Diario n. 7 del Coronavirus

Siamo ancora qui. Dopo un anno, più stressati e meno fiduciosi di
prima. Eppure la ragione ci dovrebbe assegnare pensieri più positivi,
visto che  è stato trovato il vaccino e che da qualche settimana è in
funzione la grande battaglia, cioè  piccole siringhe contro invisibile
assassino.
Un anno fa avevamo bandiere e cartelloni alle finestre, c’era il
problema di fare la spesa, ma abbastanza pazienza, forse curiosità del
nuovo, fiducia nei governanti e nei professori. Adesso è diverso.
Siamo stremati e impazienti. I politici ci hanno deluso o fatto
arrabbiare. Gli scienziati ci hanno stancato con dubbi e distinguo.
Ora possiamo solo aggrapparci alla speranza che la macchina
vaccinatoria prosegua senza altri cavillosi intoppi, che almeno in
estate i già vaccinati  possano incontrarsi o muoversi, che i ragazzi
possano ancora andare a giocare al pallone e prepararsi per la scuola
com’era prima.
Sono andata a fare la seconda dose del  vaccino. Eravamo tutti lì, in
quel retro della clinica dove erano state messe delle panchine.
Avrebbe dovuto essere primavera, ma faceva freddo. Quelle panchine
sapevano di frigorifero. In compenso organizzazione perfetta, ancora
più veloce dell’altra volta. Qualche persona chiamata risultava
assente o in ritardo, ma avanti in fretta con chi c’è, in grande
anticipo per me.  Foglio di via con le istruzioni per il dopo. Cioè
non ritenetevi al sicuro, non ritenetevi inoffensivi almeno per un
po’.  Io ho pensato e l’ho detto all’infermiera: ” Ormai non morirò di
covid, ma certamente di qualcos’altro”. Tutte due abbiamo aggiunto :”
Più tardi che si può”.
Infatti ho ancora troppe cose che mi aspettano. Un matrimonio troppo
rimandato, ancora due lauree imminenti, le possibilità di lavoro del
più grande, un altro traguardo di pensione. E’ proprio vero che non si
è mai contenti.  Non dovrei lamentarmi. E’ vero che sono diventata un
po’ un rudere, ma sto ancora in piedi, faccio cappelletti e tortelli,
mi meraviglio del nipote  ormai forzuto e villoso ricordandolo così
burroso e morbido nei suoi anni primi. E la ragazza, sempre un po’
trattenuta, ma magnifica anche da grande  e ammirevole per capacità e
traguardi raggiunti, che forse mi darà la gioia di diventare bisnonna.
Quindi, di che mi lamento? Tra l’altro, domenica, ultimo giorno di
zona gialla quindi di una certa libertà, mi sono piombati in due con
grandissimo scatolone e altri fagotti. Non avrei mai creduto che quel
desiderato  estrattore fosse  così grande e ingombrante, più adatto ad
un bar che a una cucina di casa. Poi tutti e due, figlio e nipote, a
montare quell’aggeggio, a studiare le istruzioni e addirittura  a fare
quell’estratto che mi porgono trionfanti, quale aiuto al mio bisogno
di vitamine e vegetali. Siamo in tre ad apprezzare il risultato. Io ci
sento la prova di affetto, la cura, la preveggenza.
Tra i vicini di casa, so che alcuni  sono andati al primo appuntamento
per il vaccino. Alcuni per età e altri per professione, insegnanti e
forze dell’ordine. Tutti mi dicono dell’organizzazione perfetta, della
amorevolezza degli operatori, della fiducia. Chi è stato alla “nuvola”
ha commentato la bravura. ” Ma allora anche noi siamo capaci di  fare
le cose per bene!” Peccato che, poi, per due o tre giorni, quella
perfetta organizzazione sia rimasta sigillata e muta per la stupida e
inutile polemica sul vaccino Astrazenica. Per cui, intanto siamo in
ritardo.
Ormai  non c’è che da aspettare la primavera, sia quella geografica
che quella economica-sociale. E  prepararci ai cambiamenti che di
sicuro dovranno investirci e ai quali dobbiamo far fronte. Ognuno per
quel che sa e per quel che può. Io, intanto penso e mi preoccupo per
la scuola, come sarà e come dovrebbe essere. E spero poter dare
qualche aiuto.

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