Non più coronavirus

Non più diario del coronavirus, ma diario di rabbia, dolore, delusione, paura.

Mi sembra che ci sia poco da stare allegri. Nel mondo con l’Agfanistan e simili, si va indietro di vent’anni e credo in sostanza di secoli. Da noi vediamo alla luce del sole degli autentici fascisti mascherati da antigreenpass e da paladini della libertà. Che si permettono di manifestare e di menar le mani, che imperversano in rete con minacce e falsità colossali, senza che nessuno li metta in galera o li faccia stare zitti. Nel privato due lutti e non per covid. Una cara amica che vedevo poco ma che invidiavo per l’irruenza combattiva, ancora troppo giovane e forse troppo sola. E l’altra, così originale anche nella musica, che muore in pochi giorni non lontano da suo padre, che ha superato da un pezzo gli ottanta anni ed ha in dura sorte di veder morire una figlia. 

Dolore e rabbia anche per il fuoco, che è divampato violento, improvviso e vicinissimo, in quel prezioso corridoio  verde di cui andavamo fieri e che avevamo difeso a suon di assemblee e a  forza di firme per ottenerne la inedificabilità. Le fiamme arrivavano e arroventavano  anche le mie finestre al settimo piano e ci son voluti molti getti di idrante molti voli di elicotteri per impedire che fossimo arrostiti anche noi, o le nostre cose, come quei poveracci del palazzo di Milano. La rabbia è pensare che ci sia stata una mano criminale o forse degli interessi di qualche grosso progetto, per mirare a questi sessantaquattro ettari liberi che credevamo preziosi per questi due quartieri, Don Bosco e Romanisti,   che non è giusto definire periferia. La rabbia cresce se si pensa che proprio qui vicino, a pochi chilometri, abbiamo le due più grandi caserme e sedi dei vigili del fuoco, tra Capannelle e Don Bosco. I chilometri sono pochi, ma la burocrazia ha la millemiglia, per tutti i minuti che al telefono ti risponde solo una voce registrata che dei tuoi strepiti se ne fa un baffo, mentre  il fuoco si avvicina  ai nostri pioppi non nostri, così frondosi ma che nessuno viene a contenerli nello strepitoso sviluppo.  Così che io, sebbene mi senta poco paurosa, mi vesto in fretta e  furia in vista di un possibile ordine di sgombero. Per di  più, eccezionalmente sono in casa da sola. I ragazzi sono in macchina, abbastanza vicino, e  stanno tornando. Devono affrontare il fumo nero che non ci fa vedere le case di fronte e che è arroivato fino alla via Tuscolana, portando cenere e frammenti di vegetali bruciati.   Intanto,  quei poveri “pompieri” devono scalare la spianata delle canne, così appetitose per il fuoco,  aprirsi un varco per spruzzare quell’acqua e liquido speciale che poi, a fine lavoro, lascia del bianco sul nero, come se fosse  cenere,

Ora abbiamo un panorama tristissimo, cioè tutto marrone scuro e marrone chiaro e ancora volano i frammenti di foglie bruciate o disseccate che stanno provvisorie su quelle che erano belle fronde verdi ed ora sono stecchi. Molta solidarietà e contatti coi vicini di casa. Ultima ironia. L’ala destra del nostro palazzo è nata come cooperativa dei vigili del fuoco, e ancora qualcuno ci abita. E’ una fetta di Roma e una fetta d’Italia. Dovremo persino votare per il comune. Votare per cambiare, visto che in questi ultimi anni non c’è stato  sviluppo. Il grande Renzo Piano, architetto, chiede la cura delle periferie. Pure i quartieri mediani hanno bisogno di attenzioni. Il verde, sia per gli allarmi che per i problemi ambientali è certamente una delle priorità. Concretezza, efficienza, opere minori ma anche visioni  alte . La grande vela di Calatrava che si vede dal mio balcone, ha bisogno di essere completata secondo quel  progetto dell’Università di Tor Vergata che era addirittura messo in modellino in mostra alle scuderie del Quirinale, che non ho potuto  fotografare. Occorre gente concreta, poco chiacchierona, molto pronta al sacrificio.  Perché guidare una città, e in più guidare una Roma, è  opera per gente coraggiosa che sappia lavorare e penare non solo individualmente, ma in squadra.

Quindi auguri al quartiere, auguri a Roma, auguri a noi. E a Roberto Gualtieri che mi sembra il più giusto.

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Diario del coronavirus n.8 (otto)

Ecco, sono ancora qui a parlare del coronavirus. Il numero uno era del 2 aprile 2020  e il numero sette era del 21 marzo 2021. Sembra di essere in un film di fantascienza o dell’orrore o di favola. Invece stiamo ancora qui a fare bilanci, considerazioni, tristezze. Ormai siamo in tanti già vaccinati, anche perché in questi quattro palazzoni siamo ancora in molti che ci abitiamo fin dall’inizio, cioè dagli anni settanta. Allora eravamo giovani coi figli piccoli. Quindi è logico che, se ci siamo ancora, dobbiamo per forza avere un sacco di anni. I figli sono andati altrove, lontano poco o tanto. Nella mia scala due coppie di genitori ce li hanno in  Inghilterra e gli altri a Parigi, ma tutti e due i figli e addirittura con nipoti. Con un mondo così grande e così vicino, noi qui, in queste scale prigionieri in casa, ostaggi di un esserino piccolissimo e cattivissimo e non del tutto conosciuto. Per fortuna portiamo ancora tutti  la mascherina a causa delle incognite e  dei pericoli possibili. Ho detto per fortuna perché sono contenta di nascondermi di non dovermi truccare per quel po’ che ancora mi concedevo.  Mi meraviglio che se ne vadano all’altro mondo quelli che sono più giovani di me! Proietti, Battiato, la Fracci ! Ma erano ancora giovani, potevano ancora dirci qualcosa, raccontare, parlare cantare, ballare. Ora noi che siamo del loro secolo possiamo solo riattingere alle loro parole, ai loro esempi. E sperare che i giovani siano abbastanza curiosi per andare a scoprire quelle vite ormai concluse, ma che  parlano ancora,  sostengono ancora.

E’ passato l’8 marzo, il 25 aprile e tra pochi giorni sarà il due giugno. Tutte date che “prima” erano importanti. Ora tutte ridotte a tristi passi solitari per andare ad accarezzare una corona o sotto una lapide dimenticata nel traffico o nella campagna. Ci sarebbe da ricordare anche Marzabotto, cioè Montesole, e Sant’Anna di Stazzema, così maltratta e malcompresa da un brutto film americano.  Tutte cerimonie e riti che dopo la pandemia sono sicura che non ci saranno più, o meglio, ci saranno ancora in forma diversa, meno  calda purtroppo,  e con meno ricordi. E’ giusto che sia così. Ma non sarà giusto ignorare o dimenticare. Dovrà esserci la memoria migliore, cioè la conoscenza storica, la riflessione, la consapevolezza e la distinzione tra il giusto e l’ingiusto, tra i carnefici e le vittime, i colpevoli e gli innocenti. In questa prospettiva devo chiedere scusa a chi in rete si sarà imbattuto nella mia faccia antica e nelle mie parole. Siamo rimasti in pochi a poter testimoniare o raccontare. Qualcosa ho rifiutato, ma altro ho accettato.

Mi è stato chiesto il ricordo del voto nel 1946 per la Repubblica. Qualcuno si meraviglierà di sapere che molti partigiani che avevano combattuto e rischiato la vita in quel sogno di Italia non più comandata dai Savoia, al momento decisivo non  hanno potuto votare. Diritto  negato. Bisognava avere 21 anni. Anch’io non ho potuto votare. Ancora più strano, visto che già dal 45 andavo per paesini e casolari a cercare di far capire la bellezza e la giustizia del voto, specialmente per le donne, così storicamente neglette e mortificate.  Mi è venuta la curiosità di controllare. C’è un elenco completo e ufficiale dei combattenti della 144^ Brigata Garibaldi dove risulto anch’io con mio padre. Ci sono 614 nomi, seicentoquattordici nomi con data di nascita. Su quei 614 ne ho contati 101, centouno, che non hanno potuto votare perché troppo giovani. E non sono tutti, perché non ce l’ho fatta a considerare anche quelli nati nel 1925, ma nei mesi successivi, cioè nel secondo semestre che di sicuro non hanno potuto andare alle urne.  Abbastanza maturi per morire ma non per votare! Altre stranezze ormai dimenticate. Si votava in due giorni, la scheda era da ripiegare e da incollare, quindi alle donne niente rossetto per rischio annullamento del voto, poi conteggio lunghissimo e attesa angosciosa fino alla sera del 10 giugno, arrivata ai più  nella giornata dell’11 e confermata in Cassazione il giorno 18 , Non ricordo i pensieri, di certo le preoccupazioni di tutti. Ma tutti, giovani e vecchi, impegnati a ricostruire  e quindi a dimenticare. Tutti, però, con la certezza che tutto doveva cambiare, che tutti i sogni cioè tutti i bisogni, non potevano più essere ignorati.  In qualche modo, con grandi dolori e con grandi pericoli siamo andati avanti.  Non si risolve mai tutto. Nel pubblico e nel privato si fanno passi avanti e talvolta passi indietro. Chissà dopo questa pandemia. Si spera nel passi avanti. E che i giovani abbiano la vista lunga e larga come l’intero mondo. Larga. diversa e sempre un po’ più giusta.

Diario n. 7 del Coronavirus

Siamo ancora qui. Dopo un anno, più stressati e meno fiduciosi di
prima. Eppure la ragione ci dovrebbe assegnare pensieri più positivi,
visto che  è stato trovato il vaccino e che da qualche settimana è in
funzione la grande battaglia, cioè  piccole siringhe contro invisibile
assassino.
Un anno fa avevamo bandiere e cartelloni alle finestre, c’era il
problema di fare la spesa, ma abbastanza pazienza, forse curiosità del
nuovo, fiducia nei governanti e nei professori. Adesso è diverso.
Siamo stremati e impazienti. I politici ci hanno deluso o fatto
arrabbiare. Gli scienziati ci hanno stancato con dubbi e distinguo.
Ora possiamo solo aggrapparci alla speranza che la macchina
vaccinatoria prosegua senza altri cavillosi intoppi, che almeno in
estate i già vaccinati  possano incontrarsi o muoversi, che i ragazzi
possano ancora andare a giocare al pallone e prepararsi per la scuola
com’era prima.
Sono andata a fare la seconda dose del  vaccino. Eravamo tutti lì, in
quel retro della clinica dove erano state messe delle panchine.
Avrebbe dovuto essere primavera, ma faceva freddo. Quelle panchine
sapevano di frigorifero. In compenso organizzazione perfetta, ancora
più veloce dell’altra volta. Qualche persona chiamata risultava
assente o in ritardo, ma avanti in fretta con chi c’è, in grande
anticipo per me.  Foglio di via con le istruzioni per il dopo. Cioè
non ritenetevi al sicuro, non ritenetevi inoffensivi almeno per un
po’.  Io ho pensato e l’ho detto all’infermiera: ” Ormai non morirò di
covid, ma certamente di qualcos’altro”. Tutte due abbiamo aggiunto :”
Più tardi che si può”.
Infatti ho ancora troppe cose che mi aspettano. Un matrimonio troppo
rimandato, ancora due lauree imminenti, le possibilità di lavoro del
più grande, un altro traguardo di pensione. E’ proprio vero che non si
è mai contenti.  Non dovrei lamentarmi. E’ vero che sono diventata un
po’ un rudere, ma sto ancora in piedi, faccio cappelletti e tortelli,
mi meraviglio del nipote  ormai forzuto e villoso ricordandolo così
burroso e morbido nei suoi anni primi. E la ragazza, sempre un po’
trattenuta, ma magnifica anche da grande  e ammirevole per capacità e
traguardi raggiunti, che forse mi darà la gioia di diventare bisnonna.
Quindi, di che mi lamento? Tra l’altro, domenica, ultimo giorno di
zona gialla quindi di una certa libertà, mi sono piombati in due con
grandissimo scatolone e altri fagotti. Non avrei mai creduto che quel
desiderato  estrattore fosse  così grande e ingombrante, più adatto ad
un bar che a una cucina di casa. Poi tutti e due, figlio e nipote, a
montare quell’aggeggio, a studiare le istruzioni e addirittura  a fare
quell’estratto che mi porgono trionfanti, quale aiuto al mio bisogno
di vitamine e vegetali. Siamo in tre ad apprezzare il risultato. Io ci
sento la prova di affetto, la cura, la preveggenza.
Tra i vicini di casa, so che alcuni  sono andati al primo appuntamento
per il vaccino. Alcuni per età e altri per professione, insegnanti e
forze dell’ordine. Tutti mi dicono dell’organizzazione perfetta, della
amorevolezza degli operatori, della fiducia. Chi è stato alla “nuvola”
ha commentato la bravura. ” Ma allora anche noi siamo capaci di  fare
le cose per bene!” Peccato che, poi, per due o tre giorni, quella
perfetta organizzazione sia rimasta sigillata e muta per la stupida e
inutile polemica sul vaccino Astrazenica. Per cui, intanto siamo in
ritardo.
Ormai  non c’è che da aspettare la primavera, sia quella geografica
che quella economica-sociale. E  prepararci ai cambiamenti che di
sicuro dovranno investirci e ai quali dobbiamo far fronte. Ognuno per
quel che sa e per quel che può. Io, intanto penso e mi preoccupo per
la scuola, come sarà e come dovrebbe essere. E spero poter dare
qualche aiuto.

