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Archive for the ‘Beni culturali’ Category

Alla Case del popolo di Vasanello

Alla Case del popolo di Vasanello

Sono stata a Vasanello, simpatico comune del viterbese, terra di ulivi, nocciole,  vigneti e  castagne ed anche di un castello Orsini. C’era da festeggiare  l’ anniversario della fondazione della Casa del Popolo, in coincidenza con l’iniziativa “La notte rossa” partita dall’Emilia  su e giù per l’Italia.

Questa Casa del Popolo ha una storia notevole.  Tirata su tra il 1952 e il 1954 a forza di offerte e di lavoro volontario dei contadini e braccianti poveri della Federterra,  restaurata e rinnovata nel 1984 è anche un luogo  bello e insolito.   

Alle pareti principali fanno bella mostra due grandi affreschi di scene contadine, la vendemmia e l’ aratura. Nella parete di fondo, a sinistra  c’è addirittura un Cristo molto giovane, con un gesto che sembra benedire e nel contempo invitare ad un cammino comune. I dipinti sono opera di un pittore poco noto, Giulio Francesconi, scultore e ceramista proveniente da Viareggio e capitato in questa terra di etruschi e di ceramiche negli anni del dopoguerra  e conquistato fino alla fine dalla gente e dai luoghi. Pittore poco noto ma non banale, tanto che al momento della sistemazione, la sovraintendente alle belle arti ne apprezzò il valore e collaborò al recupero. Ora giustamente la Casa è intitolata a lui, che se lo merita non solo per i dipinti, ma per averne accompagnato e sostenuto la nascita e le funzioni. Fu addirittura lui a chiamarla “La casa dei diavoli rossi”, chiamata anche “La casa del popolo grande”.

All’inizio erano 88 metri quadrati di area fabbricabile, di proprietà del Comune,  chiesti in acquisto dal presidente della locale Lega dei Contadini. Con grandi sacrifici e intoppi burocratici la Casa del  Popolo Grande viene ultimata ed è a disposizione di tutti i lavoratori, leghe e sindacati e le sezioni comuniste e socialiste.

      Perché voglio parlarne?

Per dire che è stata una festa durata tre sere, con me a anche con Adelmo Cervi, moltissima gente e tanti giovani, donne, cibo, musica, idee, amicizie, allegria.

Soprattutto ne voglio parlare  per ricordare il significato e la funzione dei luoghi.

Le Case del Popolo, spesso sedi anche delle cooperative, sono state in Italia il contraltare di tutti gli altri palazzi ove veniva esercitato il potere. Palazzi signorili o vescovili, castelli, fortezze, tribunali, prigioni e persino chiese, sono stati e sono  le sedi che rendono possibili e visibili funzioni e ruoli quasi mai a favore dei deboli.

Le Case del Popolo e le Cooperative sono state in Italia i primi luoghi concreti dove i diseredati, gli ultimi, gli sfruttati potevano  trovarsi, discutere, confrontarsi,  crescere in conoscenza e in coraggio.  Edifici certo modesti a confronto dei palazzi del potere, ma potenzialmente importantissimi, tanto che il fascismo nascente  partì proprio da lì per scatenare la sua violenza.  Niente luoghi di incontro, niente luoghi di riflessione, niente identità collettiva, niente unità, niente condivisione. O meglio,  senza una sede le lotte le condivisioni e le decisioni diventano difficili  e rischiose. Si voleva la plebe lacerata e divisa.

E  oggi, che di sedi collettive non ne abbiamo quasi più?  Sedi cioè aperte al popolo, sedi aperte a tutti.  Ci sono quelle dei sindacati, ma ben  lontane dalle vecchie case del popolo. Sono sedi funzionali, dove si va uno per volta oppure a riunioni e convegni. Ed è già una bella cosa. Non parliamo poi delle sedi di partito, contese a seguito di scissioni o cambi  di alleanze. Addio al “Bottegone” che pure era un simbolo. Ora si è a via delle Fratte, nome che fa pensare ai cespugli. Le sedi PD di quartiere a Roma, aperte a singhiozzo, mettono tristezza.

