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Archive for the ‘Politica’ Category

La cronaca da un po’ di tempo racconta episodi raccapriccianti di bullismo. Che molto spesso avvengono nelle scuole.  Le mie amiche insegnanti lamentano atmosfere pesanti e comportamenti al limite. Una cara partigiana che ultimamente è andata  a parlare tanto  di memoria agli studenti , mi racconta che c’è sempre un gruppo, a volte numeroso, che non solo non applaude, ma motteggia contrastando e dichiarandosi fascista.
Credo che tra i due atteggiamenti ci sia uno stretto legame.
Perchè il bullismo è una forma di fascismo. Ne ha tutte le caratteristiche e tutti i sentimenti profondi.
Prima di tutto il non accettare le differenze.  Le vittime sono sempre in qualche modo caratterizzate da una diversità. A volte per un paio di calzoni rosa, a volte perché troppo bravi e primi della classe. a volte per qualche imperfezione.
E  tutti sappiamo quanto si sia accanito il fascismo verso tante categorie di diversi.
Poi la prepotenza che può arrivare alla violenza. In sostanza la presunzione di essere superiori e di avere il diritto di colpire, di umiliare.
Qui  si sente l’eco della razza superiore che deve dominare su tutte le altre con la violenza della guerra.
Nel bullismo c ‘è a volte la tendenza ad agire in gruppo, dove il più sfrontato e violento raccoglie ammirazione e consenso.
E qui ricordiamo le squadracce coi manganelli e le varie “bande Carità”.
Nella  realtà di oggi, anche senza ricordare la storia,  troviamo un po’ dappertutto il concime per la  fioritura velenosa del bullismo.
La  violenza negli stadi, dove ricompare l’odio agli ebrei. Le grida di personaggi politici e di gente varia che ha paura degli immigrati e li descrive come pericolosi. L’odio verso gli zingari è addirittura antico. Il fastidio verso il buonismo trattato da ignavia o debolezza o falsità.
Il più pericoloso di tutti è il sentirsi al di sopra di ogni regola, di ogni legge, di ogni buona abitudine.
In testa ci sono tutti quelli che del “no” si sono fatti un vanto e un ideale. No a tutto. No agli scienziati sui vaccini o sulle cure oncologiche. No a chi ha progettato una ferrovia o un oleodotto.  No a un inceneritore, no a tutto.  E tutti questi no è perchè io sono sopra a tutto, ne so più di tutti, non credo a niente, perchè tutti mi vogliono fare fesso. Non credo ai medici perchè sono venduti alle industrie farmaceutiche. Butto l’immondizia dove voglio e non la separo perchè poi loro la rimettono tutta insieme.  Parcheggio dove mi è comodo, mi diverto a fare fesso gli altri e soprattutto a prendermela coi politici.  Se sono bravi e  onesti ancora di più, perchè tanto non ci credo. E mi diverto a scansare gli obblighi le tasse e i contributi.
Una bella foresta di cattivi esempi  per i ragazzi così fragili e spesso così soli.
Come se ne esce non lo so.
Ci vorrebbero dei buoni esempi. Ci vorrebbe che le belle notizie facessero notizia. Che nella scuola e fuori della scuola si parlasse anche dei doveri per poter pretendere dei diritti.
E che  in questi giorni, che sono quasi alla fine dell’anno scolastico, non  ci fosse, così insistito e fastidioso, lo spettacolo di questi cosiddetti vincitori delle elezioni, finti disinteressati alle poltrone ma veri disinteressati  al dialogo e alla logica.
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A proposito di parolacce

Qualche giorno fa ho protestato con l’autore di uno scritto su Facebook rimproverandolo di concludere col solito vaffa uno scritto lieve e condivisibile sull’età e il tempo che passa. Lui  mi ha risposto che voleva essere ironico invitandomi a non essere troppo seriosa.

