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Archive for the ‘Beni culturali’ Category

Mercoledi 15 maggio a Roma, Università degli Studi ROMATRE, Dipartimento delle scienze della formazione, nelle stanze del MusEd, Museo della scuola e dell’educazione, è stato illustrato il lavoro dei miei scolari e mio di tanti anni fa.  Sono ancora sopraffatta dall’emozione, ma ho il dovere di completare l’informazione e di rimediare alle dimenticanze.

Ora posso elencare le presenze. Prima di tutto quella che ci collegava a Reggio Emilia, la città delle settimane di scambio. Era presente il professor Roberto Zanoni, che è il nipote del maestro Sergio Lusetti. Il Prof. Zanoni è ordinario di chimica alla Sapienza, ma ancora legatissimo alle radici reggiane e ai protagonisti di quel particolare gemellaggio, anzi settimane di scambio, che abbiamo vissuto. So che ha già mandato le foto e le notizie.
Prima di ricordare gli interventi, voglio elencare le presenze, molte a sorpresa.
Tra  i ragazzi del gruppo “Senza Paura” erano presenti addirittura alcuni genitori. Mi si sono presentati il papà e la mamma di Giovanna Capitanio, impossibilitata a venire. ” Al suo posto abbiamo voluto venire noi, papà e mamma”. Non li avrei riconosciuti, sebbene ancora bellissimi. A proposito,   dovrei anche raccontare qualcosa sui padri dei miei ex alunni, protagonisti anche loro di quella avventura.
Con Liliana Pesoli, che pur di venire ha stravolto un suo già pagato viaggio, si è presentata assieme alla madre e alla sorella. Il suo intervento in poesia me l’ha regalato trascritto  su elegante pergamena, bellissima. Spero di poterla pubblicare.
Erano presenti alcune mamme della classe del viaggio a Reggio,  quelle che tanto hanno collaborato. C’era la mamma di Ernesto, il giovane papà che vive e lavora a Barcellona. Poi la mamma di Nicoletta, Assunta,  esperta e guida nel creare le bambole di pezza per le bimbe reggiane. E ancora c’era la mamma di Raffaella D’Angelo, la dolce e bionda ragazza che ancora mantiene legami e contatti con gli antichi compagni di classe, sia vicini che lontani.
Devi citare le presenze dei ragazzi, cioè quelli non previsti nella scaletta dei lavori.  Mi sono trovata dinnanzi non più ricciolina e ora senza occhiali, la cara Cristina di Pilato, che compare, bimba, nella foto della locandina. E’ impiegata in uno studio legale. Poi Raffaella d’Angelo, la dolcissima e ancora biondissima che la prima notte a Reggio Emilia ha confessato di aver sentito un po’ di malinconia, e che lavora all’aeroporto di Ciampino. Con lei è intervenuta Marianna Rossetti. che se ne è andata un po’ prima della fine per  prendere i figli a scuola. Ed ancora ho potuto abbracciare il fantasioso Gianfranco D’Ingegno, ora autorevole psicologo impegnatissimo e motivato.
Altre presenze, quelle di insegnanti colleghi. Laura Dragoni, che da esperta Isef mi ha sempre aiutato in palestra e, dopo, da insegnante parallela nella didattica al tempo pieno. Ed anche Lina Del Curatolo, insegnante alla scuola Media, con la quale si è lavorato insieme per le ricerche e le mostre di “Roma Barocca” e “Roma come un libro”, con  Alberta Campitelli.
Ed ora dirò degli interventi.
Importante e in apertura, l’introduzione del Direttore del dipartimento di Scienze dell’Educazione, professor Massimiliano Fiorucci.(che poi ha voluto la dedica sul mio libro dei racconti),
Breve e filosofico l’intervento di Sandro Portelli, che ha collegato l’esperienza di guerra con quella di insegnante.
Più didattica e articolata la ricca riflessione di Ermanno Detti, direttore di “Articolo 33” e “Il pepe verde”. Gli sono grata perché è lui che ha segnalato al MusEd la nostra avventura.