Direte che  per confrontarci, crescere e conoscere  abbiamo altri mezzi, altre abitudini, altre possibilità. La rete tanto mitizzata, i blog – compreso questo piccolo mio – la posta elettronica, i telfonini, facebook, WhatsApp, twitter,  qualche giornale da leggere forse su uno schermo, quasi mai riunioni vere, semmai grossi raduni in teatri dove tutto è già predisposto e il confronto è riservato ai primi-attori.

Ci sono rimaste le primarie. Mettiamoci in fila per le primarie. Poi alcuni, pochi, andranno anche a votare.

C’è  soluzione? Ad una delle ultime riunioni ove sono andata, qualcuno ha suggerito volantini e passaggi porta a porta. Archeologia! Si piange per le sedi che chiudono causa impossibilità di affitto.

Io non mi sento di piangere sul passato. Non si torna indietro. Bisogna imparare a servirsi meglio dei mezzi del presente, ma non per scambiarsi stupidaggini, battute o parolacce, che su facebook mi infastidiscono tanto. Agli amici del mio quartiere che preparano una iniziativa ho raccomandato niente manifesti, magari solo una locandina, ma tante telefonate, messaggini, email, passaparola.

E soprattutto idee chiare e concrete su problemi reali e sentiti.  Me ne vengono in mente alcuni per primi: il vandalismo nei parchi, le scritte sui muri, le vetture bianche della metro sepolte da immense opere grafittate, l’ineducazione dei padroni dei cani, la raccolta differenziata, i vecchi e le famiglie povere da aiutare, il volontariato, le scuole da ripulire, i beni confiscati alla mafia  da riassegnare al più presto, incontri culturali o festosi con immigrati o rom per smussare il razzismo, i tesori della storia e dell’arte da conoscere e far conoscere.  E potrei continuare.

Se si mettessero in discussione questi temi  credo che le persone tornerebbero nelle sedi, anziché vedere  questo ordine del giorno che mi è arrivato : “discussione politica nazionale comunale municipale, conferenza programmatica e tesseramento” !!!

la notte rossa2015 (59)

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La Tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli

La Tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli

 

Vorrei poter polemizzare con un giovane docente dell’università di Napoli  che, col titolo “La Gioconda non è un brand”, scrive una relazione ad un convegno CGIL dei lavoratori della conoscenza, sostenendo che il patrimonio artistico e ambientale è bene pubblico.

Su questo concordo anch’io, ricordando il bellissimo articolo della nostra Costituzione che ne afferma il valore e ne impone la tutela. Anzi, il concetto dovrebbe essere ovvio.

I problemi sorgono quando si passa  al tema di come rendere fruibile  questo bene. Un patrimonio nascosto o inaccessibile, anche se proclamato pubblico, è come se non esistesse. E’ annullato, cancellato.

Ecco perché non concordo con le critiche eccessive e ideologiche sulla mercificazione dei beni culturali e ambientali  che in parte avanza anche questo studioso.   Lamenta che tutto diventa merce, tutto diventa “brand”.

Ho appena potuto godere della bellezza delle Alpi trentine, Val di Fassa, Val di Fiemme. E non solo dal basso delle valli, dove corrono le statali e  fiumi, ma anche dall’alto dove arrivano le funivie e dove  soltanto in pochi, giovani e allenati, avrebbero potuto arrivare a piedi. Quel bene pubblico fatto di rocce, di colori, di radure e di silenzi è diventato accessibile a quasi tutti, grassi o magri, ragazzini o vecchi. Proprio grazie a quelle funivie e a quegli impianti contro cui ho sentito negli anni tuonare molte anime belle di ambientalisti più o meno sinceri.

Le esagerazioni non vanno bene. Gli interventi debbono essere studiati con amore e resi meno invasivi possibile. I costi per il pubblico contenuti e onesti in modo che il maggior numero di “pubblico”  possa sentirsi davvero possessore di quel bene.

Diverso il discorso della speculazione devastante. Le dolci vallate della toscana prese di mira  dai palazzinari che ne farebbero un bene privato, vanno difese con le unghie e coi denti. Mi piace Boccelli che vi porta la musica senza insediare strutture fisse, perché quel bene comune possa essere goduto anche con l’emozione del suono accanto all’emozione dei profili e dei tramonti.

