Diario del coronavirus n. 6

Evviva! Ho fatto il vaccino, prima dose. Ieri l’altro, martedì.
In famiglia siamo già quattro ad aver fatto questo primo passo. Mio
fratello a Bibbiano la scorsa settimana, sempre prima dose,
all’ospedale di Montecchio, circa cinque chilometri da casa sua, dove
c’è andato da solo in macchina. E lì ha trovato anche qualcuno che
affettuosamente lo ricordava per i suoi nove  anni da sindaco. Non ha
dovuto prenotarsi, l’hanno convocato credo in base all’età. Lui dice
che in Emilia in sanità tutto funziona al meglio, anche per scelte
degli anni passati.
Qui a Roma, dove per i vaccini andiamo abbastanza bene, ha aperto la
serie dei vaccinati la nonna di mio nipote che mi ha preceduto nella
clinica Villa Aurora.
Secondo caso,  sabato scorso all’ospedale san Gallicano ha avuto la
convocazione la suocera di mio figlio. Tutto è filato liscio, tempo
mezz’ora o poco più. Anche per lei, nessun problema  successivo.  Noi
facciamo parte della categoria degli ultraottantenni .
E gli altri, quelli un po’  meno giovani? E’ già prenotata tra due
settimane mia nuora nella categoria insegnanti, indipendentemente
dall’età.
Aspettiamo, sia le decisioni che gli arrivi delle  fiale.
Ed ora vi racconto.
Ero abbastanza preoccupata, perché avevo visto i filmati di Milano
Niguarda, con tutti quegli anziani in attesa o in sosta all’aperto,
stretti nei cappotti, molti in piedi e qualcuno seduto, compreso un
centenario  intervistato.  Se avessi trovato una situazione simile
immaginavo già una bella scena di protesta  tipo non avete rispetto
dei vecchi, non sapete come sono piccole le loro forze,  non ricordate
che siamo stati noi a costruire il vostro benessere , eccetera,
eccetera.  E addirittura il rifiuto, il ritorno a casa, viaggio
inutile.
Non conoscevo quella clinica, molto lontana dal mio quartiere scelta
da mio figlio per molte e giustissime considerazioni.
 Devo raccontare che ieri mattina Roma era non nel Lazio ma in pianura
padana. A proposito di cambiamento climatico, la nebbia nascondeva
tutto, campagna e profilo della città.  Anche dal raccordo il
paesaggio sfumava in quella nuvola di fumo bianchissimo ma
impenetrabile.  Soltanto dopo molti chilometri, poco accosto allo
svincolo dell’  Aurelia ci ha raggiunto un po’ di sole.  Traffico
pazzesco, come se non fossimo in quasi quarantena tutti quanti.
Alla clinica, immersa nel quartiere Boccea, problema parcheggio,
previsto. Per questo siamo venuti in tre. Io e la ragazza amica
seguiamo i cartelli. Siamo in leggero anticipo. Corridoio attorno
all’edificio, quindi piccolo spazio tra le mura con già un gruppetto
in attesa, compreso un signore in sedia a rotelle. Gli altri
vecchietti, me compresa, visibilmente in ansia e in curiosità. Primo
sollievo, nessuna scala o scalino. Abbastanza presto si affaccia una
giovane infermiera che chiama i convocati secondo un elenco.
Abbastanza presto e addirittura in anticipo sul previsto chiamano
anche  me. In un ingresso abbastanza piccolo ci sono due ragazze in
camice e casco su due tavolini che prendono i documenti fanno le
domande, mi chiedono di firmare su uno schermo col dito! E che
orribile firma mi è venuta! Ma è andata bene lo stesso. Quindi avanti
in un corridoio con alcune porte. Sono le stanzette dell’iniezione. Un
lettino una sedia, un computer. Parole cortesi, affettuose,
rispettose. Non sento nemmeno la puncicata. Quindi l’attesa nel
corridoio, dove le sedie distanziate permettono la sosta di quindici
minuti.  Sono senza orologio, ormai soppiantato dal telefonino,
rimasto nella borsa affidata alla mia accompagnatrice. Ma c’è
l’orologio alla parete. Con noi ultra eccetera, vengono anche due
giovani donne. Di certo sono due infermiere o  persone che lavorano
qui con qualche  mansione. Alla fine  si va nell’ufficio spalancato di
fronte, per le formalità di addio, consegna del certificato con la
convocazione tra quattro settimane per il richiamo, nessuna
raccomandazione o allarme di effetti collaterali.  E via, fuori, nel
sole, a rintracciare la macchina che ci riporta a casa, sollevati,
riconoscenti, e non troppo stanchi.
La ragazza, che è una intraprendente amica, mi fa la foto-ricordo. Nel
mezzogiorno e nel pomeriggio, a casa, tutto normale. Nessun effetto
collaterale. Mio figlio, senza motivo apparente  si ferma sia a pranzo
che  tutto il pomeriggio a lavorare  al suo pc.  Non ho chiesto, ma
immagino volesse accertarsi dell’assenza dei tanto chiacchierati
effetti collaterali.
 Ora alcune riflessioni.
Per vaccinare un numero più alto possibile di cittadini occorrono le
fiale, occorrono i posti e occorrono molti operatori. Qui c’erano due
persone all’inizio e due alla fine addette esclusivamente ai
documenti. Burocrazia, ma assolutamente necessaria. Mi sembra che
addette all’iniezione fossero tre in tre stanze-ambulatorio. In tutto
sette persone.  Di quante ore sarà il loro turno? Per quanti giorni
alla settimana?  Questa è una clinica privata ma convenzionata. Hanno
scelto al meglio ciò che avevano. Spazi limitati, impegno prezioso.
Ma  quante persone possono raggiungere in una settimana, in un mese?
Sempre che la materia prima, cioè le fiale, arrivino regolarmente. E
come si organizzeranno nel caso di assenze dei convocati,  per
utilizzare al completo tutte le dosi così preziose?
Si fa preso a dire di fare in fretta.
Si fa presto a criticare ed anche a pontificare. Forse  i luoghi si
trovano si adattano, si  sanificano.  Non so le persone. Vorrei
sentire un bel coro di volontari, giovani o anziani,  liberi
professionisti o pensionati. Un coro di generosità e di altruismo, un
bel coro umano,  non troppo intristito da discorsi di paghe  e di
compensi.

2 pensieri su “Diario del coronavirus n. 6

  1. Salve. Leggo con molto piacere e interesse i tuoi articoli. Mi piace il tuo modo di scrivere : semplice chiaro e conciso. Io scrivo un po’ come te. Non romanzi o racconti ma semplici cronache di vita vissuta o sentita raccontare dai miei vecchi. Anche io ho un blog su WordPress. Ogni tanto ci scrivo qualcosa con la speranza che niente vada perduto e che i miei figli e nipoti ci trovino un poco di me quando non ci sarò più.
    Ps anche io ho una certa età

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