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Archive for the ‘Resistenza’ Category

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Presentazione alla Camera dei Deputati

Mentre c’è chi vuol rifare la fascistissima marcia su Roma e chi promette , se raggiunge il governo, di dare carta bianca a tutte le forze dell’ordine sottinteso come Genova-Diaz, ci sono anche quelli che si curano di storia e di memoria.

Dal Friuli Venezia Giulia è arrivato a Roma Camera dei Deputati , un documentario su una storia partigiana.
La fondazione Iuker Image di Udine, regista   Roberto M. Cuello,  ha ricostruito la storia di Mario Modotti, Comandante Tribuno, andando negli stessi luoghi e riportando documenti e parole con scrupolosa esattezza.  Strade e case di Bicinicco , carcere e caserma Piave di  Palmanova, campagne dei monti carsici di confine, testimonianze multiple di compagni combattenti, copie esatte dei documenti partigiani, dignitose e commoventi lettere autografe, il tutto completato da poche indispensabili ricostruzioni con attori.
Molto opportune le annotazioni storiche di due studiosi, e preziosissima quella del mio amico Giuseppe Mariuz che riesce a rendere chiara e comprensibile la ingarbugliata realtà di quella terra di confine e della pesante vicinanza con la resistenza iugoslava.
Il regista e i collaboratori ci hanno lavorato due anni con tutta la serietà che si richiede ad una ricostruzione storica sempre in accordo con i familiari-eredi, che compaiono addirittura come narratori.
Particolarmente importante la ricostruzione con documento autentico, dell’accordo stipulato tra le formazioni partigiane di orientamenti diversi, cioè garibaldine, fazzoletti verdi e militari, accordo dovuto principalmente proprio al comandante Tribuno.
Commovente anche se suggerita più che esibita, la durezza delle torture di matrice tedesca, in terra che i nazisti si erano aggiudicata come regione del loro stato. Anche questo giovane Mario Modotti, comandante Tribuno, è uno dei tanti che dobbiamo chiamare veramente eroi, più  forti di ogni tortura e umiliazione, immensamente più alti e umani dei loro torturatori , più generosi di qualsiasi padre o madre verso di noi che ci siamo salvati, che ci hanno salvato.
Spero che il documentario possa andare soprattutto nelle scuole e ovunque , non solo nel Friuli o nel Trentino o nel Veneto, ma dappertutto, proprio in risposta agli stupidi e ignoranti rigurgiti di fascismo che ci ammorbano qua e là.
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Il reato di tortura