Molto profonde, anche se concentrate, le relazioni delle docenti universitarie del MusEd,  Carmela Covato,  Francesca Borruso ed Elena Zizioli. Hanno sottolineato la caratteristica femminile, le pagine di un diario e le potenzialità dei materiali archiviati.
Vivissimo e affascinante il racconto di Alberta Campitelli, che è ancora una autorità nell’ambito dei beni culturali e delle ville storiche italiane europee e del mondo. Ha ripercorso quelle esperienze, quei programmi, quella epoca culturale e innovativa del comune di Roma, con i suoi Petroselli sindaco e Nicolini assessore.
A conclusione ed in cima per interesse e concretezza, i quattro interventi degli ex scolari:  Andrea Borrelli, ingegnere, che ha raccontato il viaggio a Reggio;  Nicoletta Lalli, avvocato, che ha fatto una bella e completa riflessione sui dialetti e il bilinguismo; Liliana Pesoli che  il suo emozionante ricordo ce lo ha letto in rima; e Franco Sollazzi, ingegnere, che a braccio ci ha fatto ripensare al valore formativo ed educativo nell’accostarsi agli amministratori, sindaci o dirigenti locali, che hanno in mano le sorti e le scelte della collettività.
Ed ecco, cicliegina sulla torta, la lettura dei tre messaggi arrivati da lontano. Floriana Corlito col suo bel viso e la sua bella voce da attrice, ha dato vita ai messaggi di Ernesto Monacelli che ora vive e lavora a Barcellona dopo anni di esperienze europee, londinesi e germaniche. Più lontana è la voce di Fabrizio Terenziani, della classe più antica, quella di “senza Paura”,  che scrive dal Lussemburgo, ove vive da oltre vent’anni .  E infine l’emotivo saluto da Bologna dell’ex timido Fabio Pepe, che le sue competenze informatiche le esercita accanto alla moglie maestra e alla figlia preadolescente.
E’ mancato il messaggio di Laura Leucci, dalla provincia di Varese, mamma da pochi anni, che fino all’ultimo ha cercato di venire di persona, ma che all’ultimo non ce l’ha fatta. Ci scriveremo.
Con questi ricordi vivi e caldissimi si chiude questa tappa. I dirigenti del Mused e del Dipartimento ci danno appuntamento per l’autunno, quando si guarderà più in grande, in un convegno sui problemi della didattica, della formazione e della cultura di un popolo. A questo punto mi sono detta felice, ho ringraziato e ho raccontato della “medaglia di cartone”
In quegli anni di così nuove e faticose attività, qualcuna delle colleghe aveva sentenziato che alla fine avrei meritato una medaglia di cartone.
Ho detto che questa di oggi è la mia medaglia di cartone. Quella medaglia, inaspettatamente, è arrivata. Ne sono felice. Avrei dovuto precisare che la medaglia spetta prima di tutto  ai ragazzi e un po’ ai loro genitori, ed anche  a chi ci ha aiutato, a chi ci ha compreso. Forse ce la siamo meritata, ma tutti insieme, nessuno escluso.
Insomma, ora andiamo avanti, ancora senza paura, e ancora con entusiasmo.
Devo aggiungere che nel frattempo sono arrivati due messaggi da Reggio Emilia che solo più tardi ho potuto leggere e che ora trascrivo.
Da Gina Trezza, ex insegnante della scuola gemellata di Reggio Emilia:
Noi insegnanti della scuola Italo Calvino di Reggio Emilia, felici che il lavoro scolastico del maestro Sergio Lusetti, uno dei fondatori, sia conosciuto ed apprezzato, siamo convinti  che la memoria sia un prezioso giacimento culturale che arricchisce il presente e contribuisce a costruire un futuro migliore. Viva la scuola”.
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Sulla memoria è necessario ritornare, visto che qualcuno distorce la storia e troppi non si vergognano di rivalutare o rivendicare il fascismo.