Invece non è per seriosità che non sopporto il dilagare di questo vaffa, che trovo ormai dappertutto, quasi diventato una moda.
Se si vuole essere ironici bisognerebbe ispirarsi ai grandi che le parolacce se le inventavano, ricorrendo il meno possibile a quelle già in uso. Pensiamo a Totò, a Sordi, a Verdone, a Proietti. E ne dimentico molti altri.
Le parolacce le abbiamo in abbondanza nella nostra lingua parlata e nella nostra realtà. E credo che tutti ce ne siamo serviti. In un momento di stizza, di delusione o di fretta.  Sfugge la parolaccia appunto per ironia, per riassunto linguistico e a volte perchè è più efficace di un ragionamento.
Ma la parolaccia ci impoverisce.
Troppo ripetuta e sempre uguale ci impoverisce. Impoverisce  perchè esclude una riflessione, non permette una critica, non arriva a nessuna conclusione o proposta o speranza.  Chiude e basta. Offende e basta.
Avrete capito che la mia allergia a questo vaffa non deriva soltanto da un gusto linguistico, ma si radoppia a causa dei cinquestelle, che nascono proprio da una parolaccia.
Siamo in procinto di avere al governo dell’Italia, il paese del dolce stil novo, una squadra di persone che ha come bandiera, come collante e come progetto, una parolaccia, un vaffa!
Ed è raggelante che tanta gente abbia seguito quel vaffa agganciato al tutto e al contrario di tutto, senza una logica, senza una riflessione, senza un ideale.
Ideale? ecco una parola sconosciuta dimenticata, invecchiata!
Invece vaffa è moderno, è fico, è giovane!
Vorrei che qualche teorico di psicologia delle masse mi spiegasse questo fenomeno di regressione culturale.
O forse di regressione politica.
Non ho mai avuto incarichi politici, ma ho seguito sempre la politica e mi ci sono appassionata. Non poteva essere altrimenti, viste le mie origini e la mia storia. Questo approdo politico tanto negativo sicuramente nasce  da molti errori o molte mancanze. Forse nasce anche da qualche modernità  che ha influito in negativo.
Questa storia della rete, di tutte le panzane che vi circolano, dei ghetti che riuescono a formare. Su facebook ognuno ha il suo gruppo, quindi ha un cerchio omogeneo e di parte, nel quale faticano ad entrare smentite o notizie contrarie. Nel mio caso, non so perchè, ho contatti di ogni tipo. Soltanto perchè non lo so fare. non riesco a cancellare persone che non mi piacciono e con le quali non vorrei avere più niente da dire.  Forse è per questa realtà di  gruppi omogenei  che non arriva l’informazione contraria.  Per esempio del fatto che anche i precedenti presidenti di Camera e Senato avevano rinunciato ai benefici aggiuntivi.  Forse si spiega  come mai non arrivano le notizie serie e scientifiche sui vaccini o sull’aiuto in atto ai senza lavoro. L’opinione pubblica ormai non la fanno più nè i giornali nè la televisione. La tanto mitizzata rete in questi tempi è sotto esame per gli effetti oscuri in campo internazionale-elettorale.  Ed è sotto esame proprio per le falsità, le bufale, le offese, i pericoli che può nascondere.
Vorrei tanto che rallentasse la moda della parolaccia tappa-tutto.
 Quel vaffa vorrei non sentirlo più.  Tra l’altro è brutto, è povero, è poco fantasioso. I nostri dialetti e persino la nostra letteratura hanno un elenco di parolacce più colorito, più variegato, molto spesso purtroppo  più volgare.  Se vi si ricorre in momenti estremi quindi pochissime volte, le salveremo per quanto possibile dal logoramento e dalla perdita di efficacia. Le salveremo come costume, come ultima zattera linguistica, come storia e come arma gratuita e poco letale a disposizione del popolo minuto. Mai e poi mai come parola d’ordine politica.

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Mancano due settimane al voto.

