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Archive for aprile 2018

Buon 25 aprile

Buon 25  aprile a tutti.  E buon dopo-venticinqueaprile. Cioè buona liberazione.

Per chi non sapesse quanto è costata questa liberazione voglio ricordarvi una donna. Una donna partigiana, una donna staffetta.
Vi prego di andare in internet  su TV2000, programma “Bel tempo si spera” sulla data 24 aprile 2018, o più semplicemente guardare il video qui sotto, tratto dalla trasmissione: la ricercatrice dottoressa Raffaella Cortese De Bosis, insieme alla conduttrice Lucia Ascione, parla di Francesca Del Rio, partigiana Mimma.
La sua storia spiegherà più di qualsiasi discorso, quanto è costato conquistare la libertà che oggi godiamo e che ci sembra ovvia e dovuta. Mimma era una delle tante donne e dei tanti combattenti che ci ha fatto questo dono.
Cerchiamo di non sprecarlo dividendoci in litigi e sottigliezze.

 

 

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A Roma, poco prima del 25 aprile, c’è da ricordare il rastrellamento del Quadraro, 19 aprile 1944.

Rastrellamento punitivo verso un luogo pericoloso per i tedeschi, che lo chiamarono “nido di vespe” per lo stillicidio insopportabile di agguati, chiodi a tre punte, scritte ostili, nascondigli misteriosi e inarrivabili, sottoterra e sopraterra.
Martedì sera, al giardino di Monte del Grano, davanti al monumento recentemente sfregiato da svastica, una bella folla  di cittadini ha voluto ricordare i fatti e riaffermare la volontà di lotta.
Il tutto, nonostante una pioggia malandrina e intermittente, a cui serenamente si opponeva una bella fioritura di ombrelli, ugualmente intermittenti.  Iniziativa del Partito Democratico, con in testa  un  gruppo di giovani, letture di documenti, testimonianze di chi c’era e ricorda i dettagli della tragedia in un bellissimo romanesco, presenti figli e famigliari dei deportati.
In quel luogo tra quella gente ho sentito vivissimo, non solo il dolore e l’indignazione, ma la volontà della ripartenza, battaglia politica e ideale.
In mattinata, a seguito di iniziative partite in anni passati e da passate istanze di territorio, la sindaca Raggi aveva decorato sette superstiti del rastrellamento. Onorificenze concesse dal Presidente della Repubblica.  Di circa ottocento deportati, ne ritornò soltanto la metà. Morti di malattia e di stenti, in luoghi e tempi sconosciuti,  qualcuno oggetto di sperimentazioni chimiche, e  i sopravvissuti rimasti senza ascolto e senza voce. Unico testimone, deceduto da poco, il coraggioso e solare Sisto Quaranta.
Il Quadraro, chiamato così per il tracciato dei quattro  acquedotti romani che lo attraversano, ora è parte viva della città in direzione San Giovanni. Nel ’44 era una borgata immersa nella campagna  stretta attorno alla via Tuscolana e al piccolo trenino che, dopo altra campagna,  arrivava ai nuovi stabilimenti Luce e teatri di posa di Cinecittà. Intorno bellissimi resti dell’antichità, come gli acquedotti, i ruderi del casale di Roma vecchia, le torri  medioevali di “Mezzavia”, “Torre Spaccata” e “Tor Fiscale”,”Tor Pignattara”;  più  il centrale “montarozzo” del Monte del Grano che era una antica tomba patrizia contenente un meraviglioso sarcofago ora in mostra ai musei vaticani.  Altro spazio verde, con in mezzo il piccolo aeroporto, separava il Quadraro da  Centocelle, e appena dopo, c’era il Quarticciolo, altro agglomerato di stampo mussoliniano costruito per esiliare il popolino cacciato dagli sventramenti dei Fori Imperiali.  Un po’ più a nord altra piccola borgata, Torpignattara, anch’essa come Centocelle e Quarticciolo, stretta attorno alla via Casilina.  Tutti luoghi di gente povera, lavoratrice e sofferente. Gente abituata a camminare, a camminare,  a parlarsi, ad aiutarsi.
Infatti se il Quadraro era nido di vespe, cioè di guerriglia partigiana, lo era assieme e in contatto con tutte le altre borgate. Era della zona il giovane  Giuseppe Albano, bello di viso e disgraziato di corpo, famoso come “il gobbo del Quarticciolo”, autore o incolpato dell’uccisione di due nazisti in una osteria del Quadraro, che Kesserling voleva vendicare. Al Quarticciolo e a Centocelle erano arrivati Sasà Bentivegna e Carla Capponi dopo l’azione di Via Rasella. E  da questi luoghi dirigevano assalti e  sabotaggi in tutto il quadrante tra le vie Tuscolana, Casilina e Prenestina, fino ai Castelli.  Combattevano cioè contro gli  avamposti bellici nazisti tra Roma e il  fronte di Anzio.   Non si ricorda mai abbastanza che  nel 1944 in questi luoghi fioriva questa vera guerra partigiana, caratterizzata da grande condivisione. Nell’esercito dei resistenti e combattenti c’era il popolo povero, c’erano gli antifascisti ex confinati,  ma c’era anche il parroco, Don Gioacchino Rey,  eroico e combattivo.  C’erano i carabinieri, poi arrestati e internati in Germania,  e c’erano le suore del sanatorio che nascondevano i combattenti di Bandiera Rossa e curavano i feriti. Non per caso si diceva che a Roma per nascondersi c’erano soltanto due luoghi sicuri:  il Vaticano e il Quadraro.
Le sofferenze di allora, lutti, fame, paura, bombardamenti, nascevano da non molto lontano, cioè da quella tragica ideologia dell’odio verso i diversi, non solo ebrei, ma anche disabili, zingari, comunisti, disobbedienti vari, omosessuali o di piccole religioni diverse.  L’odio razzista, la violenza, il nazionalismo retorico ed esasperato erano la radice e l’inizio di tutta quella tragedia che è stata l’ultima guerra. Tutte idee che stanno alla base degli  odierni squallidi imbrattatori di svastiche e ideatori di manifesti nazi-rievocativi, di azioni criminali e pericolose come quello di Macerata.
Su questo bisogna far riflettere i giovani.  La storia non si ripete mai negli stessi modi, ma nella sostanza può ritornare a far male. Nazionalismo contro unità europea e pace mondiale, odio contro accoglienza e integrazione, falsità contro obiettività e dialogo.