Avevo scritto per l’Unità questo commento  in data 29  maggio,  quando, appunto, l’Unità non è uscita più.  Ora la legge  è passata, e su di essa, come su ogni atto o iniziativa del governo, si sono abbattute critiche feroci e livorosi distinguo.
Io sono contenta che sia passata, nonostante tutto. E vorrei vederla attuata e interpretata con saggezza, contro i torturatori della Diaz, quelli di Cucchi e i tanti altri in Italia e fuori d’Italia.
Se si potesse  vorrei anche che fossero puniti quelli che hanno torturato i partigiani e le partigiane nei lontani anni 1944 e 1945.
Di problemi e urgenze questo governo e questo parlamento ne ha veramente tanti e dovrebbe far paura anche la semplice ipotesi di decadenza anticipata.   Personalmente sono colpita e preoccupata per il progetto di reato di tortura.
 Va avanti e indietro tra camera e senato da quattro anni e qualcuno esulta perchè lo vede finalmente in dirittura di arrivo.
 A me l’argomento  preme perchè non dimenticherò mai il tono della voce e l’espressione della mia cara staffetta partigiana Francesca Del Rio, torturata a Ciano d’Enza da tedeschi e fascisti quando, a sessant’anni dalla liberazione, lamentava che  ” per i feriti è stato riconosciuto qualcosa, ma per i torturati no, niente !”
Per i torturati partigiani non si è fatto nulla.  Con maliziosa tristezza mi viene da pensare che l’Italia del dopoguerra, ancora maschilista, abbia accantonato il tema perchè la maggior parte delle persone torturate (e violentate) dai nazifascisti erano di genere femminile. Tra l’altro loro stesse, sempre per quel maschilismo o riservatezza, non volevano raccontare, volevano solo dimenticare.
Ora, dopo tanti anni, siamo ancora costretti a mettere sotto attenzione uomini in divisa che, sentendosi tutelati proprio da quella divisa, cedono alla tentazione della violenza.
Non sono competente in materia legislativa, ma alla lettura del testo proposto mi sono ricordata di una lezione di  uso della lingua.  Un testo di legge deve essere scritto in modo limpido, con parole esatte,   cioè da poter essere  interpretato in un solo modo. Un articolo di legge non è una metafora, non è poesia, non è letteratura.  A me, da incompetente, quel testo mi è sembrato contorto, oscuro, cavilloso.  Cioè di oscura interpretazione.
Riconosco che è difficile definire cosa è tortura. Ci possono essere torture che non lasciano nessun segno. Francesca legata nuda gambe e braccia ai 4  piedi di un tavolo, dopo essere diventa   spettacolo,  dopo ore di  schiamazzi  e risatacce, era tutta un immenso indicibile dolore, di corpo e di pensieri, ma non credo con tracce visibili. Esistono danni psicologici documentabili? Secondo me esistono danni psicologici inevitabili, intuibili, immaginabili.
Quando, aperti gli armadi della vergogna, i carabinieri l’hanno individuata e raggiunta, Francesca nell’apprendere quali ricordi volevano da lei, è semplicemente svenuta! Dopo tutti quegli anni impegnati a dimenticare!  E non solo quella tortura a cui ho accennato, ma a tutte le altre, ben più cruente e visibili, come quel capezzolo frantumato.
 Riconosco che mentre si arresta un presunto moderno terrorista gli si può storcere un braccio o  sgomitare un occhio.   Però se si arresta uno che sta male, per droga o altro,  non lo si può fare massacrandolo di botte. calci e pugni compresi.  Mi sembra di sapere che esistono abilità orientali, tipo Karatè, per questi casi, per immobilizzare un avversario senza distruggerlo.
Così scivolo nell’altro lato di questo tema. Prima di fare un testo per condannare la tortura, cosa si è fatto o  cosa si può fare per dettare regole sulle modalità e tecniche in caso di arresti e soprattutto in condizione di detenzione?  Cosa si può fare e cosa si fa per preparare, educare  chi è addetto  al prezioso mestiere di forze dell’ordine?
Ripensiamo tutti alle vicende di Bolzaneto e ai casi privati di Cucchi, Aldrovandi, Uva e ultimo Regeni.  Che una legge sia utile, anche per le aspettative europee e ONU, ma per favore, che sia chiara e scritta in una bella e precisa lingua italiana.

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Ho avuto anche quest’anno tanti venticinque aprile.