 

Che strumenti abbiamo per confermare i fatti storici, per approfondirli nella loro complessità e quindi per giudicarli? Abbiamo gli archivi. Che di solito sono di carte, fragili, deperibili, precarie.  Ora dovremmo avere anche tutto il registrato, cioè quella cosa mostruosa e infinita che è la rete.
Qualche giorno fa, cioè il famoso 8 marzo giornata internazionale della donna, è andata “in rete” sul sito di Repubblica, la storia di una partigiana emiliana, Mimma, di cui già ho scritto e che mi sta molto a cuore. Il merito di questa pubblicazione va al giornalista Marco Patucchi che lavora per quella testata, e alla cara Raffaella Cortese De Bosis, ricercatrice  storica e amica.  A loro  sono molto grata e riconoscente per questa messa in rete, che ha avuto ben quattordicimila e cinquecento visualizzazioni. Cioè 14.500 lettori!
Su Mimma ho già scritto.  Con settanta anni di ritardo stiamo chiedendo per lei un riconoscimento dallo Stato, cioè una medaglia alla memoria. Il ritardo è stato causato  proprio dalla difficoltà di ritrovare documenti di archivio, a conferma della tardiva rivelazione dell’interessata sulle  torture subite.
E qui c’è da fare un discorso sugli archivi.
Il più conosciuto è il caso degli “armadi della vergogna”.  Armadi risalenti al dopoguerra, che contenevano i fascicoli con i dati sui delitti  compiuti dagli occupanti tedeschi e dai fascisti durante gli anni del conflitto.  E’ proprio da quegli armadi, rinvenuti negli anni, che è venuta fuori anche la storia di Mimma, imprigionata torturata e fuggita da una caserma tedesca, quella di Ciano D’Enza.
Qualcuno ha voltato verso il muro quegli armadi per nasconderne il contenuto. Cioè un archivio nascosto, annullato!  E per fortuna non distrutto, come forse è accaduto o può accadere!
Ma non è tutto. Quando Mimma, sessanta anni dopo la fine della guerra ha raccontato con fatica e dolore la sua storia, ha ricordato che i carabinieri l’avevano raggiunta a Parma per chiederle di quella vicenda.  Era successo che nel frattempo il Tribunale Militare si era attivato per ricostruire i fatti di quella caserma.  Mimma ha risposto alle domande con fatica, fino a sentirsi male. Dice:” Loro scrivevano e scrivevano e io mi sono sentita male”.
Da allora, dal 2005, in noi, suoi concittadini, è nata la volontà di chiedere un doveroso riconoscimento, una onorificenza. Ma serviva una documentazione,  non bastavano i  racconti.  E’ stata  Raffaella, commossa da questa storia ed allenata alle ricerche più difficili, – tipo Sant’Anna di Stazzema, delitto Moro, o fucilazioni di soldati alleati, – a mettersi alla ricerca.  Le difficoltà non ce le ha raccontate. E’ andata ad intuito, sulla traccia di competenze territoriali ed ex tribunali militari, carabinieri ed esercito, finché ha trovato un documento, proprio il verbale di quella visita dei carabinieri che si è conclusa con il malore di Mimma.
E qui ritorna il discorso sugli archivi. Perché quel documento di Mimma si trovava dove non doveva essere!  Era in un fascicolo il cui titolo indicava persone fucilate.  E’ stato per caso o per malizia che quel verbale è stato messo fuori posto? O per semplice e solita incuria, incapacità, trascuratezza?  E’ soltanto merito di Raffaella, certamente esperta di archivi e di tranelli,  se quel foglio prezioso è stato recuperato!
Purtroppo ci sono archivi che non sono degni di questo nome. Cioè sono accozzaglie di faldoni, forse in attesa di sistemazione, oppure di rottamazione. Anche quelli raccolti e ordinati possono essere in pericolo per muffe, umidità, insetti  o addirittura topi.
E ciò che viene raccolto in rete, che futuro avrà?  Ci saranno archivi telematici?  Ci si è già posto il problema della tutela, della conservazione, della accessibilità?  O basterà un clic per distruggere tutto?
Da questa esperienza mi viene un’altra riflessione.
Anche i Musei sono archivi di memoria. Ne sto conoscendo i segreti e le strutture  da quando frequento quello della didattica, il MusEd di Roma.  Proprio da come sono strutturati  ne viene garantita e resa fruibile la funzione. Che appunto è funzione di memoria storica.  Nel nostro caso,  accanto al “cartaceo” c’è anche la versione in rete.
Forse è questa la strada.
Infatti i valori custoditi in un Museo devono essere non solo attraenti e visitabili, ma anche accessibili a chi vuole o deve ricostruire la storia, accertare avvenimenti e rifletterci.  Essere bravi archivisti è una professione di tutto rispetto e di natura intellettuale.
La stessa riflessione vale anche per le biblioteche,  di volumi antichi o di opere più vicine.  Di solito hanno schedari ed elenchi, cioè mappe di percorso.  Ci pensavo  vedendo in TV  “Il nome della rosa” e riflettevo che  tutti noi abbiamo le case piene di libri, ed anche per noi a volte esiste il problema di come ritrovarli se non abbiamo adottato qualche criterio nel collocarli.  Cioè se non abbiamo reso fruibile e utilizzabile il nostro “archivio” privato.
Perché i libri e i documenti diventano qualcosa di vivo e di prezioso soltanto se il nostro interesse o la nostra curiosità li fa diventare preziosi e utili, strumenti di conoscenza,  non oggetti e non arredamento.

