Diario del coronavirus n. 5

Siamo  ancora qui, segregati e in solitudine. Da un pezzo  è passato
il Natale senza  belle tavolate e il  capodanno,  poi a febbraio
niente festa dei quattro compleanni, niente nipoti e progetti. Unico
lumicino l’appuntamento per il vaccino, fissato tra due martedì.
L’ultimo diario del coronavirus era del 15 novembre. Il primo era del
2 aprile 2020 e vi raccontavo la morte per coronavirus  di una vicina
amica.  Ora posso raccontare che qualche settimana fa quello stesso
maledetto  virus è arrivato anche nel mio palazzo, in casa di due
famiglie. Guaio ora  per fortuna superato. Avevo visto l’ambulanza
davanti al cancello, ma non mi sembrava giusto telefonare a casaccio.
Soltanto dopo molto tempo ho potuto sapere che c’è un altro aspetto di
questa tragedia di cui non si parla. I malcapitati si sentono in
colpa, moderni untori, forse appestati e colpevoli. Si sono circondati
di silenzio, hanno rifiutato ogni aiuto, hanno  voluto fare da soli.
Ancora  si chiudono nel silenzio.  Che ho rotto  io, in continuità con
gli scambi di dolci e cibi che avevano colmato un po’ tutto quel
vuoto. Ho saputo con sollievo che hanno avuto  a casa una assistenza
continua e qualificata da parte della sanità pubblica, addirittura
persino dallo stesso  ospedale Spallanzani, ossigeno compreso.
Tuttavia quel silenzio lo confermano e lo mantengono, come una specie
di difesa. Ne ho sentito il peso e il pudore, come una sofferenza
definitiva.
Non mi sembra una bella cosa.
Questo mi porta a pensare agli effetti che questa tragedia mondiale
avrà sulla nostra mente, effetti non superficialmente emotivi , ma
forse più profondi, sociali, forse addirittura morali, definitivi
verso gli altri.
Mi chiedo. Sconfitta l’epidemia, ci ritroveremo più generosi o più
egoisti?  La logica direbbe che dovremmo già da ora essere più
generosi, visto che siamo tutti coinvolti, sia  vicino a casa e nei
confini, che oltre casa e oltre confini.
 Ma c’è anche l’altra possibilità. La banalità del male. Cioè la
tentazione di arroccarsi nella piccola trincea, nella speranza
egoistica di essere tra gli eletti, cioè i risparmiati, e buttarsi
alle spalle tutto il resto, come se non ci riguardasse.
La storia,  in questi tempi con le varie giornate della memoria o del
ricordo, ci dice che spesso la “massa” cioè il popolo, sceglie la cosa
peggiore perché è la più comoda, la più egoistica. Quasi mai l’egoismo
va d’accordo con la solidarietà, con la condivisione, con un progetto
a lunga scadenza cioè per chi verrà dopo.
E’ naturale e quasi automatico  collegare questo pensiero alle vicende
politiche di questi giorni.
Personalmente sono  molto preoccupata e delusa . Possibile che ci sia
bisogno di un San Michele che ci salva dal drago, il vero drago, cioè
la pochezza, la miopia, il personalismo dei nostri partiti che non
sono capaci di trovare dialogo intese incontro. Mi riferisco a
quelli di sinistra, quelli che dovrebbero  perseguire i sogni che
hanno illuminato l’inizio della nostra libertà.   Sono ancora, dopo un
secolo di storia,  ammalati di divisionismo, bravissimi in scissioni e
in  egoismi. Di sicuro  ci salverà per ora il nostro nuovo San
Michele venuto da fuori, ma in realtà resteranno  le macerie ideali, e
le dissoluzioni  organizzative. I partiti spariranno o quasi. Non
resterà  nessuna entità collettiva che possa condurre la battaglia per
i diritti degli ultimi e per un più giusto ed equilibrato ordine
sociale.  Vorrei poter sperare in  una orgogliosa riscossa,  una bella
ribellione al degrado civile,  all’incultura,  all’individualismo,
all’egoismo. Una riscossa collettiva   con forme nuove, strade nuove,
generosità nuova, sogni e progetti alti, cioè il rinnovo  di qualcosa
che non è concreto, ma che può avere conseguenze più che concrete,
concretissime. Qualcosa che si chiama  visione ideale, programma di
lungo respiro, progetto politico. Non si può stare tutti dalla stessa
parte. Sinistra e destra non sono la stessa cosa, anche se
necessariamente andranno ad un confronto,  ad una competizione e a
scelte e accordi lungo la strada.

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