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Archive for the ‘Resistenza’ Category

In questi ultimi anni la passione politica ci ha dato facce tristi, oppure corrucciate o deluse, a volte arrabbiate altre perplesse oppure dure e speranzose. Ma un sorriso, un bel sorriso ce l ‘ha strappato soltanto  la parola “sardine” appiccicata a tante facce giovani, addirittura giovanissime. Grazie di questo sorriso, ragazzi usciti dal silenzio. E che in silenzio dite di più che con mille parole.

Ora, dopo un mese dal primo bellissimo stupore, possiamo vedere anche l’anima di queste guizzanti sardine. C’è l’antifascismo, c’è la Costituzione, c’è il problematico presente.  Qui non vale solo il ricordo, la memoria, la condanna di un esecrabile passato.  Qui c’è il presente, con i suoi pericoli, le sue ombre, le sue barriere.
I ragazzi non vogliono barriere.
I ragazzi imparano le lingue e vogliono il mondo.
I ragazzi ci giudicano e vogliono essere migliori di noi che siamo il passato.
Come il mio giovanissimo amico di Milano,  Lorenzo, che più di un anno fa mi ha scritto perchè voleva preparare la “tesina” della sua terza media sulla Resistenza.  Come mi abbia trovato, non lo so. Certamente in rete. Non compaiono mai genitori o insegnanti. Ha trovato in ebook il mio libro, ha preparato la tesi, me l’ha mandata con il giudizio lusinghiero dei suoi professori. Nel frattempo, specie attorno al 25 aprile mi ha sempre  inviato saluti e pensieri.  Ora credo abbia quindici anni e frequenta un Istituto Tecnico Industriale, il “Primo Levi” di Bollate, indirizzo chimico biologico.
Mi aveva preannunciato che con la sua classe sarebbe andato alla marcia in favore di Liliana Segre.  E ora guardate la foto che mi ha mandato e che mi ha autorizzato a pubblicare! Lui probabilmente è un capo, un trascinatore, ma i suoi compagni non sono da meno coinvolti. Mi ha mandato anche  una pagina de “il giorno” del 11 dicembre,  dove c’è un bel resoconto di Giulia Bonazzi che giustamente parla anche  di loro.
Ecco chi ci consola e ci fa sorridere:  i giovanissimi, sardine o non solo sardine.
Come chiedeva Rodari a un certo babbo natale.Se non puoi darmi niente, dammi una faccia allegra solamente !
Per ora ci basterà.

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Essere dinosauri, forse

Sentirsi l’ultimo dinosauro in via di estinzione può essere eccitante, divertente oppure tragico. Noi ex partigiani combattenti stiamo tutti per andarcene, qualcuno con la mente se ne è già andato.
Questo pensiero come premessa al racconto della mia visita ad una scuola di Roma-periferia, l’ Istituto ITIS “Verne-Magellano” di Acilia. Chi non lo sapesse, si tratta di una borgata o quartiere non lontano da Ostia.
La scuola grande, non bellissima ma funzionale, che emerge in un ambiente verde tutto di casette piccole e dignitose, stradine quasi campagnole, da traffico familiare. Forse non è un quartiere ma nemmeno una borgata. E’ Acilia, una delle tante variegate fette o mosaico di ciò che chiamiamo Roma.
Dentro la scuola, una vivacità e una attenzione da non credere.
Potete guardare le foto, che forse raccontano più delle parole. Mi è stato riferito che il giorno dopo un ragazzo di quinta ha detto che per lui è stata la lezione più interessante che ha mai avuto. Spero sia vero. In ogni caso è stata sicuramente una lezione diversa.
Ho risposto a tutte le domande di ragazze e ragazzi, mi sono collegata al racconto della dirigente Patrizia Sciarma che ha raccontato di un prete suo conterraneo marchigiano trucidato dai tedeschi, ho risposto sulle paure sui momenti tragici, su cosa in concreto si faceva in pianura e anche in montagna. Ho ricordato il mio prete partigiano Pasquino Borghi fucilato alla schiena assieme al mio comandante Angelo Zanti comunista. E non so quanti altri racconti delle mie compagne arrestate torturate e stuprate, Delle pur presenti allegrie, delle storie d’amore di quella generazione vissuta in tempi così neri e disgraziati.
Grazie alla cara Romina Impera, alla intraprendente e dolce Chiara Rovan e alle nuove amiche insegnanti autrici e protagoniste dell’incontro di memoria. Vi hanno inserito interessanti brevi filmati, qualche lettura e immagini in video. Il tutto,per ricordare un’epoca che sembra lontana ma che è all’origine del nostro presente e per compensare una scarsità di notizie e nozioni. Sono state due ore effervescenti, in una grande aula auditorio, tanta gioventù proiettata a professioni moderne, turistico, sanitario, linguistico, industriale. Ragazzi cittadini d’Europa e del mondo, sia per provenienza concreta sia per mentalità nuova, aperta ad un mondo che non ha confini . Lezione ancora più importante in questi giorni, che ci vedono impegnati a frenare e contenere quei tragici rumorosi e violenti drappelli che osano invocare nuovi confini e nuove esclusioni.

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Perle all’indietro

(da Agenzia Dire)

Attorno al 25 aprile emergono delle divertenti perle all’indietro. Mi ero dimenticata della avveniristica proposta di ripristinare la leva obbligatoria.  Con la scusa di levare dalla strada i troppi giovani nullafacenti, perché demotivati o disoccupati.

Al contempo mi viene agli occhi una scena. Il 25 aprile al Quirinale il nostro Presidente ha onorato di medaglia d’oro per la Resistenza un bel gruppo di Comuni italiani, grandi e piccoli, tra i quali Roma. Meritatissimo, il riconoscimento alla resistenza romana, perchè vi si è combattuto veramente e non solo a porta San Paolo o via Rasella, ma alla Montagnola, a Valle Aurelia, a Monteverde, a Garbatella, a san Lorenzo, poi nelle borgate Quadraro Centocelle Quarticciolo, e tutto attorno, fino ai Castelli.
A prendere le medaglie erano presenti i sindaci.  Per Roma, giustamente era presente la Raggi.  Ed ecco la mia visione, che in un certo senso mi fa ancora sorridere. C’è il Presidente, col suo mezzo sorriso, che è l’espressione di uno sforzo istituzionale. Vorrebbe sorridere a tutto tondo, ma il Presidente  ha un obbligo di riservatezza o rispetto della forma. Non riesce del tutto ad essere solenne. Resta umano, si concede e ci concede quel prezioso piccolo sorriso.
Ma non è lui che consegna le medaglie e le unisce agli stendardi dei Comuni. E’ un compito che spetta al Ministro della Difesa, che è una donna!  Ancora una donna ministro della difesa, una donna che comanda un esercito. Dopo Roberta Pinotti, Elisabetta Trenta.
Se me l’avessero detto in quell’esaltante 25 aprile 1945 o anni limitrofi, non ci avrei creduto. Una donna che guida i soldati. E’ vero che dicevamo che se le donne fossero state al comando nel mondo non ci sarebbero state più guerre, ma questo era illusione. Ci sono anche le donne nemiche delle donne e della pace.
Ritorno a quella scena. Una donna ministro della Difesa e una donna sindaco della città capitale e città medaglia d’oro per la Resistenza. E penso alle tante donne che hanno fatto la resistenza a Roma, la Carla Capponi, la Lucia Ottobrini, la Marisa Musu, la Teresa Regard, la Maria Michetti, la Marisa Rodano, che sono quelle che conosco io, senza contare le tante altre.  E penso al mio attestato di combattente. Al Distretto Militare di Modena, il dattilografo che l’ha compilato, era tanto abituato a scrivere le qualifiche al maschile, che mi ha trasformato in “partigianO” combattente.  Impensabile, forse, il termine o il  concetto “partigiana combattente”!
Chiusa la parentesi, ritorno alla proposta di ripristinare la leva obbligatoria. Cara nostalgica immagine della sacrosanta “naia”! Tutti in divisa, tutti con un fucile a imparare a difendere la Patria!
Per fortuna, la donna che è Ministro della difesa, ha prontamente ribattuto che oggi l’esercito può essere composto soltanto da personale altamente qualificato. Cioè gente con competenze, con cultura, con preparazione alla tecnologia.
Quando mio padre è stato chiamato, diciottenne, alla prima guerra mondiale, non aveva gran che da imparare. Se c’era un fucile era facile caricare e sparare. Una bomba da lanciare, una baionetta da infilzare alla pancia del nemico. Non serve saper leggere ne’ scrivere. Tant’è vero che mio padre è stato promosso sergente solo perchè era l’unico che sapeva leggere e scrivere.
La proposta di ritornare alla leva obbligatoria è cascata un po’ nel dimenticatoio, anche perchè ridicola.  Ma è un segnale, la spia di un pensiero all’indietro, come sono all’indietro tante altre allucinanti proposte di cui ho già parlato. Non mi meraviglierei se ritornasse fuori il ripristino della pena di morte.
Sapere che siamo in campagna elettorale per l’Europa, queste perle all’indietro dovrebbero far riflettere.
E si dovrebbe ritornare a proposte vere per veri passi avanti in Europa e quindi in Italia.Per esempio la bellissima proposta di un servizio civile europeo,  forse obbligatorio o in ogni caso molto agevolato. Penso ai miei nipoti, che fanno volontariato. Penso ad un servizio civile per aiutare e collaborare, un servizio civile che diventa anche scuola, cultura, educazione, conoscenza. Alcuni mesi, vicino o lontano, ma in quella Patria nostra grande che è l’Europa. Essere europei è molto di più che essere soltanto italiani. Se poi si riuscisse ad essere cittadini del mondo sarebbe ancora meglio. Un augurio per i nipoti.

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Che strana atmosfera, in queste settimane.  Ricordi di resistenza e di 25 aprile, campagna elettorale per l’Europa. discorsi e fatti  addirittura incredibili.