Da tempo rifletto sui concetti e slogan che entrano nel sentire comune e che faranno molto male alla nostra democrazia.
Primo fra tutti quelli dei cinque stelle. Sull’esaltare “l’eroismo oppure onestà” dei loro parlamentari nel cedere una parte dello stipendio. Sotto a questa trovata, c’è un concetto non solo gretto e populista, ma fascista. In sostanza, agli eletti si dice “siete pagati troppo”. Cioè siete pagati troppo per un lavoro che non vale nulla.
In un Parlamento che non vale nulla.
Siamo vicini al pensiero del duce, che ne voleva fare un bivacco per i cavalli.
Si pensa, senza dirlo,  che chi entra in politica non debba essere bravo e competente. Il deputato grillino lo si vuole  gregario, uno  che  va a scardinare il sistema, cioè la struttura democratica che ci siamo creati con la repubblica, e lo farà  con disciplina, cioè sotto dettatura di Grillo e Casaleggio. O del Di Maio.  Per tutti quelli degli  altri partiti, si sottintende che  il Parlamento è  un luogo per arrivisti e disonesti.
Invece il Parlamento, per una democrazia, è il luogo più importante. Lì ci mandiamo  persone che ci devono rappresentare. E ce li mandiamo perché facciano le cose per bene, da specialisti della politica e dell’economia, ed anche da specialisti dei rapporti internazionali.  Proprio perché la democrazia è difficile. Proprio perché è il contrario della dittatura dove c’è uno solo che decide per tutti e  sulla testa di tutti.
Chi guida  una democrazia deve avere  onestà, cosa certamente indispensabile. Ma anche capacità,  impegno continuo, e persino studio continuo. Occorre anche un sacrificio e una operosità eccezionale.
Lo dico da moglie di un dirigente sindacale a livello nazionale e internazionale. E’  vero che eravamo prima del 1986, ma non c’era domenica, non c’era sosta né sonno. A fare seriamente quel “mestiere”, era una impresa trovare minuti e attenzioni per  famiglia e figli. Senza contare esigenza di continui aggiornamenti e studio. Senza contare i dolori per le aggressioni o minacce da parte avversa.
Doveri simili dovrebbero essere ricordati a chi si candida al Parlamento. Chiamarli a restituire parte dello stipendio è come dire “Non meritate la paga che vi danno”. Infatti i cinquestelle non scelgono persone qualificate, ma solo a casaccio, su autoproposta, attraverso la mitica “rete” e votazioni numericamente ridicole. Infatti propongono anche di ridurre le prebende parlamentari se andranno al governo.
E’ molto impopolare ciò che sto dicendo. Certo si può discutere su prebende e privilegi.  Si dovrebbe anche  spiegare bene la storia dei vitalizi, del perché si è potuto intervenire sugli ultimi eletti e non su quelli precedenti.
E  prendere  a confronto le paghe delle persone che hanno alte responsabilità negli altri campi della vita civile. Non solo dei dirigenti di azienda e di quelli delle banche ma anche quelli della magistratura, del consiglio di stato della corte dei conti, pensioni comprese.  Chiedo ai giornalisti di diventare topi d’archivio e dirci non solo quanto guadagna Marchionne ( accanto a quanto ha fatto per l’azienda), ma anche quanto incassa Zagrebelsky o Berlusconi o Fabio Fazio o la Berlinguer. Se questi compensi sono meritati anch’io applaudo alle capacità. Chi sa fare va valorizzato, proprio perché ciò che fa è importante. Anche i ricercatori e gli scienziati vanno pagati bene.  E, in fondo a questa scala vanno pagati bene anche gli operai, le colf e gli insegnanti.
Tutto questo mio ragionamento è per contestare una vera bufala ideologica dei cinque stelle. Bufala che ha  molta popolarità, perché è facile invidiare, sminuire, disprezzare. E’ un modo antichissimo di astio e incomprensione facilitato anche da comportamenti deleteri che lo alimentano. I disonesti, o mele marce, ci sono sempre. Ma la strada per combatterli non è questa.
Poi se i cinquestelle vogliono far credere di  volere una riduzione di spesa per lo  Stato, chiedo perché non hanno votato  la  Riforma che prevedeva la soppressione del Senato e del Cnel? Sarebbe stato un  bel risparmio. per  finanziare  piccole  imprese, microcredito o intelligenti progetti.

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Partigiani per il sì

L’articolo di Repubblica del 25 agosto 2016.

Repubblica

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Il testo della lettera che ho scritto all’amico Sergio Staino, pubblicata il 24 agosto su l’Unità.