Diario del coronavirus n. 5

Immagine

Siamo  ancora qui, segregati e in solitudine. Da un pezzo  è passato
il Natale senza  belle tavolate e il  capodanno,  poi a febbraio
niente festa dei quattro compleanni, niente nipoti e progetti. Unico
lumicino l’appuntamento per il vaccino, fissato tra due martedì.
L’ultimo diario del coronavirus era del 15 novembre. Il primo era del
2 aprile 2020 e vi raccontavo la morte per coronavirus  di una vicina
amica.  Ora posso raccontare che qualche settimana fa quello stesso
maledetto  virus è arrivato anche nel mio palazzo, in casa di due
famiglie. Guaio ora  per fortuna superato. Avevo visto l’ambulanza
davanti al cancello, ma non mi sembrava giusto telefonare a casaccio.
Soltanto dopo molto tempo ho potuto sapere che c’è un altro aspetto di
questa tragedia di cui non si parla. I malcapitati si sentono in
colpa, moderni untori, forse appestati e colpevoli. Si sono circondati
di silenzio, hanno rifiutato ogni aiuto, hanno  voluto fare da soli.
Ancora  si chiudono nel silenzio.  Che ho rotto  io, in continuità con
gli scambi di dolci e cibi che avevano colmato un po’ tutto quel
vuoto. Ho saputo con sollievo che hanno avuto  a casa una assistenza
continua e qualificata da parte della sanità pubblica, addirittura
persino dallo stesso  ospedale Spallanzani, ossigeno compreso.
Tuttavia quel silenzio lo confermano e lo mantengono, come una specie
di difesa. Ne ho sentito il peso e il pudore, come una sofferenza
definitiva.
Non mi sembra una bella cosa.
Questo mi porta a pensare agli effetti che questa tragedia mondiale
avrà sulla nostra mente, effetti non superficialmente emotivi , ma
forse più profondi, sociali, forse addirittura morali, definitivi
verso gli altri.
Mi chiedo. Sconfitta l’epidemia, ci ritroveremo più generosi o più
egoisti?  La logica direbbe che dovremmo già da ora essere più
generosi, visto che siamo tutti coinvolti, sia  vicino a casa e nei
confini, che oltre casa e oltre confini.
 Ma c’è anche l’altra possibilità. La banalità del male. Cioè la
tentazione di arroccarsi nella piccola trincea, nella speranza
egoistica di essere tra gli eletti, cioè i risparmiati, e buttarsi
alle spalle tutto il resto, come se non ci riguardasse.
La storia,  in questi tempi con le varie giornate della memoria o del
ricordo, ci dice che spesso la “massa” cioè il popolo, sceglie la cosa
peggiore perché è la più comoda, la più egoistica. Quasi mai l’egoismo
va d’accordo con la solidarietà, con la condivisione, con un progetto
a lunga scadenza cioè per chi verrà dopo.
E’ naturale e quasi automatico  collegare questo pensiero alle vicende
politiche di questi giorni.
Personalmente sono  molto preoccupata e delusa . Possibile che ci sia
bisogno di un San Michele che ci salva dal drago, il vero drago, cioè
la pochezza, la miopia, il personalismo dei nostri partiti che non
sono capaci di trovare dialogo intese incontro. Mi riferisco a
quelli di sinistra, quelli che dovrebbero  perseguire i sogni che
hanno illuminato l’inizio della nostra libertà.   Sono ancora, dopo un
secolo di storia,  ammalati di divisionismo, bravissimi in scissioni e
in  egoismi. Di sicuro  ci salverà per ora il nostro nuovo San
Michele venuto da fuori, ma in realtà resteranno  le macerie ideali, e
le dissoluzioni  organizzative. I partiti spariranno o quasi. Non
resterà  nessuna entità collettiva che possa condurre la battaglia per
i diritti degli ultimi e per un più giusto ed equilibrato ordine
sociale.  Vorrei poter sperare in  una orgogliosa riscossa,  una bella
ribellione al degrado civile,  all’incultura,  all’individualismo,
all’egoismo. Una riscossa collettiva   con forme nuove, strade nuove,
generosità nuova, sogni e progetti alti, cioè il rinnovo  di qualcosa
che non è concreto, ma che può avere conseguenze più che concrete,
concretissime. Qualcosa che si chiama  visione ideale, programma di
lungo respiro, progetto politico. Non si può stare tutti dalla stessa
parte. Sinistra e destra non sono la stessa cosa, anche se
necessariamente andranno ad un confronto,  ad una competizione e a
scelte e accordi lungo la strada.

I ragazzi nel carrello!

Da non credere. Ancora un ragazzino che muore nel carrello di un aereo. Un altro!
 E’ stato  l’8 gennaio 2020. Proveniente  dalla Costa D’Avorio, nemmeno un po’ vestito, il cadavere di  un quattordicenne viene trovato a Parigi in quel tragico pertugio.  Si chiamava Ani Guibahi Laurent Barthelemy.  Sperava nell’Europa. Fuggiva dal buio di un futuro e dal dolore  di un presente.
 Certamente non sapeva dei “nostri” due ragazzini trovati morti  a Bruxelles  anch’essi nel vano del carrello di atterraggio di un Airbus.
Era il 28 luglio 1999. Venivano   dalla Guinea, avevano 15 e 14 anni,  si chiamavano Yaguine Koita e Fodè Tounkara.
Ho detto “nostri” due ragazzini.
Nostri perché proprio qui, tra questi palazzi, Roma Cinecittà,  il giardino è intitolato a quei due adolescenti.  Che la storia si ripeta a così grande distanza è veramente terribile.
Nostri perché è dal  2006 che inizia questa storia. Avevamo un attivissimo comitato di quartiere, che tra l’altro ha ottenuto la inedificabilità del grande Pratone di Torre Spaccata . Nel gennaio di quell’anno abbiamo  proposto di intitolare il giardino ai due sfortunati e coraggiosi ragazzi.  La scelta considerava la natura del giardino che ha  una bella area giochi e la vicinanza di ben tre scuole.
Dal 2 gennaio 2006, data della lettera di proposta,  si arriva alla risposta del 5 aprile 2006, dipartimento toponomastica, protocollo 2006/11374, che comunica il parere favorevole alla intitolazione.
Passano ancora molti anni prima che il giardino abbia una targa, una cerimonia di inaugurazione e una lapide esplicativa di ricordo.  In mezzo ci sono stati tutti i cambi di gestione del Comune, la fine del comitato di quartiere e le vicende politiche in Circoscrizione Cinecittà Don Bosco.
Soltanto nella primavera del 2019 è stata messa la targa e finalmente nel novembre è stata fatta una modesta inaugurazione con l’aggiunta di una  lapide nell’aiuola.
Questa  lunghissima storia burocratica è veramente inquietante e  rende ancora più acuta la commozione per questi episodi.  In più c’è da riflettere su quanto sia lunga la sofferenza di quei popoli e quanto tragica la storia delle migrazioni, fenomeno in pericolo di aggravamento poiché alle storiche cause economiche sembra aggiungersi il teatro odierno di conflitti e addirittura di guerre.
Anche guardare la cartina dei due paesi, la Guinea e la Costa D’Avorio.
Il mondo è grande e grandi le sue sofferenze. Quelle delle sue genti, quelle del clima e quelle delle persone inadeguate  o pericolose che stanno al comando.
Sarebbe proprio il caso di diventare tutti, ma proprio tutti, delle guizzanti arrabbiate e consapevoli sardine per pretendere un deciso rinsavimento e un cambio di rotta.

Nella lapide è riportata una frase della bellissima lettera “ai signori dell’Europa” trovata in tasca ai due ragazzi.

Un bel sorriso, i giovanissimi

In questi ultimi anni la passione politica ci ha dato facce tristi, oppure corrucciate o deluse, a volte arrabbiate altre perplesse oppure dure e speranzose. Ma un sorriso, un bel sorriso ce l ‘ha strappato soltanto  la parola “sardine” appiccicata a tante facce giovani, addirittura giovanissime. Grazie di questo sorriso, ragazzi usciti dal silenzio. E che in silenzio dite di più che con mille parole.

Ora, dopo un mese dal primo bellissimo stupore, possiamo vedere anche l’anima di queste guizzanti sardine. C’è l’antifascismo, c’è la Costituzione, c’è il problematico presente.  Qui non vale solo il ricordo, la memoria, la condanna di un esecrabile passato.  Qui c’è il presente, con i suoi pericoli, le sue ombre, le sue barriere.
I ragazzi non vogliono barriere.
I ragazzi imparano le lingue e vogliono il mondo.
I ragazzi ci giudicano e vogliono essere migliori di noi che siamo il passato.
Come il mio giovanissimo amico di Milano,  Lorenzo, che più di un anno fa mi ha scritto perchè voleva preparare la “tesina” della sua terza media sulla Resistenza.  Come mi abbia trovato, non lo so. Certamente in rete. Non compaiono mai genitori o insegnanti. Ha trovato in ebook il mio libro, ha preparato la tesi, me l’ha mandata con il giudizio lusinghiero dei suoi professori. Nel frattempo, specie attorno al 25 aprile mi ha sempre  inviato saluti e pensieri.  Ora credo abbia quindici anni e frequenta un Istituto Tecnico Industriale, il “Primo Levi” di Bollate, indirizzo chimico biologico.
Mi aveva preannunciato che con la sua classe sarebbe andato alla marcia in favore di Liliana Segre.  E ora guardate la foto che mi ha mandato e che mi ha autorizzato a pubblicare! Lui probabilmente è un capo, un trascinatore, ma i suoi compagni non sono da meno coinvolti. Mi ha mandato anche  una pagina de “il giorno” del 11 dicembre,  dove c’è un bel resoconto di Giulia Bonazzi che giustamente parla anche  di loro.
Ecco chi ci consola e ci fa sorridere:  i giovanissimi, sardine o non solo sardine.
Come chiedeva Rodari a un certo babbo natale.Se non puoi darmi niente, dammi una faccia allegra solamente !
Per ora ci basterà.

Le capitane. Tante, tantissime!

Non c’è solo Carola. Le capitane sono tante,  tantissime.

Una bella schiera l’ ho incontrata martedì 2 luglio a Roma. Vedete la foto di gruppo, scattata  alla fine dell’incontro. Soprattutto donne, giovani, sorridenti, motivate. Sono le ragazze di Save the Children di Roma e dintorni, quelle che si danno da fare per aiutare i bambini, qui e nel resto del mondo. L’organizzazione, la più grande del pianeta, ha cent’anni di vita. In Italia qualche anno di meno, ma ha la giovinezza del fare, del concreto, del coraggio. Salvare i bambini, salvarne il più possibile. Di qualsiasi parte, di qualsiasi dolore o bisogno, di qualsiasi colore o percorso.
Dopo la fine della prima guerra mondiale, la fondatrice, l’inglese Eglantyne Jebb, cercava di salvare dalla morte per fame vere folle di bambini dei paesi  usciti sconfitti , penalizzati dalle brutali condizioni di resa. Studiando la storia non si parla quasi mai del blocco imposto a Germania e paesi centro europei che negava qualsiasi rifornimento alimentare, per cui morivano letteralmente di fame i più poveri e soprattutto i bambini.  Tantissimi bambini.  Testimonianze agghiaccianti, fotografie terribili.  Erano i bambini del nemico !  I bambini dei vinti!
Prime nell’impegno un gruppo di donne inglesi benestanti, alcuni uomini illustri e motivati. Difficoltà d’ogni genere,   la più dura  per me, è quella di chi rifiutava e obiettava ” sono i figli del nemico che tra vent’anni ci faranno di nuovo la guerra”.
Ecco il punto. Anche i figli del nemico vanno salvati.
Io voglio aggiungere: anche i nemici vanno salvati. Non solo per umanità. Non per buonismo. Vanno salvati  per ideale laico, per ideale civile e per chiaroveggenza politica.  Sì, per ideale politico, se si vuole che i figli del nemico e il nemico stesso non siano più nemici domani, o  tra un anno o cinque anni o venti.
Ecco il lavoro difficile, delle tante capitane di oggi,  Quelle sulle navi e quelle nelle strade, negli uffici, nelle scuole, in  campagna e in città. Intanto quelle di questa grande Save the Children,  in Italia e negli altri 125 paesi del mondo e soprattutto dove si soffre di più, come in Yemen e negli altri troppi luoghi dove  la guerra,le guerre, ancora devastano e distruggono, oggi, adesso,   con scientifica intelligentissima crudeltà.
E’ un discorso complesso e difficile.  Anche Emergency e Medici senza frontiere soccorrono senza guardare le divise. Secondo me sono una goccia nel mare anche se quella goccia apre o dovrebbe aprire le coscienze.  La sostanza del problema sta nell’ottenere in concreto la cancellazione di ogni tipo di guerra .
Essere pacifisti è una utopia. Troppe fabbriche  producono armi. Troppi cervelli inventano nuove meraviglie tecnologiche direttamente o indirettamente utili alle guerre. Troppo denaro, insomma!   E’ probabile o addirittura certo che i combattenti per la pace siano dei sognatori fuori dalla realtà, utopisti destinati all’insuccesso.
 Invece no,  Perché si deve lottare. Anche se il successo sembra irraggiungibile. Bisogna lottare per avvicinarlo quel traguardo. E perchè è giusto per il genere umano e per il pianeta.
Quelle donne inglesi che con Eglantyne creavano il Save the Children potevano pensare che il traguardo della parità dei diritti tra uomo e donna fosse lontanissimo, forse impossibile, cioè un bel sogno o una bella utopia. Sono passati soltanto cento anni e in molte parti del mondo ci si è quasi arrivati. Tanto che ci sono le capitane Carola, le presidenti europee, le ministre, le banchiere,le soldatesse, le scienziate, le astronaute.
Per l’ideale della pace i problemi sono tanti e tutti diversi. I problemi delle disuguaglianze e della miseria, altrettanto. Non si raggiungono con atti insensati come nuove Bastiglie o anni di piombo. Ci si può arrivare solo col lavoro costante e coraggioso delle tante capitane o dei tanti combattenti che avanzano a piccoli passi con umiltà, serenità, e coraggio.
Stesso discorso per chi lotta contro la fame, per chi vuole salvare i bambini. Sarà  impossibile salvarli tutti, ma sarebbe imperdonabile non cercare di salvarne  il più  possibile. Sono l’umanità di domani, il popolo del mondo che dovrà continuare il percorso della conquista della pace e della più giusta distribuzione delle ricchezze.
Anche  la distribuzione delle ricchezze  in modo più equilibrato e più giusto per ora è solo Utopia.,  Ma si deve pur cominciare se vogliamo che l’umanità faccia una nuova epocale mutazione. Almeno che ci si provi, accogliendo i disperati e inventando soluzioni.
Che sia Bronte o le badanti o i sik nelle stalle della pianura padana. Non nei centri-prigioni. non nel condannarli in mare per giorni con il grido”non ti vogliamo” “sei il nemico”!
Da quel nuovo essere umano arrivato pieno di illusioni e di speranza che dopo tanto divieto non trova né il pezzo di pane  e nemmeno il sorso d’acqua ci possiamo aspettare amicizia? Ci possiamo aspettare rispetto? O osservanza delle nostre regole?
E’ già tanto se, grazie alle nostre tante capitane e ai tanti veri capitani non  diventano subito nostri nemici.
Accanto alle capitane, per fortuna ci sono anche i coraggiosi, che possiamo  anche chiamare capitani. O solo uomini o ragazzi coraggiosi.
C’è ancora bisogno di coraggio.  I coraggiosi di oggi sono quelli che per aiutare gli ultimi rischiano linciaggi, offese e guai  E quelli  che divulgano verità. Come il giovane Federico Ruffo che vedete nella foto, che mi intervistava. E’ il giornalista di RAITRE, che per una veritiera inchiesta sulle tifoserie violente, ha ricevuto non solo minacce ma attentati incendiari.
Onore e grazie a voi tutti e tutte, capitani coraggiosi, combattenti delle guerre di oggi.

Attorno al 25 aprile

Che strana atmosfera, in queste settimane.  Ricordi di resistenza e di 25 aprile, campagna elettorale per l’Europa. discorsi e fatti  addirittura incredibili.

