CGIL che mi sembra condivisibile. Un caro saluto.

    Caro Ministro,
    ho letto della Sua intenzione di riorganizzare il piano tariffario dei musei e di far pagare dal 1° luglio l’ingresso anche ai pensionati, che finora erano esonerati.
    Leggo i dati forniti dal suo Ministero – più di un terzo dei visitatori non paga il biglietto – e capisco le sue ragioni.
    L’arte e la cultura sono il nostro petrolio. Che il governo italiano lo abbia finalmente capito e abbia deciso di mettere a frutto l’immenso patrimonio artistico di cui siamo in possesso è davvero una buona notizia.
    Trovo ragionevole l’idea che il pensionato giapponese o americano che viene in visita nel nostro paese paghi per entrare in un museo. Così come è giusto che ai giovani sia data invece la possibilità di farlo gratuitamente. Ci mancherebbe.
    Mi si permetta però di esprimere più di qualche dubbio sulla decisione di far pagare il biglietto per intero a tutti i pensionati.
    I pensionati non sono tutti uguali. Quanti milioni di anziani e di pensionati vivono con 500 euro al mese e quanti quelli che non arrivano a mille euro? Sono la stragrande maggioranza e sfido chiunque a dire che sono dei privilegiati.
    Perché allora colpire nel mucchio? Perché usare la mannaia con loro?
    Vede, caro Ministro, nei musei i pensionati ci vanno eccome, anche e soprattutto perché fino ad oggi non hanno pagato.
    Si faccia un giro in un qualsiasi museo in una normale mattina di un giorno feriale. Noterà che la maggior parte dei visitatori hanno più di 65 anni. E tra questi non ci sono solo gli appassionati o quelli che hanno un livello culturale e d’istruzione medio-alto. Ci sono anche tanti che hanno lavorato per una vita, che non hanno avuto il modo né la possibilità di passare qualche ora in un museo e che hanno voglia di riprendersi un po’ di quello a cui hanno dovuto rinunciare prima che andassero in pensione.
    Non dico che Lei debba ritirare questa Sua decisione. Dico solo che la dovrebbe rivedere e aggiustare. E magari cominciare a far pagare il biglietto a tutte quelle categorie – stavolta si, di privilegiati – che oggi non lo pagano, più o meno ufficialmente. Penso ai giornalisti iscritti all’ordine che hanno l’ingresso gratuito a tutti i musei di proprietà dello Stato. E penso anche ai politici, che molto spesso entrano prendendo un appuntamento privato con il direttore del museo.
    Lo sanno tutti, lo so io e lo sasicuramente pure Lei che la prassi è questa.
    Per quanto riguarda invece il tema pensionati sono a proporLe una soluzione diversa da quella da Lei prospettata.
    Non basta dire che nei musei possono entrare gratis una volta al mese. E’ troppo poco e non è giusto.
    Prendiamo invece a riferimento ciò che succede con i cinema, con gli over 65enni che entrano con un biglietto ridotto tutti i giorni fatta eccezione per il sabato e la domenica. Si potrebbe quindi applicare loro una tariffa ridotta che valga per tutta la settimana e teniamo in piedi la Sua idea di farli entrare gratis una volta al mese.
    In questo modo chi avrà le facoltà economiche per potersi permettere una visita in un museo lo farà più volentieri in qualsiasi giorno, pagando il giusto.
    Chi invece questa facoltà non ce l’ha proprio aspetterà il giorno stabilito per entrare gratis.
    Mi sembra una proposta ragionevole, forse meno immediata da quella avanzata da Lei perché è certamente più facile dire che tutti i pensionati devono pagare piuttosto che ingegnarsi per trovare altre soluzioni. Ma perché non provarci, caro Ministro? Sono certa che i pensionati italiani apprezzeranno lo sforzo.
    Carla cantone

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