Mamma Genoeffa: l’amore ci salverà ?

Digitalizzato_20151125 (2)

Genoeffa in un disegno di Nani Tedeschi

 

Volteggiano soltanto nere notizie di attentati, nere paure, nere impuntature diplomatiche.

Voglio parlare d’altro.

Dell’amore che ci ha salvato e che forse ancora ci salverà.

E’ l’amore delle donne nei momenti difficili che diventa azione e riesce a salvare gli altri, al prezzo, a volte, di diventare immenso dolore.

Penso a mamma Genoeffa, la madre dei sette fratelli Cervi.

Penso al suo amore operoso così sollecito per i bisogni materiali, ma altrettanto vivo per la crescita delle anime. Nascite che si susseguono, nove in tutto come succedeva all’inizio dell’altro secolo! Ad ogni figlio che si aggiunge è amore che cresce. Non c’è limite. Il cuore è la casa più grande, dove c’è sempre posto e posto ancora e ancora e poi ancora. Indaffarata e serena, e di sera, quando si può fermare, anche indaffarata e allegra. Non ha soltanto le preghiere o la lettura del Vangelo o delle vite dei santi, non soltanto i romanzi epici del tempo, ma anche filastrocche scherzose, quelle che fanno ridere e sorridere. Quelle che tutti i bimbi non si stancano mai di ascoltare e riascoltare. Saggezza e semplicità del mondo contadino! Al chiarore caldo del camino o alla penombra fuligginosa della stalla, una voce di donna coltiva i sentimenti, accende le curiosità, fa volare la fantasia , dà l’esempio.

L’esempio di chi non si ferma mai. Nei lunghi inverni c’è da filare, da tessere e da cucire. A Casa Cervi, nel piccolo museo, c’è ancora il telaio, la connocchia e il trabiccoletto a pedali che fa girare il fuso. Da qualche parte c’è anche una macchina da cucire. La nuora Margherita dice : “ …..che lei era tanto brava….”

L’amore in grammatica è una parola astratta. Ma nella vita non c’è niente di più concreto e palpabile dell’amore.

Condividere coi figli e col marito le scelte di vita, rischiose, in contrasto al potere dei potenti è amore generoso, amore allargato a tutti gli altri figli di tutte le altre donne. Per avere più giustizia, più rispetto, più libertà. Per nessun odio, nessuna violenza, nessuna guerra.

Genoeffa sembra donna antica, che percorre gli stessi sentieri delle donne dell’ottocento o del primo novecento: casa chiesa, lavoro, sacrificio. Invece è donna moderna, perché questi valori li vive nella sostanza, non le importano le formalità, le cerimonie o i certificati.

Lei, così profondamente religiosa, non si cura se l’ultima nuora arrivata non è passata dall’altare. Ciò che conta è il sentimento. Verina è nuora come le altre. E’ mamma dei suoi nipoti come le altre. Amata e rispettata, inserita anche lei in quella comunità produttiva che è la famiglia, dove ognuno ha un ruolo personale e insieme ne ha un altro collettivo quando occorre essere in tanti.

E c’è la guerra. Sembra che sia finita quando cade Mussolini. I ragazzi e il padre esultano e non vogliono festeggiare da soli. La gioia deve essere di tutti e non c’è niente di meglio che una tavolata festosa davanti a un cibo che mette fine, si spera, a tanta carestia. Si fa la pasta asciutta per tutto il paese! Quanta farina, quante uova, quante battute di mattarello ci vogliono per sfamare un paese? I Cervi sono fortunati, hanno lavorato sodo e il frumento è stato abbondante. Le mucche hanno dato tanto latte e si può avere formaggio e burro quanto ne serve.

Immagino Genoeffa, alla testa delle nuore, in quella grande cucina, tutte a impastare, spianare, tagliare e stendere chili e chili di tagliatelle. Le immagino allegre, volonterose, orgogliose. Mi sembra di sentire le spose rivolgersi a lei con l’appellativo di “nonna”. Credo che ancora adesso le nuore emiliane, dette “le spose” chiamino nonne le suocere. Alla fine di tutto quel lavoro, eccole con gli uomini a cuocere nella grande caldara, condire, trasportare e godere in compagnia, fuori dalle differenze e dalle diffidenze, anche fuori dall’astio invidioso di chi non ha saputo o potuto fare altrettanto. Non so se la madre sia andata anche lei in paese con tutti in festa. Immagino che sia rimasta a casa, seduta al fresco della sera, con le mani in grembo e col sorriso sulle labbra. Il cuore coi figli, con Alcide e coi bimbi, un cuore che sorride.

Invece non è ancora l’alba del futuro sognato. E’ la notte della guerra che continua. Cadono aerei alleati e un aviatore straniero ferito è nascosto accudito nella casa dei campi rossi. Genoeffa sacrifica un pollo per questo sconosciuto con cui ci si intende soltanto a gesti. Poi ci sono tutti gli altri. La casa è una zattera di salvezza nel mare dei campi rossi e di quelli attorno,verdi ospitali e complici. Dice Avvenire Paterlini che in quella casa c’era sempre una scodella di latte o di minestra per tutti i fuggitivi. C’era anche un posto per dormire, scomodo ma prezioso: il fienile. Nell’incipiente autunno, Genoeffa andava in punta di piedi a vedere se avevano freddo per allungare un tabarro o una coperta a quei figli di mamma, che il suo grande cuore non aveva esitato ad adottare.