Come la dichiarazione del “gran-capo” di Casa Pound che dice :”fuori dall’Europa, fuori dall’Euro, noi forti e padroni in casa nostra!”  Quel noi che loro si definiscono i fascisti del terzo millennio!  Un millennio all’indietro, dove non c’è la globalizzazione, le nuove tecnologie, i nuovi problemi ambientali, i nuovi sentimenti dei giovani che studiano e si sentono cittadini europei e cittadini del mondo!
Vicino a casa mia c’è una bella scritta sul muro di un liceo: ” Nessun confine, solo orizzonti”.
I confini e il ritorno indietro li sintetizza bene  l’agitatissimo ministro dell’interno. Proposte addirittura allucinanti:  riaprire le case di tolleranza, prevedere la castrazione chimica, dare a tutti licenza di sparare per presunta difesa personale, prima gli italiani contro gli invasori straccioni da tener fuori con il filo spinato e i porti chiusi. E da ultimo, ciliegina sulla torta, la proposta che a scuola sia reso obbligatorio il grembiule!  Ecco come si risolvono i problemi della scuola, cioè della formazione dei nuovi cittadini:  Il grembiule obbligatorio, come anticipazione della divisa obbligatoria?  Quando nella mia giovinezza si andava in divisa alle esercitazioni del sabato fascista ad esaltarsi coi fucilini di legno?
E nessuno si è indignato a quella bella frase ” molti nemici molto onore?”
Sento che si vuole il trionfo dell’ignoranza, della dimenticanza, della cattiveria. Per pescare simpatie  e votii tra i nostalgici  del “si stava meglio quando si stava peggio” e i disinformati del “Mussolini che ha fatto cose buone”.  Cioè si vuole cogliere il frutto della mancata istruzione o informazione storica. Nelle scuole nel dopoguerra, non si è mai insegnata la storia dell’ultima guerra e la verità sociale del fascismo.  Si stringe la mascella, si mettono divise e pugni sui fianchi.  Per mostrare un inesistente coraggio.
Coraggio e forza sono percepiti come valori positivi, ammirevoli, necessari.
 Invece non ci vuole nessun coraggio a dire “non ti voglio”, “fuori da casa mia”, Nessun coraggio e nessun cervello. E’ sufficiente la cattiveria, l’odio, il rifiuto cieco.   Il coraggio è  riflettere,  cercare soluzioni  cercare di capire.  Quel coraggio sarebbe vera   forza. La cattiveria è solamente debolezza, rinuncia ad essere umani. ritorno all’uomo delle caverne.
Creare paura e servirsi della paura . Creare odio e dare le armi a questo odio. Come ha fatto Hitler.
Non  ho voluto chiedermi se le opposizioni combattono abbastanza. Non ne sento la sufficiente forza. Forse perché non se ne parla. In TV vedo tante facce nuove e temo che questi nuovi arrivati al comando, abbiano abbondantemente occupato poltrone e strapuntini, dopo aver tanto tuonato contro gli altri.  Ho voluto chiedermi se potevo io, fare qualcosa. Non posso molto, per forze e per età. Posso però mettere a disposizione le mie riflessioni, in questo blog così esiguo. Sarà poco, ma i tanti “poco” potranno fare “abbastanza”.

Speranza

(questa lettera è stata pubblicata da Sergio Staino sul suo blog. La riporto anche qui).

Carissimo Sergio,

 ho letto  e riletto la lunga riflessione di Veltroni su Repubblica di ieri.  Oggi  c’è il commento di Scalfari. Io, che sono del secolo scorso e che come Scalfari ho la testa bianca, non  posso fare altro che raccontare le mie paure e le mie speranze. Anzi, mi permetto di avanzare dei suggerimenti, sperando di non essere considerata un po’ svanita.
La deriva di destra dei nostri neogoveranti non è soltanto preoccupante. Deve far paura. Nuota nel grande mare della disinformazione e dell’egoismo, ben nutrito da vent’anni di televisione berlusconiana vuota e superficiale.  Ci vuole poco a cadere fuori dalla democrazia se passa il concetto che le regole non valgono più, ne’ per chi governa ne’ per il cittadino.  Le regole dell’Europa o quelle della Costituzione.
L’Europa è stata la conquista più importante del novecento, per la pace e per le frontiere aperte, per i nostri ragazzi che ci vanno a studiare e a lavorare, per il turismo e per l’economia che può competere con gli altri continenti in epoca di globalismo.
Che ci siano delle criticità e delle cose da cambiare è innegabile. Sarebbe troppo bello che non ci fossero visioni diverse nate da  realtà diverse e storie diverse. Ma i traguardi alti non sono mai facili da raggiungere, sia nel pubblico che nel privato.  Ci sarebbe solo da andare avanti con determinazione e pazienza.
Nel nostro paese la caduta dei valori e la cattiveria xenofoba è tangibile e forse crescente. Credo che molti, come me, ne siano preoccupati .
Non basta preoccuparsi, bisogna reagire.
Che Veltroni si sia espresso  per  “amore della propria comunità e per il proprio Paese”, come conclude lui, secondo me significa che vuole combattere ancora. Già ieri pensavo di augurarmi che accanto a lui scendessero altri.  Oggi Scalfari mi toglie i nomi dalla penna. Anch’io pensavo a Prodi, Gentiloni, Minniti. Lui ci mette Zanda che conosco un po’ meno. Io ci vorrei tanti altri, anche quelli ai quali qualche rimprovero va fatto, come Fassino, Rutelli, Enrico Letta, Delrio.
Direte: sono tutti vecchi, la vecchia classe dirigente !  Sì, certo, a qualcuno di loro dobbiamo perdonare qualcosa o molto. Tanti di loro debbono metter da parte vecchi dolori o risentimenti e dare quello che ancora possono dare.  Ma vorrei che  ognuno di loro portasse alla lotta qualcuno dei giovani,  pescando e stimolando tra i loro allievi universitari, ragazzi  e ragazze,  sindaci e operatori culurali, ricercatori, scrittori.
Ci vorrei nella squadra pro democrazia e pro Europa, accanto al sindaco di Riace,  anche i Cacciari e i Saviano, che si mettano la mano sul cuore e  vengano a sporcarsele le mani, a mettersi in gioco, a dimostrare che anche essendo diversi ci si può unire. Che non basta discutere o criticare.  Ora è il momento di fare.
Tra i giovani da considerare, voglio suggerire Elia Minari, giovane combattente e scrittore che ha indagato e denunciato la mafia nelle terre reggiane e sta girando per l’Italia a combattere la sua battaglia. L’ho  incontrato a Bibbiano, insieme al Procuratore di Reggio Calabria Gratteri.
E ci vorrei tante donne, non solo le ultime che hanno lavorato bene nei vari governi e in Europa, ma quelle del sindacato come Carla Cantone o della scienza come Elena Cattaneo o Lucia Votano,e la tenace Ilaria Cucchi    o le scrittrici come la Maraini o giornaliste  come Concita De Gregorio, o registe come la Comencini.
La lista dovrebbe essere lunga e variegata. Una lista di persone diversissime, ma unite contro un pericolo comune e incombente. Un po’ come abbiamo fatto noi durante la guerra partigiana.  A dimostrare che le differenze si possono superare se il traguardo è condiviso.
Un abbraccio

 

Domande a chi sta ai piani alti

Ho scritto una breve cosa per Sergio Staino, che trovate anche qui.

Carissimo Sergio,
i potenti d’Europa, compresi i nostri dilettanti allo sbaraglio, si stanno scannando sulla pelle di centinaia di disperati, che non sono pedine del gioco, ma semplicemente esseri umani.
Umani come noi. Forse illusi, sicuramente stanchi di soffrire, stanchi di non poter sperare.
Non so se chi ha votato come ha votato ha qualche ripensamento o qualche esame di coscienza. Ho paura che l’odio sotterraneo e antico verso zingari e neri sia ancora prevalente e vincente.
Quindi vorrei parlare a chi sta ai piani alti. Ai giornalisti e ai costituzionalisti.
Ai giornalisti che ancora adesso trovano il modo di criticare sempre il partito democratico. Dicono che non fa opposizione, che non è capace di farsi sentire. E loro, cosa fanno? La fanno l’opposizione? L’adoperano il diritto di critica, fanno uso dell’arma potente della verità? O si adeguano, perchè temono gli strali di questi nuovi potenti, che proprio perchè dilettanti possono essere molto pericolosi anche per loro?
Ai costituzionalisti, che hanno trovato tanti peli nell’uovo nella riforma di Renzi, non trovano più nessun pelo?
Per esempio è conforme alla costituzione che in parlamento siedano a decidere i nostri destini delle persone che prima di aver giurato sulla nostra Carta hanno giurato fedeltà ad una azienda privata, la Casaleggio ecc ? Ed è conforme alla costituzione che il parere popolare venga trasmesso al governo e al parlamento da un partito che non ha una struttura democratica, che si regge in rete con modalità che, come tutti sanno, non garantiscono libertà e segretezza?
Anche loro, corte costizionale consiglio di stato corte dei conti, si adeguano perché temono che questi dilettanti allo sbaraglio gli tocchino qualche privilegio? Delle prebende o pensioni d’oro, di sicuro non si preoccupano, perché sanno bene difendersi, prima o dopo, dietro bellissime leggi che tutelano sempre i diritti acquisiti e sanno benissimo che il tanto abbaiare di Di Maio è solo per ingannare i semplici, i derelitti e gli ignoranti.
Vorrei anche dire qualcosa a quelli dell’ANPI che si stanno battendo contro le intitolazioni ai fascisti. Non hanno niente da dire sul più preoccupante e conclamato razzismo che ha la sfrontatezza di proclamarsi apertamente, assieme all’esaltazione della violenza? Violenza e razzismo sono fascismo, fascismo puro.
La senatrice Segre ha ammonito che la libertà la si perde a poco a poco. Già ne abbiamo perso un bel pezzo, ma credo e spero che si possa risalire.
Suggerisco di fare due o tre volte un respiro profondo, molto profondo. Ci calmerà e ci consentirà di riprendere la lotta.

bullismo e fascismo

La cronaca da un po’ di tempo racconta episodi raccapriccianti di bullismo. Che molto spesso avvengono nelle scuole.  Le mie amiche insegnanti lamentano atmosfere pesanti e comportamenti al limite. Una cara partigiana che ultimamente è andata  a parlare tanto  di memoria agli studenti , mi racconta che c’è sempre un gruppo, a volte numeroso, che non solo non applaude, ma motteggia contrastando e dichiarandosi fascista.
Credo che tra i due atteggiamenti ci sia uno stretto legame.
Perchè il bullismo è una forma di fascismo. Ne ha tutte le caratteristiche e tutti i sentimenti profondi.
Prima di tutto il non accettare le differenze.  Le vittime sono sempre in qualche modo caratterizzate da una diversità. A volte per un paio di calzoni rosa, a volte perché troppo bravi e primi della classe. a volte per qualche imperfezione.
E  tutti sappiamo quanto si sia accanito il fascismo verso tante categorie di diversi.
Poi la prepotenza che può arrivare alla violenza. In sostanza la presunzione di essere superiori e di avere il diritto di colpire, di umiliare.
Qui  si sente l’eco della razza superiore che deve dominare su tutte le altre con la violenza della guerra.
Nel bullismo c ‘è a volte la tendenza ad agire in gruppo, dove il più sfrontato e violento raccoglie ammirazione e consenso.
E qui ricordiamo le squadracce coi manganelli e le varie “bande Carità”.
Nella  realtà di oggi, anche senza ricordare la storia,  troviamo un po’ dappertutto il concime per la  fioritura velenosa del bullismo.
La  violenza negli stadi, dove ricompare l’odio agli ebrei. Le grida di personaggi politici e di gente varia che ha paura degli immigrati e li descrive come pericolosi. L’odio verso gli zingari è addirittura antico. Il fastidio verso il buonismo trattato da ignavia o debolezza o falsità.
Il più pericoloso di tutti è il sentirsi al di sopra di ogni regola, di ogni legge, di ogni buona abitudine.
In testa ci sono tutti quelli che del “no” si sono fatti un vanto e un ideale. No a tutto. No agli scienziati sui vaccini o sulle cure oncologiche. No a chi ha progettato una ferrovia o un oleodotto.  No a un inceneritore, no a tutto.  E tutti questi no è perchè io sono sopra a tutto, ne so più di tutti, non credo a niente, perchè tutti mi vogliono fare fesso. Non credo ai medici perchè sono venduti alle industrie farmaceutiche. Butto l’immondizia dove voglio e non la separo perchè poi loro la rimettono tutta insieme.  Parcheggio dove mi è comodo, mi diverto a fare fesso gli altri e soprattutto a prendermela coi politici.  Se sono bravi e  onesti ancora di più, perchè tanto non ci credo. E mi diverto a scansare gli obblighi le tasse e i contributi.
Una bella foresta di cattivi esempi  per i ragazzi così fragili e spesso così soli.
Come se ne esce non lo so.
Ci vorrebbero dei buoni esempi. Ci vorrebbe che le belle notizie facessero notizia. Che nella scuola e fuori della scuola si parlasse anche dei doveri per poter pretendere dei diritti.
E che  in questi giorni, che sono quasi alla fine dell’anno scolastico, non  ci fosse, così insistito e fastidioso, lo spettacolo di questi cosiddetti vincitori delle elezioni, finti disinteressati alle poltrone ma veri disinteressati  al dialogo e alla logica.

A proposito di parolacce

Qualche giorno fa ho protestato con l’autore di uno scritto su Facebook rimproverandolo di concludere col solito vaffa uno scritto lieve e condivisibile sull’età e il tempo che passa. Lui  mi ha risposto che voleva essere ironico invitandomi a non essere troppo seriosa.

Invece non è per seriosità che non sopporto il dilagare di questo vaffa, che trovo ormai dappertutto, quasi diventato una moda.
Se si vuole essere ironici bisognerebbe ispirarsi ai grandi che le parolacce se le inventavano, ricorrendo il meno possibile a quelle già in uso. Pensiamo a Totò, a Sordi, a Verdone, a Proietti. E ne dimentico molti altri.
Le parolacce le abbiamo in abbondanza nella nostra lingua parlata e nella nostra realtà. E credo che tutti ce ne siamo serviti. In un momento di stizza, di delusione o di fretta.  Sfugge la parolaccia appunto per ironia, per riassunto linguistico e a volte perchè è più efficace di un ragionamento.
Ma la parolaccia ci impoverisce.
Troppo ripetuta e sempre uguale ci impoverisce. Impoverisce  perchè esclude una riflessione, non permette una critica, non arriva a nessuna conclusione o proposta o speranza.  Chiude e basta. Offende e basta.
Avrete capito che la mia allergia a questo vaffa non deriva soltanto da un gusto linguistico, ma si radoppia a causa dei cinquestelle, che nascono proprio da una parolaccia.
Siamo in procinto di avere al governo dell’Italia, il paese del dolce stil novo, una squadra di persone che ha come bandiera, come collante e come progetto, una parolaccia, un vaffa!
Ed è raggelante che tanta gente abbia seguito quel vaffa agganciato al tutto e al contrario di tutto, senza una logica, senza una riflessione, senza un ideale.
Ideale? ecco una parola sconosciuta dimenticata, invecchiata!
Invece vaffa è moderno, è fico, è giovane!
Vorrei che qualche teorico di psicologia delle masse mi spiegasse questo fenomeno di regressione culturale.
O forse di regressione politica.
Non ho mai avuto incarichi politici, ma ho seguito sempre la politica e mi ci sono appassionata. Non poteva essere altrimenti, viste le mie origini e la mia storia. Questo approdo politico tanto negativo sicuramente nasce  da molti errori o molte mancanze. Forse nasce anche da qualche modernità  che ha influito in negativo.
Questa storia della rete, di tutte le panzane che vi circolano, dei ghetti che riuescono a formare. Su facebook ognuno ha il suo gruppo, quindi ha un cerchio omogeneo e di parte, nel quale faticano ad entrare smentite o notizie contrarie. Nel mio caso, non so perchè, ho contatti di ogni tipo. Soltanto perchè non lo so fare. non riesco a cancellare persone che non mi piacciono e con le quali non vorrei avere più niente da dire.  Forse è per questa realtà di  gruppi omogenei  che non arriva l’informazione contraria.  Per esempio del fatto che anche i precedenti presidenti di Camera e Senato avevano rinunciato ai benefici aggiuntivi.  Forse si spiega  come mai non arrivano le notizie serie e scientifiche sui vaccini o sull’aiuto in atto ai senza lavoro. L’opinione pubblica ormai non la fanno più nè i giornali nè la televisione. La tanto mitizzata rete in questi tempi è sotto esame per gli effetti oscuri in campo internazionale-elettorale.  Ed è sotto esame proprio per le falsità, le bufale, le offese, i pericoli che può nascondere.
Vorrei tanto che rallentasse la moda della parolaccia tappa-tutto.
 Quel vaffa vorrei non sentirlo più.  Tra l’altro è brutto, è povero, è poco fantasioso. I nostri dialetti e persino la nostra letteratura hanno un elenco di parolacce più colorito, più variegato, molto spesso purtroppo  più volgare.  Se vi si ricorre in momenti estremi quindi pochissime volte, le salveremo per quanto possibile dal logoramento e dalla perdita di efficacia. Le salveremo come costume, come ultima zattera linguistica, come storia e come arma gratuita e poco letale a disposizione del popolo minuto. Mai e poi mai come parola d’ordine politica.

