Il segnalibro, di Giuseppe Mariuz

Carissimo , finalmente mi è arrivato e tutto d’un fiato ho letto il
tuo ultimo libro
, definito in copertina “una grande  saga familiare”.
Certo, come romanzo ci sta bene l’immagine di saga familiare. Ma come
ripercorrenza di un cruciale periodo storico, ci starebbe bene la
definizione “la storia da vicino sugli anni tra le due guerre e poco
dopo”. Concretamente tu collochi il racconto nelle tue terre, il
Friuli, , confine e sentiero verso la futura Europa, confine imposto
ma che non riesce ad impedire che le persone, ricche di anima sangue e
sentimenti, trovino la forza e i modi per intendersi e per legarsi.
Intanto osservo subito che in queste tue nuove pagine ci sta dietro un
tuo grandissimo e profondo lavoro di documentazione. Hai letto e
studiato, hai parlato con anziani, sei andato sui posti. Per uno che
nella vita è stato insegnante di matematica direi che non c’è male. O
forse è proprio la matematica, con la sua razionalità e verità, che
induce e prepara a tanto altro. Insomma, lo voglio sottolineare anche
perché nella mia vita di insegnante ho sempre vista molta importanza e
interdipendenza tra questa branca del sapere e tutte le altre.
Ora il mio commento al libro.

Quando parli della prima guerra mondiale mi ci sono rivista mio padre,
quasi le sue stesse  parole nel raccontare proprio quei posti nel tuo
Friuli, quelle sofferenze, quelle assurdità, quelle segrete furbizie
nel cercare di sopravvivere. Mio padre non è stato fatto prigioniero,
quindi non  ha potuto conoscere da vicino quello che gli era stato
dipinto come il nemico. Ricordo che lui, dopo Caporetto, aveva trovato
chissà come una bicicletta ed  aveva pedalato fino a casa, profonda
pianura padana. Forse pensava che tutto fosse finito, cioè sconfitta e
ritorno a casa. Non so come ha fatto a non farsi considerare disertore
e a riprendere quella assurda guerra-carneficina.
Gli anni del fascismo, dopo le illusorie e infantili azioni dei gruppi
cattolici e di quelli meno numerosi e più arrabbiati di stampo
para-sovietico, scivolano piatti e sviliti nelle tante fatiche della
sopravvivenza e della persecuzione. A stento affiora il desiderio e
bisogno di libertà, di sguardo largo sul mondo e sulle differenze.  La
nuova generazione che ha voluto studiare è sensibile al dubbio. I più
anziani non sanno fare gli eroi e sembrano un po’ opportunisti o
vigliacchi. Mi è piaciuto come hai descritto Rico negli anni del
ventennio. Non mi piace che i cosiddetti antifascisti di quell’epoca
vengano tutti dipinti come eroici, coraggiosi, sicuri di se. La realtà
era molto dura, le minacce molto concrete. Non è umano né normale fare
gli eroi tutti di un pezzo quando si ha una famiglia da sfamare, dei
figli da lanciare  nell’ostile mondo, una piccola nuova sicurezza
sociale da difendere.
Anche gli eroismi dei due giovani al di qua e al di là dei confini,
non sono da urlo. Sono umanissimi sentimenti di dubbio, istintiva
avversione alle ingiustizie,  orizzonti diversi appena appena
abbozzati, ma che con tutta evidenza hanno radici in una antica onestà
contadina,  in una generosa umanissima e trattenuta capacità di amare,
addirittura bisogno di amare.

Ultimo pensiero. Quegli episodi della resistenza tra pianura altopiano
e montagne del Cansiglio mi sembrano copiate da ciò che ho visto o
vissuto tra le nostre montagne in val d’Enza. Niente retorica, niente
grandi comandanti strateghi,  soltanto eroi per caso, modesti o
involontari. Molta tragedia, molto dolore, inevitabili errori, troppi
morti.  Ma alla radice di tutto, sia nelle guerre che nelle pause di
pace, c’è sempre e sempre ci sarà una insopprimibile volontà e bisogno
di giustizia, di amicizia, di comprensione e di generosità.
E’ di questo che anche oggi, in Europa e nel mondo, abbiamo bisogno
per uscire con meno dolore possibile da questa terribile guerra alla
pandemia.

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