Carissimo Sergio,

 dovevo scriverti da tempo perché mi sono gustata il tuo “Alla ricerca della pecora Fassina” con vero divertimento, anzi, amaro divertimento. Con una battuta e un tratto di matita riesci a dire di più che un articolo di fondo.  Però ancora non vedo notizie che riguardano il giornale, salvo le “Feste”. Lo sai che le prime in Italia le abbiamo fatte in settembre  a Reggio Emilia nel 46 e 47 e che il loro “capitano”, cioè  organizzatore, responsabile, ideatore era mio marito,allora fidanzato, non ancora venticinquenne e da poco entrato nel PCI.? All’inizio si sono fatte al Parco Terrachini, sulla via Emilia , appena fuori il centro città, e ricordo che il lavoro di costruzione e allestimento degli stand, delle piste da ballo, degli impianti era affidato ai compagni delle “brigate di lavoro”, carpentieri, elettricisti eccetera. Poi le donne volontarie in cucina.  Non so cosa è rimasto di simile, ma alla FestaReggio al Campovolo dove sono stata l’anno scorso ancora il volontariato è ciò che regge il tutto.
Ti scrivo oggi perché sono abbastanza e di nuovo indignata per le polemiche sul referendum del sì e del no. Ho invitato i compagni dell’Anpi che sono per il sì a rompere il divieto di Smuraglia se vogliono salvare l’Anpi dallo sfascio e dal neostalinismo.  Non mi sta bene che  quelli del no, dell’Anpi o della sinistra interna con DAlema in testa, abbiano dal PD e da Renzi tutto lo spazio possibile, tutta la disponibilità possibile. Alla quale poco fa, l’ineffabile Smuraglia ha risposto che un confronto alla pari con Renzi non risolve e ci deve pensare, deve riunirsi coi suoi !!! Pretende di volantinare a favore del no dentro alle feste ! Dice che non sarebbe successo con Togliatti! Certo che no, visto che mai l’Anpi , col bel nome “partigiani” aveva deciso di schierarsi contro l’unico partito di sinistra (o riformatore, vedi il termine democrazia progressiva) a fianco di tutta la destra, neofascisti compresi, xenofobi compresi!
Ho scritto sul mio blog una bella “filippica”  che vi è finita ieri, quindi avrei dovuto metterci anche qualcosa in più.  Ma sono proprio stanca di vedere strumentalizzato  il nome di  partigiani, quindi le nostre vite e i nostri sacrifici in funzione di una battaglia che si spiega solo con l’astio o l’invidia o la voglia di ricicciare  della vecchia nomenclatura che coi suoi fallimenti ci ha portato fin qui.
Se possibile vorrei raccogliere un po’ di “vecchi” e fare insieme qualcosa.  Purtroppo molti sono un po’ svaniti o  spenti e si adagiano per affetto e fiducia cieca a ciò che decide l’Anpi.
Se hai qualche consiglio da darmi te ne sarei molto grata. Oltre  che sul mio blog scriverò su quello de “iMille”, ma non so che effetto può avere. L’8 settembre prossimo siamo chiamati noi di Roma e provincia in Campidoglio dove il prefetto (donna) ci darà le medaglie del governo Renzi , o ministero della difesa. Non so che cerimonia pietosa o commovente potrà essere. Cercherò di chiamare qualche giornalista anche per far vedere che moltissimi di quei “vecchi”  non sono iscritti all’Anpi o non lo sono più.
Ti abbraccio con tanta gratitudine e …. andiamo avanti
Teresa

 

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01-00074537000043 - 25 APRILE 1945 LA LIBERAZIONE - SECONDA GUERRA MONDIALE - PARTIGIANI IN MONTAGNA .

L’Anpi, che ha ereditato la bellissima parola “partigiani” ha preso una decisione politica profondamente sbagliata. Con la pretesa – o convinzione – di difendere la Costituzione ha voluto guidare la battaglia contro la riforma Renzi-Boschi, iniziando la mobilitazione anzitempo, fino dal gennaio di quest’anno. Col risultato di non raggiungere nemmeno il numero delle firme richiesto.

 

Da tempo mi sono schierata per il sì.