Poi la tragedia. L’assalto, l’incendio, la resa, l’arresto di tutti, con i sette figli e il padre. Che triste inverno, che triste Natale: quattro spose, una nonna, dieci bambini, un giovane parente accorso in aiuto ma clandestino, anche lui fuggitivo. Le spose fanno la spola col carcere, per notizie da cercare e maglie e cibo da confortare. Non c’è conforto né pietà prima dell’anno nuovo. Tra un bombardamento e l’altro le spose conoscono la verità : tutti e sette fucilati, nessun processo, nessuna pietà, solo il padre risparmiato o dimenticato. Non credo che le spose abbiano avuto bisogno di parole per dire tanto orrore alla madre. Saranno bastate le lacrime, o le espressioni indurite, perchè , dice Margherita, non c’era tempo di piangere. Non si piange soltanto con le lacrime. Si piange col cuore, con tutte le fibre, con tutte le vene, con tutto il sangue, con tutte le ossa. Si piange di nascosto, forse tutta la notte, chiedendosi perchè di tanta cattiveria.

Infine tutto quell’amore deve diventare eroismo. Il padre ritorna. Ancora fuggitivo, liberato dalle bombe che hanno colpito il carcere. E’ allo stremo, per età, per le pene, per i disagi della prigionia, per le incertezze sulla sorte dei figli, per salute. Chissà se hanno avuto il tempo di mettersi d’accordo le spose e la nonna. Sta di fatto che non vogliono dire quella verità tanto pesante ad un vecchio padre tanto fragile. Resistono quaranta giorni con quella storia dei figli portati a Parma per il processo.

Immaginate quella madre, di sera, di notte, quando rimane sola col padre e deve tacere quella verità, fingere di non piangere. Ripetere quelle favole, rincuorare quell’uomo. Aspettare che si rimetta in salute, che quei dolori allo stomaco se ne vadano.

Chi è più forte, allora? C’è dell’eroismo in quella scelta. Perchè anche gli uomini, se hanno cuore e amore, possono cedere, crollare. Anche gli uomini diventano fragili. E l’amore della loro donna può salvarli, portarli oltre quel baratro.

Così nonno Alcide ha potuto proseguire il cammino, ritrovare forza per se, per i figli e anche per lei, che non ha retto molto oltre. Qualche mese ancora, meno di un anno. A novembre del ’44 se ne è andata.

In ottobre c’era stato ancora odio fascista contro quel che rimaneva della famiglia. Ancora qualcuno che di nascosto incendia la casa. Genoeffa aiuta, fa quel che può. Ha in braccio l’ultimo nato, undicesimo di quei tanti orfani, venuto al mondo senza più padre e senza più zii. Lei, la madre, nonna e sposa, si arrende, non ha più forza di combattere. Il suo amore tanto grande non può capire tanto odio. Dice alle spose “pensateci voi” e lentamente se ne va. Forse nella speranza o nella convinzione di trovare i figli in un aldilà dove non c’è posto per l’odio, dove l’ unica legge è l’amore.

Ancora un atto d’amore di donne conclude questa storia.

In un mondo maschile, dove i riti hanno sempre una impronta maschile, sono le quattro donne, le quattro “spose” a sfidare tutti, in piena guerra, con un gesto silenzioso e preziosissimo. Quelle quattro donne, le “spose”, le vedove, si caricano sulle spalle la bara della “nonna” per portarla all’ultimo riposo. Mi sembra di vedere i loro volti scuri, decisi, consapevoli.

Accanto al vecchio “nonno” Alcide, saranno loro a continuare unite la strada dei loro uomini, perché dopo il primo raccolto, quello dei padri, possa venirne un altro. Sofferenza e amore, non tempo per piangere, ma lavoro e lavoro, per gli undici figli bambini e anche per tutti gli altri e tutte le altre, oltre l’orizzonte dei campi rossi.

2 pensieri su “Mamma Genoeffa: l’amore ci salverà ?

  1. Ancora una volta, grazie di cuore Teresa.

    Genoeffa Cervi è una figura di donna da sempre nel “mio” pantheon, ma dovrebbe di diritto stare in quelli ufficiali.

    “Ai grandi uomini, la Patria riconoscente», si legge sul frontone del Panthéon di Parigi, la chiesa di Santa Genoveffa trasformata in mausoleo degli eroi di Francia dopo la Rivoluzione. Le donne, anche qui sottovalutate, sono pochissime.

    Mi sono commossa tantissimo leggendo quello che hai scritto tu, così come da sempre mi tocca profondamente il testo di Calamandrei a lei dedicato.

    Ho portato a Casa Cervi i miei nipoti e tutti i ragazzi della mia bella famiglia allargata. E a tutti ho inviato il tuo scritto.

    Un abbraccio con grande affetto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...