Mancano 15 giorni

Mancano due settimane al voto.

Da tempo rifletto sui concetti e slogan che entrano nel sentire comune e che faranno molto male alla nostra democrazia.
Primo fra tutti quelli dei cinque stelle. Sull’esaltare “l’eroismo oppure onestà” dei loro parlamentari nel cedere una parte dello stipendio. Sotto a questa trovata, c’è un concetto non solo gretto e populista, ma fascista. In sostanza, agli eletti si dice “siete pagati troppo”. Cioè siete pagati troppo per un lavoro che non vale nulla.
In un Parlamento che non vale nulla.
Siamo vicini al pensiero del duce, che ne voleva fare un bivacco per i cavalli.
Si pensa, senza dirlo,  che chi entra in politica non debba essere bravo e competente. Il deputato grillino lo si vuole  gregario, uno  che  va a scardinare il sistema, cioè la struttura democratica che ci siamo creati con la repubblica, e lo farà  con disciplina, cioè sotto dettatura di Grillo e Casaleggio. O del Di Maio.  Per tutti quelli degli  altri partiti, si sottintende che  il Parlamento è  un luogo per arrivisti e disonesti.
Invece il Parlamento, per una democrazia, è il luogo più importante. Lì ci mandiamo  persone che ci devono rappresentare. E ce li mandiamo perché facciano le cose per bene, da specialisti della politica e dell’economia, ed anche da specialisti dei rapporti internazionali.  Proprio perché la democrazia è difficile. Proprio perché è il contrario della dittatura dove c’è uno solo che decide per tutti e  sulla testa di tutti.
Chi guida  una democrazia deve avere  onestà, cosa certamente indispensabile. Ma anche capacità,  impegno continuo, e persino studio continuo. Occorre anche un sacrificio e una operosità eccezionale.
Lo dico da moglie di un dirigente sindacale a livello nazionale e internazionale. E’  vero che eravamo prima del 1986, ma non c’era domenica, non c’era sosta né sonno. A fare seriamente quel “mestiere”, era una impresa trovare minuti e attenzioni per  famiglia e figli. Senza contare esigenza di continui aggiornamenti e studio. Senza contare i dolori per le aggressioni o minacce da parte avversa.
Doveri simili dovrebbero essere ricordati a chi si candida al Parlamento. Chiamarli a restituire parte dello stipendio è come dire “Non meritate la paga che vi danno”. Infatti i cinquestelle non scelgono persone qualificate, ma solo a casaccio, su autoproposta, attraverso la mitica “rete” e votazioni numericamente ridicole. Infatti propongono anche di ridurre le prebende parlamentari se andranno al governo.
E’ molto impopolare ciò che sto dicendo. Certo si può discutere su prebende e privilegi.  Si dovrebbe anche  spiegare bene la storia dei vitalizi, del perché si è potuto intervenire sugli ultimi eletti e non su quelli precedenti.
E  prendere  a confronto le paghe delle persone che hanno alte responsabilità negli altri campi della vita civile. Non solo dei dirigenti di azienda e di quelli delle banche ma anche quelli della magistratura, del consiglio di stato della corte dei conti, pensioni comprese.  Chiedo ai giornalisti di diventare topi d’archivio e dirci non solo quanto guadagna Marchionne ( accanto a quanto ha fatto per l’azienda), ma anche quanto incassa Zagrebelsky o Berlusconi o Fabio Fazio o la Berlinguer. Se questi compensi sono meritati anch’io applaudo alle capacità. Chi sa fare va valorizzato, proprio perché ciò che fa è importante. Anche i ricercatori e gli scienziati vanno pagati bene.  E, in fondo a questa scala vanno pagati bene anche gli operai, le colf e gli insegnanti.
Tutto questo mio ragionamento è per contestare una vera bufala ideologica dei cinque stelle. Bufala che ha  molta popolarità, perché è facile invidiare, sminuire, disprezzare. E’ un modo antichissimo di astio e incomprensione facilitato anche da comportamenti deleteri che lo alimentano. I disonesti, o mele marce, ci sono sempre. Ma la strada per combatterli non è questa.
Poi se i cinquestelle vogliono far credere di  volere una riduzione di spesa per lo  Stato, chiedo perché non hanno votato  la  Riforma che prevedeva la soppressione del Senato e del Cnel? Sarebbe stato un  bel risparmio. per  finanziare  piccole  imprese, microcredito o intelligenti progetti.

Caro Staino, da partigiana…

Il testo della lettera che ho scritto all’amico Sergio Staino, pubblicata il 24 agosto su l’Unità.

Carissimo Sergio,

 dovevo scriverti da tempo perché mi sono gustata il tuo “Alla ricerca della pecora Fassina” con vero divertimento, anzi, amaro divertimento. Con una battuta e un tratto di matita riesci a dire di più che un articolo di fondo.  Però ancora non vedo notizie che riguardano il giornale, salvo le “Feste”. Lo sai che le prime in Italia le abbiamo fatte in settembre  a Reggio Emilia nel 46 e 47 e che il loro “capitano”, cioè  organizzatore, responsabile, ideatore era mio marito,allora fidanzato, non ancora venticinquenne e da poco entrato nel PCI.? All’inizio si sono fatte al Parco Terrachini, sulla via Emilia , appena fuori il centro città, e ricordo che il lavoro di costruzione e allestimento degli stand, delle piste da ballo, degli impianti era affidato ai compagni delle “brigate di lavoro”, carpentieri, elettricisti eccetera. Poi le donne volontarie in cucina.  Non so cosa è rimasto di simile, ma alla FestaReggio al Campovolo dove sono stata l’anno scorso ancora il volontariato è ciò che regge il tutto.
Ti scrivo oggi perché sono abbastanza e di nuovo indignata per le polemiche sul referendum del sì e del no. Ho invitato i compagni dell’Anpi che sono per il sì a rompere il divieto di Smuraglia se vogliono salvare l’Anpi dallo sfascio e dal neostalinismo.  Non mi sta bene che  quelli del no, dell’Anpi o della sinistra interna con DAlema in testa, abbiano dal PD e da Renzi tutto lo spazio possibile, tutta la disponibilità possibile. Alla quale poco fa, l’ineffabile Smuraglia ha risposto che un confronto alla pari con Renzi non risolve e ci deve pensare, deve riunirsi coi suoi !!! Pretende di volantinare a favore del no dentro alle feste ! Dice che non sarebbe successo con Togliatti! Certo che no, visto che mai l’Anpi , col bel nome “partigiani” aveva deciso di schierarsi contro l’unico partito di sinistra (o riformatore, vedi il termine democrazia progressiva) a fianco di tutta la destra, neofascisti compresi, xenofobi compresi!
Ho scritto sul mio blog una bella “filippica”  che vi è finita ieri, quindi avrei dovuto metterci anche qualcosa in più.  Ma sono proprio stanca di vedere strumentalizzato  il nome di  partigiani, quindi le nostre vite e i nostri sacrifici in funzione di una battaglia che si spiega solo con l’astio o l’invidia o la voglia di ricicciare  della vecchia nomenclatura che coi suoi fallimenti ci ha portato fin qui.
Se possibile vorrei raccogliere un po’ di “vecchi” e fare insieme qualcosa.  Purtroppo molti sono un po’ svaniti o  spenti e si adagiano per affetto e fiducia cieca a ciò che decide l’Anpi.
Se hai qualche consiglio da darmi te ne sarei molto grata. Oltre  che sul mio blog scriverò su quello de “iMille”, ma non so che effetto può avere. L’8 settembre prossimo siamo chiamati noi di Roma e provincia in Campidoglio dove il prefetto (donna) ci darà le medaglie del governo Renzi , o ministero della difesa. Non so che cerimonia pietosa o commovente potrà essere. Cercherò di chiamare qualche giornalista anche per far vedere che moltissimi di quei “vecchi”  non sono iscritti all’Anpi o non lo sono più.
Ti abbraccio con tanta gratitudine e …. andiamo avanti
Teresa

 

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Lasciate in pace i partigiani

 

01-00074537000043 - 25 APRILE 1945 LA LIBERAZIONE - SECONDA GUERRA MONDIALE - PARTIGIANI IN MONTAGNA .

L’Anpi, che ha ereditato la bellissima parola “partigiani” ha preso una decisione politica profondamente sbagliata. Con la pretesa – o convinzione – di difendere la Costituzione ha voluto guidare la battaglia contro la riforma Renzi-Boschi, iniziando la mobilitazione anzitempo, fino dal gennaio di quest’anno. Col risultato di non raggiungere nemmeno il numero delle firme richiesto.

 

Da tempo mi sono schierata per il sì.

 

Da tempo soffro per la strumentalizzazione della parola “partigiani” che poi non si limita alla parola, ma cade su persone, su protagonisti. Mi viene da dire “lasciate in pace i partigiani”, “rispettate i partigiani e le partigiane”. Quei protagonisti sono ormai fragili, a volte quasi spenti. Sono diventata vecchia anch’io che allora avevo sedici e diciassette anni. I lucidi sono forse molti, ma non ci giurerei. Smuraglia e la Menapace sono sicuramente ancora lucidi, ma ritengo che si curino poco degli altri vecchi partigiani ancora in vita e ancora riflessivi. Tant’è vero che nel preparare il congresso si chiedeva ai comitati di mandare i dati sui tesserati, ma non c’era nessuna richiesta di dati precisi su partigiani combattenti e nuovi partigiani. Nemmeno nelle tessere c’è mai stata distinzione, salvo un quadratino da tra combattenti e no. In una circolare prot.169 del 23 settembre 2015, oggetto “Consegna delle medaglie della Liberazione”, l’Anpi stessa dichiara che ci sono state 5.911 domande pervenute e che “Si può ritenere che non meno di duemila siano NON ISCRITTI ALL’ANPI”. Come ammettere che non ci si è mai curati di farne un conteggio distinto. Io non sono molto per le medaglie e a Roma pare che la Prefettura ce le consegni il prossimo otto settembre. Ma le medaglie sono un segno di rispetto ringraziamento e riconoscimento. Questa Anpi, così pronta a combattere in politica col bel nome “partigiani”, non ha mai, nemmeno nel settantesimo, stampato una tessera leggermente diversa tra iscritti “combattenti” e “patrioti” .

 

Entro poi nel merito della riforma costituzionale. Per dire sì o no bisogna guardare ai risultati che ne possono venire. Ci sono dei risultati importanti e dei risultati meno importanti o addirittura marginali. Se si mette tutto insieme non si capisce più niente.

 

Tra quelli importanti e innegabili, ci sta la semplificazione procedurale che rende più rapido il legiferare e la ugualmente chiara riduzione dei costi. Ci si può arrampicare dicendo che le spese ci saranno ancora e che quando si è voluto far passare certe leggi si è fatto in fretta. Ma non si può negare che duecento indennità parlamentari in meno e un tetto alle retribuzioni in regione porteranno sicuramente un risparmio. E sui tempi del legiferare, visto che si lamenta un possibile accresciuto potere dell’esecutivo, vorrei commentare che non è stato bello dover forzare. Poi mettiamo in elenco tutte le leggi che senza questo ping pong tra le due camere avrebbero potuto essere approvate anziché rimanere nei cassetti.

 

E ancora si critica il fatto che il senato rimane e con compiti complessi. Era meglio fare qualcosa di più semplice? Era possibile fare meglio? Ricordo soltanto che questa riforma è andata in porto dentro un parlamento con due camere e senza una maggioranza. I grandi commentatori in negativo di questa legge sono non solo di destra ma di estrema sinistra e di una parte del PD, quegli stessi che hanno perso le elezioni o non sono stati capaci di afferrare una vittoria che era a portata di mano. Sarebbe stato meglio fare come in passato, cioè dire che non ci sono le condizioni e non formulare nessuna riforma? Cioè far passare altri settanta anni?

 

Ultima e più importante considerazione. Cosa succede se vince il no? L’Europa e il mondo che ci vede immobilizzati, impotenti a seguire il ritmo dei tempi e a riformare persino l’anomalia delle due camere. Quindi ininfluenti, incapaci. E con una possibile crisi, con eventualità di andare ad elezioni con due leggi elettorali differenti per camera e senato con esito di sicura ingovernabilità. Prospettiva di un nuovo governo Berlinguer o Cuperlo o Speranza, oppure avanzata degli xenofobi e delle nuove destre, incattivite dallo spettro degli immigrati?

 

Chiedo ai dirigenti e agli iscritti della gloriosa Anpi – alla quale non mi sono più iscritta – di riflettere meglio sulle conseguenze, sulle ragioni principali o effetti secondari di una riforma sacrosanta.

Partigiani e costituzione

Firma_della_Costituzione

Ho già dichiarato che sul referendum costituzionale esprimerò il mio sì.  Ora cerco di spiegare le motivazione di questo sì. E il mio dissenso verso quella che ritenevo la mia associazione, l’ Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Prima osservazione.

La più bella Costituzione del mondo è intoccabile nella parte prima.  Infatti non è toccata dalla riforma.

Le modifiche in discussione riguardano la parte seconda, con le modalità dettagliatamente indicate. Già negli anni della stesura di quel testo, noi che c’eravamo e stavamo particolarmente attenti ad ogni polemica, sapevamo che c’erano dubbi e dissensi proprio su questo punto del bicameralismo. Sapevamo fin da allora che sarebbe stato necessario modificare questa parte. Anzi, viste le lungaggini e i balletti dei passaggi decisionali tra i due rami del parlamento, non immaginavamo che potessero passare addirittura settanta anni prima di vedere andare in porto una così prevedibile riforma.

