Partigiani e costituzione

Firma_della_Costituzione

Ho già dichiarato che sul referendum costituzionale esprimerò il mio sì.  Ora cerco di spiegare le motivazione di questo sì. E il mio dissenso verso quella che ritenevo la mia associazione, l’ Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Prima osservazione.

La più bella Costituzione del mondo è intoccabile nella parte prima.  Infatti non è toccata dalla riforma.

Le modifiche in discussione riguardano la parte seconda, con le modalità dettagliatamente indicate. Già negli anni della stesura di quel testo, noi che c’eravamo e stavamo particolarmente attenti ad ogni polemica, sapevamo che c’erano dubbi e dissensi proprio su questo punto del bicameralismo. Sapevamo fin da allora che sarebbe stato necessario modificare questa parte. Anzi, viste le lungaggini e i balletti dei passaggi decisionali tra i due rami del parlamento, non immaginavamo che potessero passare addirittura settanta anni prima di vedere andare in porto una così prevedibile riforma.

Seconda osservazione.

Quelli del no tirano sempre in ballo il “combinato disposto” – termine oscuro e burocratico –  della nuova legge elettorale. In questo modo nascondono che il referendum non riguarda la legge elettorale. Tirano in ballo questo tema per dimostrare che  il potere esecutivo, cioè il governo, avrebbe troppi poteri  e  pochi controlli.

Il  potere di  agire, per un governo,  non è una cosa negativa, visto che i governi  devono governare, cioè agire, decidere, fare.  In molte democrazie, ci sono governi o presidenti che hanno grandi poteri decisionali, ma nessuno direbbe che questo potere mette in pericolo la libertà e la democrazia.  Dovremmo ricordare tutti i tira molla e gli inciampi  di nostri governi nati  a mosaico, frenati o immobilizzati da ricatti o protagonismi   dei  partitini in coalizione. Basta ricordare  le 35  ore di Bertinotti, che  hanno fatto cadere Prodi e avviato la rinascita di Berlusconi. Si dovrebbe anche ricordare che i controlli all’operato dei governi restano prima di tutto nel Parlamento, con tutte le sue commissioni e con il voto di aula e di fiducia. Poi ancora rimangono alla Corte costituzionale, al Presidente della Repubblica e addirittura alla possibilità dei referendum, aggiornati e allargati.

Senza contare che il potere di controllo più grande è il voto dei cittadini.

Quelli del no aggiungono inorriditi, che con questi generosi premi di maggioranza, potrebbe vincere Salvini. Come dire che per la paura che vinca l’altro, rinuncio alla possibilità di vincere io! Come dimenticare che la sostanza della democrazia sta proprio nella possibilità dell’alternanza.  Anzi in democrazia l’alternanza è  proprio prevista, auspicata, resa possibile.

Su questo tema della legge elettorale viene sempre fuori la lagnanza sui “nominati”. Come se si potessero compilare delle liste di candidati senza che qualcuno, all’inizio, inviti, proponga o chiami e, dopo,  qualcun  altro accetti, sia disponibile  o si auto-candidi.  Noi, poi, abbiamo le primarie, imperfette forse, ma dove ci si può inserire anche autonomamente.

Su questo argomento vorrei osservare che non potrà mai essere definito “nominato” chi entra in parlamento o al comune o alla regione  con molti voti.  E’ il consenso dei votanti che rende valida ed effettiva una scelta e una nomina. Chi viene eletto con pochi voti è possibile che sia, di fatto, “nominato”, cioè nominato dalla sua clientela oppure dalla sua corrente.

Anzi, proprio in questi tempi di votazioni amministrative non posso fare a meno di pensare che la rinuncia  al diritto di voto  nasce in buona parte dallo spettacolo di tutte queste polemiche, questi distinguo, queste discussioni di lana caprina. La gente si stanca non solo delle cose non fatte o fatte male, ma anche delle liti e degli strilli  – per esempio su questa riforma costituzionale – che non interessano ed appaiono inutili e incomprensibili. Sfido una lavoratrice, un insegnante o  un professionista a capirci qualcosa nell’intervento di Zagrebeski o dei dottori costituzionalisti del no.  La gente capisce solo che è una lotta tra gruppi e che si vuole fargliela pagare a Renzi.  Una lotta che svilisce la politica e che porta al giudizio che sono tutti uguali e che tutti mirano ad un interesse personale. Perciò porta a concludere evviva i nuovi, i diversi, quelli che sembrano incarnare l’antipolitica.