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Ho finito di leggere il libro del mio amico Giuseppe Mariuz dal titolo “Sangue tra le primule“. Il romanzo si svolge nelle terre friulane negli anni attorno alla prima guerra mondiale.  E’ regione di confine,  luogo della tristissima Caporetto, mondi contadini, povertà e rinascite.

Oggi, con le votazioni regionali,  siamo chiamati a guardare a quelle  terre.
Mariuz fa un affresco avvincente di personaggi che si muovono realisticamente nel loro tempo storico con  pensieri e  scelte, pregiudizi e speranze  che ci fanno comprendere fin nel profondo quel tempo e quegli abbagli che hanno reso possibile il passaggio al fascismo.
Contadini mezzadri talmente dominati da ottusi proprietari  latifondisti da sopravvivere a stento. Donne previste senza voce né volontà,  paesani senza nulla indotti a sotterfugi e piccole illegalità. In mezzo, alcuni sognatori che seguono le speranze socialiste e il mito dei soviet  pronti a pagare duramente il prezzo di quel sogno.  Donne operaie nelle filande che si fanno serve o schiave, ma che a volte si alzano in piedi in dignità o ribellione.
Commentare un libro non si riesce mai a descriverlo. Perciò racconterò le  impressioni che ne ho ricavato.
E’ un romanzo, quindi vi si trovano personaggi coi loro problemi e i loro amori, intrecciati tra loro e immersi nei luoghi e nel tempo.  Mi ha colpito il fatto che proprio seguendo le vicende personali  diventino veri e chiarissimi i fatti storici friulani italiani e mondiali.  Il sogno socialista del sol dell’avvenire si rivela velleitario, nebuloso, con seguaci indottrinati all’obbedienza acritica e votati alla sconfitta anche personale.  La nascente ideologia fascista, mascherata da affascinanti promesse sociali, è abbracciata dai possidenti, dagli arrampicatori e dai violenti, che se ne servono per i loro piccoli traguardi privati.  Il clero povero che vorrebbe stare con i deboli ma che poi si inchina alla gerarchia, più don abbondio che mai.  In mezzo mi piace che emergano due donne, una contadina e una borghese abbastanza colta, che si ribellano alle convenzioni e alle autorità paterne, aiutando e spingendo i loro uomini a scelte più sensate e realistiche, scelte di ribellione e di salvezza.
La molla ideale non può essere che il sentimento, cioè l’amore. Devono passare un po’ di decenni perché al posto dell’amore o accanto all’amore, ci possa essere una consapevolezza e una maturità che si chiama emancipazione o cultura.
Insomma, è un bel libro. Ben scritto, con intrusioni dialettali  intuibili, dove sembra di vedere i sentieri e i guadi sul Piave dove il fronte è passato e ripassato con i suoi morti e i suoi residuati bellici  da occultare o rivendere e coi quali  si può continuare morire dilaniati.
La tristezza è che questo libro, come tanti meritevoli, arriverà a pochi lettori. Sappiamo tutti che il successo dipende dal mercato, cioè dagli editori. Se l’editore lancia o non lancia, se accetta il testo, cioè se lo legge o lo fa leggere,  se trova l’autore affascinante e valorizzabile come immagine, allora il libro va.  lo si può persino candidare a qualche premio.
Chissà mai che qualcun editore leggesse questo mio scritto, suggerisco alcuni dettagli. Mariuz è un professore in pensione che a scuola insegnava matematica.  Non è questo il suo primo libro, ma soltanto il suo primo romanzo. Finora aveva scritto saggi e ricerche su Pasolini, su personaggi partigiani, su lotte operaie ai cantieri di Monfalcone, programmi radiotelevisivi,  raccolte di poesie e racconti. E’ impegnato politicamente ed ha diretto l’Anpi provinciale di Pordenone. Ha collaborato con Cormons libri.
Ha lo svantaggio di avere un piccolo anche se affezionato editore, che si chiama Gaspari Editore, via  Vittorio Veneto 49, 33100 Udine.