Seconda osservazione.

Quelli del no tirano sempre in ballo il “combinato disposto” – termine oscuro e burocratico –  della nuova legge elettorale. In questo modo nascondono che il referendum non riguarda la legge elettorale. Tirano in ballo questo tema per dimostrare che  il potere esecutivo, cioè il governo, avrebbe troppi poteri  e  pochi controlli.

Il  potere di  agire, per un governo,  non è una cosa negativa, visto che i governi  devono governare, cioè agire, decidere, fare.  In molte democrazie, ci sono governi o presidenti che hanno grandi poteri decisionali, ma nessuno direbbe che questo potere mette in pericolo la libertà e la democrazia.  Dovremmo ricordare tutti i tira molla e gli inciampi  di nostri governi nati  a mosaico, frenati o immobilizzati da ricatti o protagonismi   dei  partitini in coalizione. Basta ricordare  le 35  ore di Bertinotti, che  hanno fatto cadere Prodi e avviato la rinascita di Berlusconi. Si dovrebbe anche ricordare che i controlli all’operato dei governi restano prima di tutto nel Parlamento, con tutte le sue commissioni e con il voto di aula e di fiducia. Poi ancora rimangono alla Corte costituzionale, al Presidente della Repubblica e addirittura alla possibilità dei referendum, aggiornati e allargati.

Senza contare che il potere di controllo più grande è il voto dei cittadini.

Quelli del no aggiungono inorriditi, che con questi generosi premi di maggioranza, potrebbe vincere Salvini. Come dire che per la paura che vinca l’altro, rinuncio alla possibilità di vincere io! Come dimenticare che la sostanza della democrazia sta proprio nella possibilità dell’alternanza.  Anzi in democrazia l’alternanza è  proprio prevista, auspicata, resa possibile.

Su questo tema della legge elettorale viene sempre fuori la lagnanza sui “nominati”. Come se si potessero compilare delle liste di candidati senza che qualcuno, all’inizio, inviti, proponga o chiami e, dopo,  qualcun  altro accetti, sia disponibile  o si auto-candidi.  Noi, poi, abbiamo le primarie, imperfette forse, ma dove ci si può inserire anche autonomamente.

Su questo argomento vorrei osservare che non potrà mai essere definito “nominato” chi entra in parlamento o al comune o alla regione  con molti voti.  E’ il consenso dei votanti che rende valida ed effettiva una scelta e una nomina. Chi viene eletto con pochi voti è possibile che sia, di fatto, “nominato”, cioè nominato dalla sua clientela oppure dalla sua corrente.

Anzi, proprio in questi tempi di votazioni amministrative non posso fare a meno di pensare che la rinuncia  al diritto di voto  nasce in buona parte dallo spettacolo di tutte queste polemiche, questi distinguo, queste discussioni di lana caprina. La gente si stanca non solo delle cose non fatte o fatte male, ma anche delle liti e degli strilli  – per esempio su questa riforma costituzionale – che non interessano ed appaiono inutili e incomprensibili. Sfido una lavoratrice, un insegnante o  un professionista a capirci qualcosa nell’intervento di Zagrebeski o dei dottori costituzionalisti del no.  La gente capisce solo che è una lotta tra gruppi e che si vuole fargliela pagare a Renzi.  Una lotta che svilisce la politica e che porta al giudizio che sono tutti uguali e che tutti mirano ad un interesse personale. Perciò porta a concludere evviva i nuovi, i diversi, quelli che sembrano incarnare l’antipolitica.

Altra osservazione sulla riforma fatta male, sul senato che rimane, e sulla immunità.

Argomento di quelli del no è che sarebbe stato preferibile annullare del tutto il senato, invece di mantenerlo con dei “nominati” ai quali per di più verrà concessa l’immunità parlamentare. Si vede che preferiscono che l’immunità rimanga a tutti i senatori conservati  nel numero attuale. Se l’immunità è per questi contestatori insopportabile, potrebbero proporre di mettere mano ad una riforma per togliere o ridurre questo “privilegio” anacronistico.

Sui compiti del nuovo senato, collegati alla correzione delle competenze regionali e statali, nessuno di quelli del no ha il coraggio di intervenire. Si preferisce affermare che nelle regioni si sono verificate le peggiori scorrettezze o illegalità, come se quei personaggi scorretti fossero destinati a confluire nel nuovo senato. Fosse vero, sarebbe sacrosanto, appunto, togliere l’immunità.

Dimenticando volutamente tutti i controlli antimafia e anticorruzione che sono stati attivati e potenziati in questi ultimi tempi, dall’Expo, all’individuazione  dei candidati “impresentabili”.

Altro accenno alle conseguenze di un voto negativo.
Quelli del no che sono di destra, lega, fratelli d’Italia, berlusconiani, cinquestelle e casa pound, dichiarano a gran voce che col loro no vogliono mandare a casa Renzi. Tanto più che lui stesso l’ha dichiarato. Poteva anche non dichiararlo, ma un capo di governo che riceve l’incarico con il preciso mandato di fare le riforme e in particolare “questa” riforma, se è una persona seria sente il dovere di dimettersi. Anche se non l’ha dichiarato prima.  Soltanto un Berlusconi, dopo aver messo a referendum una riforma veramente stravolgente della Costituzione, non ha la coerenza di dimettersi. Forse perché una accozzaglia di norme partorite da un gruppetto ritirato in baita non era nemmeno difendibile.
Invece quelli del no che si definiscono di sinistra, e quelli che adoperano come arma la bellissima parola “partigiani”, anch’essi dicono che è meglio che il governo cada, perché poi si potrebbe fare una riforma costituzionale più corretta, più bella.  Mi si è detto anche che vabbè ne abbiamo cambiati tanti di governi che  possiamo cambiare anche questo.  Ripeto  che tutte queste lotte intestine, queste diatribe, queste polemiche hanno il risultato immediato e sicuro di fare allontanare i cittadini dalla politica e di farli arrabbiare ancora di più.  Mi chiedo: questi personaggi che si ritengono chiaroveggenti, si buttano in una azione politica senza avere presente dove questa andrà a portare il paese?  Oppure è proprio questo che vogliono? Forse per astio o per antipatia o per invidia. Attaccandosi a giudizi e critiche marginali, definizioni superficiali e inconsistenti sulla persona di Renzi, tipo l’età o il carattere. O addirittura sull’avvenenza della Boschi, diventata quasi una caratteristica riprovevole, tanto da definirla velina e amichetta.

Non voglio polemizzare su queste piccolezze.  Ricordo solo che se cade il governo a ottobre non potranno andare avanti tutti gli altri progetti di riforme che stanno sul tappeto comprese quelle in trattativa coi sindacati. Si perderà il prestigio e la forza contrattuale in Europa e nel mondo, si fermerà il cammino della ripresa economica, e, in caso di voto potrebbero vincere proprio i Salvini e i Grillo,  e i ringalluzziti neonazisti e neofascisti. Con buona pace di quei valorosi combattenti che si ammantano della parola “partigiani”.

Se non si vuole riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte politiche vuol dire che si manca di consapevolezza. Oppure che è proprio al tanto peggio  tanto meglio che si vuole arrivare.

Partigiana, e per il sì alla riforma della Costituzione

Carissimo Smuraglia,
sono contenta che nella sua ultima News mi abbia citata  come “anziana partigiana”: Ne sono contenta perché vuol dire che anche lei si sente giovane, esattamente come mi sento giovane io. Se vorrà vedere anche quanto sia rimasta  giovane e attiva, potrà andare sul mio blog, dove ho messo alcune delle mie ultime attività come lavoratrice della memoria. Credo che invece mi conosca bene. A Montecitorio, sala della Regina, dopo aver ricordato Arrigo Boldrini, lei mi ha detto esattamente “ Sì, lo so chi è lei. L’ho vista in TV”. Sono un po’ meno contenta del fatto che mi giudichi manovrata con quel “si ricorre perfino ad una anziana partigiana per farle dire”, come se non fossi capace di scrivere e pensare in autonomia.
Nella News mi chiede dove ero dal 12 al 15 maggio e su quali fonti mi sono informata.
Dov’ero. Non al Congresso ANPI.  Avevo espresso il desiderio di esservi invitata a mie spese, ma dall’Anpi romana sono stata invitata a chiederlo al Nazionale, dal quale  ho avuto prima un diniego, causa troppe analoghe richieste, e poi la inclusione nell’elenco degli invitati e i dati dell’agenzia per organizzarmi  il soggiorno. Nessuna inclusione nella delegazione romana, fatta di persone per lo più sconosciute.
Mi sono chiesta se è così che si vogliono avere al congresso i partigiani “anziani”. Vado ancora in giro, tra la mia Emilia e il lontano Friuli.  Nel Lazio, Marche e Toscana e tempo fa in Basilicata. Con la facilitazione di essere accompagnata, a volte da familiari, a volte a mie spese. Per precauzione e per saggezza. E per desiderio dei miei cari.
E veniamo alla domanda su quali fonti io mi sia informata. La riunione di “vertice” del gennaio dove si è deciso quasi all’unanimità di scegliere il no al referendum costituzionale è stata descritta in alcune news e relazioni dell’epoca . Era facile intuire che quelle tre piccole astensioni e alcune assenze, erano un segnale e un sintomo che su un tema tanto delicato avrebbero dovuto trovare un po’ di attenzione. E, se permette, ho qualche esperienza di riunioni, di orari, di distanze,di treni da non perdere,  di modalità decisionali, di deferenze  e di allineamenti. Ripeto che il tema era troppo importante e si doveva mettere in discussione e ai voti nei congressi.
Tant’è vero che lei stesso ripete che l’argomento – a rigore  non compreso nel documento originario,- è stato dibattuto in quasi tutti i congressi e anche nel congresso nazionale.
Tant’è vero, quindi, che era un argomento caldo e sentito.
Non pretendo di convincerla, ma mi aspetto ascolto e possibilmente qualche riflessione.
E non mi sembra di essere sola, come si vede da qui.

Il mio dissenso

Ho voluto esprimere il mio dissenso sulla decisione dell’Anpi di occuparsi soprattutto del referendum costituzionale anziché dell’ondata di neofascismo e razzismo tra Italia e mondo. Mi ha pubblicato il Corriere della Sera in data sabato 14 maggio e l’Unità in data 17 maggio. Ne riparlerò riferendomi anche a come si è svolto e concluso il congresso Anpi.

nelle lettere del Corriere della Sera di sabato 14 maggio

nelle lettere del Corriere della Sera di sabato 14 maggio

su L?Unità del 17 maggio

su L?Unità del 17 maggio

La Casa dei diavoli rossi

Alla Case del popolo di Vasanello

Alla Case del popolo di Vasanello

Sono stata a Vasanello, simpatico comune del viterbese, terra di ulivi, nocciole,  vigneti e  castagne ed anche di un castello Orsini. C’era da festeggiare  l’ anniversario della fondazione della Casa del Popolo, in coincidenza con l’iniziativa “La notte rossa” partita dall’Emilia  su e giù per l’Italia.

Questa Casa del Popolo ha una storia notevole.  Tirata su tra il 1952 e il 1954 a forza di offerte e di lavoro volontario dei contadini e braccianti poveri della Federterra,  restaurata e rinnovata nel 1984 è anche un luogo  bello e insolito.   

Alle pareti principali fanno bella mostra due grandi affreschi di scene contadine, la vendemmia e l’ aratura. Nella parete di fondo, a sinistra  c’è addirittura un Cristo molto giovane, con un gesto che sembra benedire e nel contempo invitare ad un cammino comune. I dipinti sono opera di un pittore poco noto, Giulio Francesconi, scultore e ceramista proveniente da Viareggio e capitato in questa terra di etruschi e di ceramiche negli anni del dopoguerra  e conquistato fino alla fine dalla gente e dai luoghi. Pittore poco noto ma non banale, tanto che al momento della sistemazione, la sovraintendente alle belle arti ne apprezzò il valore e collaborò al recupero. Ora giustamente la Casa è intitolata a lui, che se lo merita non solo per i dipinti, ma per averne accompagnato e sostenuto la nascita e le funzioni. Fu addirittura lui a chiamarla “La casa dei diavoli rossi”, chiamata anche “La casa del popolo grande”.

All’inizio erano 88 metri quadrati di area fabbricabile, di proprietà del Comune,  chiesti in acquisto dal presidente della locale Lega dei Contadini. Con grandi sacrifici e intoppi burocratici la Casa del  Popolo Grande viene ultimata ed è a disposizione di tutti i lavoratori, leghe e sindacati e le sezioni comuniste e socialiste.

      Perché voglio parlarne?

Per dire che è stata una festa durata tre sere, con me a anche con Adelmo Cervi, moltissima gente e tanti giovani, donne, cibo, musica, idee, amicizie, allegria.

Soprattutto ne voglio parlare  per ricordare il significato e la funzione dei luoghi.

Le Case del Popolo, spesso sedi anche delle cooperative, sono state in Italia il contraltare di tutti gli altri palazzi ove veniva esercitato il potere. Palazzi signorili o vescovili, castelli, fortezze, tribunali, prigioni e persino chiese, sono stati e sono  le sedi che rendono possibili e visibili funzioni e ruoli quasi mai a favore dei deboli.

Le Case del Popolo e le Cooperative sono state in Italia i primi luoghi concreti dove i diseredati, gli ultimi, gli sfruttati potevano  trovarsi, discutere, confrontarsi,  crescere in conoscenza e in coraggio.  Edifici certo modesti a confronto dei palazzi del potere, ma potenzialmente importantissimi, tanto che il fascismo nascente  partì proprio da lì per scatenare la sua violenza.  Niente luoghi di incontro, niente luoghi di riflessione, niente identità collettiva, niente unità, niente condivisione. O meglio,  senza una sede le lotte le condivisioni e le decisioni diventano difficili  e rischiose. Si voleva la plebe lacerata e divisa.

E  oggi, che di sedi collettive non ne abbiamo quasi più?  Sedi cioè aperte al popolo, sedi aperte a tutti.  Ci sono quelle dei sindacati, ma ben  lontane dalle vecchie case del popolo. Sono sedi funzionali, dove si va uno per volta oppure a riunioni e convegni. Ed è già una bella cosa. Non parliamo poi delle sedi di partito, contese a seguito di scissioni o cambi  di alleanze. Addio al “Bottegone” che pure era un simbolo. Ora si è a via delle Fratte, nome che fa pensare ai cespugli. Le sedi PD di quartiere a Roma, aperte a singhiozzo, mettono tristezza.

Direte che  per confrontarci, crescere e conoscere  abbiamo altri mezzi, altre abitudini, altre possibilità. La rete tanto mitizzata, i blog – compreso questo piccolo mio – la posta elettronica, i telfonini, facebook, WhatsApp, twitter,  qualche giornale da leggere forse su uno schermo, quasi mai riunioni vere, semmai grossi raduni in teatri dove tutto è già predisposto e il confronto è riservato ai primi-attori.

Ci sono rimaste le primarie. Mettiamoci in fila per le primarie. Poi alcuni, pochi, andranno anche a votare.