Come la dichiarazione del “gran-capo” di Casa Pound che dice :”fuori dall’Europa, fuori dall’Euro, noi forti e padroni in casa nostra!”  Quel noi che loro si definiscono i fascisti del terzo millennio!  Un millennio all’indietro, dove non c’è la globalizzazione, le nuove tecnologie, i nuovi problemi ambientali, i nuovi sentimenti dei giovani che studiano e si sentono cittadini europei e cittadini del mondo!
Vicino a casa mia c’è una bella scritta sul muro di un liceo: ” Nessun confine, solo orizzonti”.
I confini e il ritorno indietro li sintetizza bene  l’agitatissimo ministro dell’interno. Proposte addirittura allucinanti:  riaprire le case di tolleranza, prevedere la castrazione chimica, dare a tutti licenza di sparare per presunta difesa personale, prima gli italiani contro gli invasori straccioni da tener fuori con il filo spinato e i porti chiusi. E da ultimo, ciliegina sulla torta, la proposta che a scuola sia reso obbligatorio il grembiule!  Ecco come si risolvono i problemi della scuola, cioè della formazione dei nuovi cittadini:  Il grembiule obbligatorio, come anticipazione della divisa obbligatoria?  Quando nella mia giovinezza si andava in divisa alle esercitazioni del sabato fascista ad esaltarsi coi fucilini di legno?
E nessuno si è indignato a quella bella frase ” molti nemici molto onore?”
Sento che si vuole il trionfo dell’ignoranza, della dimenticanza, della cattiveria. Per pescare simpatie  e votii tra i nostalgici  del “si stava meglio quando si stava peggio” e i disinformati del “Mussolini che ha fatto cose buone”.  Cioè si vuole cogliere il frutto della mancata istruzione o informazione storica. Nelle scuole nel dopoguerra, non si è mai insegnata la storia dell’ultima guerra e la verità sociale del fascismo.  Si stringe la mascella, si mettono divise e pugni sui fianchi.  Per mostrare un inesistente coraggio.
Coraggio e forza sono percepiti come valori positivi, ammirevoli, necessari.
 Invece non ci vuole nessun coraggio a dire “non ti voglio”, “fuori da casa mia”, Nessun coraggio e nessun cervello. E’ sufficiente la cattiveria, l’odio, il rifiuto cieco.   Il coraggio è  riflettere,  cercare soluzioni  cercare di capire.  Quel coraggio sarebbe vera   forza. La cattiveria è solamente debolezza, rinuncia ad essere umani. ritorno all’uomo delle caverne.
Creare paura e servirsi della paura . Creare odio e dare le armi a questo odio. Come ha fatto Hitler.
Non  ho voluto chiedermi se le opposizioni combattono abbastanza. Non ne sento la sufficiente forza. Forse perché non se ne parla. In TV vedo tante facce nuove e temo che questi nuovi arrivati al comando, abbiano abbondantemente occupato poltrone e strapuntini, dopo aver tanto tuonato contro gli altri.  Ho voluto chiedermi se potevo io, fare qualcosa. Non posso molto, per forze e per età. Posso però mettere a disposizione le mie riflessioni, in questo blog così esiguo. Sarà poco, ma i tanti “poco” potranno fare “abbastanza”.

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Libertà

Ieri mattina, in una breve intervista ad Agorà ho parlato di Libertà e coraggio. Chi vuole può recuperarla qui, cliccando a destra sugli “Highlighgts”. “25 aprile: la testimonianza di chi lo ha vissuto”.

Sempre per il 25 aprile, ho inviato un messaggio all’ANPI di Pomezia per la locale festa della Liberazione, che voglio riportare qui:

Carissimi amici,

vi sono grata di sapervi qui, giovani e meno giovani, per ricordare il 25 aprile, giornata della liberazione,
Chi vuole sminuire e  ignorare questa data significa che vuole nascondere il valore della libertà, perché è proprio da quella data che è avvenuto il passaggio dalla dittatura alla democrazia.
Ed è bene ricordare oggi la differenza tra libertà e non libertà.
Quelli che  tanto tranquillamente cercano di rivalutare il fascismo, si organizzano,  manifestano  o sfilano, possono  farlo perché i partigiani, i resistenti, gli antifascisti, hanno donato anche a loro la libertà,  il diritto di esprimersi. E dovrebbero ringraziarli. E’ stata data la  libertà anche agli oppositori. Con un limite, però.  Il limite di non intaccare i valori fondanti sanciti dalla nostra bella Costituzione. Il limite di non tornare indietro.
Qui a Pomezia si ricorda, anche e giustamente, la fondazione della città e la trasformazione agraria del territorio.  Certamente una città che nasce, una terra che è dissodata, dei cittadini che escono da una atavica miseria e arrivano ad avere un futuro, sono cose da ricordare. E’ un dovere ricordare. Ma è anche un dovere conoscere l’altro lato della realtà.
 In quei tempi chi si opponeva al fascismo, perdeva il lavoro.
Questi coloni venivano dal nord, dal nord povero. Anch’io vengo dal nord, terra padana, provincia di Reggio Emilia.
 Lì ricordo mio padre, cacciato nel 1932 dopo quattro giorni da un posto di lavoro, perché dall’alto si era accertato che non aveva la tessera  del fascio. Anzi, più grave,  che era stato tra i fondatori e difensori della Casa del Popolo e della cooperativa, poi  bruciate dai fascisti.   Cioè era stato  tra quegli gli ex combattenti della prima guerra mondiale che , per pacifismo e voglia di giustizia, avevano militato  nelle file dei socialisti e poi dei comunisti. Ovviamente era stato  “opportunamente” manganellato.
 Questa era la non-libertà.  Nessun giornale libero, nessuna possibilità di libero sindacato o libera associazione, andare in carcere per una barzelletta, non poter ascoltare certa musica o leggere certi libri, non poter espatriare e nemmeno trasferirsi in città, andare in galera o al confino solo per un sospetto, per un nonnulla, per religione diversa, per omosessualità, o per qualsiasi pretesto.
 E torno sulla storia di mio padre, che viene trascinato in galera lo stesso giorno della nascita di mio fratello. Io non avevo ancora cinque anni, ma lo ricordo chiaramente. Tornava dall’aver  denunciato la nascita del figlio e quei due tipi in spolverino se lo portavano via. Era fine giugno , e lui, stranamente, si portò  la mantellina militare che gli era rimasta dalla guerra. Era accusato di aver diffuso volantini, volantini che ricordavano la data del primo maggio e i diritti dei lavoratori.  Quando è tornato per amnistia e per mancanza di  prove, era gennaio e  mio fratello quasi camminava.
Ed ora entra in scena mia madre, rimasta sola con noi due.   Quindi il tema delle donne.
Le donne non avevano nessun diritto. Solo dei doveri. Crescere tanti figli per la grandezza della patria e per le tante gloriose guerre. All’antico maschilismo si è aggiunta un po’ di retorica, con qualche sport per le giovani benestanti, ma poi a casa, a sospirare per figli e mariti in guerra in Africa  o  in Albania,  obbligate a dare la fede d’oro per la guerra.  E nelle necessità di guerra, sostituire gli uomini, figli mariti fidanzati, nelle fabbriche e nei campi, con abilità uguali,  ma con paga quasi la metà.
Ecco perché molte donne hanno partecipato o sostenuto la guerra di liberazione.
Ecco perché, anch’io a sedici e diciassette anni ho scelto di impegnarmi. Con me c’era mia madre, mia zia, due cugine, altre  zie, vicine di casa, tutte non riconosciute come combattenti o patriote. Tutte aiutavano in mille modi  cioè rendevano  possibile  la lotta dei ragazzi partigiani. Le operaie delle fabbriche, le braccianti agricole, le contadine. Nello stesso tempo, tutte volevano quel cambiamento che chiamiamo liberazione, o ancor meglio libertà. E per le donne si sognava quello che, con parola moderna, chiamiamo emancipazione  e che  ancora è da conquistare del tutto.
 Ecco perché è necessario ricordare.
Ricordare tutto, però. Ricordare bene!
Insegnare la storia nelle scuole.  Conoscere per evitare di ricadere in antichi inganni e antichi veleni.
Ricordare che il coraggio non è violenza.  Ci vuole più coraggio ad accogliere che a respingere. Ci vuole più forza a comprendere che ad escludere.  Perciò grazie di essere qui, sotto le bandiere della Repubblica democratica, della pace e dell’Europa unita.

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Mimma

L’8 marzo sul sito di Repubblica è stata pubblicata in video e con un articolo, la storia di Mimma, Francesca Del Rio, una partigiana che ha saputo resistere alle molte torture ed ha continuato a lottare.

Le cosiddette visualizzazioni  sono state tantissime, addirittura 14 mila e 500,  superando tutti  il contemporaneo argomento TAV.  Potenza della rete! Potenza  e importanza del ricordo!

Intanto il 9 marzo,  nei luoghi dove Mimma ha vissuto e lottato, è stata dedicata una piazza al suo nome e al suo ricordo. A Bibbiano, provincia di Reggio Emilia, una affollata cerimonia ha inaugurato il luogo, che è simbolicamente il centro  della socialità e della collettività del posto. Tra la scuola dell’infanzia, il Centro Diurno per gli anziani  e il complesso delle scuole dell’obbligo, quel nome e quella qualifica di staffetta partigiana,  ricorda a tutti che i diritti dei bambini, la bellezza della cultura, il valore  dell’uguaglianza. ed in più la cura e l’attenzione per gli anziani, sono conquiste che partono proprio da quelle storie, dalla storia e dalla lotta di Mimma e di tutte le sue compagne e compagni.
Alcuni dei quali erano presenti, perché si tratta soltanto di una generazione fa.
Era presente  mio fratello Orio, che, tredicenne,  mandavo da Mimma   con ordini e volantini. Erano presenti Tommaso Fiocchi e Giuseppina Viani, compresi in quell’elenco che riconosce come combattenti della libertà 271 bibbianesi.  Mimma non era tra le 32 donne di quel paese, perché apparteneva al vicino paese di San Polo d’Enza.  Tra l’altro non si era fatta riconoscere tutti i mesi della sua militanza che risalivano alla primavera del ’44, ma risultano soltanto i mesi in montagna dopo la sua fuga dal carcere di Ciano, cioè da gennaio ad aprile del ’45.
Intitolare un luogo ad una persona esemplare, significa valorizzare una storia che riguarda tutti. Mimma è stata combattente per la libertà di tutti. Ha patito le torture intime  che dalla notte dei tempi sono arma di guerra sul corpo delle donne, ricordate dal premio Nobel per la pace dell’anno appena passato.
E’ significativo che per la cerimonia ufficiale sia stata scelta una data vicina all’8 marzo perché il cammino non  si conclude con la fine della guerra.  Faticosa e lunga c’è la  ricostruzione, la rinascita. Mimma, come tante altre donne, ha lottato per i diritti, prima di tutto  il diritto alla cultura, che lei ha affrontato  alle scuole serali, da lavoratrice e da madre .
Il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, ha aperto la festosa e affollata cerimonia. La cosa più bella è stata la presenza di tanti ragazzi e ragazze. Sono stati loro a reggere le  bandiere , attuali e storiche, recuperate e preservate.  Sono stati loro a leggere l’emozionante racconto di Mimma, registrato e trascritto da una classe terza media di anni fa.  Racconto-intervista di cui ha parlato l’insegnante di allora, la professoressa Ives Arduini, facendoci conoscere una Mimma semplice e dignitosa, ancora sofferente per l’impossibilità di dimenticare.  Il testo di quel racconto ai ragazzi, pubblicato  a suo tempo, è allegato a tutti gli altri documenti presentati a corredo della proposta di onorificenza a Mimma, proposta ancora ferma al Ministero degli Interni.
Presenti e dignitosamente commossi, i due figli di Mimma, arrivati da Parma.
Accanto a me la ricercatrice  Raffaella Cortese De Bosis,  ha raccontato la fatica e gli ostacoli per reperire i documenti da allegare alla richiesta di onorificenza.  Conoscere certi particolari sulla condizione degli archivi,  fa pensare alla volontà di nascondere certe prove anziché  preservarle. E non si tratta solo degli armadi della vergogna.
Importanti e significative altre presenze. Dagli altri comuni  che sono stati i luoghi di lotta di Mimma, sono venuti  i rappresentanti dei sindaci  che hanno sottoscritto la richiesta di onorificenza a Mimma.  Altrettanto presenti i dirigenti e amici delle associazioni ANPI, provinciali e locali, con la delegazione da San Polo, guidata da Sulpizio, ex sindaco e figlio del comandante Guerra, del quale ho tanti ricordi.  E, a mio conforto, un bel gruppo di insegnanti anche dai paesi vicini, che ho conosciuto in questi anni.
A conclusione mio fratello, ex sindaco per due consiliature e  attuale organizzatore di memoria, ha informato sulle iniziative che spiegano la presenza di tutti quei giovani e giovanissimi. A fine mese la visita a Firenze al Cimitero degli  alleati e a maggio il solito viaggio della memoria a Mauthausen, che quest’anno si ripete per la ventiquattresima  volta!
Nella bella giornata di primavera, il canto Bella Ciao sostenuto in prima voce da una ragazza,  ha dato un’onda di festa e di speranza.

