Una suora l’8 marzo

In questo otto marzo voglio raccontare di una suora. Che del resto è anche lei una donna.

La vedete qui in foto.

emerenziana

Suor Emerenziana

Si chiama suor Emerenziana. Ha 94 anni.

Le ragazze e i ragazzi dell’Istituto superiore Colomba Antonietti l’hanno incontrata e intervistata qualche settimana fa all’Istituto paritario San Giuseppe. Quartiere Casaletto.

Il video di quell’intervista è sorprendente.

Con lucidità racconta vicende del ’43 e ’44 nella Roma occupata dai nazisti, quando lei aveva 23 anni.

Dalle sue parole quasi li vediamo, quella trentina di ebrei, braccati dal rastrellamento tedesco, che bussano disperati a quella porta, bambini compresi. Nascosti e sistemati all’ultimo piano, nelle aule adattate alla meno peggio. La necessità di non farsi sentire, di frenare l’irruenza dei più piccoli, perché i tedeschi sono maledettamente vicini, appena al di là del muro di cinta, dove c’è una villa abbandonata dai proprietari ebrei fuggitivi e occupata da un comando di esse esse.

Suor Emerenziana racconta un episodio che può sorprendere. Tra quei tedeschi c’era un ufficiale che si era offerto o aveva chiesto di suonare all’organo o al pianoforte della chiesetta dell’Istituto. Lei ricorda che questo giovane in divisa di occupante, metteva le foto della sua famiglia davanti a se, e suonando le guardava e piangeva. Piangeva e suonava.

Suor Emerenziana racconta poi la fatica e i sotterfugi per trovare il cibo, con la suora che va col furgoncino e fa ore di fila al mercato in attesa che arrivi qualcosa, verdura o altro, qualsiasi cosa . Si facevano le code alla cieca, solo sulla speranza. Il cibo che serviva arrivava abbastanza spesso dalle consorelle della campagna romana e laziale, in un abbraccio solidale a dispetto di tutti i divieti e di tutti i bollini della tessera alimentare

Ci sono poi gli spaventi, Come l’ispezione nazista in cerca di ebrei o di sovversivi che si accontenta di controllare solo il primo piano. Miracolo per segrete preghiere o caso fortunato di stanchezza o fiducia.

Ma c’è di più.

Devo raccontare come ci si è arrivati a questa suora e a questa storia.

Merito di altre donne, di una soprattutto. L’insegnante Laudenzi, la dirigente scolastica e altre docenti.

Si scopre che quell’Istituto San Giuseppe è proprio lo stesso a cui si riferisce la scrittrice Lia Levi nel suo libro “Una bambina e basta”. Da tempo l’insegnate Titti e tutta la scuola è in contatto con Lia Levi per i vari giorni della memoria.

Lia Levi.JPG

Con Lia Levi

Quell’istituto al Casaletto era anche convitto femminile. E tra le convittrici, con falso nome, erano approdate anche due ragazzine ebree, sorelle. La più piccola era Lia Levi, la scrittrice.

Così è partita la ricerca.

Telefonate, contatti, trasferte, incontri, registrazioni. Alla fine, un bellissimo incontro, in sala grande di architettura a Roma Tre, tra tutte le ultime classi della Colomba Antonietti e Lia Levi . Una bella lezione di storia, a vedere, commentare e confrontare il filmato di Suor Emerenziana e i ricordi di Lia Levi, con domande, riletture del libro, confronti. Lia che racconta lo sgomento e la sofferenza sua, abbandonata dai genitori senza troppo comprendere, in un luogo tanto diverso, dove puoi studiare, è vero, ma dove non devi dimenticare il tuo nome nuovo e falso, e dove insieme alle altre allieve devi fingere di recitare preghiere sconosciute ma devi imparare il segno della croce e non raccontare nulla di te.

Era commossa, Lia, ed eravamo commossi tutti noi. Anche consolati dal sapere che quella suora anziana e lucidissima ancora afferma di impegnarsi sempre contro ogni razzismo, contro ogni violenza e contro ogni guerra.

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