Che  tutto ciò abbia anche un aspetto economico, di mercato, di costi,  è  inevitabile  e può essere criticato. Tutto sta nella misura o nei correttivi.

Per i beni ambientali occorre che la gente si muova, che vada sui posti, che cammini o salga in funivia o vada in barca.

Per i beni artistici e archeologici è quasi la stessa cosa, con qualche variante.

Da poco il ministro dei beni culturali ha introdotto delle novità. Anche qui c’è sempre il dilemma se fare pagare o non pagare e quanto far pagare.  Negli anni sessanta, quando sono venuta a Roma, si poteva entrare al Colosseo liberamente. Non c’era quasi nessuno.  Da quando è stato necessario pagare il biglietto si sono viste le code.  Per la Cappella Sistina il Vaticano  mette un costo abbastanza alto e non prevede sconti per categorie o età. Tuttavia  ci sono  sempre code lunghissime.  Offre però un giorno al mese di entrata gratuita.

Ha fatto bene Franceschini a prendere questo esempio per i musei. Ha anche tolto l’entrata gratuita per gli anziani, cosa abbastanza contestata.  Ha  aggiunto le aperture serali, che facilitano e attirano.

Si può scandalizzarsi di coloro che chiedono che di questi beni se ne faccia un buon uso anche economico? Che si valorizzino meglio? Che  portino un giusto incremento alla economia?

Tutto sta a equilibrare il marketing con la conoscenza.

Un Mosè a San Pietro in Vincoli o un Galata morente al Campidoglio devono anche essere compresi e collocati nel loro tempo. Non basta poterli vedere, bisogna anche  saperli leggere, ascoltare il messaggio che ci portano, cogliere l’idea che li ha generati.  Sebbene  anche la sola emozione visiva  è pur sempre un arricchimento, una educazione alla bellezza.

Perciò  è giustissimo fare dei nostri beni artistici e ambientali  un “bene” comune non nascosto, non esclusivo. Quindi  con un valore anche economico.  Che si deve  però accompagnare   alla conoscenza, alla alfabetizzazione artistica, alla storicizzazione dei luoghi archeologici e architettonici.

Ho già scritto della necessaria didattica dei beni culturali. Una didattica che parta dalla storia dell’arte insegnata di più e meglio nelle scuole, che valorizzi e arricchisca la competenza degli operatori e guide turistiche, che controlli il  contenuto delle varie guide sia audio  che scritte, che valorizzi o promuova la funzione integrativa  delle varie associazioni o circoli culturali. Senza demonizzare il marketing, visto che occorrono mezzi adeguati  per assicurare la custodia e il restauro e per migliorare la promozione pubblicitaria in Italia e all’estero. Credo che si dovrebbe anche far pagare per i Caravaggio a Santa Maria del Popolo o a San Luigi dei Francesi, o per Michelangelo a San Pietro in Vincoli. O almeno ricordare che in molti posti meravigliosi si può andare gratis.

Una recente polemica su Repubblica in due paginate parlava dei tanti musei romani poco valorizzati. Ne dimenticava tantissimi altri, come la Cripta Balbi, il  Palazzo Altemps, il parco delle tombe di Via Latina, il Mausoleo di Costanza, il museo di Villa dei Quintili, il Chiostro del Bramante, l’intera via Appia antica, i vari edifici museali di Villa Torlonia e di Villa Borghese. E tanti altri che nemmeno io conosco.  Senza contare i numerosissimi  tesori sparsi persino  in paesini microscopici, come quel Montefalcone Appennino nelle Marche, arroccato, minuscolo e armonioso, che ha un piccolo museo con una straordinario trittico del Crivelli  e una ricca raccolta di fossili  tratti da quelle sue stesse rocce.

E’ vero. E’ giusto proclamare che l’acqua è un bene comune, ma perché lo sia di fatto bisogna che arrivi alle persone. Il patrimonio artistico culturale e ambientale per essere bene comune deve essere portato ai cittadini e all’umanità intera. L’aspetto  economico o mercantile necessario a farlo arrivare a tutti  è come la rete idrica che fa trasporto tutelando e conservando. Tanto meglio se può anche aggiungere una educazione all’uso, al godimento,  cioè  al possesso.

 

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