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Sono felicissima di far conoscere una vicenda straordinaria che mi è successa.

Con Lorenzo Cantatore

La consegna dell’archivio

Il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre, ha accolto nelle sale del suo Museo storico della didattica, la documentazione del mio insegnamento, raccolto nei numerosissimi giornalini scolastici.
Si tratta di otto voluminosi raccoglitori coi lavori di otto anni di insegnamento, che testimoniano la validità  del giornalino scolastico, la didattica dei beni culturali, la eccezionale esperienza delle “settimane di scambio”.
Li ho consegnati martedi 26 febbraio scorso, accompagnata dai miei figli e da uno dei nipoti. Ad accogliermi il Direttore del Museo Lorenzo Cantatore, e i professori Francesca Gagliardo, Giampiero  Maragoni, Carmela Covato, Chiara Meta, Francesca Borruso ed Elena Zizioli.  Non poteva esserci miglior atmosfera di interesse e di condivisione. Lunghe ore di dialogo e di progetti.
E’ un riconoscimento che mi ha emozionato anche perché inatteso.  E’ quasi incredibile che le mie fatiche possano essere a disposizione dei laureandi e dei curiosi, accanto ai documenti della grande Maria Montessori, e di Giuseppe Lombardo Radice, Antonio Labriola, Mauro Laeng, Ruggero Bonghi. Accanto alle foto e agli oggetti degli eroici pionieri delle scuole dell’Agro Romano e delle paludi pontine con Sibilla Aleramo e Duilio Gambellotti. E vicino all’archivio ricchissimo di  Mario Alighiero Manacorda, come di Albino Bernardini e di Marcello Argilli.
Visitando le ricche raccolte di oggetti libri arredi  fotografie che fanno la storia della scuola dall’unità d’Italia in poi, si è catturati dall’interesse, dall’emozione e dalla sorpresa.  Il nostro diritto allo studio sancito dalla Costituzione, ha un cammino difficile e purtroppo relativamente breve. Ci si accorge che  va di pari passo con i grandi diritti sociali e politici e al principio di eguaglianza.
Mi sono chiesta da dove ho attinto per insegnare in quel modo. Cioè che nessuno deve rimanere indietro. Che ci si deve aiutare, cioè la classe è una comunità dove il successo di uno è il successo di tutti.  Dove il mondo esterno ci interessa e ci riguarda. Dove il passato è da conoscere partendo dalla storia dei genitori e dei nonni. Dove la comunità più grande, cioè l’Italia ha il suo cammino leggibile nei suoi monumenti , nella sua civiltà e per fortuna nelle sue bellezze. Dove il valore più grande è la comprensione reciproca e quindi la pace tra i popoli, e la  comunione con gli stati vicini nell’area europea.
Pensandoci a posteriori sono gli ideali della Resistenza come l’ho vissuta io. Del pacifismo di mio padre, reduce della prima guerra mondiale.  Dei sogni del “sol dell’avvenire” di novecentesca memoria. Della ribellione di mia madre donna che si sentiva sminuita e limitata. Del mio doloroso ricordo della miseria anteguerra e dopoguerra, dell’umiliazione delle mie coetanee impossibilitate ad andare a scuola e quindi giudicate inferiori perché non istruite. Delle ingiustizie e delle prepotenze che le donne e gli uomini più poveri, nelle campagne o nei borghi, dovevano sopportare da parte dei potenti, padroni o caporioni fascisti.
E senza parere mi hanno aiutato anche le esperienze lavorative che ho affrontato con  maggiore o minore buona volontà negli anni prima dell’insegnamento, cioè negli anni in cui a Novara, con spasmodico impegno e un po’ di presunzione, sono stata redattrice di un giornale settimanale.  Forse mi hanno servito anche gli anni che chiamo “di purgatorio” o di “penitenza” trascorsi al Ministero della Pubblica Istruzione, dove ho potuto imparare leggi e regolamenti.
Gli anni di scuola sono stati per me i più  belli, anche se sofferti, faticosi, problematici. Anni, anzi mesi, settimane e giorni da inventare strada facendo, con l’aiuto della mia bellissima famiglia e con l’ossigeno dello sguardo dei miei allievi, del loro sorriso, della loro allegria, dei loro sforzi.
Ora quegli ex scolari sono grandi, sono padri e madri. Gli ultimi, quelli delle settimane di scambio,  hanno 46 anni. In qualche modo siamo ancora in contatto, come con molte delle loro madri o padri. Genitori che non solo ho coinvolto, ma li ho fatti tanto collaborare che si sono create amicizie tuttora vive, con episodi di aiuto reciproco in momenti difficili.
Li sto informando e già vedo che anche loro condividono la mia emozione e la mia felicità.
Cercherò di avere ancora l’energia per  accompagnare questa avventura in incontri e iniziative già programmate, ma di cui ancora non è il momento  di parlarne.

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La delegazione di Bibbiano al Cimitero Militare di Firenze

Venerdì scorso, 29 giugno, il quotidiano “La Repubblica” ha dedicato sette pagine, tutto il suo inserto culturale, alla fatica della mia amica Raffaella Cortese De Bosis, ricercatrice.  Questa fatica le è costata tre anni di impegno, su tracce d’archivio, per lo più oltre mare, per la ricostruzione di una vicenda di guerra. Un plotone di quindici ragazzi figli di italiani,  venuti dagli Stati Uniti a combattere in Italia e scomparsi non solo dalla vita ma anche dalla memoria.

Raffaella ha ricomposto tutti i tasselli, inseguito i parenti al di qua e al di là dell’oceano, recuperato immagini e documenti,  illuminato tutti i dolori e le fatiche dei nostri  migranti che fino all’inizio del secolo scorso fuggivano verso il nuovo mondo a ricerca di una nuova vita meno povera e dolorosa.
Raffaella,  in quelle sette pagine, assieme al giornalista Marco Patucchi, ha rifatto la storia di una missione di sabotaggio che dal mare della Liguria doveva far saltare un tunnell sotterraneo della ferrovia Genova-Pisa.  Missione fallita per l’ostilità del mare e per la pochezza delle strumentazioni dell’epoca.
E’ ricostruita la storia di tutti i quindici ragazzi,  ma anche dell’ufficiale nazista che li ha fucilati  subito, nel marzo del 1944, a dispetto di tutti i trattati, quando le vittime indossavano ancora le divise statunitensi. Ed è ricostruita la storia di tutte le quindici famiglie di origine, approdate alle varie latitudini degli Stati Uniti, tutte storie di fatiche e povere di successi, quasi sempre affollate di  figli.
Ciò che sul giornale non si dice, è la fatica e la strategia che la mia amica ha dovuto mettere in atto per raggiungere tante famiglie. Me ne ha accennato sorridendo. Strategie di  approccio per non  essere scambiata per una strana scocciatrice, dialogo e documenti per  aiutare a ricostruire le memorie perdute, antenne per intuire l’emozione e la meraviglia di una vicenda sconosciuta,  dare notizia del luogo di sepoltura, sorreggere la riemersione di un dolore. Guadagnare fiducia per Gabriella è cosa facile, così dotata di simpatia e delicatezza. Così si spiega come abbia potuto farsi dare fotografie e documenti, molti dei quali compaiono sulla ricostruzione di Repubblica.
Questi quindici ragazzi italo-americani riposano nel cimitero militare di Firenze.
Proprio quest’anno mio fratello Orio,  per l’Anpi e assieme al sindaco di Bibbiano, ha guidato una bella delegazione di studenti a quel cimitero militare, dove  riposano  due aviatori americani che lui ragazzo ha visto cadere nei campi verso Montecchio.
E il 25 aprile scorso Raffaella è stata invitata a Postiglione, provincia di Salerno, dove il Comune ha scoperto una lapide in memoria del ventitreenne John J, Leone, matricola 32577443, figlio di Emilio Leone , emigrato da quel piccolo delizioso  paese nei primi anni del secolo.
Non buttate quelle pagine , o se potete recuperatele. Raffaella ha al suo attivo un altrettanto prezioso lavoro sulla strage di Sant’Anna di Stazzema e una ricostruzione anche documentaria sul lager sotterraneo di Mittelbau Dora in Germania.  Per me e per i Comuni di Bibbiano, Canossa e San Polo d’Enza ha scovato i documenti sulla straordinaria storia di Francesca Del Rio “Mimma”, partigiana torturata a Ciano d’Enza dai tedeschi per la quale abbiamo in corso la richiesta di una onorificenza.
Il reportage di Repubblica si conclude con questa frase :
“Ricordare è essenziale in questi anni di smarrimento della memoria e di strisciante ripresa di fascismi più o meno espliciti, più o meno consapevoli. Gli uomini e le donne che hanno vissuto in prima persona anni sconvolgenti e decisivi per la libertà di tutti noi, uno alla volta ci lasceranno per sempre: ed allora il ricordo diventa risorsa preziosissima per non confondere vittime e carnefici, per non cancellare come una linea di gesso spolverata dal vento il confine tra il bene e il male. Oltre settanta anni fa quel confine era chiarissimo, senza se e senza ma. Ricordiamolo e rintracciamolo, affinché quanto è accaduto non si ripeta mai più.”

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Buon 25 aprile

Buon 25  aprile a tutti.  E buon dopo-venticinqueaprile. Cioè buona liberazione.

Per chi non sapesse quanto è costata questa liberazione voglio ricordarvi una donna. Una donna partigiana, una donna staffetta.
Vi prego di andare in internet  su TV2000, programma “Bel tempo si spera” sulla data 24 aprile 2018, o più semplicemente guardare il video qui sotto, tratto dalla trasmissione: la ricercatrice dottoressa Raffaella Cortese De Bosis, insieme alla conduttrice Lucia Ascione, parla di Francesca Del Rio, partigiana Mimma.
La sua storia spiegherà più di qualsiasi discorso, quanto è costato conquistare la libertà che oggi godiamo e che ci sembra ovvia e dovuta. Mimma era una delle tante donne e dei tanti combattenti che ci ha fatto questo dono.
Cerchiamo di non sprecarlo dividendoci in litigi e sottigliezze.

 

 

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A Roma, poco prima del 25 aprile, c’è da ricordare il rastrellamento del Quadraro, 19 aprile 1944.