In anticipo quello musicale, emozionante, affollatissimo, nell’aula magna della Terza Università di Roma. Protagonisti i ragazzi delle quattro scuole primarie a indirizzo musicale, due di Roma e due di Vicovaro e Subiaco. Ne ho scritto sull’Unità di mercoledi 26 aprile.( A proposito, povera Unità, quanti problemi! Col cuore in gola vorrei che si salvasse, che risorgesse !)
Tutti quei giovanissimi, tutti i loro bellissimi insegnanti dei vari strumenti, tutti i loro genitori e amici erano lì per concludere una fatica non solo musicale, ma storico-culturale. Attraverso le musiche imparare la storia, raccordarsi ai sentimenti dei combattenti per la libertà, sentire dolori e terrori della guerra e della dittatura, è questo che si percepiva.
Immagino che negli altri due “concerti” delle altre dieci scuole dello stesso indirizzo ci sia stata la stessa atmosfera, la stessa bellezza.
Curioso che anche in un quartiere di Roma, l’affollato Torre Maura, ci sia stato un 25aprile musicale. Alla sede del Comitato di Quartiere, undici ragazzi e una ragazza, con la loro band di chitarre e il loro maestro, hanno preparato un concerto festoso con una loro Bella Ciao, canzone di Piero e Auschwitz, per un bel gruppo di cittadini e studenti. Maestro arrangiatore e guida, il signor Sandro Ceccarelli, nome dell’orchestra  “Sei corde”.
Finalmente, proprio il 25 aprile, all’inizio della mattinata, ho fatto del mio meglio, intervistata alla vescovile TV2000, dove mi vogliono bene e mi invitano da tempo. Qualche anno fa, proprio Boffo di persona, si è unito ai giovani operatori programmatori e conduttori che mi erano attorno, per salutarmi e ringraziarmi della collaborazione. Questa volta non ha fatto altrettanto Tarquinio, che mi avrebbe messo a disagio e forse in polemica a causa dei suoi troppo frettolosi giudizi sui cinquestelle.
Gli altri miei venticinque aprile sono stati i più belli.
Il frecciarossa mi ha portato nei miei luoghi natali. Prima al mio paese, quel Bibbiano culla del formaggio reggiano e luogo dei 271 combattenti per la libertà ufficialmente riconosciuti con le 32 donne comprese e i compianti 11 morti. Lì mi aspettavano i ragazzi delle scuole medie, in una bella grande aula di musica, molti seduti per terra, tutti già pronti e preparati, coinvolti dai due racconti veri di episodi avvenuti proprio qui settantadue anni fa.  Il mio libriccino “Non era una notte buia e tempestosa”  l’avevano avuto già da tempo e conoscevano mio fratello protagonista del primo racconto  quando aveva la loro verde età. Si sentiva  interesse e la competenza non solo dall’attenzione, ma dall’originalità delle loro numerose domande. Poi eravamo vicini ai luoghi di quelle scene e , curiosamente, vicinissimi alla casa, ora ristrutturata e bella, dove sono nata io, quasi novanta anni fa. Credo che tutto questo diventasse per tutti noi una bella tensione ideale e una bella empatia, grazie anche al sindaco amico, Andrea Carletti, che non ci ha mai abbandonati ed ha aperto l’incontro col suo breve e caldissimo saluto.
Alla fine,  sopra le tante emozioni, un ragazzo dal folto ciuffo dritto colorato di vistoso blu-azzurro, dopo aver fatto la sua domanda e ascoltata la risposta, ha ripreso la parola per dichiarare di essere di tre nazionalità: di padre polacco, madre albanese e lui italiano! E tutto questo l’ha spiegato con essenziale racconto di vicende e particolari degni dell’adulto più navigato in politica o in cattedra.  Non poteva esserci modo più alto e semplice di concludere l’incontro.
L’altro luogo del 25 aprile nella  terra  delle mie fatiche di staffetta è stato Cavriago, dove mi aspettavano gli allievi delle scuole elementari, in due scaglioni, nella grandissima sala consigliare ad anfiteatro, anche qui col sindaco Paolo Burani ad iniziare, le  consigliere-donne, insegnanti e persino un piccolo pubblico di persone legate alla Resistenza. Racconto, dialogo, curiosità e domande a non finire, con insegnanti e amici indaffaratissimi a passare il microfono a quei disinvolti e attentissimi  neo-cittadini . Anche qui l’immagine dei  volti era variegata da incarnati diversi, turbanti e veli, occhi a mandorla, come era stato a Bibbiano. Questa è zona di antica accoglienza, di barriere razziali abbattute da tempo. Non tutti quei bracci alzati hanno potuto ottenere il microfono, ma silenzio, attenzione, curiosità e passione mi hanno dato forza e fiducia. Mi sono sforzata di raccontare di tutti gli altri, quelli che non ci sono più, ma che erano con me, a volte più sfortunati di me, tra quelle campagne e quei vicoli, con quei cognomi e quelle famiglie, impegnati  in  avventure rischiose  che ora riteniamo valorose, ma che allora ci sembravano semplicemente dovute, semplicemente “da fare”.
Grazie a tutti quanti, Mirca, Amedea e Ivan, ed anche a mio nipote Enrico, che mi ha accompagnato e sostenuta, in mezzo ai temi  del suo prossimo esame universitario, ma felice di conoscere finalmente Casa Cervi, su competenza e simpatia di Mirco Zanoni che gli ha fatto da guida.