C’è  soluzione? Ad una delle ultime riunioni ove sono andata, qualcuno ha suggerito volantini e passaggi porta a porta. Archeologia! Si piange per le sedi che chiudono causa impossibilità di affitto.

Io non mi sento di piangere sul passato. Non si torna indietro. Bisogna imparare a servirsi meglio dei mezzi del presente, ma non per scambiarsi stupidaggini, battute o parolacce, che su facebook mi infastidiscono tanto. Agli amici del mio quartiere che preparano una iniziativa ho raccomandato niente manifesti, magari solo una locandina, ma tante telefonate, messaggini, email, passaparola.

E soprattutto idee chiare e concrete su problemi reali e sentiti.  Me ne vengono in mente alcuni per primi: il vandalismo nei parchi, le scritte sui muri, le vetture bianche della metro sepolte da immense opere grafittate, l’ineducazione dei padroni dei cani, la raccolta differenziata, i vecchi e le famiglie povere da aiutare, il volontariato, le scuole da ripulire, i beni confiscati alla mafia  da riassegnare al più presto, incontri culturali o festosi con immigrati o rom per smussare il razzismo, i tesori della storia e dell’arte da conoscere e far conoscere.  E potrei continuare.

Se si mettessero in discussione questi temi  credo che le persone tornerebbero nelle sedi, anziché vedere  questo ordine del giorno che mi è arrivato : “discussione politica nazionale comunale municipale, conferenza programmatica e tesseramento” !!!

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Finalmente si parla di scuola

School satisfaction around the globe, di Suvi Korhonen

School satisfaction around the globe, di Suvi Korhonen

Finalmente si parla di scuola.  Bisogna proprio ripartire dall’inizio. C’è da accendere il fuoco della conoscenza e ancor più quello della coscienza.

Perché siamo messi proprio male. Non solo per i conti, cioè soldi, lavoro, evasioni,  intrallazzi  e malavita. Ma anche per la polemica che già  sollevano sull’argomento  i cosiddetti amici della scuola e degli insegnanti.

 A suo tempo, quando Luigi Berlinguer aveva scritto la sua riforma veramente innovatrice, ci fu una violenta levata di scudi soprattutto per l’accenno alla necessità di valutare la qualità  dell’insegnamento. Una mia cara amica che ancora era in servizio al ministero mi confermava, con dolore, che tutti i docenti  di ogni ordine e grado, tutti ma proprio tutti, compresi quelli che prima vantavano una appartenenza di sinistra, tutti, nessuno escluso avevano votato per Berlusconi  proprio a causa di quella minaccia.  Non ci si permetta di dare un voto a chi, di  mestiere, i voti li dà.

Poi s’è visto cosa ha fatto la Gelmini.

Sono passati un po’ di anni e credo che ormai possa farsi strada il concetto che ci sono dei metodi   oggettivi  per valutare anche questo tipo di lavoro. Intanto su  riferimenti concreti, numero di alunni, incidenza di disabili non del tutto  coperti da assistenza o sostegno, programmazioni aggiuntive, pubblicazioni, ricerche,  uscite per la didattica dei beni culturali, contatti esterni, collaborazioni, filmati, corrispondenza,  gemellaggi e chissà ancora che altro. Valutati  tutti questi riferimenti sul concreto,  resterà poco spazio per eventuali errori soggettivi di giudizio.

Che sia necessario e urgente ripartire dall’inizio, dalle nuove generazioni,  me l’hanno confermato alcuni fatti vicini e lontani. 

Per esempio il balcone crollato nelle case fatte da Berlusconi all’Aquila. Quelle case  tanto osannate come miracolo di efficienza e di altruismo.

Si sapeva  che erano fatte male  e con tante ruberie. Ora però mi chiedo perché a due giorni di distanza  di quel crollo non se ne parla più? E’  vero che nel mondo ed anche qui vicino non c’è altra abbondanza che di brutte notizie, di problemi e di polemiche. Forse non se ne parla perché il Caimano, ancorché ammaccato, è ancora lì, incombente e purtroppo determinante, visto che  nonostante balconi che crollano e nefandezze varie ci sono  tutti quegli adoranti o servi che lo votano. Anche grazie ai grillini, che se avessero voluto avrebbero potuto renderlo inutile. Ma  con cinque stelle o nessuna stella è facile strillare contro ciò che non va, è facile dirsi cittadini senza macchia e poi, di fatto, rimanere stranieri, estranei, esclusi  sia in parlamento che nel paese.

Poi ci sono le dissertazioni  contro questo nuovo governo, così nuovo, così diverso da tutti quelli avuti prima. Troppo giovani, troppe donne, troppo azzardosi? Colpevoli di aver studiato, aver viaggiato, sapere le lingue? Faranno qualche sbaglio, di sicuro, come tutti. Hanno da scalare la montagna dei disastri ereditati da quelli che si permettono sempre di fare la predica e che avrebbero interesse e dignità a restare nell’ombra, a farsi dimenticare.  A far dimenticare le colpe dirette o indirette che proprio loro hanno. D’Alema, per esempio.  O Padellaro. Ed anche Scalfari, che mi sembra diventato proprio il vecchietto stizzoso, invece d’essere  il saggio che offre consigli.

Poi quelli di sinistra. Credono di essere di sinistra. Ma è grazie a loro, alla loro pretesa di essere duri e puri se per un solo voto hanno fatto crollare Prodi, quando Berlusconi era quasi alle corde e  che,  dopo  quel voto,  si è tanto ringalluzzito che ce l’abbiamo ancora tra i piedi.

Apro una parentesi. Diamo  merito a Francesco Piccolo, non per aver vinto il premio Strega che mi pare tutta una lotta tra case editrici.  Merito a questo scrittore per quella parte felicissima del suo libro in cui parla proprio di questo passaggio determinante, di quel voto, di quel settarismo così fuorviante.  Non per  caso, i vendoliani disprezzano il libro e l’autore. Non per caso oggi le loro astiose picconate sono molto simili o uguali a quelle di fratelli d’Italia, cinque stelle e lega.

Aggiungo ancora un appunto. Troppi violenti in giro, cronache terrificanti, violenze da uomini della pietra. E vandali anche sotto casa. Rifiuti buttati dappertutto, Alberi danneggiati anche al  bellissimo parco degli acquedotti.  E in questo nostro piccolo e prezioso parco sotto casa, ragazzi grandi che alle tre di notte, oltre a fare schiamazzo, si divertono a rompere una bella manciata di bocchette dell’impianto di irrigazione. Così che i volontari che lo curano devono ovviare al silenzio del servizio giardini, acquistando e riparando. E meno male che lo sanno fare e che dispongono delle offerte di noi  abitanti  dei  palazzi intorno.

Per tutto questo, se non si riparte dalla scuola, da dove mai si potrebbe cominciare a restaurare nei valori per il futuro questo nostro bellissimo Paese?

Come si guardano le donne

meriam

Sono abbastanza infastidita da tutta questa commedia al Senato. Con questi supposti perfezionisti o supposti adoratori della democrazia che nascondono, secondo me, ben altre ragioni.   Io  credo che un Senato non  eletto e  con poteri ridotti  non  tolga libertà ai cittadini, non sia un pericolo per la democrazia. Questo spreco di tempo e di fatica allontana soltanto decisioni più concrete sui nostri problemi, cioè  il lavoro, l’economia, le famiglie.

Mi salvano da questo fastidio, alcuni episodi che sembrano minori.

Per esempio il trasporto della Concordia,  conferma  di competenze e di organizzazione.

Ancora di più l’arrivo oggi a Roma dal Sudan di Meriam, a sorpresa. Tanto che nemmeno i giornali hanno fatto in tempo a darne notizia. Mi piace che si sia lavorato in silenzio. Mi piace che la Mogherini abbia cambiato la sua agenda di ministro degli esteri per accogliere questa donna, coi suoi due bambini e il marito.  Mi piace che Meriam venga proprio in Italia, capitale della cristianità e ora anche capitale d’Europa. Mi piace che l’aereo per arrivare a Ciampino sia passato sul mio cielo,  come tutti quelli che vedo e sento passare sopra le case di fronte alla mia finestra. Mi piace che il Papa l’abbia ricevuta tanto presto, proprio  mentre scrivevo questa pagina. Mi piace che all’arrivo ci sia stato Renzi  con accanto, stavolta, la moglie Agnese.

Tutti segni di come da noi stia cambiando il modo di guardare le donne. Vi sembra poco? Vi sembra forma o sostanza risarcire una donna di tante crudeli sofferenze, inflitte non solo per intolleranza religiosa, ma in omaggio alla proclamata inferiorità della donna?

C’è una immagine che mi fa rabbrividire. Questa piccola bimba, che la madre ora così dolcemente tiene tra le braccia, è venuta al mondo in un film dell’orrore. La scena è un carcere, ma la madre non solo partorirà con dolore, ma dovrà partorire incatenata. Con le gambe incatenate!  Invito tutte le donne che hanno messo al mondo un figlio a sentirsi come Meriam. A immaginare i suoi pensieri, i suoi muscoli e la sua volontà perché quelle catene non diventassero tragico ostacolo a quella vita. Mettetevi al suo posto, chiedetevi  quanta forza  bisogna avere.

Anche da noi, nonostante le tante donne salite al giusto incarico per merito, non tutto è a posto. Abbiamo un piede nel futuro, ma un tallone nel medioevo. Il femminicidio, le violenze in famiglia, le discriminazioni sono i nostri guai. Eppure è giusto voler essere alla testa della lotta mondiale per il riscatto di genere. Le ragazze nigeriane rapite, le spose bambine, le bimbe condannate all’infibulazione, le piccole e meno piccole costrette alla prostituzione, ecco i vari film dell’orrore di qua e di là nel mondo contro cui combattere.

 

Sul tema del rapporto con le donne non posso tacere un pensiero che mi stringe la gola da qualche settimana. La assoluzione di Berlusconi sull’affare Ruby. Decine di riviste colorate con immagini ridenti dell’ex Cav con la sua bella!   Evviva.  Assolto.  Innocente ! Tutto un tripudio.

Innocente? Forse per la legge sì. Assolto? Il fatto non costituisce reato.

Invece il fatto costituisce colpa. Colpa civile, colpa morale,  colpa politica, colpa verso le donne.  Non per essere moralista alla vecchia maniera, ma per l’ostentazione, la boria di chi, potente e ricco, si crede in diritto di impunità. Tutte quelle ragazze attorno a un anziano elargitore di doni.  A gratis?  Tutte  quelle scuse che in privato ognuno è libero di fare il comodo suo.

In privato un politico non può fare il comodo suo.  Se vuole il mio voto per mettersi alla guida, significa che vuole decidere di me e della mia vita, perché è dalla politica che dipende la nostra condizione e il nostro benessere. Tutti dovremmo ricordarlo.

Allora, se debbo affidarti il  mio futuro e quello dei miei figli e nipoti, non mi basta sentire i tuoi  programmi. Per darti il mio voto pretendo che tu sia onesto in tutto, anche nel privato. Pretendo che tu sia migliore di me.

Ecco perché non sopporto questi strilli  di assoluzione e di oblio. Il Caimano resta un maschio spregevole, che le donne non le rispetta, che se ne fa trastullo e basta.  Quella “fidanzata” poi, che si è assunta il ruolo della smacchiatrice, non so come giudicarla. Penso soltanto che sulla strada dell’emancipazione femminile,  certe donne siano proprio  come  grandi massi o viscide barriere.

Liberazione, Riforme, primo maggio

25-aprile-1945_festa_della_liberazione

 

E’ appena passato il 25 aprile, che molti non sanno nemmeno che festa è.

A Roma non è stato un bel giorno.

Giustamente il Presidente, il Governatore e il Sindaco, con reparti solennemente schierati, erano   all’altare della Patria a rendere omaggio ai combattenti e ai morti, che nell’occasione sono chiamati caduti. Stavolta non sono i caduti della prima guerra, ma quelli dell’ultima. Quell’ultima che qualche superstite, – e ci sono anch’io – ancora c’è. Tutto giusto, tutto dovuto. Come giusto e dovuto è il ricevimento al Quirinale per i protagonisti o  i rappresentanti di quei generosi.

In contemporanea, alla Piramide, cioè a Porta San Paolo, da dove sanguinosamente tutto è cominciato settantuno anni fa, arrivava il corteo in ritardo causa incidenti lungo il percorso. Dal  palco soltanto letture di messaggi, interventi estemporanei e caotici, canti stonati di Bella ciao. Nella piazza bandiere rosse di rifondazione, bandiere con la stella di Davide delle brigate israeliane, striscioni  pro Palestina, magliette no-tav.

Invece di tutto questo avrei voluto  lunghe file di persone e ragazzi per entrare a Via Tasso, Museo della Liberazione, o alle Fosse Ardeatine, o a Forte Bravetta o a Via Rasella. Un pellegrinaggio di gratitudine e di conoscenza, una lezione di storia, un insegnamento della memoria, un contrasto all’oblio e alle distorsioni di parte. Da farsi anche nei luoghi e nei quartieri dove c’è molto da ricordare e spesso da scoprire.

Non è più tempo di cortei e di comizi, specialmente quest’anno. Cortei e comizi sono riti ormai vecchi, che servono soltanto ad attirare gruppi e gruppuscoli che vi si insinuano soltanto per guadagnare qualche visibilità e creare problemi. Così che stampa e TV parleranno solo di tafferugli e battibecchi   e resterà oscuro il significato di quella data e i valori che rappresenta.

Così è andata. Con spreco di forze e frustrazione.

——-

Nel frattempo, tra la Pasqua, la grancassa dei quattro Papi, e l’attesa del primo maggio, prosegue la corsa del governo Renzi verso le Riforme e proseguono le polemiche dei tanti azzeccagarbugli e perfezionisti che pretendono modifiche a quei progetti.

A quelli del PD, capeggiati da un  erto Vannnino Chiti, voglio fare un bel complimento. Sono riusciti a rallentare il percorso e a portarlo a dopo la data delle votazioni europee. Sarebbe niente, a confronto dei vent’anni e più che di queste riforme se ne parla senza far nulla. Ma diventa tanto per i disillusi della politica, per quelli che “tutti sono uguali”, per gli indecisi che vorrebbero sperare, per i grillini.  Tutti quelli che in mezzo a tante polemiche oscure capiscono o temono una cosa sola.

Ed è questa. Inutile sperare, tanto anche Renzi non ce la farà, non vedete che  lo fermano persino quelli del suo partito?

Cari perfezionisti, ne siete felici?

E dire che proprio contro il disamore per la politica dovevamo ripartire. Intanto vi siete messi in mostra. Si vede che non vi bastavano le discussioni interne, le commissioni, i gruppi, o  che altro.

Spero soltanto che Renzi e tutta la sua squadra rintuzzino ogni dubbio, non con le parole, ma col ritmo lodevole e straordinario del loro lavoro. Combattenti delle riforme. Ribelli della palude.

Coraggio a  voi e a noi.

—–

Sulla data del Primo Maggio ho ripensato a mio padre.

Nella registrazione dice. “Sono andato alle quattro di notte a seminarli alla Madonna della Battaglia, quei bigliettini.”

Quei bigliettini erano i volantini che ricordavano i diritti dei lavoratori, nel primo maggio del 1932, decennale della salita al potere di Mussolini.