 

Da tempo soffro per la strumentalizzazione della parola “partigiani” che poi non si limita alla parola, ma cade su persone, su protagonisti. Mi viene da dire “lasciate in pace i partigiani”, “rispettate i partigiani e le partigiane”. Quei protagonisti sono ormai fragili, a volte quasi spenti. Sono diventata vecchia anch’io che allora avevo sedici e diciassette anni. I lucidi sono forse molti, ma non ci giurerei. Smuraglia e la Menapace sono sicuramente ancora lucidi, ma ritengo che si curino poco degli altri vecchi partigiani ancora in vita e ancora riflessivi. Tant’è vero che nel preparare il congresso si chiedeva ai comitati di mandare i dati sui tesserati, ma non c’era nessuna richiesta di dati precisi su partigiani combattenti e nuovi partigiani. Nemmeno nelle tessere c’è mai stata distinzione, salvo un quadratino da tra combattenti e no. In una circolare prot.169 del 23 settembre 2015, oggetto “Consegna delle medaglie della Liberazione”, l’Anpi stessa dichiara che ci sono state 5.911 domande pervenute e che “Si può ritenere che non meno di duemila siano NON ISCRITTI ALL’ANPI”. Come ammettere che non ci si è mai curati di farne un conteggio distinto. Io non sono molto per le medaglie e a Roma pare che la Prefettura ce le consegni il prossimo otto settembre. Ma le medaglie sono un segno di rispetto ringraziamento e riconoscimento. Questa Anpi, così pronta a combattere in politica col bel nome “partigiani”, non ha mai, nemmeno nel settantesimo, stampato una tessera leggermente diversa tra iscritti “combattenti” e “patrioti” .

 

Entro poi nel merito della riforma costituzionale. Per dire sì o no bisogna guardare ai risultati che ne possono venire. Ci sono dei risultati importanti e dei risultati meno importanti o addirittura marginali. Se si mette tutto insieme non si capisce più niente.

 

Tra quelli importanti e innegabili, ci sta la semplificazione procedurale che rende più rapido il legiferare e la ugualmente chiara riduzione dei costi. Ci si può arrampicare dicendo che le spese ci saranno ancora e che quando si è voluto far passare certe leggi si è fatto in fretta. Ma non si può negare che duecento indennità parlamentari in meno e un tetto alle retribuzioni in regione porteranno sicuramente un risparmio. E sui tempi del legiferare, visto che si lamenta un possibile accresciuto potere dell’esecutivo, vorrei commentare che non è stato bello dover forzare. Poi mettiamo in elenco tutte le leggi che senza questo ping pong tra le due camere avrebbero potuto essere approvate anziché rimanere nei cassetti.

 

E ancora si critica il fatto che il senato rimane e con compiti complessi. Era meglio fare qualcosa di più semplice? Era possibile fare meglio? Ricordo soltanto che questa riforma è andata in porto dentro un parlamento con due camere e senza una maggioranza. I grandi commentatori in negativo di questa legge sono non solo di destra ma di estrema sinistra e di una parte del PD, quegli stessi che hanno perso le elezioni o non sono stati capaci di afferrare una vittoria che era a portata di mano. Sarebbe stato meglio fare come in passato, cioè dire che non ci sono le condizioni e non formulare nessuna riforma? Cioè far passare altri settanta anni?

 

Ultima e più importante considerazione. Cosa succede se vince il no? L’Europa e il mondo che ci vede immobilizzati, impotenti a seguire il ritmo dei tempi e a riformare persino l’anomalia delle due camere. Quindi ininfluenti, incapaci. E con una possibile crisi, con eventualità di andare ad elezioni con due leggi elettorali differenti per camera e senato con esito di sicura ingovernabilità. Prospettiva di un nuovo governo Berlinguer o Cuperlo o Speranza, oppure avanzata degli xenofobi e delle nuove destre, incattivite dallo spettro degli immigrati?

 

Chiedo ai dirigenti e agli iscritti della gloriosa Anpi – alla quale non mi sono più iscritta – di riflettere meglio sulle conseguenze, sulle ragioni principali o effetti secondari di una riforma sacrosanta.

