Mimma medaglia d’oro

Questo ultimo 25 aprile è stato particolarmente emozionante.   Pochi giorni prima, il Presidente della Repubblica, a nome dello Stato italiano, ha onorato con medaglia d’oro, la partigiana Francesca Del Rio, nome di battaglia Mimma.
Non vi so dire la mia emozione.
E’ dal 2007 che mi ci sono impegnata.  E avrei dovuto farlo dal 2005, sessantesimo anniversario della liberazione. Perché soltanto in quell’anno, Francesca ha trovato la forza di raccontare. E soltanto dal 2007 abbiamo cominciato a cercare documenti.  Quell’abbiamo è per includere la cara Raffaella Cortese De Bosis , autrice e ricercatrice della Rai, che ha frugato negli archivi, scritto e interrogato questure, prefetture e ministeri  a Roma e in giro per l’Italia.   Nel 2017, al mio novantesimo compleanno, ho potuto promettere in pubblico che mi sarei dedicata a far conoscere e onorare questa donna, morta nel 2008, simbolo ed esempio veramente unico.
Soltanto nel febbraio 2018 abbiamo potuto presentare la domanda ufficiale al competente Ministero dell’Interno.
Prime firmatarie siamo state io e la cara Raffaella.  A noi si sono aggiunti i sindaci dei tre comuni ove Mimma ha vissuto e operato, cioè Bibbiano, San Polo d’Enza e Ciano che ora si chiama Canossa. E ancora si sono aggiunti le Anpi di questi tre paesi e provinciale, più Istoreco e Casa Cervi. In allegato ben otto documenti corposi e straordinari,  di cui uno rintracciato tra gli “armadi della vergogna” in un fascicolo che prometteva elenchi di persone fucilate. Solo l’intuito diffidente di Raffaella ha potuto scovare quel  nascondiglio.
Finalmente, evviva!  In tempo per questo 25 aprile, arriva  il diploma con la medaglia d’oro  a Mimma,  ai suoi figli e nipoti ed anche a noi, che l’abbiamo voluta ricordare e ringraziare.
Ora, dopo aver  raccontato  la burocrazia vorrei raccontare la poesia, cioè episodi e sentimenti, dolori e forza di una donna, una ragazza del secolo scorso, una che sta all’inizio del nostro vivere liberi.
La storia comincia quando Mimma si dispiace con mio fratello. “Tua sorella si è dimenticata di me”.
Infatti nel mio libro lei non c’è. E’ vero, mi ero dimenticata.  Lei trasferita a Parma e io a Novara. Più facile dimenticare. Oppure volevamo proprio cancellare certi ricordi.  Mimma dice che sempre cercava di dimenticare. Eppure conservava ancora, rappezzata e sbiadita, una lettera che proprio io le avevo scritto in data 18.aprile 1945 da “zona”, che era Vetto d’Enza sede della 144^ Brigata Garibaldi.   Le chiedevo di prepararmi degli incontri con donne e popolazione di sette frazioncine del comune di Ramiseto, zona libera partigiana, Tutti posti distanti da Vetto di oltre sedici chilometri, cioè stradine e sentieri,  montagna che più montagna non si può. Lettera scritta a macchina, su fragile e malconcia carta riso, che forse non si fabbrica più.
Solo nel 2006, a  sessanta anni dalla liberazione, Mimma ha accettato di raccontare anche a noi,  con fatica e dolore. Con dolore e  pudore l’aveva dovuta raccontare al medico che la stava curando e che aveva preteso di sapere la causa di quel seno disastrato e mutilato.
Lei era una delle mie staffette. Abitava a qualche chilometro e tra campi e carraie e se avevo altri impegni le mandavo mio fratello ragazzino a portarle volantini o comunicazioni, tutto fin  dalla primavera del 1944. Lei aveva in quella frazione un bel gruppo di donne collaboratrici  e un giovane fidanzato arruolato in montagna tra i partigiani. Nel dicembre del 44, quando tutto è diventato drammaticamente difficile, Mimma è stata arrestata e imprigionata a Ciano che era centro tedesco antiguerriglia.  Da quel paesino ai piedi della montagna, partivano i feroci rastrellamenti e si cercavano spiate, informazioni e confessioni. Si torturava senza pietà. Mimma racconta di sé, ma anche delle torture al giovane Iones Del Rio, un partigiano di Montecchio che operava col gruppo di mio padre. Iones è stato poi portato sulla strada di Rossena e lì fucilato, sorte toccata a molti altri.  Da quella caserma non è uscito nessuno vivo, salvo un personaggio forse collaboratore, che di fatto fu lasciato andare. Soltanto Mimma si è salvata. Torturata tutti i giorni, per un lungo mese. “Non piangevo, non  volevo dargli soddisfazione. Chiudevo gli occhi , non  guardavo. Loro sghignazzavano, avevano dei grembiuli tutti insanguinati, sembravano macellai”.
L’ inverno quell’anno è stato particolarmente freddo e nevoso. Mimma era incinta ma molto magra. Torture tutti i giorni. Fino alla notte del 9 gennaio, quando riesce a fuggire. E in che incredibile modo! Sa che stanno per mandarla a Mauthausen come d’abitudine da quel presidio.