Per aver “seminato” quei volantini vicino a Canossa , dove quel primo  maggio cadeva in un giorno di Fiera,  mio padre si è fatto sette mesi di prigione durissima. E mia madre, con mio fratello appena nato e me piccola, si è fatta sette mesi durissimi di lavoro fatica e miseria. Che non c’era nemmeno tempo di piangere.

Caro Barca, cara Barbara

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Da due persone che stimavo moltissimo,  delusioni e dubbi.

Carissimo Barca, ma che razza di telefonino hai ?  Io ne ho uno antidiluviano, ma quando squilla mi mostra chi è. Se è un numero che non conosco o se mi dà soltanto quel simboletto sconosciuto, sto molto attenta a rispondere. Infatti di solito è qualcuno non gradito.

Ciò mi fa pensare male. La finta l’ha fatta solo la zanzara ? O ci si è infilato qualche altro trucco? E’  più comodo passare per ingenuo, però approfittare dell’occasione per dare segnali e stilettate?  E dire che ti stimavo tanto, sia per il tuo lavoro che ti qualifica come il miglior ministro dell’era Monti, sia perché qualcuno a me molto vicino  ti conosce e mi parla sempre bene di te.

A dire la verità i tuoi giri per l’Italia e ancor prima quei tuoi scritti sul Partito Democratico non li ho capiti. Forse sono io che perdo colpi, ma la chiarezza non c’era. E’ vero che i problemi sono molto ingarbugliati, ma chi li vuole risolvere deve avere idee chiare. Perché poi la realtà è la cosa più chiara che ci sia.

E tu,cara Barbara Spinelli, che i tuoi articoli me li bevevo  e li gustavo, dove mi vai ad approdare? Attacchi  il giovane Renzi  con gli stessi argomenti dei grillini o di Niky Vendola. Cioè con argomenti ideologici, con la mitica parola “sinistra”, o lavoratori. Con il Caimano resuscitato.  Io credo che se vogliamo ridare fiato alla democrazia e all’economia  dobbiamo  partire non dalla ideologia ma dalla realtà. La realtà è che tutti quelli che si riempivano la bocca di classe operaia, sfruttati, sfruttatori hanno operato così male che siamo arrivati a questo. Disoccupati, esodati, fughe di cervelli eccetera. E Berlusca sempre in alto. Ed anche Europa così zoppicante e lontana dagli ideali di tuo padre e degli altri di Ventotene.

Intanto non è Renzi che ha creato il Caimano. Se l’è trovato di fronte come una montagna da scalare. Montagna che altri hanno innalzato, con concessioni televisive, giustizia inconcludente e sbagliata, argomenti sbiaditi, volontà mollicce.

Sia tu che Fabrizio avete alle spalle due padri importanti che credo, da dove sono, non vi possono lodare. Luciano Barca l’ho conosciuto. Lo chiamavamo Barchino, per la figura da adolescente,  con affetto. E ricordo con emozione i suoi interventi, che erano una vera lezione. Chiarissime lezioni, per esempio una su agricoltura ed economia. Ero  inesperta, ma quella chiarezza mi permetteva di capire e di entusiasmarmi.

Nemmeno il tuo scritto di oggi, cara Barbara,  è veramente limpido. Giri attorno agli argomenti  e ci rigiri. Sembra che devi svolgere con fatica  un “come dovevasi dimostrare”.

Barbara_Spinelli_Napolitano

Carissimo Matteo

matteorenzi

Carissimo Matteo, oggi faccio  domande e pensieri.

Hai detto ambizione smisurata. Perché non hai detto coraggio smisurato? Azzardo smisurato? Tutti dovrebbero vederlo, questo coraggio.

Forse hai dato retta ad alcuni grandi vecchi che recentemente hanno predicato in Italia e in Francia con parole di fuoco: “ Ragazzi, fate la rivoluzione, ribellatevi”.  Ti stai buttando tu a fare la rivoluzione?  Ti ribelli per tutti noi? Per trascinarci? Io credo di sì. Spero che i tuoi “renziani” parlamentari o meno, ti seguano in questa rivoluzione. Ed anche gli altri che stanno distratti e sdraiati a giocare sul web o  ad assaggiare i granelli avvelenati di Grillo.

Che ci sia bisogno di correre mi sembra evidente. Hai detto uscire dalla palude.  Cioè non restare impantanati, muoversi. Hai voluto dire che bisogna correre? Credo di sì.

Più che palude, io ci vedo una politica in fila indiana che cammina su un tappeto mobile che va all’incontrario. Insomma tre passi avanti e due indietro e talvolta due passi avanti e tre indietro. Tutto al rallentatore, una specie di moviola continua. Quando il  mondo da noi e dappertutto non solo corre, ma supera sempre i record precedenti, a partire dal web, dal globalismo, dal costume. E, purtroppo corre anche la crisi, cioè disoccupazione, fallimenti e povertà. Ecco, appunto bisogna correre, o almeno camminare di buon passo. Vedo per te e per la tua squadra una bella e avvincente maratona, con qualche tappa di corsa e molti ostacoli da saltare.

Mi auguro davvero che tu sia quello che trascina i giovani e tutti ad una stagione di rivoluzione, di  rivolgimento. Non è più tempo di armi o di violenza, ma di rivoluzione sì. Di coraggio, anzi di azzardo. Di innovazione. Di uscire dagli schemi e dalle incrostazioni. Di idee migliori. Una specie di  grande anello di Ginevra, in corsa verso il bosone dei diritti, o, da italiani, le grandi trappole del Gran Sasso per catturare e fermare il neutrino burocrazia.

Per Letta Enrico mi dispiace. Con la sua flemma e il suo autocontrollo, lo ricordo pur sempre dietro le spalle di Bersani, ed anche in qualche passato governo, indicato con orgoglio come il più giovane. Certo capace, oltre che giovane. Ma appunto mi sembra che la flemma e la serietà non siano qualità bastevoli. Non bastano più. Il ritardo è troppo.

La memoria, le radici e le fronde

Foto di r2hox

Foto di r2hox

 

Si avvicina il giorno della memoria. Io sarò in due luoghi, belle manifestazioni accanto a storici e studiosi.  Spero con tanti ragazzi e tanta gente.  Ricorderemo le radici del nostro presente. In quelle radici ricorderemo ancora una volta che ci sono le folle degli ebrei sterminati, poi ci siamo noi – ragazzi della prima metà del secolo scorso – che ci siamo  buttati in quella speranza sanguinosa. Ma ci sono anche i rom e gli sinti uccisi nei campi, e tutti i diversi che sono stati offesi torturati e uccisi per la loro diversità, sessuale come i gay, ideale come i comunisti, o fisica, come i disabili.

Sono felice di sapere che i bravi giovani dell’Anpi di Jesi hanno in programma di proiettare un filmato sullo sterminio dei Rom e dei Sinti nei campi. Titolo del filmato “Porrajmos”, nel caso qualcuno lo volesse rintracciare. Hanno anche trovato notizie di dodici partigiani Rom e Sinti martiri o protagonisti della guerra di liberazione e di un Battaglione partigiano, composto tutto di Sinti italiani fuggiti dal campo di concentramento di Prignano sul Secchia (Modena) che operò nel mantovano e che aveva nome “I leoni di Breda Solini”.

Queste le radici.

Che è bene conoscere e far conoscere. Ma che è indispensabile che abbiano anche tronchi, rami e  fronde. Le fronde sono il nostro  presente. Non le vedo ne’ molto rigogliose ne’ verdeggianti e sane.

Ci vedo un po’ di gemme che chissà se germoglieranno.

Oggi tutta la polemica è su Renzi e le sue riforme, cioè sul progetto di cambiamento. Sul Berlusconi resuscitato oppure umiliato. Ho sentito Scalfari, anche lui come me ex ragazzo nato nella prima metà del secolo scorso. Come tanti che fanno “fronda” in questo momento, si crogiola nel giudizio antico di Berlusconi pregiudicato e condannato col quale non si dovrebbe nemmeno scambiare un buon giorno. Anche a me Berlusconi fa ribrezzo, e non solo come appassionata di politica e di quei rami che dovrebbero venire da quelle radici. Mi fa ribrezzo anche come donna, a nome delle altre, amiche nuore o nipoti. Credo che tutti quelli che alzano questi lamenti dimenticano che il pane si può fare  solo con la farina che si ha. Con quella che c’è.  E se la nostra è scarsa e non può venirne nemmeno una pagnotta, bisogna andare all’altra madia. Ricordando,- a proposito di memoria corta – che se la farina è scarsa, se i voti non li abbiamo, è colpa o insipienza o incompetenza di qualcuno della nostra parte.  Non trattare, non cercare una rischiosa pericolosa e poco compresa via d’uscita, significa rinunciare ancora alle riforme, – non solo a quella elettorale, che nella mia scala di valori viene dopo, – ma soprattutto a  quelle descritte per prime da Renzi sabato dopo l’incontro, cioè quella del Senato e quella dei finanziamenti regionali e dintorni.   Chi strilla allo scandalo, dimenticando che con il caimano ci stava già nel governo delle larghe intese, significa che vuole rinunciare ad andare avanti. Vuole non provarci nemmeno.

Io sto con Renzi che ha la sfrontatezza, cioè il coraggio, di giocarsi la faccia e la testa. Queste le sue stesse parole. Noi per il cambiamento ci giocavamo la vita o le torture o la fame e il freddo, più la paura.

Ricordo anche che moltissimi anni fa la mia conterranea Nilde Iotti, in un filmato storico andato in onda l’altro giorno su Rai 3, eletta a presiedere la Camera, affermava di ritenere necessaria una riforma che correggesse la anomalia del bicameralismo, cioè auspicava  l’abolizione del Senato o la modifica radicale delle sue funzioni, non più identiche a quelle della Camera dei Deputati.

È da allora che se ne parla. Da allora!

Tutti questi anni a fare parole e a non giocarsi nulla. Né la faccia, né la testa, né il posto in uno di quei due comodi rami del Parlamento e  nemmeno nelle sedi politiche, o nelle tante palestre di dibattiti, scritti o strillati,  palestre che ancora oggi funzionano sempre ad alto volume.

sempre r2hox, sulla memoria

sempre r2hox, sulla memoria

Micropolitica?

Un francobollo sovietico, da Wikipedia

Un francobollo sovietico, da Wikipedia

Micropolitica, o meglio analisi di un miracolo  politico in  una piccola realtà, il mio quartiere.  Riporto i voti delle primarie. Per Renzi, domenica 9 dicembre  sono stati 1043. Gli iscritti che avevano scelto Renzi erano stati 10. Per Cuperlo 446; tra gli iscritti erano stati 61. Voti per Civati 309 che tra gli iscritti si era fermato a 9. Cioè, gli iscritti votanti sono stati 80, i cittadini accorsi l’8 dicembre, 1798.

Un bel salto, che cerco di rendere visibile con una tabella.

Cittadini                                    Iscritti al PD

Renzi        1043 (58%)                            10

Cuperlo      446 (24,8%)                          61

Civati         309 (17,18%)                          9

Totali       1798                                         80

Il miracolo di quei dieci che diventano più di mille! Ma anche quei nove che diventano più di trecento.

E la delusione di quei sessantuno diventati soltanto quattrocentoquarantasei. Non voglio intristirmi, ma li conosco quasi tutti. Sono quelli che hanno paura di qualsiasi cambiamento, perchè stanno bene così, o perchè hanno una piccola nicchia da topi nel formaggio. O qualche anziano che non ha nipoti e sta ancora guardando al passato. Il loro smarrimento allo spoglio era addirittura commovente.

Un risultato che anche in questa microrealtà è  la prova di quanto distante dal suo popolo sia o sia stato il corpo ristretto del partito democratico, cioè l’apparato. Quando  l’ho detto in riunione il 16 novembre  non mi hanno creduto.  Domenica 8 dicembre , dopo aver votato,  mi sono fermata un po’ a guardare e  chiacchierare con le persone in fila , alla  mia sezione, ora circolo, che porta il nome di Togliatti, quartiere Cinecittà-Don Bosco, Roma. Vi ho riconosciuto moltissimi che poco tempo fa erano iscritti ai DS e al PD. Uomini e donne che si sono tenuti fuori,  probabilmente per disincanto o per delusione, ma che, anche senza tessera, si sentono più che mai da questa parte.  Tanto più che il tema era chiaro.  Non la scelta di una persona, ma la strada nuova da intraprendere.  Rinnovarsi, avere più coraggio, non chiudersi nei vecchi steccati. I vecchi gloriosi ideali rinvigorirli di combattività e di speranza.

Una  aggiunta . Si tratta di due circoli PD, quello di via Chiovenda e quello di Cinecittà Est, che non avendo locali suoi, si riunisce sempre con noi. Non so quanti siano gli iscritti sulla carta.  Quel giorno dell’assemblea congressuale, cioè il 16 novembre, come ho detto,  hanno votato in 80. Si votava di pomeriggio,  ma al mattino, all’assemblea, il numero dei partecipanti era molto inferiore, forse nemmeno  trenta.  C’è stata discussione. C’era un garante e  c’erano i presentatori dei candidati, soltanto  due, cioè  per Cuperlo e per Civati.  Per Renzi c’è stato soltanto il mio libero intervento, contro il ben più autorevole Claudio Sardo, già direttore dell’Unità che presentava Cuperlo.

Si vede che i 1043 che poi hanno votato Renzi,   non avevano bisogno di ascoltare le mie parole, o di un  qualche relatore,  ma ascoltavano la realtà e le loro speranze, esigevano un cambiamento. Si vede che le idee camminano ben fuori dalle mura dei nostri circoli e delle nostre assemblee. La gente non ha bisogno di riunioni  e di discorsi più o meno felici ed è meno distratta di quel che sembra. Le idee e le speranze forti arrivano da tante strade, in questo complicato mondo globale che forse delle tessere ha deciso di fare a meno.

A pochi giorni

Foto di Leandro Neumann Ciuffo

Foto di Leandro Neumann Ciuffo

Siamo a pochissimi giorni dalla primarie e  colgo alcuni segnali che non mi piacciono per nulla.

È sembrato anche a voi che la Rai e in particolare Rai3 , siano state poco equilibrate verso i tre candidati? Cuperlo è comparso in Agorà, nei tg delle 19 e ampiamente intervistato dalla direttrice in persona a RaiNews24. Credevo di aver capito che il giorno dopo sarebbe stata  la volta di Renzi, invece non ho trovato il posto ne’ l’orario.

Forse è stata sfortuna mia o mia incapacità a destreggiarmi tra i programmi.  Del resto è stata molto oscura anche l’informazione che il dibattito a tre su Sky si poteva vedere anche su Cielo al digitale terrestre.

Poi non mi piace per nulla la presa di posizione del sindacato e ancor più dello SPI- pensionati, che apertamente e operativamente, sostiene Cuperlo. La cosa  mi sembra poco corretta e poco comprensibile.