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14 dicembre 2015, Roma per Parigi

Il giorno della memoria ero in una scuola del Tuscolano e dopo un intenso ed emozionante dialogo coi ragazzi, si stava cantando “Bella Ciao”. molto utile anche a smaltire la commozione. Da una volante arrivata nei pressi si è  avvicinato un poliziotto, che alla signora che lo ha avvicinato ha detto ” Ma questa canzone non si può cantare a scuola!” Alle rimostranze non ha risposto, e credo che negherà. Ma ricollego l’episodio alla informazione di simpatie fasciste  e naziste da parte dei due valorosi poliziotti che a Sesto San Giovanni  hanno liquidato l’attentatore dell’Isis. E ad altri episodi che dimostrano analoghe simpatie penetrate nelle forze dell’ordine, a partire da Genova Bolzaneto.
Dove abbiamo sbagliato? E da quando?
Io credo da molto tempo. Forse da settanta anni, cioè dalla liberazione in avanti.  Non abbiamo educato alla democrazia. Non abbiamo insegnato la libertà. Non abbiamo raccontato la verità alle nuove generazioni.
Le lacerazioni del dopoguerra sono penetrate anche nel reducismo partigiano. Associazioni separate, garibaldine, cioè rosse, e dall’altra parte le cattoliche azioniste e filomonarchiche. E tutte le celebrazioni, escluse forse quelle ufficiali del 2 giugno, all’insegna della retorica, delle corone, dei monumenti e delle medaglie. Utili e doverose, ma staccate, vuote.
Con tanti veleni nell’opinione pubblica. Ancora ier l’altro su facebook  ho trovato riferimenti ai delitti del dopo guerra nella mia terra emiliana. Tutte montature smentite da successive sentenze di tribunale. Negli anni  si è lasciato credere che i partigiani del nord fossero tutti comunisti e filosovietici. Eppure facevano parte del  nostro comando  i professori cattolici Marconi e Dossetti, avevamo  il prete don Carlo alla testa di un distaccamento, C’era  una brigata della montagna tutta cattolica, una famiglia Cervi credente e osservante. E il prete partigiano del mio paese Don Pasquino Borghi fucilato alla schiena insieme al mio comandante comunista Angelo Zanti.  E tanti ragazzi pieni di speranze e di ideali, comprese le illusioni sul socialismo.

Si è forzato sulla contrapposizione. Ancora fino e ieri il partigiano Rosario Bentivegna è stato indicato come colpevole delle Fosse Ardeatine perchè autore di Via Rasella.
In tutti questi decenni è mancata una profonda riflessione su cosa è stato il fascismo e perchè è stato necessario e  sacrosanto sconfiggerlo.
A scuola non è mai stato affrontato l’argomento in modo obiettivo. I testi scolastici ambigui e pressapochisti.  Gli insegnanti alle prese con anni scolastici troppo corti e poca voglia di affrontare un tema caldo, a rischio polemiche con genitori o dirigenti. Si è arrivati quasi sempre solo a studiare poco dopo la fine della prima guerra mondiale.

 Noi ex partigiani siamo andati nelle scuole. In pochi anni io ho superato i quattocento incontri. Altri forse hanno fatto di più, visto che io ho  cominciato solo dieci anni  fa. Ma è come uno svuotare il mare con un cucchiaio. E’ stato  importante ed emozionante, ma non poteva essere storia in senso completo, cioè  culturale e ufficiale. Per di più sporadico, occasionale, fortunoso.
Un professore amico mi ha riferito uno scanzonato commento di un suo allievo circa un incontro con un partigiano ” Professò, che palla!”  Come dire che essere  bravo partigiano non significa essere anche bravo ad insegnare la storia.
L’8 marzo scorso al Quirinale ho incrociato la ministra Giannini alla quale l’amica partigiana Luciana Romoli stava chiedendo un incontro per parlare dei nostri interventi  nelle scuole. Mi sono inserita per osservare che gli insegnanti hanno bisogno di indicazioni ed anche di aiuto. Ho accennato a Don Ciotti che ogni anno in Italia organizza incontri-seminari sull’educazione all’antimafia per i docenti. La Giannini mi ha risposto che “ci stiamo studiando”. Non mi è riuscito di concordare un incontro.  Vorrei tanto riuscirci con la nuova Ministra Valeria Fedeli.
Credo che debba essere insegnato bene nelle scuole e in forma ufficiale, cosa è stato veramente il fascismo e il nazismo. Proprio perché in Europa e nel mondo sta alzandosi   questa inquietante ondata di razzismo e di intolleranza, di esaltazione delle differenze, di ammirazione della violenza. Vorrei che si potesse rispondere a quel ragazzo che anni fa  mi ha riferito che secondo suo nonno sotto Mussolini si stava bene. Su che cosa era fondato quel suo piccolo e provvisorio stare bene. Sul triste epilogo- conseguenza di guerra e sterminio.   Su come è facile e comoda la dittatura e come è difficile e complicata la democrazia. Ma quanto più umana, quanto più desiderabile.
Ora noi partigiani siamo troppo pochi e troppo vecchi persino per andare a fare memoria. Nelle scuole devono arrivare gli studiosi, le facoltà universitarie di storia moderna, e anche la mia amica Michela Ponzani con le sue belle lezioni di storia sui Raitre.
E alla fine,   sarà sufficiente tutto ciò  per  far crescere una generazione di giovani adulti e liberi? Lo spero, anche se contrastare l’allettante  fascino della prepotenza e della violenza, sarà di certo un bella battaglia.

