Diario del coronavirus n.8 (otto)

Ecco, sono ancora qui a parlare del coronavirus. Il numero uno era del 2 aprile 2020  e il numero sette era del 21 marzo 2021. Sembra di essere in un film di fantascienza o dell’orrore o di favola. Invece stiamo ancora qui a fare bilanci, considerazioni, tristezze. Ormai siamo in tanti già vaccinati, anche perché in questi quattro palazzoni siamo ancora in molti che ci abitiamo fin dall’inizio, cioè dagli anni settanta. Allora eravamo giovani coi figli piccoli. Quindi è logico che, se ci siamo ancora, dobbiamo per forza avere un sacco di anni. I figli sono andati altrove, lontano poco o tanto. Nella mia scala due coppie di genitori ce li hanno in  Inghilterra e gli altri a Parigi, ma tutti e due i figli e addirittura con nipoti. Con un mondo così grande e così vicino, noi qui, in queste scale prigionieri in casa, ostaggi di un esserino piccolissimo e cattivissimo e non del tutto conosciuto. Per fortuna portiamo ancora tutti  la mascherina a causa delle incognite e  dei pericoli possibili. Ho detto per fortuna perché sono contenta di nascondermi di non dovermi truccare per quel po’ che ancora mi concedevo.  Mi meraviglio che se ne vadano all’altro mondo quelli che sono più giovani di me! Proietti, Battiato, la Fracci ! Ma erano ancora giovani, potevano ancora dirci qualcosa, raccontare, parlare cantare, ballare. Ora noi che siamo del loro secolo possiamo solo riattingere alle loro parole, ai loro esempi. E sperare che i giovani siano abbastanza curiosi per andare a scoprire quelle vite ormai concluse, ma che  parlano ancora,  sostengono ancora.

E’ passato l’8 marzo, il 25 aprile e tra pochi giorni sarà il due giugno. Tutte date che “prima” erano importanti. Ora tutte ridotte a tristi passi solitari per andare ad accarezzare una corona o sotto una lapide dimenticata nel traffico o nella campagna. Ci sarebbe da ricordare anche Marzabotto, cioè Montesole, e Sant’Anna di Stazzema, così maltratta e malcompresa da un brutto film americano.  Tutte cerimonie e riti che dopo la pandemia sono sicura che non ci saranno più, o meglio, ci saranno ancora in forma diversa, meno  calda purtroppo,  e con meno ricordi. E’ giusto che sia così. Ma non sarà giusto ignorare o dimenticare. Dovrà esserci la memoria migliore, cioè la conoscenza storica, la riflessione, la consapevolezza e la distinzione tra il giusto e l’ingiusto, tra i carnefici e le vittime, i colpevoli e gli innocenti. In questa prospettiva devo chiedere scusa a chi in rete si sarà imbattuto nella mia faccia antica e nelle mie parole. Siamo rimasti in pochi a poter testimoniare o raccontare. Qualcosa ho rifiutato, ma altro ho accettato.

Mi è stato chiesto il ricordo del voto nel 1946 per la Repubblica. Qualcuno si meraviglierà di sapere che molti partigiani che avevano combattuto e rischiato la vita in quel sogno di Italia non più comandata dai Savoia, al momento decisivo non  hanno potuto votare. Diritto  negato. Bisognava avere 21 anni. Anch’io non ho potuto votare. Ancora più strano, visto che già dal 45 andavo per paesini e casolari a cercare di far capire la bellezza e la giustizia del voto, specialmente per le donne, così storicamente neglette e mortificate.  Mi è venuta la curiosità di controllare. C’è un elenco completo e ufficiale dei combattenti della 144^ Brigata Garibaldi dove risulto anch’io con mio padre. Ci sono 614 nomi, seicentoquattordici nomi con data di nascita. Su quei 614 ne ho contati 101, centouno, che non hanno potuto votare perché troppo giovani. E non sono tutti, perché non ce l’ho fatta a considerare anche quelli nati nel 1925, ma nei mesi successivi, cioè nel secondo semestre che di sicuro non hanno potuto andare alle urne.  Abbastanza maturi per morire ma non per votare! Altre stranezze ormai dimenticate. Si votava in due giorni, la scheda era da ripiegare e da incollare, quindi alle donne niente rossetto per rischio annullamento del voto, poi conteggio lunghissimo e attesa angosciosa fino alla sera del 10 giugno, arrivata ai più  nella giornata dell’11 e confermata in Cassazione il giorno 18 , Non ricordo i pensieri, di certo le preoccupazioni di tutti. Ma tutti, giovani e vecchi, impegnati a ricostruire  e quindi a dimenticare. Tutti, però, con la certezza che tutto doveva cambiare, che tutti i sogni cioè tutti i bisogni, non potevano più essere ignorati.  In qualche modo, con grandi dolori e con grandi pericoli siamo andati avanti.  Non si risolve mai tutto. Nel pubblico e nel privato si fanno passi avanti e talvolta passi indietro. Chissà dopo questa pandemia. Si spera nel passi avanti. E che i giovani abbiano la vista lunga e larga come l’intero mondo. Larga. diversa e sempre un po’ più giusta.

Un pensiero su “Diario del coronavirus n.8 (otto)

  1. Spero che il futuro ci riservi un mondo finalmente migliore ma in questo momento mi sento molto negativo… Le nuove generazioni mi sembrani facilmente plasmabili così come lo furono i ragazzi istruiti dei primi del 900 che portarono, guidati da una classe dirigente cinica, l’Italia nella prima guerra mondiale dove in prima linea finirono anche tantissimi figli di contadini che la guerra sicuramente non la volevano… Questa riscoperta della patria basata non sui valori della costituzione ma della nazione forte e indipendente e un film già visto… Comunque ho visto il programma sui RAI 3 e lei rappresenta quello che di buono la nostra nazione ha dato e spero continuerà a dare al mondo.

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