Rastrellamento punitivo verso un luogo pericoloso per i tedeschi, che lo chiamarono “nido di vespe” per lo stillicidio insopportabile di agguati, chiodi a tre punte, scritte ostili, nascondigli misteriosi e inarrivabili, sottoterra e sopraterra.
Martedì sera, al giardino di Monte del Grano, davanti al monumento recentemente sfregiato da svastica, una bella folla  di cittadini ha voluto ricordare i fatti e riaffermare la volontà di lotta.
Il tutto, nonostante una pioggia malandrina e intermittente, a cui serenamente si opponeva una bella fioritura di ombrelli, ugualmente intermittenti.  Iniziativa del Partito Democratico, con in testa  un  gruppo di giovani, letture di documenti, testimonianze di chi c’era e ricorda i dettagli della tragedia in un bellissimo romanesco, presenti figli e famigliari dei deportati.
In quel luogo tra quella gente ho sentito vivissimo, non solo il dolore e l’indignazione, ma la volontà della ripartenza, battaglia politica e ideale.
In mattinata, a seguito di iniziative partite in anni passati e da passate istanze di territorio, la sindaca Raggi aveva decorato sette superstiti del rastrellamento. Onorificenze concesse dal Presidente della Repubblica.  Di circa ottocento deportati, ne ritornò soltanto la metà. Morti di malattia e di stenti, in luoghi e tempi sconosciuti,  qualcuno oggetto di sperimentazioni chimiche, e  i sopravvissuti rimasti senza ascolto e senza voce. Unico testimone, deceduto da poco, il coraggioso e solare Sisto Quaranta.
Il Quadraro, chiamato così per il tracciato dei quattro  acquedotti romani che lo attraversano, ora è parte viva della città in direzione San Giovanni. Nel ’44 era una borgata immersa nella campagna  stretta attorno alla via Tuscolana e al piccolo trenino che, dopo altra campagna,  arrivava ai nuovi stabilimenti Luce e teatri di posa di Cinecittà. Intorno bellissimi resti dell’antichità, come gli acquedotti, i ruderi del casale di Roma vecchia, le torri  medioevali di “Mezzavia”, “Torre Spaccata” e “Tor Fiscale”,”Tor Pignattara”;  più  il centrale “montarozzo” del Monte del Grano che era una antica tomba patrizia contenente un meraviglioso sarcofago ora in mostra ai musei vaticani.  Altro spazio verde, con in mezzo il piccolo aeroporto, separava il Quadraro da  Centocelle, e appena dopo, c’era il Quarticciolo, altro agglomerato di stampo mussoliniano costruito per esiliare il popolino cacciato dagli sventramenti dei Fori Imperiali.  Un po’ più a nord altra piccola borgata, Torpignattara, anch’essa come Centocelle e Quarticciolo, stretta attorno alla via Casilina.  Tutti luoghi di gente povera, lavoratrice e sofferente. Gente abituata a camminare, a camminare,  a parlarsi, ad aiutarsi.
Infatti se il Quadraro era nido di vespe, cioè di guerriglia partigiana, lo era assieme e in contatto con tutte le altre borgate. Era della zona il giovane  Giuseppe Albano, bello di viso e disgraziato di corpo, famoso come “il gobbo del Quarticciolo”, autore o incolpato dell’uccisione di due nazisti in una osteria del Quadraro, che Kesserling voleva vendicare. Al Quarticciolo e a Centocelle erano arrivati Sasà Bentivegna e Carla Capponi dopo l’azione di Via Rasella. E  da questi luoghi dirigevano assalti e  sabotaggi in tutto il quadrante tra le vie Tuscolana, Casilina e Prenestina, fino ai Castelli.  Combattevano cioè contro gli  avamposti bellici nazisti tra Roma e il  fronte di Anzio.   Non si ricorda mai abbastanza che  nel 1944 in questi luoghi fioriva questa vera guerra partigiana, caratterizzata da grande condivisione. Nell’esercito dei resistenti e combattenti c’era il popolo povero, c’erano gli antifascisti ex confinati,  ma c’era anche il parroco, Don Gioacchino Rey,  eroico e combattivo.  C’erano i carabinieri, poi arrestati e internati in Germania,  e c’erano le suore del sanatorio che nascondevano i combattenti di Bandiera Rossa e curavano i feriti. Non per caso si diceva che a Roma per nascondersi c’erano soltanto due luoghi sicuri:  il Vaticano e il Quadraro.
Le sofferenze di allora, lutti, fame, paura, bombardamenti, nascevano da non molto lontano, cioè da quella tragica ideologia dell’odio verso i diversi, non solo ebrei, ma anche disabili, zingari, comunisti, disobbedienti vari, omosessuali o di piccole religioni diverse.  L’odio razzista, la violenza, il nazionalismo retorico ed esasperato erano la radice e l’inizio di tutta quella tragedia che è stata l’ultima guerra. Tutte idee che stanno alla base degli  odierni squallidi imbrattatori di svastiche e ideatori di manifesti nazi-rievocativi, di azioni criminali e pericolose come quello di Macerata.
Su questo bisogna far riflettere i giovani.  La storia non si ripete mai negli stessi modi, ma nella sostanza può ritornare a far male. Nazionalismo contro unità europea e pace mondiale, odio contro accoglienza e integrazione, falsità contro obiettività e dialogo.

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Si parla tanto di fascismo, si marcia , si lanciano proclami e veleni.  Per capire la storia e vedere cosa sono stati in concreto il fascismo e l’antifascismo sarebbe bastato venire a Bibbiano, la mattina del  10 febbraio.

E’ stata la prima tappa per onorare Francesca Del Rio, la partigiana Mimma.
Lo storico Giovanni De Luna ha scritto:
E’ una storia da “Resistenza perfetta”…..aderisco con convinzione”.
Lo scrittore Francesco Piccolo ci dice:
La storia di Mimma è la storia di questo paese”.
Infatti, per capire la storia di questo nostro paese  e la storia della Resistenza, sarebbe necessario conoscere il coraggio di Mimma.  Diventerebbe più chiara la natura  del fascismo , quanto è costata  la sua guerra,  e perché tanto popolo e tante donne l’hanno combattuto con  dolori terribili  ed estremi.
Al teatro Metropolis erano presenti i tre sindaci di  Bibbiano, San Polo e Canossa, i delegati delle  associazioni Anpi firmatari della domanda ufficiale, un gruppo di Casa Cervi, gli studiosi dell’Istoreco, una classe di studenti della scuola Dante Alighieri.  Emozione e solennità all’inizio, quando il sindaco Carletti, dopo l’introduzione, ha letto i messaggi di solidarietà pervenuti da:  – Un ministro, Graziano Delrio; – Il Procuratore Militare Marco De Paolis; – il sindaco di Parma Pizzarotti; – lo scrittore Francesco Piccolo premio Strega e autore di cinema e Tv; – La sezione Anpi di Parma; – La sezione Anpi di Valenza Po (Alessandria).  A questi aggiungo De Luna, che ha scritto a me e non l’ho fatto annunciare in tempo.
In silenzio e sempre riservati come la madre, sedevano in platea i due figli di Mimma, Atos e Maurizio. Grazie a loro abbiamo ricostruito non solo altri particolari della lotta partigiana di Mimma ma anche la sua storia di vita, impegnatissima, coraggiosa e non semplice.
Per il periodo in montagna dopo l’evasione, abbiamo ricostruito  la storia del cavallo.
Sì, del cavallo, il suo cavallo.
A fatica ho ricordato che i nostri partigiani avevano qua e là alcuni cavalli, che erano una specie di mezzi di trasporto d’emergenza, cavalli abituati al lavoro contadino, da montare a pelo, senza sella.
Nella notte della sua fuga, scalza e nella neve, manda i  Ganapini  da sua madre, che procurano vestiti mantello e scarpe, ma aggiungono, a richiesta, il cavallo. Cavallo di casa, cavallo contadino. Mimma lo chiede perchè ha i piedi congelati e vuole passare le linee e mettersi al sicuro in zona partigiana.
Quel cavallo, che scivolava nella neve nella troppa luce di luna, se l’è tenuto fino alla liberazione. Insomma, da gennaio al 25 aprile, Mimma incinta e coi piedi doloranti e piagati, ha continuato a camminare come staffetta e come combattente, grazie a quel cavallo. Non voleva proprio stare ferma. Infatti non c’era tempo di piangere ne’ di compatire o compatirsi. E tanto meno voglia o possibilità di fermarsi.
Così si spiega anche la mia lettera a lei,  datata 18 aprile ’45,  dove le chiedo di andare in sette paesi e frazioni attorno a Ramiseto per organizzare e convocare incontri con la popolazione. La lettera dà indicazioni di lavoro ma lascia intuire il tanto lavoro fatto nei mesi precedenti, nonostante i piedi, nonostante la gravidanza.  Soltanto da nove giorni  Mimma aveva partorito e perduto il bambino.
Un signore di San Polo ci ha raccontato che nel suo paese tutti ricordano l’arrivo dei partigiani alla liberazione. Venivano  a piedi, in squadra orgogliosa, e alla testa del corteo, applauditissima, una partigiana a cavallo!  Era lei, Francesca-Mimma !  Soltanto a guerra finita  il cavallo è tornato a casa ai suoi lavori nei campi.
Nel dopo liberazione non la ricordiamo.  Sappiamo che si è sposata e trasferita a Parma. Sappiamo che ha avuto tre figli. Alla prima ha voluto mettere il suo nome libero: Mimma. Nome libero, ma non fortunato.  La figlia muore ragazza.  Per una madre è certamente il dolore più indicibile. Ma la lotta non finisce mai.  Le dolorose operazioni ai piedi le  rendono difficile il lavoro di parrucchiera.   Per  migliorare lei  vuole un titolo di studio e lo ottiene dai corsi serali. Era riuscita con la quinta elementare ad essere bidella, poi con la licenza media può essere  assunta come impiegata al comune di Parma.  Di sicuro è stata brava, se il segretario comunale le manda un biglietto di apprezzamento accanto ad una poesia. L’abbiamo letta nelle immagini filmate.
Altro momento importante della mattinata ce l’hanno regalato quattro giovani studenti, che  si sono alternati al microfono per leggere l’intervista che altri ragazzi avevano fatto a Mimma nel febbraio 2007. Emozione al massimo, anche per la loro bravura o forse perché qui, tra i ragazzi,  ce n’è sempre qualcuno col colore della pelle più scuro.
Dopo la lettura il video con Mimma che parla, che a fatica e non del tutto, racconta della sua prigionia e delle torture. C’è la partigiana Laila che la incoraggia.  E’ straziante. Tutti occhi lucidi o lacrime.
Non è finita. Bisogna allargare lo sguardo. Lo storico Massimo Storchi, autore del libro-.inchiesta “Il sangue dei vincitori” in risposta al velenoso “Il sangue dei vinti” di Pansa,  fa un chiarissimo quadro di quel Centro Antiguerriglia di Ciano da cui lei sola si è salvata. Tutti sono stati fucilati o uccisi, qualcuno mandato a morire nei “campi” in Germania. E’ un centro specializzatissimo, di spionaggio e poi di spietati annientamenti.  L’esercito partigiano, così sfuggente, così imprevedibile e così efficiente, è un  nemico che tiene inchiodata la teutonica macchina bellica.  Che risponde con  le stragi di Cervarolo, quella di Vercallo, quella della Bettola e quella di Legorecchio.
I colpevoli non hanno pagato. L’armadio della vergogna li ha salvati. Troppo tardi si è cominciato ad indagare e troppo tardi, soltanto nel 2002 è rintracciata Mimma come testimone. Nel racconto ai ragazzi lei dice. “Loro scrivevano scrivevano e io mi sono sentita male.  Poi aggiunge:  “Per i feriti è stato riconosciuto qualcosa. Per i torturati niente!”
Da poco abbiamo la legge che riconosce la tortura come delitto. In ritardo per Mimma. Speriamo almeno in un riconoscimento alla memoria.

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Sabato prossimo, 10 febbraio alle 10, a Bibbiano in provincia di Reggio Emilia, ci sarà in teatro un avvenimento abbastanza straordinario. Verrà ufficializzata la richiesta affinchè sia riconosciuto il coraggio di una donna, Francesca Del Rio, partigiana, nome di battaglia Mimma, che ha resistito a ripetute torture subite nella caserma di Ciano d’Enza ad opera del comando nazista definito Centro Antiguerriglia.