Altra osservazione sulla riforma fatta male, sul senato che rimane, e sulla immunità.

Argomento di quelli del no è che sarebbe stato preferibile annullare del tutto il senato, invece di mantenerlo con dei “nominati” ai quali per di più verrà concessa l’immunità parlamentare. Si vede che preferiscono che l’immunità rimanga a tutti i senatori conservati  nel numero attuale. Se l’immunità è per questi contestatori insopportabile, potrebbero proporre di mettere mano ad una riforma per togliere o ridurre questo “privilegio” anacronistico.

Sui compiti del nuovo senato, collegati alla correzione delle competenze regionali e statali, nessuno di quelli del no ha il coraggio di intervenire. Si preferisce affermare che nelle regioni si sono verificate le peggiori scorrettezze o illegalità, come se quei personaggi scorretti fossero destinati a confluire nel nuovo senato. Fosse vero, sarebbe sacrosanto, appunto, togliere l’immunità.

Dimenticando volutamente tutti i controlli antimafia e anticorruzione che sono stati attivati e potenziati in questi ultimi tempi, dall’Expo, all’individuazione  dei candidati “impresentabili”.

Altro accenno alle conseguenze di un voto negativo.
Quelli del no che sono di destra, lega, fratelli d’Italia, berlusconiani, cinquestelle e casa pound, dichiarano a gran voce che col loro no vogliono mandare a casa Renzi. Tanto più che lui stesso l’ha dichiarato. Poteva anche non dichiararlo, ma un capo di governo che riceve l’incarico con il preciso mandato di fare le riforme e in particolare “questa” riforma, se è una persona seria sente il dovere di dimettersi. Anche se non l’ha dichiarato prima.  Soltanto un Berlusconi, dopo aver messo a referendum una riforma veramente stravolgente della Costituzione, non ha la coerenza di dimettersi. Forse perché una accozzaglia di norme partorite da un gruppetto ritirato in baita non era nemmeno difendibile.
Invece quelli del no che si definiscono di sinistra, e quelli che adoperano come arma la bellissima parola “partigiani”, anch’essi dicono che è meglio che il governo cada, perché poi si potrebbe fare una riforma costituzionale più corretta, più bella.  Mi si è detto anche che vabbè ne abbiamo cambiati tanti di governi che  possiamo cambiare anche questo.  Ripeto  che tutte queste lotte intestine, queste diatribe, queste polemiche hanno il risultato immediato e sicuro di fare allontanare i cittadini dalla politica e di farli arrabbiare ancora di più.  Mi chiedo: questi personaggi che si ritengono chiaroveggenti, si buttano in una azione politica senza avere presente dove questa andrà a portare il paese?  Oppure è proprio questo che vogliono? Forse per astio o per antipatia o per invidia. Attaccandosi a giudizi e critiche marginali, definizioni superficiali e inconsistenti sulla persona di Renzi, tipo l’età o il carattere. O addirittura sull’avvenenza della Boschi, diventata quasi una caratteristica riprovevole, tanto da definirla velina e amichetta.

Non voglio polemizzare su queste piccolezze.  Ricordo solo che se cade il governo a ottobre non potranno andare avanti tutti gli altri progetti di riforme che stanno sul tappeto comprese quelle in trattativa coi sindacati. Si perderà il prestigio e la forza contrattuale in Europa e nel mondo, si fermerà il cammino della ripresa economica, e, in caso di voto potrebbero vincere proprio i Salvini e i Grillo,  e i ringalluzziti neonazisti e neofascisti. Con buona pace di quei valorosi combattenti che si ammantano della parola “partigiani”.

Se non si vuole riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte politiche vuol dire che si manca di consapevolezza. Oppure che è proprio al tanto peggio  tanto meglio che si vuole arrivare.

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