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Alla Case del popolo di Vasanello

Alla Case del popolo di Vasanello

Sono stata a Vasanello, simpatico comune del viterbese, terra di ulivi, nocciole,  vigneti e  castagne ed anche di un castello Orsini. C’era da festeggiare  l’ anniversario della fondazione della Casa del Popolo, in coincidenza con l’iniziativa “La notte rossa” partita dall’Emilia  su e giù per l’Italia.

Questa Casa del Popolo ha una storia notevole.  Tirata su tra il 1952 e il 1954 a forza di offerte e di lavoro volontario dei contadini e braccianti poveri della Federterra,  restaurata e rinnovata nel 1984 è anche un luogo  bello e insolito.   

Alle pareti principali fanno bella mostra due grandi affreschi di scene contadine, la vendemmia e l’ aratura. Nella parete di fondo, a sinistra  c’è addirittura un Cristo molto giovane, con un gesto che sembra benedire e nel contempo invitare ad un cammino comune. I dipinti sono opera di un pittore poco noto, Giulio Francesconi, scultore e ceramista proveniente da Viareggio e capitato in questa terra di etruschi e di ceramiche negli anni del dopoguerra  e conquistato fino alla fine dalla gente e dai luoghi. Pittore poco noto ma non banale, tanto che al momento della sistemazione, la sovraintendente alle belle arti ne apprezzò il valore e collaborò al recupero. Ora giustamente la Casa è intitolata a lui, che se lo merita non solo per i dipinti, ma per averne accompagnato e sostenuto la nascita e le funzioni. Fu addirittura lui a chiamarla “La casa dei diavoli rossi”, chiamata anche “La casa del popolo grande”.

All’inizio erano 88 metri quadrati di area fabbricabile, di proprietà del Comune,  chiesti in acquisto dal presidente della locale Lega dei Contadini. Con grandi sacrifici e intoppi burocratici la Casa del  Popolo Grande viene ultimata ed è a disposizione di tutti i lavoratori, leghe e sindacati e le sezioni comuniste e socialiste.

      Perché voglio parlarne?

Per dire che è stata una festa durata tre sere, con me a anche con Adelmo Cervi, moltissima gente e tanti giovani, donne, cibo, musica, idee, amicizie, allegria.

Soprattutto ne voglio parlare  per ricordare il significato e la funzione dei luoghi.

Le Case del Popolo, spesso sedi anche delle cooperative, sono state in Italia il contraltare di tutti gli altri palazzi ove veniva esercitato il potere. Palazzi signorili o vescovili, castelli, fortezze, tribunali, prigioni e persino chiese, sono stati e sono  le sedi che rendono possibili e visibili funzioni e ruoli quasi mai a favore dei deboli.

Le Case del Popolo e le Cooperative sono state in Italia i primi luoghi concreti dove i diseredati, gli ultimi, gli sfruttati potevano  trovarsi, discutere, confrontarsi,  crescere in conoscenza e in coraggio.  Edifici certo modesti a confronto dei palazzi del potere, ma potenzialmente importantissimi, tanto che il fascismo nascente  partì proprio da lì per scatenare la sua violenza.  Niente luoghi di incontro, niente luoghi di riflessione, niente identità collettiva, niente unità, niente condivisione. O meglio,  senza una sede le lotte le condivisioni e le decisioni diventano difficili  e rischiose. Si voleva la plebe lacerata e divisa.

E  oggi, che di sedi collettive non ne abbiamo quasi più?  Sedi cioè aperte al popolo, sedi aperte a tutti.  Ci sono quelle dei sindacati, ma ben  lontane dalle vecchie case del popolo. Sono sedi funzionali, dove si va uno per volta oppure a riunioni e convegni. Ed è già una bella cosa. Non parliamo poi delle sedi di partito, contese a seguito di scissioni o cambi  di alleanze. Addio al “Bottegone” che pure era un simbolo. Ora si è a via delle Fratte, nome che fa pensare ai cespugli. Le sedi PD di quartiere a Roma, aperte a singhiozzo, mettono tristezza.