In piena notte si fa forza.  Nella latrina c’è un finestrino alto e stretto, e all’esterno  il tubo discendente della grondaia. Mimma si arrampica a fatica, passa a stento, si attacca a quel freddo tubo di latta e cade nella neve. E’ scalza e le sanguinano le mani. Aveva pensato :” Se muoio almeno potranno farmi il funerale”. Invece, nonostante le orme e le gocce di sangue, riesce a farsi aiutare da contadini amici. Quasi subito c’è l’azzardo di raggiungere le formazioni, cioè noi e il suo compagno, padre del bimbo che portava in pancia e suo futuro marito. Ha i piedi congelati. Racconta tutto il dolore di quei piedi. Racconta dei vestiti e delle scarpe che la madre le ha portato.  Ed anche del cavallo, col quale, di notte, passa  tra i boschi e lungo il torrente fino alla zona partigiana. Dice che con la neve e la luna, ci si vedeva come di giorno, e che quel cavallo contadino scivolava sul ghiaccio. Eppure ce la fa. Arriva a Vetto dove c’ero anch’io. All’inizio è assegnata al gruppo informazioni diretto da Laila, Anita Malavasi.  Poco dopo risulta destinata alla polizia partigiana, che operava spesso ai confini della zona libera. C’è un episodio riferito da mio fratello sui ricordi di mio padre. II 7 marzo 45 Mimma è con un gruppo di partigiani addetti alla spola tra la pianura e la montagna. Lo comanda  Saetta, cioè Dante Notari. In località Cerredolo dei Coppi, il gruppo si scontra con un posto di blocco tedesco e il comandante Saetta perde la vita mentre gli altri riescono a passare. Nel gruppo c’era anche mio padre Prospero, nome di battaglia Aroldo. Lui era scampato alla fucilazione assieme ad altri 14 ostaggi e conosceva  bene Saetta. Era stato lui a convincere quel giovane, figlio di contadini amici, ad aderire alla resistenza. Ricordo anch’io il  lungo dolore di mio padre per quella morte, che li aveva salvati. Mimma, appena giunta in zona partigiana, si mette subito a fare ciò che serve, fino al parto, disastroso, senza assistenza qualificata, concluso drammaticamente con la morte del bimbo. E’ il 9 aprile.
Non sono tempi di giusti riposi. Soltanto nove giorni dopo, il 18 di quel mese, le scrivo quella lettera della quale dolorosamente mi meraviglio. Io avevo poco più di  17 anni e  quasi nulla sapevo su sessualità gravidanze e nascite. Nella lettera le chiedo di organizzarmi delle riunioni di donne e di popolazione in sette frazioncine del comune di Ramiseto, tutte località distanti almeno 16 chilometri da Vetto dove era attestata la 144^ brigata Garibaldi e dove eravamo noi,  io e il gruppetto di addette alla propaganda.  In vista della liberazione era sembrato giusto parlare ai montanari e ai partigiani su cosa si voleva per dopo, cosa significava votare, organizzarsi in sindacati, avere un sindaco e non un podestà, voto e diritti  alle donne. In quella lettera c’è anche scritto “come l’altra volta” e altri riferimenti sul lavoro passato. Vuol dire che Mimma aveva già svolto quell’incarico, prima del parto, ma chissà se anche in quei nove giorni.
Quelle riunioni previste attorno al 25 aprile, non le abbiamo fatte, perché è iniziata la battaglia finale. Io ero fuori zona, verso la statale, e tutto il caos e il pericolo di quelle tappe l’ho condiviso con brigate e distaccamenti che conoscevo poco, con incarichi strani e diversi, quasi sempre insieme alla cara Carmen Zanti. Invece la mia 144^ scendeva dalla provinciale della Val d’Enza ad est, confine con Parma. Ciano, sede di quel presidio tedesco dove Mimma era stata torturata, era già liberata dal 10 aprile per azione congiunta di gruppi reggiani e gruppi parmensi. Dalla Val d’Enza i partigiani sono scesi in squadra, quasi sempre a piedi. Ancora c’è chi ricorda che tra loro c’era una partigiana a cavallo. Di sicuro era Mimma, e non per stupire, ma per quei piedi congelati.  Mimma è andata a cavallo anche alla sfilata del 5 maggio a Reggio, quando gli alleati hanno concesso gli onori militari e ottenuta la consegna di tutte le armi.
Dopo, per Mimma, tutto è silenzio e fatica di vita.  Fino al 7 febbraio 2007 quando ai ragazzi della terza media di Bibbiano, riesce a raccontare. E’ allora, che fa vedere a mio fratello quella mia lettera, scritta fitta fitta col nastro rosso di una vecchia Olivetti M40.  Ora conosciamo  la sua vita non facile, coraggiosa e sofferta. Tre figli allattati con un seno solo, titoli di studio conquistati alle scuole serali, interventi a quei piedi congelati, percorso lavorativo in progressione, dolori e riconoscimenti.  Anche nel privato, Mimma è un esempio per il percorso di vita non sempre fortunato ma  coerente con gli ideali di quella “stagione di  dolore armato” chiamato Resistenza, che nessuno mai dovrebbe dimenticare o sminuire.       

Teresa Vergalli (Annuska)

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