A motivazione del grande ritardo con  cui si presenta tale richiesta, c’è il silenzio che la stessa partigiana ha  tenuto per oltre sessanta anni su questa dolorosa esperienza. Questa reticenza  si   deve all’antico pudore su vicende intime e al dignitoso desiderio di non sbandierare una vera condotta eroica in difesa degli altri combattenti della libertà. Alla liberazione si sapeva soltanto che Mimma era riuscita a fuggire.

Incarcerata l’11 dicembre del 1944,   il 9 gennaio del 1945,  Mimma riesce a fuggire calandosi da un alto finestrino di una latrina, appesa al discendente della grondaia. Nella neve, scalza e quasi svestita, nonostante le tracce anche di sangue dalle mani scorticate, è aiutata nella prima casa contadina  dai Ganapini, a Grassano, verso Rossena. Faticosamente e pericolosamente riesce a raggiungere Vetto, dove c’era il comando partigiano della 144^ brigata Garibaldi. Francesca era in avanzato stato di gravidanza, ma non c’era tempo per il riposo, tra collegamenti da assicurare, assistenza, approvvigionamenti, messaggi e lavoro per la polazione montanara. Il 9 aprile, a seguito di un parto difficile e senza assistenza qualificata, perde il bambino al quale mette il nome di Atos, che è il nome di battaglia del fidanzato, padre del bambino, che poi diventerà suo marito. Per i piedi congelati ha subito diversi interventi e molte sofferenze. Ha vissuto a Parma e ha lavorato tutta la vita come parrucchiera. Ha avuto altri tre figli tutti allattati con un seno solo, per le lesioni e mutilazioni  all’altro capezzolo subite nel Presidio di Ciano.
La vicenda di Mimma è venuta alla luce  dai documenti trovati negli armadi della vergogna. Soltanto nel sessantesimo anniversario della liberazione Mimma ha trovato la forza di raccontare almeno in parte in un DVD le torture patite.
Alla richiesta di riconoscimento, sottoscritta da me e dalla  ricercatrice Raffaella Cortese De Bosis, si uniscono i tre Sindaci  di Bibbiano, San Polo d’Enza e Canossa, luoghi dove Mimma operava come partigiana e le associazioni ANPI dei tre comuni, più l’Anpi provinciale di Reggio, l’Istoreco e l’Istituto Cervi.

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Memorie

Tessera ANPI dell’immediato dopoguerra

Ieri notte RAItre ha trasmesso il racconto di Sami Modiano raccolto da Veltroni.

Ad Auschwitz Birkenau ci sono stata nel 2006, proprio con Veltroni sindaco di Roma e promotore di tutto. C’era Sami Modiano, venuto apposta per la prima volta da Rodi. Con lui l’amico di allora, di quando erano adolescenti in questo luogo, Piero Terracina. Altri testimoni erano Enzo Camerino venuto dal Canada, Shlomo Venezia e le sorelle Andra e Tatiana Bucci a quel tempo bambine.
Accompagnatori Leone Paserman per la comunità ebraica, Alessandro Portelli, Ascanio Celestini, lo storico Marcello Pezzetti, Massimo Rendina per l’Anpi e Maria Coscia, assessore alle scuole che mi aveva inclusa tra gli accompagnatori.
Stranamente era un ottobre di sole. In terra, tra le baracche c’era erba folta. Una delle sorelle ha osservato che quell’erba in quel tempo non avrebbe potuta esserci, perchè sarebbe stata tutta mangiata! E il suo ricordo era di bimba, di quattro o sei anni appena.
Di giorno tutti eravamo attentissimi, silenziosi e indaffarati a maneggiare antichi registratori a nastro e macchine fotografiche. Sami Modiano era il più emozionato e incerto, pur sostenuto dall’antico amico Piero Terracina, gemello e fratello anche nei ricordi.
Di sera, in albergo, i gruppi di studenti, con professsori e qualcuno di noi, a rinvenire le memorie, commentare e finalmente a piangere.
Appena più serene le pause pranzo al sacco, con Veltroni paziente e sorridente a farsi fotografare con gruppi e ancora gruppi di ragazzi e ragazze.
Ricordate, diceva Primo Levi, che questo è stato.  Ricordiamo perchè non possa tornare mai.
Ricordiamo soprattutto gli inizi silenziosi e subdoli di tanto orrore.
La storia non si ripete mai con le stesse forme, ma si ripete spesso nella sostanza. Quelle masse fumanti dell’accampamento dei migranti raccoglitori di arance ricordano altre macerie, altre emarginazioni, altri dolori. Diversi, certo, ma altrettanto brucianti. Ho pensato che le arance che abbiamo comprato in piazza a sostegno della ricerca sul cancro, chissà da chi sono state raccolte. Spero non a prezzo di questi dolori e disagi. Però mi dico che esiste ora la legge sul caporalato ed esiste anche la protezione civile che va ad allestire strutture di ricovero. Mi preoccupa invece, che esista tanta inimicizia verso questa disperata massa di migranti, che degli aspiranti alla guida del paese dicano apertamente che non li vogliono, che bisogna rimandarli ai loro deserti o alle loro guerre, perchè noi davanti a tutti e cattiverie del genere.
Non è facile, ma nelle prossime elezioni, scegliamo quelli che ci si impegnano, che ci provano. A partire dal caporalato, dalle riforme all’Europa, dai progetti di ripopolamento di borghi semiabbandonati, dai bisogni di mano d’opera e persino dal bisogno di bambini.
Ricordare non per retorica, ma perchè non si scivoli per quella china. La Germania e il mondo non aveva capito. Le leggi razziste, la propaganda dell’odio, l’esaltazione egoistica del ritenersi superiori erano il terreno di lancio. Ora si marcia a Roma col saluto romano e al passo rimbombante. Si grida al pericolo, si parla addirittura di razza. Un po’ più di umiltà, un po’ più di sguardo largo, e qualche riflessione per impedire di camminare in discesa verso un moderno inferno di inimicizie e separazioni.

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Presentazione alla Camera dei Deputati

Mentre c’è chi vuol rifare la fascistissima marcia su Roma e chi promette , se raggiunge il governo, di dare carta bianca a tutte le forze dell’ordine sottinteso come Genova-Diaz, ci sono anche quelli che si curano di storia e di memoria.

Dal Friuli Venezia Giulia è arrivato a Roma Camera dei Deputati , un documentario su una storia partigiana.
La fondazione Iuker Image di Udine, regista   Roberto M. Cuello,  ha ricostruito la storia di Mario Modotti, Comandante Tribuno, andando negli stessi luoghi e riportando documenti e parole con scrupolosa esattezza.  Strade e case di Bicinicco , carcere e caserma Piave di  Palmanova, campagne dei monti carsici di confine, testimonianze multiple di compagni combattenti, copie esatte dei documenti partigiani, dignitose e commoventi lettere autografe, il tutto completato da poche indispensabili ricostruzioni con attori.
Molto opportune le annotazioni storiche di due studiosi, e preziosissima quella del mio amico Giuseppe Mariuz che riesce a rendere chiara e comprensibile la ingarbugliata realtà di quella terra di confine e della pesante vicinanza con la resistenza iugoslava.
Il regista e i collaboratori ci hanno lavorato due anni con tutta la serietà che si richiede ad una ricostruzione storica sempre in accordo con i familiari-eredi, che compaiono addirittura come narratori.
Particolarmente importante la ricostruzione con documento autentico, dell’accordo stipulato tra le formazioni partigiane di orientamenti diversi, cioè garibaldine, fazzoletti verdi e militari, accordo dovuto principalmente proprio al comandante Tribuno.
Commovente anche se suggerita più che esibita, la durezza delle torture di matrice tedesca, in terra che i nazisti si erano aggiudicata come regione del loro stato. Anche questo giovane Mario Modotti, comandante Tribuno, è uno dei tanti che dobbiamo chiamare veramente eroi, più  forti di ogni tortura e umiliazione, immensamente più alti e umani dei loro torturatori , più generosi di qualsiasi padre o madre verso di noi che ci siamo salvati, che ci hanno salvato.
Spero che il documentario possa andare soprattutto nelle scuole e ovunque , non solo nel Friuli o nel Trentino o nel Veneto, ma dappertutto, proprio in risposta agli stupidi e ignoranti rigurgiti di fascismo che ci ammorbano qua e là.

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Il reato di tortura

Avevo scritto per l’Unità questo commento  in data 29  maggio,  quando, appunto, l’Unità non è uscita più.  Ora la legge  è passata, e su di essa, come su ogni atto o iniziativa del governo, si sono abbattute critiche feroci e livorosi distinguo.
Io sono contenta che sia passata, nonostante tutto. E vorrei vederla attuata e interpretata con saggezza, contro i torturatori della Diaz, quelli di Cucchi e i tanti altri in Italia e fuori d’Italia.
Se si potesse  vorrei anche che fossero puniti quelli che hanno torturato i partigiani e le partigiane nei lontani anni 1944 e 1945.
Di problemi e urgenze questo governo e questo parlamento ne ha veramente tanti e dovrebbe far paura anche la semplice ipotesi di decadenza anticipata.   Personalmente sono colpita e preoccupata per il progetto di reato di tortura.
 Va avanti e indietro tra camera e senato da quattro anni e qualcuno esulta perchè lo vede finalmente in dirittura di arrivo.
 A me l’argomento  preme perchè non dimenticherò mai il tono della voce e l’espressione della mia cara staffetta partigiana Francesca Del Rio, torturata a Ciano d’Enza da tedeschi e fascisti quando, a sessant’anni dalla liberazione, lamentava che  ” per i feriti è stato riconosciuto qualcosa, ma per i torturati no, niente !”
Per i torturati partigiani non si è fatto nulla.  Con maliziosa tristezza mi viene da pensare che l’Italia del dopoguerra, ancora maschilista, abbia accantonato il tema perchè la maggior parte delle persone torturate (e violentate) dai nazifascisti erano di genere femminile. Tra l’altro loro stesse, sempre per quel maschilismo o riservatezza, non volevano raccontare, volevano solo dimenticare.
Ora, dopo tanti anni, siamo ancora costretti a mettere sotto attenzione uomini in divisa che, sentendosi tutelati proprio da quella divisa, cedono alla tentazione della violenza.
Non sono competente in materia legislativa, ma alla lettura del testo proposto mi sono ricordata di una lezione di  uso della lingua.  Un testo di legge deve essere scritto in modo limpido, con parole esatte,   cioè da poter essere  interpretato in un solo modo. Un articolo di legge non è una metafora, non è poesia, non è letteratura.  A me, da incompetente, quel testo mi è sembrato contorto, oscuro, cavilloso.  Cioè di oscura interpretazione.
Riconosco che è difficile definire cosa è tortura. Ci possono essere torture che non lasciano nessun segno. Francesca legata nuda gambe e braccia ai 4  piedi di un tavolo, dopo essere diventa   spettacolo,  dopo ore di  schiamazzi  e risatacce, era tutta un immenso indicibile dolore, di corpo e di pensieri, ma non credo con tracce visibili. Esistono danni psicologici documentabili? Secondo me esistono danni psicologici inevitabili, intuibili, immaginabili.
Quando, aperti gli armadi della vergogna, i carabinieri l’hanno individuata e raggiunta, Francesca nell’apprendere quali ricordi volevano da lei, è semplicemente svenuta! Dopo tutti quegli anni impegnati a dimenticare!  E non solo quella tortura a cui ho accennato, ma a tutte le altre, ben più cruente e visibili, come quel capezzolo frantumato.
 Riconosco che mentre si arresta un presunto moderno terrorista gli si può storcere un braccio o  sgomitare un occhio.   Però se si arresta uno che sta male, per droga o altro,  non lo si può fare massacrandolo di botte. calci e pugni compresi.  Mi sembra di sapere che esistono abilità orientali, tipo Karatè, per questi casi, per immobilizzare un avversario senza distruggerlo.
Così scivolo nell’altro lato di questo tema. Prima di fare un testo per condannare la tortura, cosa si è fatto o  cosa si può fare per dettare regole sulle modalità e tecniche in caso di arresti e soprattutto in condizione di detenzione?  Cosa si può fare e cosa si fa per preparare, educare  chi è addetto  al prezioso mestiere di forze dell’ordine?
Ripensiamo tutti alle vicende di Bolzaneto e ai casi privati di Cucchi, Aldrovandi, Uva e ultimo Regeni.  Che una legge sia utile, anche per le aspettative europee e ONU, ma per favore, che sia chiara e scritta in una bella e precisa lingua italiana.