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Anche quest’anno mi chiamano nelle scuole in occasione della giornata della memoria. Naturalmente mi presto volentieri, anche se  testimonianze dirette ne ho ben poche. Eppure c’ero, sedicenne e poco più, dentro quella guerra con quelle sue tenaglie di orrore. La mia amica Luciana racconta della sua compagna cacciata drammaticamente da scuola perché  ebrea.  Io non mi spiego come mai noi di questo sterminio non ne sapessimo nulla, pur essendoci così vicino. Io facevo venti chilometri in bicicletta per andare a scuola a Reggio. Ne sarebbero bastati altrettanti per raggiungere Fossoli, quel campo-carcere di smistamento da dove transitavano tutti i destinati ai lager, Mauthausen, Auschwitz, Primo Levi compreso. Eppure ero nella Resistenza, e c’era mio padre che aveva incarichi e autorevolezza più di me. Io, più di lui, studiavo le “direttive” e le circolari e persino le lezioni ciclostilate che arrivavano dal “centro” e che mi servivano per le riunioni e per le lezioni di storia da impartire ai ragazzi partigiani e alle ragazze staffette. Non ricordo niente che parlasse degli ebrei. Certamente ne parlavano truculenti e bruttissimi manifesti fascisti,ma quelli noi di casa e noi della Resistenza non li degnavamo di uno sguardo. Di tutto quell’orrore, di quella scientifica inesorabile macchina di morte abbiamo saputo soltanto dopo e poco per volta. Tanto orribile da far fatica a crederci. Che oggi, a distanza di sette decenni, vi si presti attenzione è certamente cosa ottima, speranza di una più giusta consapevolezza. Bella la maratona del ricordo, belli i viaggi della memoria, belle le pietre di inciampo. Bello anche il documentario della mia amica Raffaella Cortese De Bosis che ha scovato altra storia di un lager sotterraneo, perché non si finisce mai di scoprire la verità.

Non vorrei però che si finisse di credere che il nazismo fosse soltanto questo, cioè una immensa pazzia, tanto assurda quanto irripetibile, quindi relegata in quel passato. Vorrei che si partisse dall’inizio, cioè da quelle idee razziste e da quella idea di supremazia, di esclusione del diverso, di chiusura egoistica e miope che proprio in questi tempi, e non solo da noi,  si fa strada in tanti movimenti e partiti, in tante associazioni pseudoculturali che si richiamano addirittura apertamente al fascismo e al nazismo.
Vorrei che nel pieno del calendario scolastico, magari a marzo, ci fosse anche un giorno della democrazia e della coscienza, un giorno della libertà e della accoglienza. Per aiutare i ragazzi a diventare cittadini liberi di un paese libero.

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l’8 settembre scorso anche a Roma, al Campidoglio, il Ministero della Difesa ha conferito ai partigiani la “Medaglia della liberazione”, in occasione del 70° della liberazione. Ecco alcune foto della cerimonia.

Il diploma

Il diploma

 

Con l'assessore Luca Bergamo e il prefetto Paola Basilone

Con l’assessore Luca Bergamo e il prefetto Paola Basilone

 

La ministra Roberta Pinotti con la partigiana Jole Mancini

La ministra Roberta Pinotti con la partigiana Jole Mancini

 

Mario Fiorentini, protagonista all'azione di via Rasella, a cui partecipò anche  la moglie Lucia Ottobrini scomparsa da poco. Intellettuale e valente matematico.

