Cento anni

da "torneranno i prati" di Ermanno Olmi

da “torneranno i prati” di Ermanno Olmi

Ci sono in giro rumori di guerra, proprio di guerra vecchio stile, con  bombe carri blindati eserciti. Tutto il  brutto che risale a cento anni fa e settanta anni fa. Peggiorato in fanatismo, in potenza distruttrice, in crudeltà. C’è ancora in giro qualcuno che  alla guerra  di settanta anni fa c’era,  come ci sono io, per ricordarla e raccontarla. In quella di cento anni fa c’era mio padre, ventenne contadino emiliano, buttato in quel massacro. Contadino eccezionale, perché quasi unico a saper leggere e scrivere (ed anche a saper decifrare un rigo musicale). Cento anni dalla prima grande guerra. Settanta anni dall’altra, detta l’ultima. Cento e settanta!  Sono troppo lontani? Sono troppi  o troppo pochi? A me sembrano pochi perché le sofferenze ancora bruciano. Ma sono pochi, evidentemente,    per impararne la lezione. Non si può credere che  ancora ci siano rumori e  timori di guerra.  E  che in mezzo a questi cento e settanta anni ci siano stati ancora fragori di spari, carneficine, genocidi. E non solo nel mondo, ma nella nostra quasi civile Europa. Incredibile. Inaccettabile. Ricordate la Bosnia? Ricordate la Cecenia?  E l’Afghanistan? E l’Iraq?  E  tutto il medio Oriente? E il nord Africa? Comprese quelle terre dove avevamo festeggiato una cosiddetta primavera araba?  In più  l’Ucraina, così straziata e vicina? Quante volte cento anni e ancora cento, e settanta e altri settanta, occorreranno perché l’umanità impari ? Perché gli Stati e i governi imparino? Volevo scrivere  della prima guerra mondiale già l’estate scorsa, quando a Moena nel Trentino ho visitato una bellissima mostra intitolata “1914-1918 “La gran Vera”, La grande guerra: Galizia, Dolomiti”.  “Vera” in dialetto è “guerra”.  Grande non perché grandiosa, ma grossa, lunga, immensa, tremenda. Di fronte a quei  brandelli di divise, di gavette, di elmetti, di fucili e baionette, di tenaglie tronca-reticolati, ero rimasta sopraffatta. Vi avevo visto mio padre, così esile e timido, ancora quasi ragazzino, con una divisa un po’ diversa, il fucile probabilmente uguale, ma lo stesso freddo, lo stesso buio, la stessa angoscia.  Il Trentino era sotto l’Austria. Questi erano ufficialmente i nemici di mio padre, erano quelli dall’altra parte. La trincea ricostruita  mi aveva fatto entrare nel buio di    della  trincea  di mio padre. Così angusta, precaria, gelida, visibilmente inadeguata, insufficiente a tutto. Mio padre era lì, dall’altra parte, fratelli  nel dolore, nel freddo, nella assurdità dei comandi, nella promiscuità con la morte. La stessa trincea l’ha ricostruita Ermanno Olmi nel suo struggente film “Torneranno i prati”. Solo  nel titolo c’è un barlume di speranza. Lì, finiti gli spari, dopo la neve sulle alture di Asiago, i prati sono tornati. Ma già a distanza di due decenni soltanto, Rigoni Stern da quell’Asiago è finito nelle altre nevi della pianura del Don, a trascinarsi in una nuova insensata avventura. Insensati governanti, scelte  criminali. È cambiato qualcosa? Strano che mio padre non mi abbia mai parlato male della neve. Invece del fango ha ricordato sempre lo schifo, il freddo, i vestiti marciti addosso. Forse perché la neve è pulita, la neve ti illude con la sua bellezza. Da noi, nella mia guerra del 40-45 la neve è stata tanta e ci è stata nemica. Perché ti imprigiona, e se la vuoi sfidare lascia le tracce delle orme o del sangue. Per me era da sfidare con la ruota della bicicletta che vi affondava e vi si bloccava. Sudore e gelo, fiato corto, paura dei nemici con le tute bianche che ti arrivano addosso all’ultimo metro. Per la  mia compagna Mimma, aggrappata  in fuga giù dalla grondaia e poi nella neve a piedi nudi, col sangue delle mani spellate a fare un tragico sentiero di Pollicino,  mappa di rovina. Quella neve scriveva la sua condanna, che la stupidità dei tedeschi e la generosità dei contadini ha poi annullato. Anche la mia amica Laila ha una storia di neve.  Lei vi si è sepolta per tutti i minuti necessari a far passare una figura sconosciuta probabilmente nemica. A lato del sentiero, nel bosco, una ragazza poco più che ventenne, si crea a manate una fredda coperta bianca, nascondiglio, non  trappola. Per lei nascondiglio fortunato, non abbastanza durevole per congelarsi. Invece per il comandante Fifa la neve è stata trappola mortale. Ferito, scivolato in un anfratto, con la neve franata addosso, è finito lì, soffocato, dissanguato, svenuto,  assiderato. Soltanto a primavera, quando quella neve nemica si è dissolta, si è chiarito il mistero della sua sparizione. Neve amica e neve nemica.Neve cattiva e neve buona. Neve di guerra, neve mortale. Nell’illusione di quel bianco che sembra benigno. È la scelleratezza degli uomini, quelli che dovrebbero guidare verso la vita  a precipitare le genti dentro le guerre. La neve quando va via lascia posto ai prati, come dice Olmi. La guerra quando finisce lascia posto solo alle lacrime. Ci vorranno ancora cent’anni per capirlo? O sarà meglio imporci subito per farlo capire?

Un pensiero su “Cento anni

  1. Non vorrei che suonasse retorico, ma io sono profondamente convinta che i partigiani (o almeno la maggioranza di essi) anche quando sparavano ripudiavano la guerra. Un partigiano lo ha detto molto bene: “noi non odiavamo i fascisti perché ci uccidevano, ma perché ci costringevano a uccidere”. La pace, insieme alla libertà, è sempre stata un valore fondante della Resistenza. E anche oggi, la lotta per la pace deve continuare con lo stesso spirito.
    A te, cara Teresa, ancora grazie per le emozioni che sai regalarci.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...