Direte che  per confrontarci, crescere e conoscere  abbiamo altri mezzi, altre abitudini, altre possibilità. La rete tanto mitizzata, i blog – compreso questo piccolo mio – la posta elettronica, i telfonini, facebook, WhatsApp, twitter,  qualche giornale da leggere forse su uno schermo, quasi mai riunioni vere, semmai grossi raduni in teatri dove tutto è già predisposto e il confronto è riservato ai primi-attori.

Ci sono rimaste le primarie. Mettiamoci in fila per le primarie. Poi alcuni, pochi, andranno anche a votare.

C’è  soluzione? Ad una delle ultime riunioni ove sono andata, qualcuno ha suggerito volantini e passaggi porta a porta. Archeologia! Si piange per le sedi che chiudono causa impossibilità di affitto.

Io non mi sento di piangere sul passato. Non si torna indietro. Bisogna imparare a servirsi meglio dei mezzi del presente, ma non per scambiarsi stupidaggini, battute o parolacce, che su facebook mi infastidiscono tanto. Agli amici del mio quartiere che preparano una iniziativa ho raccomandato niente manifesti, magari solo una locandina, ma tante telefonate, messaggini, email, passaparola.

E soprattutto idee chiare e concrete su problemi reali e sentiti.  Me ne vengono in mente alcuni per primi: il vandalismo nei parchi, le scritte sui muri, le vetture bianche della metro sepolte da immense opere grafittate, l’ineducazione dei padroni dei cani, la raccolta differenziata, i vecchi e le famiglie povere da aiutare, il volontariato, le scuole da ripulire, i beni confiscati alla mafia  da riassegnare al più presto, incontri culturali o festosi con immigrati o rom per smussare il razzismo, i tesori della storia e dell’arte da conoscere e far conoscere.  E potrei continuare.

Se si mettessero in discussione questi temi  credo che le persone tornerebbero nelle sedi, anziché vedere  questo ordine del giorno che mi è arrivato : “discussione politica nazionale comunale municipale, conferenza programmatica e tesseramento” !!!

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La Tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli

La Tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli

 

Vorrei poter polemizzare con un giovane docente dell’università di Napoli  che, col titolo “La Gioconda non è un brand”, scrive una relazione ad un convegno CGIL dei lavoratori della conoscenza, sostenendo che il patrimonio artistico e ambientale è bene pubblico.

Su questo concordo anch’io, ricordando il bellissimo articolo della nostra Costituzione che ne afferma il valore e ne impone la tutela. Anzi, il concetto dovrebbe essere ovvio.

I problemi sorgono quando si passa  al tema di come rendere fruibile  questo bene. Un patrimonio nascosto o inaccessibile, anche se proclamato pubblico, è come se non esistesse. E’ annullato, cancellato.

Ecco perché non concordo con le critiche eccessive e ideologiche sulla mercificazione dei beni culturali e ambientali  che in parte avanza anche questo studioso.   Lamenta che tutto diventa merce, tutto diventa “brand”.

Ho appena potuto godere della bellezza delle Alpi trentine, Val di Fassa, Val di Fiemme. E non solo dal basso delle valli, dove corrono le statali e  fiumi, ma anche dall’alto dove arrivano le funivie e dove  soltanto in pochi, giovani e allenati, avrebbero potuto arrivare a piedi. Quel bene pubblico fatto di rocce, di colori, di radure e di silenzi è diventato accessibile a quasi tutti, grassi o magri, ragazzini o vecchi. Proprio grazie a quelle funivie e a quegli impianti contro cui ho sentito negli anni tuonare molte anime belle di ambientalisti più o meno sinceri.

Le esagerazioni non vanno bene. Gli interventi debbono essere studiati con amore e resi meno invasivi possibile. I costi per il pubblico contenuti e onesti in modo che il maggior numero di “pubblico”  possa sentirsi davvero possessore di quel bene.

Diverso il discorso della speculazione devastante. Le dolci vallate della toscana prese di mira  dai palazzinari che ne farebbero un bene privato, vanno difese con le unghie e coi denti. Mi piace Boccelli che vi porta la musica senza insediare strutture fisse, perché quel bene comune possa essere goduto anche con l’emozione del suono accanto all’emozione dei profili e dei tramonti.