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Ho avuto anche quest’anno tanti venticinque aprile.

In anticipo quello musicale, emozionante, affollatissimo, nell’aula magna della Terza Università di Roma. Protagonisti i ragazzi delle quattro scuole primarie a indirizzo musicale, due di Roma e due di Vicovaro e Subiaco. Ne ho scritto sull’Unità di mercoledi 26 aprile.( A proposito, povera Unità, quanti problemi! Col cuore in gola vorrei che si salvasse, che risorgesse !)
Tutti quei giovanissimi, tutti i loro bellissimi insegnanti dei vari strumenti, tutti i loro genitori e amici erano lì per concludere una fatica non solo musicale, ma storico-culturale. Attraverso le musiche imparare la storia, raccordarsi ai sentimenti dei combattenti per la libertà, sentire dolori e terrori della guerra e della dittatura, è questo che si percepiva.
Immagino che negli altri due “concerti” delle altre dieci scuole dello stesso indirizzo ci sia stata la stessa atmosfera, la stessa bellezza.
Curioso che anche in un quartiere di Roma, l’affollato Torre Maura, ci sia stato un 25aprile musicale. Alla sede del Comitato di Quartiere, undici ragazzi e una ragazza, con la loro band di chitarre e il loro maestro, hanno preparato un concerto festoso con una loro Bella Ciao, canzone di Piero e Auschwitz, per un bel gruppo di cittadini e studenti. Maestro arrangiatore e guida, il signor Sandro Ceccarelli, nome dell’orchestra  “Sei corde”.
Finalmente, proprio il 25 aprile, all’inizio della mattinata, ho fatto del mio meglio, intervistata alla vescovile TV2000, dove mi vogliono bene e mi invitano da tempo. Qualche anno fa, proprio Boffo di persona, si è unito ai giovani operatori programmatori e conduttori che mi erano attorno, per salutarmi e ringraziarmi della collaborazione. Questa volta non ha fatto altrettanto Tarquinio, che mi avrebbe messo a disagio e forse in polemica a causa dei suoi troppo frettolosi giudizi sui cinquestelle.
Gli altri miei venticinque aprile sono stati i più belli.
Il frecciarossa mi ha portato nei miei luoghi natali. Prima al mio paese, quel Bibbiano culla del formaggio reggiano e luogo dei 271 combattenti per la libertà ufficialmente riconosciuti con le 32 donne comprese e i compianti 11 morti. Lì mi aspettavano i ragazzi delle scuole medie, in una bella grande aula di musica, molti seduti per terra, tutti già pronti e preparati, coinvolti dai due racconti veri di episodi avvenuti proprio qui settantadue anni fa.  Il mio libriccino “Non era una notte buia e tempestosa”  l’avevano avuto già da tempo e conoscevano mio fratello protagonista del primo racconto  quando aveva la loro verde età. Si sentiva  interesse e la competenza non solo dall’attenzione, ma dall’originalità delle loro numerose domande. Poi eravamo vicini ai luoghi di quelle scene e , curiosamente, vicinissimi alla casa, ora ristrutturata e bella, dove sono nata io, quasi novanta anni fa. Credo che tutto questo diventasse per tutti noi una bella tensione ideale e una bella empatia, grazie anche al sindaco amico, Andrea Carletti, che non ci ha mai abbandonati ed ha aperto l’incontro col suo breve e caldissimo saluto.
Alla fine,  sopra le tante emozioni, un ragazzo dal folto ciuffo dritto colorato di vistoso blu-azzurro, dopo aver fatto la sua domanda e ascoltata la risposta, ha ripreso la parola per dichiarare di essere di tre nazionalità: di padre polacco, madre albanese e lui italiano! E tutto questo l’ha spiegato con essenziale racconto di vicende e particolari degni dell’adulto più navigato in politica o in cattedra.  Non poteva esserci modo più alto e semplice di concludere l’incontro.
L’altro luogo del 25 aprile nella  terra  delle mie fatiche di staffetta è stato Cavriago, dove mi aspettavano gli allievi delle scuole elementari, in due scaglioni, nella grandissima sala consigliare ad anfiteatro, anche qui col sindaco Paolo Burani ad iniziare, le  consigliere-donne, insegnanti e persino un piccolo pubblico di persone legate alla Resistenza. Racconto, dialogo, curiosità e domande a non finire, con insegnanti e amici indaffaratissimi a passare il microfono a quei disinvolti e attentissimi  neo-cittadini . Anche qui l’immagine dei  volti era variegata da incarnati diversi, turbanti e veli, occhi a mandorla, come era stato a Bibbiano. Questa è zona di antica accoglienza, di barriere razziali abbattute da tempo. Non tutti quei bracci alzati hanno potuto ottenere il microfono, ma silenzio, attenzione, curiosità e passione mi hanno dato forza e fiducia. Mi sono sforzata di raccontare di tutti gli altri, quelli che non ci sono più, ma che erano con me, a volte più sfortunati di me, tra quelle campagne e quei vicoli, con quei cognomi e quelle famiglie, impegnati  in  avventure rischiose  che ora riteniamo valorose, ma che allora ci sembravano semplicemente dovute, semplicemente “da fare”.
Grazie a tutti quanti, Mirca, Amedea e Ivan, ed anche a mio nipote Enrico, che mi ha accompagnato e sostenuta, in mezzo ai temi  del suo prossimo esame universitario, ma felice di conoscere finalmente Casa Cervi, su competenza e simpatia di Mirco Zanoni che gli ha fatto da guida.

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14 dicembre 2015, Roma per Parigi

Il giorno della memoria ero in una scuola del Tuscolano e dopo un intenso ed emozionante dialogo coi ragazzi, si stava cantando “Bella Ciao”. molto utile anche a smaltire la commozione. Da una volante arrivata nei pressi si è  avvicinato un poliziotto, che alla signora che lo ha avvicinato ha detto ” Ma questa canzone non si può cantare a scuola!” Alle rimostranze non ha risposto, e credo che negherà. Ma ricollego l’episodio alla informazione di simpatie fasciste  e naziste da parte dei due valorosi poliziotti che a Sesto San Giovanni  hanno liquidato l’attentatore dell’Isis. E ad altri episodi che dimostrano analoghe simpatie penetrate nelle forze dell’ordine, a partire da Genova Bolzaneto.
Dove abbiamo sbagliato? E da quando?
Io credo da molto tempo. Forse da settanta anni, cioè dalla liberazione in avanti.  Non abbiamo educato alla democrazia. Non abbiamo insegnato la libertà. Non abbiamo raccontato la verità alle nuove generazioni.
Le lacerazioni del dopoguerra sono penetrate anche nel reducismo partigiano. Associazioni separate, garibaldine, cioè rosse, e dall’altra parte le cattoliche azioniste e filomonarchiche. E tutte le celebrazioni, escluse forse quelle ufficiali del 2 giugno, all’insegna della retorica, delle corone, dei monumenti e delle medaglie. Utili e doverose, ma staccate, vuote.
Con tanti veleni nell’opinione pubblica. Ancora ier l’altro su facebook  ho trovato riferimenti ai delitti del dopo guerra nella mia terra emiliana. Tutte montature smentite da successive sentenze di tribunale. Negli anni  si è lasciato credere che i partigiani del nord fossero tutti comunisti e filosovietici. Eppure facevano parte del  nostro comando  i professori cattolici Marconi e Dossetti, avevamo  il prete don Carlo alla testa di un distaccamento, C’era  una brigata della montagna tutta cattolica, una famiglia Cervi credente e osservante. E il prete partigiano del mio paese Don Pasquino Borghi fucilato alla schiena insieme al mio comandante comunista Angelo Zanti.  E tanti ragazzi pieni di speranze e di ideali, comprese le illusioni sul socialismo.

Si è forzato sulla contrapposizione. Ancora fino e ieri il partigiano Rosario Bentivegna è stato indicato come colpevole delle Fosse Ardeatine perchè autore di Via Rasella.
In tutti questi decenni è mancata una profonda riflessione su cosa è stato il fascismo e perchè è stato necessario e  sacrosanto sconfiggerlo.
A scuola non è mai stato affrontato l’argomento in modo obiettivo. I testi scolastici ambigui e pressapochisti.  Gli insegnanti alle prese con anni scolastici troppo corti e poca voglia di affrontare un tema caldo, a rischio polemiche con genitori o dirigenti. Si è arrivati quasi sempre solo a studiare poco dopo la fine della prima guerra mondiale.

 Noi ex partigiani siamo andati nelle scuole. In pochi anni io ho superato i quattocento incontri. Altri forse hanno fatto di più, visto che io ho  cominciato solo dieci anni  fa. Ma è come uno svuotare il mare con un cucchiaio. E’ stato  importante ed emozionante, ma non poteva essere storia in senso completo, cioè  culturale e ufficiale. Per di più sporadico, occasionale, fortunoso.
Un professore amico mi ha riferito uno scanzonato commento di un suo allievo circa un incontro con un partigiano ” Professò, che palla!”  Come dire che essere  bravo partigiano non significa essere anche bravo ad insegnare la storia.
L’8 marzo scorso al Quirinale ho incrociato la ministra Giannini alla quale l’amica partigiana Luciana Romoli stava chiedendo un incontro per parlare dei nostri interventi  nelle scuole. Mi sono inserita per osservare che gli insegnanti hanno bisogno di indicazioni ed anche di aiuto. Ho accennato a Don Ciotti che ogni anno in Italia organizza incontri-seminari sull’educazione all’antimafia per i docenti. La Giannini mi ha risposto che “ci stiamo studiando”. Non mi è riuscito di concordare un incontro.  Vorrei tanto riuscirci con la nuova Ministra Valeria Fedeli.
Credo che debba essere insegnato bene nelle scuole e in forma ufficiale, cosa è stato veramente il fascismo e il nazismo. Proprio perché in Europa e nel mondo sta alzandosi   questa inquietante ondata di razzismo e di intolleranza, di esaltazione delle differenze, di ammirazione della violenza. Vorrei che si potesse rispondere a quel ragazzo che anni fa  mi ha riferito che secondo suo nonno sotto Mussolini si stava bene. Su che cosa era fondato quel suo piccolo e provvisorio stare bene. Sul triste epilogo- conseguenza di guerra e sterminio.   Su come è facile e comoda la dittatura e come è difficile e complicata la democrazia. Ma quanto più umana, quanto più desiderabile.
Ora noi partigiani siamo troppo pochi e troppo vecchi persino per andare a fare memoria. Nelle scuole devono arrivare gli studiosi, le facoltà universitarie di storia moderna, e anche la mia amica Michela Ponzani con le sue belle lezioni di storia sui Raitre.
E alla fine,   sarà sufficiente tutto ciò  per  far crescere una generazione di giovani adulti e liberi? Lo spero, anche se contrastare l’allettante  fascino della prepotenza e della violenza, sarà di certo un bella battaglia.