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A proposito di parolacce

Qualche giorno fa ho protestato con l’autore di uno scritto su Facebook rimproverandolo di concludere col solito vaffa uno scritto lieve e condivisibile sull’età e il tempo che passa. Lui  mi ha risposto che voleva essere ironico invitandomi a non essere troppo seriosa.

Invece non è per seriosità che non sopporto il dilagare di questo vaffa, che trovo ormai dappertutto, quasi diventato una moda.
Se si vuole essere ironici bisognerebbe ispirarsi ai grandi che le parolacce se le inventavano, ricorrendo il meno possibile a quelle già in uso. Pensiamo a Totò, a Sordi, a Verdone, a Proietti. E ne dimentico molti altri.
Le parolacce le abbiamo in abbondanza nella nostra lingua parlata e nella nostra realtà. E credo che tutti ce ne siamo serviti. In un momento di stizza, di delusione o di fretta.  Sfugge la parolaccia appunto per ironia, per riassunto linguistico e a volte perchè è più efficace di un ragionamento.
Ma la parolaccia ci impoverisce.
Troppo ripetuta e sempre uguale ci impoverisce. Impoverisce  perchè esclude una riflessione, non permette una critica, non arriva a nessuna conclusione o proposta o speranza.  Chiude e basta. Offende e basta.
Avrete capito che la mia allergia a questo vaffa non deriva soltanto da un gusto linguistico, ma si radoppia a causa dei cinquestelle, che nascono proprio da una parolaccia.
Siamo in procinto di avere al governo dell’Italia, il paese del dolce stil novo, una squadra di persone che ha come bandiera, come collante e come progetto, una parolaccia, un vaffa!
Ed è raggelante che tanta gente abbia seguito quel vaffa agganciato al tutto e al contrario di tutto, senza una logica, senza una riflessione, senza un ideale.
Ideale? ecco una parola sconosciuta dimenticata, invecchiata!
Invece vaffa è moderno, è fico, è giovane!
Vorrei che qualche teorico di psicologia delle masse mi spiegasse questo fenomeno di regressione culturale.
O forse di regressione politica.
Non ho mai avuto incarichi politici, ma ho seguito sempre la politica e mi ci sono appassionata. Non poteva essere altrimenti, viste le mie origini e la mia storia. Questo approdo politico tanto negativo sicuramente nasce  da molti errori o molte mancanze. Forse nasce anche da qualche modernità  che ha influito in negativo.
Questa storia della rete, di tutte le panzane che vi circolano, dei ghetti che riuescono a formare. Su facebook ognuno ha il suo gruppo, quindi ha un cerchio omogeneo e di parte, nel quale faticano ad entrare smentite o notizie contrarie. Nel mio caso, non so perchè, ho contatti di ogni tipo. Soltanto perchè non lo so fare. non riesco a cancellare persone che non mi piacciono e con le quali non vorrei avere più niente da dire.  Forse è per questa realtà di  gruppi omogenei  che non arriva l’informazione contraria.  Per esempio del fatto che anche i precedenti presidenti di Camera e Senato avevano rinunciato ai benefici aggiuntivi.  Forse si spiega  come mai non arrivano le notizie serie e scientifiche sui vaccini o sull’aiuto in atto ai senza lavoro. L’opinione pubblica ormai non la fanno più nè i giornali nè la televisione. La tanto mitizzata rete in questi tempi è sotto esame per gli effetti oscuri in campo internazionale-elettorale.  Ed è sotto esame proprio per le falsità, le bufale, le offese, i pericoli che può nascondere.
Vorrei tanto che rallentasse la moda della parolaccia tappa-tutto.
 Quel vaffa vorrei non sentirlo più.  Tra l’altro è brutto, è povero, è poco fantasioso. I nostri dialetti e persino la nostra letteratura hanno un elenco di parolacce più colorito, più variegato, molto spesso purtroppo  più volgare.  Se vi si ricorre in momenti estremi quindi pochissime volte, le salveremo per quanto possibile dal logoramento e dalla perdita di efficacia. Le salveremo come costume, come ultima zattera linguistica, come storia e come arma gratuita e poco letale a disposizione del popolo minuto. Mai e poi mai come parola d’ordine politica.

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