Che  tutto ciò abbia anche un aspetto economico, di mercato, di costi,  è  inevitabile  e può essere criticato. Tutto sta nella misura o nei correttivi.

Per i beni ambientali occorre che la gente si muova, che vada sui posti, che cammini o salga in funivia o vada in barca.

Per i beni artistici e archeologici è quasi la stessa cosa, con qualche variante.

Da poco il ministro dei beni culturali ha introdotto delle novità. Anche qui c’è sempre il dilemma se fare pagare o non pagare e quanto far pagare.  Negli anni sessanta, quando sono venuta a Roma, si poteva entrare al Colosseo liberamente. Non c’era quasi nessuno.  Da quando è stato necessario pagare il biglietto si sono viste le code.  Per la Cappella Sistina il Vaticano  mette un costo abbastanza alto e non prevede sconti per categorie o età. Tuttavia  ci sono  sempre code lunghissime.  Offre però un giorno al mese di entrata gratuita.

Ha fatto bene Franceschini a prendere questo esempio per i musei. Ha anche tolto l’entrata gratuita per gli anziani, cosa abbastanza contestata.  Ha  aggiunto le aperture serali, che facilitano e attirano.

Si può scandalizzarsi di coloro che chiedono che di questi beni se ne faccia un buon uso anche economico? Che si valorizzino meglio? Che  portino un giusto incremento alla economia?

Tutto sta a equilibrare il marketing con la conoscenza.

Un Mosè a San Pietro in Vincoli o un Galata morente al Campidoglio devono anche essere compresi e collocati nel loro tempo. Non basta poterli vedere, bisogna anche  saperli leggere, ascoltare il messaggio che ci portano, cogliere l’idea che li ha generati.  Sebbene  anche la sola emozione visiva  è pur sempre un arricchimento, una educazione alla bellezza.

Perciò  è giustissimo fare dei nostri beni artistici e ambientali  un “bene” comune non nascosto, non esclusivo. Quindi  con un valore anche economico.  Che si deve  però accompagnare   alla conoscenza, alla alfabetizzazione artistica, alla storicizzazione dei luoghi archeologici e architettonici.

Ho già scritto della necessaria didattica dei beni culturali. Una didattica che parta dalla storia dell’arte insegnata di più e meglio nelle scuole, che valorizzi e arricchisca la competenza degli operatori e guide turistiche, che controlli il  contenuto delle varie guide sia audio  che scritte, che valorizzi o promuova la funzione integrativa  delle varie associazioni o circoli culturali. Senza demonizzare il marketing, visto che occorrono mezzi adeguati  per assicurare la custodia e il restauro e per migliorare la promozione pubblicitaria in Italia e all’estero. Credo che si dovrebbe anche far pagare per i Caravaggio a Santa Maria del Popolo o a San Luigi dei Francesi, o per Michelangelo a San Pietro in Vincoli. O almeno ricordare che in molti posti meravigliosi si può andare gratis.

Una recente polemica su Repubblica in due paginate parlava dei tanti musei romani poco valorizzati. Ne dimenticava tantissimi altri, come la Cripta Balbi, il  Palazzo Altemps, il parco delle tombe di Via Latina, il Mausoleo di Costanza, il museo di Villa dei Quintili, il Chiostro del Bramante, l’intera via Appia antica, i vari edifici museali di Villa Torlonia e di Villa Borghese. E tanti altri che nemmeno io conosco.  Senza contare i numerosissimi  tesori sparsi persino  in paesini microscopici, come quel Montefalcone Appennino nelle Marche, arroccato, minuscolo e armonioso, che ha un piccolo museo con una straordinario trittico del Crivelli  e una ricca raccolta di fossili  tratti da quelle sue stesse rocce.

E’ vero. E’ giusto proclamare che l’acqua è un bene comune, ma perché lo sia di fatto bisogna che arrivi alle persone. Il patrimonio artistico culturale e ambientale per essere bene comune deve essere portato ai cittadini e all’umanità intera. L’aspetto  economico o mercantile necessario a farlo arrivare a tutti  è come la rete idrica che fa trasporto tutelando e conservando. Tanto meglio se può anche aggiungere una educazione all’uso, al godimento,  cioè  al possesso.

 

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