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Anche quest’anno mi chiamano nelle scuole in occasione della giornata della memoria. Naturalmente mi presto volentieri, anche se  testimonianze dirette ne ho ben poche. Eppure c’ero, sedicenne e poco più, dentro quella guerra con quelle sue tenaglie di orrore. La mia amica Luciana racconta della sua compagna cacciata drammaticamente da scuola perché  ebrea.  Io non mi spiego come mai noi di questo sterminio non ne sapessimo nulla, pur essendoci così vicino. Io facevo venti chilometri in bicicletta per andare a scuola a Reggio. Ne sarebbero bastati altrettanti per raggiungere Fossoli, quel campo-carcere di smistamento da dove transitavano tutti i destinati ai lager, Mauthausen, Auschwitz, Primo Levi compreso. Eppure ero nella Resistenza, e c’era mio padre che aveva incarichi e autorevolezza più di me. Io, più di lui, studiavo le “direttive” e le circolari e persino le lezioni ciclostilate che arrivavano dal “centro” e che mi servivano per le riunioni e per le lezioni di storia da impartire ai ragazzi partigiani e alle ragazze staffette. Non ricordo niente che parlasse degli ebrei. Certamente ne parlavano truculenti e bruttissimi manifesti fascisti,ma quelli noi di casa e noi della Resistenza non li degnavamo di uno sguardo. Di tutto quell’orrore, di quella scientifica inesorabile macchina di morte abbiamo saputo soltanto dopo e poco per volta. Tanto orribile da far fatica a crederci. Che oggi, a distanza di sette decenni, vi si presti attenzione è certamente cosa ottima, speranza di una più giusta consapevolezza. Bella la maratona del ricordo, belli i viaggi della memoria, belle le pietre di inciampo. Bello anche il documentario della mia amica Raffaella Cortese De Bosis che ha scovato altra storia di un lager sotterraneo, perché non si finisce mai di scoprire la verità.

Non vorrei però che si finisse di credere che il nazismo fosse soltanto questo, cioè una immensa pazzia, tanto assurda quanto irripetibile, quindi relegata in quel passato. Vorrei che si partisse dall’inizio, cioè da quelle idee razziste e da quella idea di supremazia, di esclusione del diverso, di chiusura egoistica e miope che proprio in questi tempi, e non solo da noi,  si fa strada in tanti movimenti e partiti, in tante associazioni pseudoculturali che si richiamano addirittura apertamente al fascismo e al nazismo.
Vorrei che nel pieno del calendario scolastico, magari a marzo, ci fosse anche un giorno della democrazia e della coscienza, un giorno della libertà e della accoglienza. Per aiutare i ragazzi a diventare cittadini liberi di un paese libero.

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l’8 settembre scorso anche a Roma, al Campidoglio, il Ministero della Difesa ha conferito ai partigiani la “Medaglia della liberazione”, in occasione del 70° della liberazione. Ecco alcune foto della cerimonia.

Il diploma

Il diploma

 

Con l'assessore Luca Bergamo e il prefetto Paola Basilone

Con l’assessore Luca Bergamo e il prefetto Paola Basilone

 

La ministra Roberta Pinotti con la partigiana Jole Mancini

La ministra Roberta Pinotti con la partigiana Jole Mancini

 

Mario Fiorentini, protagonista all'azione di via Rasella, a cui partecipò anche  la moglie Lucia Ottobrini scomparsa da poco. Intellettuale e valente matematico.

Mario Fiorentini, protagonista all’azione di via Rasella, a cui partecipò anche la moglie Lucia Ottobrini scomparsa da poco. Intellettuale e valente matematico.

 

 Il regista Giuliano Montaldo, autore del film "L'Agnese va a morire" e sempre testimone delle vicende resistenziali


Il regista Giuliano Montaldo, autore del film “L’Agnese va a morire” e sempre testimone delle vicende resistenziali

 

molti sindaci della provincia hanno accompagnato i loro partigiani

molti sindaci della provincia hanno accompagnato i loro partigiani

 

Qui la sala con il gruppo festoso al commiato

Qui la sala con il gruppo festoso al commiato

 

Infine, la medaglia

Infine, la medaglia

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Il testo della lettera che ho scritto all’amico Sergio Staino, pubblicata il 24 agosto su l’Unità.

Carissimo Sergio,

 dovevo scriverti da tempo perché mi sono gustata il tuo “Alla ricerca della pecora Fassina” con vero divertimento, anzi, amaro divertimento. Con una battuta e un tratto di matita riesci a dire di più che un articolo di fondo.  Però ancora non vedo notizie che riguardano il giornale, salvo le “Feste”. Lo sai che le prime in Italia le abbiamo fatte in settembre  a Reggio Emilia nel 46 e 47 e che il loro “capitano”, cioè  organizzatore, responsabile, ideatore era mio marito,allora fidanzato, non ancora venticinquenne e da poco entrato nel PCI.? All’inizio si sono fatte al Parco Terrachini, sulla via Emilia , appena fuori il centro città, e ricordo che il lavoro di costruzione e allestimento degli stand, delle piste da ballo, degli impianti era affidato ai compagni delle “brigate di lavoro”, carpentieri, elettricisti eccetera. Poi le donne volontarie in cucina.  Non so cosa è rimasto di simile, ma alla FestaReggio al Campovolo dove sono stata l’anno scorso ancora il volontariato è ciò che regge il tutto.
Ti scrivo oggi perché sono abbastanza e di nuovo indignata per le polemiche sul referendum del sì e del no. Ho invitato i compagni dell’Anpi che sono per il sì a rompere il divieto di Smuraglia se vogliono salvare l’Anpi dallo sfascio e dal neostalinismo.  Non mi sta bene che  quelli del no, dell’Anpi o della sinistra interna con DAlema in testa, abbiano dal PD e da Renzi tutto lo spazio possibile, tutta la disponibilità possibile. Alla quale poco fa, l’ineffabile Smuraglia ha risposto che un confronto alla pari con Renzi non risolve e ci deve pensare, deve riunirsi coi suoi !!! Pretende di volantinare a favore del no dentro alle feste ! Dice che non sarebbe successo con Togliatti! Certo che no, visto che mai l’Anpi , col bel nome “partigiani” aveva deciso di schierarsi contro l’unico partito di sinistra (o riformatore, vedi il termine democrazia progressiva) a fianco di tutta la destra, neofascisti compresi, xenofobi compresi!
Ho scritto sul mio blog una bella “filippica”  che vi è finita ieri, quindi avrei dovuto metterci anche qualcosa in più.  Ma sono proprio stanca di vedere strumentalizzato  il nome di  partigiani, quindi le nostre vite e i nostri sacrifici in funzione di una battaglia che si spiega solo con l’astio o l’invidia o la voglia di ricicciare  della vecchia nomenclatura che coi suoi fallimenti ci ha portato fin qui.
Se possibile vorrei raccogliere un po’ di “vecchi” e fare insieme qualcosa.  Purtroppo molti sono un po’ svaniti o  spenti e si adagiano per affetto e fiducia cieca a ciò che decide l’Anpi.
Se hai qualche consiglio da darmi te ne sarei molto grata. Oltre  che sul mio blog scriverò su quello de “iMille”, ma non so che effetto può avere. L’8 settembre prossimo siamo chiamati noi di Roma e provincia in Campidoglio dove il prefetto (donna) ci darà le medaglie del governo Renzi , o ministero della difesa. Non so che cerimonia pietosa o commovente potrà essere. Cercherò di chiamare qualche giornalista anche per far vedere che moltissimi di quei “vecchi”  non sono iscritti all’Anpi o non lo sono più.
Ti abbraccio con tanta gratitudine e …. andiamo avanti
Teresa

 

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Ecco una breve fotocronaca degli incontri dell’ultimo periodo.

16 aprile: cittadina onoraria di Bibbiano!

16 aprile: cittadina onoraria di Bibbiano!

16 aprile: il sindaco di Bibbiano mi conferisce la cittadinanza onoraria

16 aprile: il sindaco di Bibbiano mi conferisce la cittadinanza onoraria

La mattina del 25 aprile, su TV 2000 si parla della liberazione http://www.tv2000.it/beltemposispera/video/puntata-del-25-aprile-2016-2/

25 e 26 aprile a Cormons. Qui i ragazzi delle scuole

25 e 26 aprile a Cormons. Qui i ragazzi delle scuole

2 maggio: i ragazzi della scuola Bellini di Roma leggono i racconti partigiani

2 maggio: i ragazzi della scuola Bellini di Roma leggono i racconti partigiani

4 maggio: alla scuola Toscanini ad Aprilia

4 maggio: alla scuola Toscanini ad Aprilia

Scuola San Bernardino, a Centocelle

9 maggio, Scuola San Bernardino, a Centocelle

 

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In questo otto marzo voglio raccontare di una suora. Che del resto è anche lei una donna.

La vedete qui in foto.

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Suor Emerenziana

Si chiama suor Emerenziana. Ha 94 anni.

Le ragazze e i ragazzi dell’Istituto superiore Colomba Antonietti l’hanno incontrata e intervistata qualche settimana fa all’Istituto paritario San Giuseppe. Quartiere Casaletto.

Il video di quell’intervista è sorprendente.

Con lucidità racconta vicende del ’43 e ’44 nella Roma occupata dai nazisti, quando lei aveva 23 anni.

Dalle sue parole quasi li vediamo, quella trentina di ebrei, braccati dal rastrellamento tedesco, che bussano disperati a quella porta, bambini compresi. Nascosti e sistemati all’ultimo piano, nelle aule adattate alla meno peggio. La necessità di non farsi sentire, di frenare l’irruenza dei più piccoli, perché i tedeschi sono maledettamente vicini, appena al di là del muro di cinta, dove c’è una villa abbandonata dai proprietari ebrei fuggitivi e occupata da un comando di esse esse.

Suor Emerenziana racconta un episodio che può sorprendere. Tra quei tedeschi c’era un ufficiale che si era offerto o aveva chiesto di suonare all’organo o al pianoforte della chiesetta dell’Istituto. Lei ricorda che questo giovane in divisa di occupante, metteva le foto della sua famiglia davanti a se, e suonando le guardava e piangeva. Piangeva e suonava.

Suor Emerenziana racconta poi la fatica e i sotterfugi per trovare il cibo, con la suora che va col furgoncino e fa ore di fila al mercato in attesa che arrivi qualcosa, verdura o altro, qualsiasi cosa . Si facevano le code alla cieca, solo sulla speranza. Il cibo che serviva arrivava abbastanza spesso dalle consorelle della campagna romana e laziale, in un abbraccio solidale a dispetto di tutti i divieti e di tutti i bollini della tessera alimentare

Ci sono poi gli spaventi, Come l’ispezione nazista in cerca di ebrei o di sovversivi che si accontenta di controllare solo il primo piano. Miracolo per segrete preghiere o caso fortunato di stanchezza o fiducia.