Mario Fiorentini, protagonista all’azione di via Rasella, a cui partecipò anche la moglie Lucia Ottobrini scomparsa da poco. Intellettuale e valente matematico.

 

 Il regista Giuliano Montaldo, autore del film "L'Agnese va a morire" e sempre testimone delle vicende resistenziali


Il regista Giuliano Montaldo, autore del film “L’Agnese va a morire” e sempre testimone delle vicende resistenziali

 

molti sindaci della provincia hanno accompagnato i loro partigiani

molti sindaci della provincia hanno accompagnato i loro partigiani

 

Qui la sala con il gruppo festoso al commiato

Qui la sala con il gruppo festoso al commiato

 

Infine, la medaglia

Infine, la medaglia

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Il testo della lettera che ho scritto all’amico Sergio Staino, pubblicata il 24 agosto su l’Unità.

Carissimo Sergio,

 dovevo scriverti da tempo perché mi sono gustata il tuo “Alla ricerca della pecora Fassina” con vero divertimento, anzi, amaro divertimento. Con una battuta e un tratto di matita riesci a dire di più che un articolo di fondo.  Però ancora non vedo notizie che riguardano il giornale, salvo le “Feste”. Lo sai che le prime in Italia le abbiamo fatte in settembre  a Reggio Emilia nel 46 e 47 e che il loro “capitano”, cioè  organizzatore, responsabile, ideatore era mio marito,allora fidanzato, non ancora venticinquenne e da poco entrato nel PCI.? All’inizio si sono fatte al Parco Terrachini, sulla via Emilia , appena fuori il centro città, e ricordo che il lavoro di costruzione e allestimento degli stand, delle piste da ballo, degli impianti era affidato ai compagni delle “brigate di lavoro”, carpentieri, elettricisti eccetera. Poi le donne volontarie in cucina.  Non so cosa è rimasto di simile, ma alla FestaReggio al Campovolo dove sono stata l’anno scorso ancora il volontariato è ciò che regge il tutto.
Ti scrivo oggi perché sono abbastanza e di nuovo indignata per le polemiche sul referendum del sì e del no. Ho invitato i compagni dell’Anpi che sono per il sì a rompere il divieto di Smuraglia se vogliono salvare l’Anpi dallo sfascio e dal neostalinismo.  Non mi sta bene che  quelli del no, dell’Anpi o della sinistra interna con DAlema in testa, abbiano dal PD e da Renzi tutto lo spazio possibile, tutta la disponibilità possibile. Alla quale poco fa, l’ineffabile Smuraglia ha risposto che un confronto alla pari con Renzi non risolve e ci deve pensare, deve riunirsi coi suoi !!! Pretende di volantinare a favore del no dentro alle feste ! Dice che non sarebbe successo con Togliatti! Certo che no, visto che mai l’Anpi , col bel nome “partigiani” aveva deciso di schierarsi contro l’unico partito di sinistra (o riformatore, vedi il termine democrazia progressiva) a fianco di tutta la destra, neofascisti compresi, xenofobi compresi!
Ho scritto sul mio blog una bella “filippica”  che vi è finita ieri, quindi avrei dovuto metterci anche qualcosa in più.  Ma sono proprio stanca di vedere strumentalizzato  il nome di  partigiani, quindi le nostre vite e i nostri sacrifici in funzione di una battaglia che si spiega solo con l’astio o l’invidia o la voglia di ricicciare  della vecchia nomenclatura che coi suoi fallimenti ci ha portato fin qui.
Se possibile vorrei raccogliere un po’ di “vecchi” e fare insieme qualcosa.  Purtroppo molti sono un po’ svaniti o  spenti e si adagiano per affetto e fiducia cieca a ciò che decide l’Anpi.
Se hai qualche consiglio da darmi te ne sarei molto grata. Oltre  che sul mio blog scriverò su quello de “iMille”, ma non so che effetto può avere. L’8 settembre prossimo siamo chiamati noi di Roma e provincia in Campidoglio dove il prefetto (donna) ci darà le medaglie del governo Renzi , o ministero della difesa. Non so che cerimonia pietosa o commovente potrà essere. Cercherò di chiamare qualche giornalista anche per far vedere che moltissimi di quei “vecchi”  non sono iscritti all’Anpi o non lo sono più.
Ti abbraccio con tanta gratitudine e …. andiamo avanti
Teresa

 

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