Qualcuno mi ha detto che Renzi farà piazza pulita della cultura del PD che viene dal PCI, cioè di quella sintesi di diverse culture che costituisce la natura del Partito Democratico. Allora si può ipotizzare che  Cuperlo dovrebbe fare il contrario, cioè mettere in mora la parte di cultura che viene dai cattolici per privilegiare quella di sinistra?  Se è sbagliata una cosa è sbagliata anche l’altra, con l’aggravante che appunto, dall’Unità e da tutte le tribune, Cuperlo si definisce di sinistra, per una politica di sinistra. Non ho sentito Renzi dire che farà una politica cattolica o degli scout.

Voglio solo ripetere  che di sinistra non sono le parole, ma di sinistra sono i fatti concreti. Sono di sinistra i provvedimenti per la scuola,  quelli per le donne e i senza lavoro, la manutenzione del territorio, l’aiuto ai malati ai disabili e ai poveri, i provvedimenti per salvare l’ambiente e le bellezze.

Si può chiamare  di sinistra anche la severità e l’onestà, che qualcun eletto, anche se  proveniente dalla storia del vecchio PCI, non ha saputo conservare. Vedi le grosse delusioni  per  colpe o scorrettezze alla Regione Emilia, Lazio, Liguria, Umbria o altrove. Di sinistra è l’onestà e il buon esempio, che poi non  è altro che  antica cultura popolare. Cioè la vera eredità di quei  padri storici  che sognavano  una Italia di gente pulita, generosa, solidale, giusta,  con  dirigenti capaci di   dare  il  buon esempio.  Questo sogno lo chiamavano comunismo o sol dell’avvenire.  Un vero  sogno di sinistra.

Primarie PD, non è un concorso di bellezza

Leopolda 2013, di Lucca di Ciaccio

Leopolda 2013, di Lucca di Ciaccio

Se fosse  un concorso di bellezza voterei per Civati.

Ma è un concorso per il futuro e quindi voglio riflettere. E le riflessioni mi portano a Renzi.

Sebbene, ormai, venga attaccato da tutti, perfino da Angelino. Vediamo dunque le contestazioni.

Il carisma

Gli si rimprovera il carisma abbinandolo al carisma del caimano. Con l’accusa di aspirare ad una specie di dittatura presidenziale. Senza chiedersi da dove viene il carisma, e di che natura è. Il   successo del caimano, scambiato per carisma, si dovrebbe chiamare servilismo o invidia o ammirazione di furbizia nella speranza di imitarlo o di esserne assolti, visto l’esempio in grande.

Il carisma di Matteo lo vedo come speranza.

Finalmente abbiamo qualcuno che può sfondare e chi lo vuole azzoppare significa che vuole perdere. Vuole perdere pur di non cambiare. Non vuole che venga toccata quella opaca rete di piccoli privilegi, di poltroncine e strapuntini dove si è arrivati per appartenenza e quasi mai per merito, attraverso i rami di quell’albero velenoso che si diparte in correnti e clientele, come in effetti   è diventato tanta parte del PD. E che proprio per questo non ha voluto vedere e tanto meno combattere gli stessi  mali a casa degli altri.

Il carisma di Renzi  non gli è venuto dal partito, perchè il partito di questi tempi non ha mezzi  mediatici per creare alcunchè.  Una volta c’erano i grandi comizi, c’era un giornale. Ora i grandi comizi li fa Grillo – e la cosa più che preoccuparmi mi spaventa. Mi spaventa la superficialità della gente che si accontenta delle battute, del turpiloquio, come se le scelte sulla cosa pubblica fossero uno spettacolo. Mi spaventa l’uomo solo al comando, questa sì, dittatura sostanziale, mascherata dall’applauso della piccola elite in rete.

Da anni non abbiamo voce. Nemmeno più una radio, affossata se ricordo bene da quelli che sono sempre più a sinistra e che per volere tutto e subito – alla Bertinotti e alla Diliberto – ottengono il nulla, anzi fanno retrocedere disastrosamente.

Ora se Matteo ha carisma se lo è guadagnato da solo. Ed è una fortuna che ce lo  metta a disposizione, per una svolta. Un cambiamento visibile, di forma e di sostanza. Credete che se Obama non avesse avuto carisma avrebbe potuto diventare presidente?

Che poi il carisma debba servire a uno scopo non personale, è ovvio. E qui si vede la differenza col caimano, senza che io perda tempo a ricordarlo.

Fare il sindaco

Poi c’è la scelta di continuare a fare il sindaco che gli viene contestata.  In questo ci si dimentica che Firenze, per il mondo, è una città importantissima per luce di cultura, di bellezza e di storia. Essere sindaco di una tale città è un titolo e un merito che noi, da questo nostro pianoterra  localistico non vogliamo vedere.

Restare sindaco è, come dice lui, restare vicino ai problemi veri.  Non cementificare, pensare agli asili e ai nidi, togliere il traffico, risolvere i problemi dei rifiuti. Valorizzare l’arte e la cultura. Sono problemi di Firenze e sono problemi dell’Italia. La cementificazione e i rifiuti sono pascolo di mafia e di camorra. Il traffico è problema di clima e di ambiente e di qualità della vita. I nidi e le scuole e gli asili sono problemi di lavoro e di donne. L’arte e la cultura è tesoro da vantare e salvare. Tutto questo è materia  da affrontare anche in grande. In meridione e in tutta Italia.

La critica più risibile è quella di ipotizzare che fare il sindaco gli porterà via troppo tempo perché il Pd è una macchina molto complessa.

A me sembra che tagliare le gambe alle correnti e mettere a riposo i troppo usurati personaggi del passato sia già una bella semplificazione. E se vi si aggiunge una bella squadra di giovani finalmente ottimisti e generosi. Poi viene da ridere pensando agli altri, che sono sempre stati contemporaneamente dirigenti e parlamentari. Forse confessano che al parlamento non c’era nulla da fare o che loro ci andavano solo per finta? E le commissioni e gli approfondimenti? E gli obblighi vari?  La differenza che io ci vedo è che da deputati o senatori si sta ai piani alti, lontani, anzi lontanissimi dalla gente e dai problemi, mentre a Palazzo Vecchio ci sono le persone, lì, vicine e parlanti.

Candidato al partito o al governo

Parla e agisce come se fosse aspirante  premier,  mentre in palio c’è soltanto, per ora, la carica di segretario del PD. Intanto un segretario deve dire che programma si prefigge. Non come Bersani che non l’ha detto nemmeno in campagna elettorale. Poi è ipocrisia, visto che nello statuto del Pd è detto che il segretario, in caso di elezioni, si candida a premier. Questo secondo logica, se si vuole andare al governo, se  si vuole vincere le elezioni.  Così succede nelle altre nazioni europee.

Tra l’altro abbiamo brutte esperienze alle spalle. Un premier, per lavorare bene, deve avere  dietro  un partito che lo sostiene, non che gli fa la lotta più o meno sotterranea. Un partito senza correnti, appunto. Un partito che abbia solo correnti di pensiero e non di potentati.  Che si discuta, ma che si respiri aria nuova, giovane e pulita.

Vuole far cadere il governo Letta

Questa è una cosa che Cuperlo  e soci non dovrebbero tanto sottolineare. Mi sa che possa proprio aiutare Renzi. Perché penso che tra i cittadini di sinistra siano molti quelli che se lo augurano. Questo governo, nonostante la imperturbabilità di Enrico, non gode molta simpatia. Del resto come si fa a sperare che farà qualcosa di buono dovendo lavorare con Formigoni e Giovanardi, e soprattutto con Alfano, autore del famoso lodo e delle tante leggi e leggine ad personam. Col governo per giunta  azzoppato dalla vicenda Cancellieri.

Personalmente sono molto dubbiosa. Varrà la pena di soffrire fino al 2015 con tentennamenti, riforme svanite, piccolo cabotaggio, nella speranza – o illusione –  di incidere e decidere sulla evoluzione dell’Europa in  stati uniti, o in una entità più simile alle idee di Ventotene e più lontana da un ente troppo finanziario e ottuso? Tanto più che nel frattempo il caimano si organizzerebbe per bene, sorprendendoci con carte nuove tipo figlia Marina o candidatura europea dalla porta dell’Ungheria (tramite i neonazisti ! Che capolavoro sarebbe!). E sempre aspettando che nel frattempo, anche Alfano, oltre a continuare a ricattare Letta,  costruisca la sua nuova destra mentre  magari  il Pd debba difendersi  ancora una volta dagli attacchi  dei suoi vecchi capibastone, che già adesso  tanto lavorano dietro le quinte contro Renzi e contro Civati.

Insomma,  proprio per questo, bisogna che le primarie vadano molto bene.  Intanto in questi pochi giorni ascoltiamo  Renzi con molta attenzione. Credo che chiarirà tutto, e dimostrerà ancora una volta di essere l’unica buona speranza rivolta al futuro.

(materiali sulle idee di Renzi sono sul suo sito. Utile leggere le enews.  Fra le interviste, è molto interessante questa. Per sapere come votare alle primarie, dove possono votare tutti i cittadini, basta andare qui)

Su Priebke, Cancellieri e tessere del PD

da Enrica Berti

da Enrica Berti

Priebke

La salma di Priebke era ancora a Pratica di Mare quando da lì sono partiti con un aereo militare  studenti insegnanti e testimoni per andare ad Auschwitz. Tra gli insegnanti c’era anche la mia amica Titti.  Negli stessi giorni, da lì, i malcapitati ufficiali stavano affannosamente cercando interlocutori governativi per avere indicazioni  su cosa fare di tanto ingombrante e sgradito fardello.

Può darsi che la soluzione trovata sia una pezza decente a tanto disastro.  Non posso però tenermi dentro il groppo dell’indignazione.  C’era stato il vergognoso schiamazzo al centesimo compleanno. Era tanto difficile prevedere che il soggetto poteva morire? Era tanto difficile mettere le mani avanti e impedire  il susseguirsi del vergognoso tira-molla, stabilire serenamente il che fare  secondo  regole e civiltà? Dimentichiamo pure che un ergastolano agli arresti domiciliari aveva potuto passeggiare fiero e indisturbato nella città da lui martirizzata,  come se fosse  stato uomo libero.  Ricordiamo però , che a suo carico non ci sono state solo le Fosse Ardeatine, ma  che  nelle stanze di via Tasso le torture avevano la sua firma, il suo comando,  le sue mani, il suo odio.

A chi toccava  predisporre cosa fare al momento di quella morte prevedibile? Non so. Mi chiedo dov’era l’Anpi, o le associazioni dei perseguitati . O i ministeri di Difesa, Grazia e Giustizia o che altri?

Personalmente avrei preferito saperlo in cenere e disperso in un deserto. Non vorrei che i suoi fanatici ammiratori scoprissero il luogo e inscenassero quei pellegrinaggi con bancarelle e schiamazzi, magari nelle vicinanze, come succede vergognosamente a  Predappio.

Quanto dobbiamo aspettare perché nei libri di testo e nelle scuole si racconti per bene e per intero quella storia del novecento ? E quando sarà  che agli insegnanti stessi, – a tutti e non solo quelli che  vanno ad Auschwitz –  venga dato modo  di aggiornarsi e di svolgere interamente il loro compito di educatori?

La Cancellieri

Se la Cancellieri si fosse dimessa io non sarei stata contenta.

Però doveva dimettersi.

Non sarei stata contenta perchè il governo, già abbastanza debole, avrebbe avuto un altro colpo. Non sarei stata contenta perchè una donna arrivata ai piani alti mi deludeva.

Doveva dimettersi, non per aver fatto qualcosa di grave, ma per quel che lei stessa ha detto, cioè di aver agito per affetto.

Proprio per quell’affetto.

Se io ho una famiglia amica, da anni, da una vita, ci frequentiamo, facciamo viaggi, vacanze e qualche volta lavoriamo insieme, siamo affezionati ci vogliamo bene,  o i nostri figli hanno affari legittimi in comune, poi succede un fatto nuovo.  Improvvisamente viene accusato il padre o il nonno di violenza verso la nipotina nel silenzio o complicità degli altri, io cosa faccio? Telefono per compassione e affetto? Mi metto a disposizione?  Oppure soffro, mi tengo in disparte,  aspetto la verità, spero che non sia vero.

L’affetto, come  l’amicizia, ha bisogno della stima, per stare in piedi. Senza stima non ci può essere ne’ amicizia ne’ affetto.

Nel caso specifico la famiglia Ligresti, compreso lo scaltro sfuggito in Svizzera, ha compiuto – probabilmente – qualcosa  di illecito connesso agli affari. Se tu, ministro di Grazia e Giustizia, dimostri  a questi Ligresti vicinanza o solidarietà,  per logica  connessione di idee dimostri comprensione per quei poveri uomini di affari che, poveretti, si sa, qualche volta sono indotti – o costretti – a scavalcare le regole. In parole semplici, per estensione, il tuo affetto assolve in anticipo anche Berlusconi condannato da quei cattivi giudici, che non sono amici e non hanno affetto.

A proposito poi dei carcerati dico che doveva essere aiutato Cucchi e doveva essere aiutata la Ligresti. Povero o ricco, chi sta male deve essere trattato e curato da essere umano. Anche se non ho capito grazie  a quale cavillo e a quale titolo la ex carcerata se ne vada a far compere per Milano. E da quella foto non mi è sembrata né  troppo magra né troppo depressa.

Tessere PD

Quante polemiche sulle tessere del PD ! Ormai non ci si può più iscrivere.  Chi si è iscritto in queste settimane è guardato come membro delle truppe cammellate?  Allora ci sono anch’io.

La tessera del 2013 l’ho presa sabato 25 ottobre, primo giorno della assemblea del mio circolo convocata per eleggere i dirigenti locali.

Perché così in ritardo?  Perché io  non volevo iscrivermi più.

La mia prima tessera – era PCI – porta  la  data 1945, ma di fatto c’ero già l’anno prima.  Come mai nel 2013 non volevo iscrivermi più? L’ho anche raccontato in un mio blog di gennaio o febbraio. Vi protestavo per essere stata  arruolata d’ufficio tra i bersaniani e perché mi avvertivano che la tessera era già pronta.  Non sono andata a ritirarla. Se ricordate era gennaio e febbraio, quella stagione della allucinante campagna elettorale  a base di smacchiamenti e di tacchini, conclusa con quella straziante scena del dopo voto dove io, che mastico politica dalla adolescenza, ho detto che per capire Bersani ci voleva la traduzione simultanea. Volete pensare che corressi in sezione, o circolo che sia, per ritirare quella tessera?

Invece ora, che mi rinasce la speranza, ho  deciso che non voglio essere tra gli assenti o gli indifferenti e desidero mettere  il mio voto.  Qualcuno e qualcuna forse non è d’accordo con me. Io penso che abbiamo una scialuppa di salvataggio che si chiama Matteo Renzi. E lo sosterrò nonostante i vecchi del mio circolo, io che ho compiuto 86 anni, contro loro sessantenni e settantenni che hanno votato come segue : Giuntella 97, Cosentino 19, Zabatta 6, Zevi 2, bianche 2. Se non ci fosse stato un bel cammellamento o corrente, vi pare che sarebbe stato possibile un così macroscopico divario?

Se i nuovi iscritti  sono quelli che come me avevano perso la speranza, ben vengano. E vi si aggiungano i giovani, così rari  nelle assemblee,   che mi auguro numerosi e allegri in fila ai gazebo   nel giorno delle primarie.