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Firma_della_Costituzione

Ho già dichiarato che sul referendum costituzionale esprimerò il mio sì.  Ora cerco di spiegare le motivazione di questo sì. E il mio dissenso verso quella che ritenevo la mia associazione, l’ Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Prima osservazione.

La più bella Costituzione del mondo è intoccabile nella parte prima.  Infatti non è toccata dalla riforma.

Le modifiche in discussione riguardano la parte seconda, con le modalità dettagliatamente indicate. Già negli anni della stesura di quel testo, noi che c’eravamo e stavamo particolarmente attenti ad ogni polemica, sapevamo che c’erano dubbi e dissensi proprio su questo punto del bicameralismo. Sapevamo fin da allora che sarebbe stato necessario modificare questa parte. Anzi, viste le lungaggini e i balletti dei passaggi decisionali tra i due rami del parlamento, non immaginavamo che potessero passare addirittura settanta anni prima di vedere andare in porto una così prevedibile riforma.

Seconda osservazione.

Quelli del no tirano sempre in ballo il “combinato disposto” – termine oscuro e burocratico –  della nuova legge elettorale. In questo modo nascondono che il referendum non riguarda la legge elettorale. Tirano in ballo questo tema per dimostrare che  il potere esecutivo, cioè il governo, avrebbe troppi poteri  e  pochi controlli.

Il  potere di  agire, per un governo,  non è una cosa negativa, visto che i governi  devono governare, cioè agire, decidere, fare.  In molte democrazie, ci sono governi o presidenti che hanno grandi poteri decisionali, ma nessuno direbbe che questo potere mette in pericolo la libertà e la democrazia.  Dovremmo ricordare tutti i tira molla e gli inciampi  di nostri governi nati  a mosaico, frenati o immobilizzati da ricatti o protagonismi   dei  partitini in coalizione. Basta ricordare  le 35  ore di Bertinotti, che  hanno fatto cadere Prodi e avviato la rinascita di Berlusconi. Si dovrebbe anche ricordare che i controlli all’operato dei governi restano prima di tutto nel Parlamento, con tutte le sue commissioni e con il voto di aula e di fiducia. Poi ancora rimangono alla Corte costituzionale, al Presidente della Repubblica e addirittura alla possibilità dei referendum, aggiornati e allargati.

Senza contare che il potere di controllo più grande è il voto dei cittadini.

Quelli del no aggiungono inorriditi, che con questi generosi premi di maggioranza, potrebbe vincere Salvini. Come dire che per la paura che vinca l’altro, rinuncio alla possibilità di vincere io! Come dimenticare che la sostanza della democrazia sta proprio nella possibilità dell’alternanza.  Anzi in democrazia l’alternanza è  proprio prevista, auspicata, resa possibile.

Su questo tema della legge elettorale viene sempre fuori la lagnanza sui “nominati”. Come se si potessero compilare delle liste di candidati senza che qualcuno, all’inizio, inviti, proponga o chiami e, dopo,  qualcun  altro accetti, sia disponibile  o si auto-candidi.  Noi, poi, abbiamo le primarie, imperfette forse, ma dove ci si può inserire anche autonomamente.

Su questo argomento vorrei osservare che non potrà mai essere definito “nominato” chi entra in parlamento o al comune o alla regione  con molti voti.  E’ il consenso dei votanti che rende valida ed effettiva una scelta e una nomina. Chi viene eletto con pochi voti è possibile che sia, di fatto, “nominato”, cioè nominato dalla sua clientela oppure dalla sua corrente.

Anzi, proprio in questi tempi di votazioni amministrative non posso fare a meno di pensare che la rinuncia  al diritto di voto  nasce in buona parte dallo spettacolo di tutte queste polemiche, questi distinguo, queste discussioni di lana caprina. La gente si stanca non solo delle cose non fatte o fatte male, ma anche delle liti e degli strilli  – per esempio su questa riforma costituzionale – che non interessano ed appaiono inutili e incomprensibili. Sfido una lavoratrice, un insegnante o  un professionista a capirci qualcosa nell’intervento di Zagrebeski o dei dottori costituzionalisti del no.  La gente capisce solo che è una lotta tra gruppi e che si vuole fargliela pagare a Renzi.  Una lotta che svilisce la politica e che porta al giudizio che sono tutti uguali e che tutti mirano ad un interesse personale. Perciò porta a concludere evviva i nuovi, i diversi, quelli che sembrano incarnare l’antipolitica.

