Guerra. 25 aprile

Guerra!  Da non credere. Eppure continua. Eppure ci riguarda.

Non solo per solidarietà o per simpatia, ma per quello che possiamo o vogliamo fare in concreto. I fuggiaschi ucraini che accogliamo, Gli aiuti in armi e in sanzioni con etichetta Europa che mandiamo.

Poi è appena passato il 25 aprile. Da ricordare e da reinterpretare.

Da sopravvissuta quale sono ho dovuto esserci. A ricordare, a commentare, a riflettere.

Mi è piaciuto parlare con tanti scolari e studenti.

 La mia diffidenza sulle tecnologie dei contatti a distanza si è modificata un po’ a favore. Con i collegamenti in video si perdono le strette di mano, gli abbracci e moltissimi sguardi diretti. Magari anche qualche occhio lucido o qualche sbadiglio. In compenso si arriva a molti e a moltissimi. Mi si dice che ho parlato, o che mi hanno ascoltato, migliaia di ragazzi, quasi tutti di Reggio Emilia, ma anche infilati dal milanese, senza contare quelli di Roma, condotti da insegnanti mie amiche o da comitati Anpi.

L’eco più grande, di fatto, è quello degli schermi televisivi. Mi hanno conosciuto su LaSette per i ripetuti brevi collegamenti e inaspettatamente anche su ReteQuattro in alcuni spot in omaggio alla data della liberazione.

 E soprattutto, la sera di domenica 24 aprile, nel programma di Fabio Fazio su RaiTre a “Che tempo che fa”.

Non mi sono ancora rivista con calma, ma i moltissimi commenti mi fanno credere di essermi espressa con i miei pensieri.

Ero molto preoccupata, perché in diretta è sempre possibile zoppicare. Anche perché sono enormemente dispiaciuta per le troppe polemiche e i troppi  azzecca garbugli che ancora imperversano.

A me credo spettasse l’onere di dare ai giovani una briciola di informazione e suscitare curiosità, su quella “stagione di dolore armato” che è stata la Resistenza.

Nonostante mi siano stati lasciati molti minuti, credo si sia compreso soltanto qualcosa.

Qui, con più tempo e spazio, mi va di aggiungere o illuminare.

Intanto che non sono stati pochi mesi, ma ben diciotto, cioè quattro trimestri. Sempre chiedono  cosa abbiamo provato in quel 25 aprile.  In trasmissione ho detto sollievo, grande sollievo, sollievo gioioso.

Realisticamente non poteva essere felicità. Noi siamo arrivati a Reggio città il 24 e gli alleati ancora arrancavano con i loro grossi automezzi dalle disastrate strade del nostro appennino, interrotte fatte saltare in più punti dai nostri stessi bravissimi sabotatori, cioè gli esperti di esplosivi. Eravamo stanchissimi per la lunga camminata, per le ore non dormite, per i piccoli  scontri e per il dolore  degli ultimi morti o feriti, a volte saltati sulle mine disseminate dai tedeschi in fuga.  Eravamo   sporchi di polvere e sudore, spesso tormentati dai pidocchi o dalla scabbia, con le gengive doloranti e gonfie a causa del cibo buonissimo ma sbagliato di quelle ultime settimane che era  sempre  e soltanto formaggio grana reggiano strappato ai tedeschi dalle gloriose faticosissime rapine dei partigiani di pianura, i cosiddetti SAP, cioè squadre, cioè contadini o lavoratori anziani oppure giovanissimi, con accanto  e alle spalle e in vedetta le loro donne, le tante donne.  Donne sempre doloranti ma sempre accorrenti e fantasiose.

 In città è stata fotografata la corsa festosa che ci è venuta incontro, con molte donne in abiti corti e sandali ortopedici- autarchici – poveri. Io ricordo solo la stanchezza, il sollievo di entrare in quella sede Gil dove da studentessa andavo a far ginnastica perché alle magistrali non c’era la palestra.  Ricordo di essermi seduta per terra, e di aver respirato, respirato, respirato. Di sicuro avrò aggiustato sulle ginocchia la gonna del mio vestito corto di cotone e mi sarò rannicchiata in quel golfino sferruzzato a mano da lana ricavata disfacendo qualcos’altro. Non ricordo se pensavamo a festeggiamenti. Ricordo solo la voglia di dormire e la volontà di andare a casa, cioè venti chilometri oltre, appunto per dormire ma dopo aver abbracciato mamma e fratello e soprattutto dopo un ricco ritorno all’acqua, al sapone e a biancheria pulita.

Mio padre non era lì con me. Lui era sceso a est, dalla provinciale con la brigata centoquarantaquattro, e da quella parte erano passati già i cingolati , o carri armati, accolti festosamente e omaggiati con mazzetti di fiori di campo dalle ragazze felici, emozionate e curiose di vedere per la prima volta persone di colore. Abbiamo saputo dopo che erano soldati brasiliani, entrati in guerra come alleati degli Stati Uniti.

Subito dopo, stordimento per disordinata pioggia di notizie vicine e lontane. Sollievo per aver scampato chissà come l’assalto dei pidocchi ma non una sospetta irritazione della pelle, prontamente aggredita e fermata da polveri o pomate molto diffuse in quei tempi.  Invece non ho scansato una stranezza sopportata e superata senza medico e medicine. L’abbiamo definita “orticaria” perché prudeva. Ma se osavi grattarti o massaggiarti, la zona si gonfiava mostruosamente, dura e tesa. Se era un occhio diventavi un mostro.  Mi difendevo con occhiali da sole e me ne stavo a casa. In pochi giorni il fenomeno è passato. Tutti in famiglia abbiamo creduto che la colpa fosse di quel troppo formaggio e che il rimedio fosse stato quelle scorpacciate di radicchi e verdure che a casa potevo godermi.

E finalmente è arrivato il primo maggio, con la grande festa in paese, piazza del municipio, balcone con l’altoparlante e io che con voce tremante annunciavo gli oratori, che erano i miei comandanti e persino mio padre che con tre sole parole, credo abbia ringraziato per essere stato incaricato di reggere il comune come “sindaco della liberazione”.

Ecco, se potete, immaginate quei giorni della fine della nostra guerra. Non riesco ad essere fiduciosa in un nostro prossimo primo maggio altrettanto festoso e ottimista. Questa di adesso, è una guerra inaspettata, assurda e addirittura cattivissima, forse più velenosa di quella di allora.

Un pensiero su “Guerra. 25 aprile

  1. L’ho sentita su Rai 3 questa sera.
    Il nome di battaglia di mio papà era “Chichi” non amava i Garibaldini.
    Posso dirle grazie, per me e per il mio papà.

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