Altra osservazione sulla riforma fatta male, sul senato che rimane, e sulla immunità.

Argomento di quelli del no è che sarebbe stato preferibile annullare del tutto il senato, invece di mantenerlo con dei “nominati” ai quali per di più verrà concessa l’immunità parlamentare. Si vede che preferiscono che l’immunità rimanga a tutti i senatori conservati  nel numero attuale. Se l’immunità è per questi contestatori insopportabile, potrebbero proporre di mettere mano ad una riforma per togliere o ridurre questo “privilegio” anacronistico.

Sui compiti del nuovo senato, collegati alla correzione delle competenze regionali e statali, nessuno di quelli del no ha il coraggio di intervenire. Si preferisce affermare che nelle regioni si sono verificate le peggiori scorrettezze o illegalità, come se quei personaggi scorretti fossero destinati a confluire nel nuovo senato. Fosse vero, sarebbe sacrosanto, appunto, togliere l’immunità.

Dimenticando volutamente tutti i controlli antimafia e anticorruzione che sono stati attivati e potenziati in questi ultimi tempi, dall’Expo, all’individuazione  dei candidati “impresentabili”.

Altro accenno alle conseguenze di un voto negativo.
Quelli del no che sono di destra, lega, fratelli d’Italia, berlusconiani, cinquestelle e casa pound, dichiarano a gran voce che col loro no vogliono mandare a casa Renzi. Tanto più che lui stesso l’ha dichiarato. Poteva anche non dichiararlo, ma un capo di governo che riceve l’incarico con il preciso mandato di fare le riforme e in particolare “questa” riforma, se è una persona seria sente il dovere di dimettersi. Anche se non l’ha dichiarato prima.  Soltanto un Berlusconi, dopo aver messo a referendum una riforma veramente stravolgente della Costituzione, non ha la coerenza di dimettersi. Forse perché una accozzaglia di norme partorite da un gruppetto ritirato in baita non era nemmeno difendibile.
Invece quelli del no che si definiscono di sinistra, e quelli che adoperano come arma la bellissima parola “partigiani”, anch’essi dicono che è meglio che il governo cada, perché poi si potrebbe fare una riforma costituzionale più corretta, più bella.  Mi si è detto anche che vabbè ne abbiamo cambiati tanti di governi che  possiamo cambiare anche questo.  Ripeto  che tutte queste lotte intestine, queste diatribe, queste polemiche hanno il risultato immediato e sicuro di fare allontanare i cittadini dalla politica e di farli arrabbiare ancora di più.  Mi chiedo: questi personaggi che si ritengono chiaroveggenti, si buttano in una azione politica senza avere presente dove questa andrà a portare il paese?  Oppure è proprio questo che vogliono? Forse per astio o per antipatia o per invidia. Attaccandosi a giudizi e critiche marginali, definizioni superficiali e inconsistenti sulla persona di Renzi, tipo l’età o il carattere. O addirittura sull’avvenenza della Boschi, diventata quasi una caratteristica riprovevole, tanto da definirla velina e amichetta.

Non voglio polemizzare su queste piccolezze.  Ricordo solo che se cade il governo a ottobre non potranno andare avanti tutti gli altri progetti di riforme che stanno sul tappeto comprese quelle in trattativa coi sindacati. Si perderà il prestigio e la forza contrattuale in Europa e nel mondo, si fermerà il cammino della ripresa economica, e, in caso di voto potrebbero vincere proprio i Salvini e i Grillo,  e i ringalluzziti neonazisti e neofascisti. Con buona pace di quei valorosi combattenti che si ammantano della parola “partigiani”.

Se non si vuole riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte politiche vuol dire che si manca di consapevolezza. Oppure che è proprio al tanto peggio  tanto meglio che si vuole arrivare.

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