Ma c’è di più.

Devo raccontare come ci si è arrivati a questa suora e a questa storia.

Merito di altre donne, di una soprattutto. L’insegnante Laudenzi, la dirigente scolastica e altre docenti.

Si scopre che quell’Istituto San Giuseppe è proprio lo stesso a cui si riferisce la scrittrice Lia Levi nel suo libro “Una bambina e basta”. Da tempo l’insegnate Titti e tutta la scuola è in contatto con Lia Levi per i vari giorni della memoria.

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Con Lia Levi

Quell’istituto al Casaletto era anche convitto femminile. E tra le convittrici, con falso nome, erano approdate anche due ragazzine ebree, sorelle. La più piccola era Lia Levi, la scrittrice.

Così è partita la ricerca.

Telefonate, contatti, trasferte, incontri, registrazioni. Alla fine, un bellissimo incontro, in sala grande di architettura a Roma Tre, tra tutte le ultime classi della Colomba Antonietti e Lia Levi . Una bella lezione di storia, a vedere, commentare e confrontare il filmato di Suor Emerenziana e i ricordi di Lia Levi, con domande, riletture del libro, confronti. Lia che racconta lo sgomento e la sofferenza sua, abbandonata dai genitori senza troppo comprendere, in un luogo tanto diverso, dove puoi studiare, è vero, ma dove non devi dimenticare il tuo nome nuovo e falso, e dove insieme alle altre allieve devi fingere di recitare preghiere sconosciute ma devi imparare il segno della croce e non raccontare nulla di te.

Era commossa, Lia, ed eravamo commossi tutti noi. Anche consolati dal sapere che quella suora anziana e lucidissima ancora afferma di impegnarsi sempre contro ogni razzismo, contro ogni violenza e contro ogni guerra.

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Quasi a richiesta, pubblico diario e foto degli ultimi incontri a cui sono stata chiamata.
E’ anche un modo per ingraziare tutte le amiche e tutti gli amici che lavorano con impegno nel mondo difficile di oggi, a tutela dei  nostri valori civili e liberi ispirandosi  alla storia e al coraggio di ieri.
14 novembre 2015, sabato
A   CASA CERVI,  Gattatico di Reggio Emilia, nel  71°anniversario della morte di mamma Genoeffa, convegno su “ La resistenza delle donne tra memoria e nuove prospettive di ricerca”.
Era l’indomani degli attentati a Parigi, ai quali è stata dedicata una commossa attenzione.
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Nella foto sono presenti Gemma Bigi, ricercatrice, che mi intervisterà sulla traccia del libro “Un cielo pieno di nodi”. Alla mia sinistra la on Giancarla Codrignani, giornalista e storica, che è risalita alle origini del terrorismo islamico prima di commentare con favore e competenza  il mio vissuto e  i miei scritti.
Accanto alla Codrignani, c’è Albertina Soliani, senatrice e presidente dell’Istituto Alcide Cervi e infine la giovane Roberta Mori, consigliera regionale  e presidente della commissione “Parità e diritti delle persone” di Emilia Romagna.  La Mori e la Soliani hanno dato inizio ai lavori con toccanti interventi.
Tra il pubblico confluito alla sala Genoeffa Cocconi erano presenti anche  familiari stretti e  meno stretti delle famiglie Cervi e Cocconi.
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Nel pubblico….

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Davanti alla Biblioteca “Emilio Sereni” a Casa Cervi, con Emma Bigi

17 novembre 2015, martedì
ROMA, “Casa della memoria” in via Francesco De Sales. è stato presentato il libro “Compagni” di Elvira Pajetta, figlia di Giuliano, che ha ricostruito la storia di questa straordinaria famiglia, recuperando anche documenti e scritti di notevole importanza. Vi ero invitata e coinvolta con un intervento a chiusura,  sul  ruolo delle tante donne in quelle vicende e sulle ramificazioni familiari e geografiche di quei fatti, tra le famiglie Pajetta, Berrini, Balconi e Banchieri e tra la Francia, la Spagna, URSS,  il bellunese, la Valsesia e la Jugoslavia.
27 novembre 2015, venerdì
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A   ROMA, quartiere del Quadraro, organizzato dal circolo ANPI “Nido di vespe” sono invitata per presentare il libro “Un cielo pieno di nodi”. L’incontro, affollato, si svolge nella sede di “Officina Via Libera”.
Nella foto c’è il presidente Loris Antonelli che ci ospita e apre i lavori.  La dottoressa Aurelia Celliti fa un interessante commento al testo con scambio di interventi. Si aggiunge anche Walter De Cesaris, studioso della resistenza del Quadraro, che si collega alle esperienze di lotta partigiana in questo luogo, chiamato anche “La borgata ribelle” o definito dagli stessi tedeschi come “nido di vespe”, da cui il drammatico rastrellamento e deportazione  di settecento persone.
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Officina culturale via libera, al Quadraro

28 novembre 2915, sabato
CAVRIAGO  (Reggio Emilia) presso il centro culturale “Il Multiplo”, il coordinamento donne della Val D’Enza, nel  quadro di  incontri mostre e spettacoli, partite dal  21 novembre  con tema  contro la violenza alle donne, mi hanno inserita per riflettere sulla violenza alle donne in guerra, ieri e oggi. Pubblico numeroso prevalentemente femminile, saluto del sindaco Paolo Burani, conduzione di Amedea Donelli, poi dialogo e letture sul mio libro con Maria Teresa Laudenzi, scrittrice e insegnante di Roma.  Seguono interventi di Alessandra Campani dell’associazione “Nondasola” con i racconti tragici di volontariato per le stuprate della Bosnia. Quindi il racconto  della prof. Brunetta Partisotti che con i suoi studenti ha ricostruito e pubblicato la storia di una partigiana di Cavriago, “Seida”.  Si sono poi aggiunti contributi al dibattito  di Eletta  Bertani  per l’ANPI nazionale e di Annalisa Magri dell’ANPI Val D’Enza.
Il tutto con il piacevole inserimento di canzoni, voce e chitarra di Giovanni Gilli, figlio di un mio comandante partigiano e di madre staffetta.
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Con Amedea Donelli, Alessandra Campani, Maria Teresa Laudenzi e il sindaco Paolo Burani

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A Cavriago

4 dicembre 2015, venerdì
ROMA, presso la Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma, in via della Vasca Navale  109,  sono confluite le ultime classi dell’Istituto Superiore “Papareschi” per “Esercizi di memoria, dall’armistizio alla liberazione”    promosso dalla prof. Maria Teresa Laudenzi con la preside Paola Gasperini. La mia testimonianza si è intrecciata con le belle lezioni dello storico Ugo Mancini, insegnante al Liceo di Albano e autore di un libro-ricerca uscito di recente, dal titolo “ 1926-1939, l’ITALIA  AFFONDA, ragioni e vicende degli antifascisti a Roma e nei Castelli Romani”. Molta attenzione dei ragazzi, che hanno aggiunto brevi interventi e formulato domande. Dall’incontro con Mancini e con le scuole, partirà una iniziativa in favore dei Musei e dei sentieri della Resistenza, per non dimenticare la vicenda dei Castelli romani sotto bombardamenti linea del fronte, comandi tedeschi e rappresaglie crudeli.
A Frascati

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

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Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

 

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7 dicembre 2015, lunedì
A CORMONS, provincia di Gorizia, “CORMONSLIBRI2015” Festival del libro e dell’informazione, iniziato venerdì 20 novembre, ha inserito nel pomeriggio del 7 dicembre “UNA PAGINA DI UNA GRANDE STORIA” incontro con Teresa Vergalli. Presenta Giuseppe Mariuz, presidente provinciale ANPI di Pordenone. Preceduto dalla proiezione di una breve intervista rilasciata il 2 giugno a TV2000 (il video è qui sotto), il dialogo, condotto su memoria e romanzo, cioè sui due libri, quello biografico “Storie di una staffetta partigiana” e su ricostruzione romanzata “ Un cielo pieno di nodi” procede spedito intervallato da letture dai due libri dalle voci di Mariateresa Laudenzi e di Elena Vesnaver.
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A Cormons, con Giuseppe Mariuz

Organizzazione perfetta, in teatro. strumentazioni e luci adeguate ad un evento che ha oltre dieci anni di vita e risonanza regionale e nazionale, premi letterari e di poesia, solidarietà, camminate letterarie, vendita libri usati,  teatro e musica, concorso aspiranti giornalisti, puliamo il mondo, coinvolgimento di tutte le scuole di ogni grado della regione e oltre. Merito del vulcanico bravissimo direttore artistico Renzo Furlano, che sta già anticipando il programma  del 2016. Soltanto quest’anno sono passati da questo festival del libro giornalisti, attori ed editori, storici, sportivi. Tra gli altri Lirio Abbate, inviato speciale dell’Espresso col suo “I Re di Roma”; Marco Tarquinio direttore de L’Avvenire; Moni Ovadia con “Le ceneri di Gramsci”, Piergiorgio Odifreddi su “Il giro del mondo nella conoscenza, un gioco razionale; Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti su filosofia contemporanea; Paolo Maddalena giudice Costituzionale; Antonio Ingroia con  Giorgio Bongiovanni e  Lorenzo Baldo su mafia e mafie; Luigi Manconi su giustizia e carceri; Giacomo Russo Spena di Micromega; Il giorno dopo di me, Vito Mancuso, teologo,  su “aprirsi all’altro, all’etica, al bene”.  A chiusura serale Vinicio Capossela col suo “viaggio nel paese dei coppoloni”.
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Elena Vesnaver legge brani del libro

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Nell’occasione dell’incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

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Genoeffa in un disegno di Nani Tedeschi

 

Volteggiano soltanto nere notizie di attentati, nere paure, nere impuntature diplomatiche.

Voglio parlare d’altro.

Dell’amore che ci ha salvato e che forse ancora ci salverà.

E’ l’amore delle donne nei momenti difficili che diventa azione e riesce a salvare gli altri, al prezzo, a volte, di diventare immenso dolore.

Penso a mamma Genoeffa, la madre dei sette fratelli Cervi.

Penso al suo amore operoso così sollecito per i bisogni materiali, ma altrettanto vivo per la crescita delle anime. Nascite che si susseguono, nove in tutto come succedeva all’inizio dell’altro secolo! Ad ogni figlio che si aggiunge è amore che cresce. Non c’è limite. Il cuore è la casa più grande, dove c’è sempre posto e posto ancora e ancora e poi ancora. Indaffarata e serena, e di sera, quando si può fermare, anche indaffarata e allegra. Non ha soltanto le preghiere o la lettura del Vangelo o delle vite dei santi, non soltanto i romanzi epici del tempo, ma anche filastrocche scherzose, quelle che fanno ridere e sorridere. Quelle che tutti i bimbi non si stancano mai di ascoltare e riascoltare. Saggezza e semplicità del mondo contadino! Al chiarore caldo del camino o alla penombra fuligginosa della stalla, una voce di donna coltiva i sentimenti, accende le curiosità, fa volare la fantasia , dà l’esempio.

L’esempio di chi non si ferma mai. Nei lunghi inverni c’è da filare, da tessere e da cucire. A Casa Cervi, nel piccolo museo, c’è ancora il telaio, la connocchia e il trabiccoletto a pedali che fa girare il fuso. Da qualche parte c’è anche una macchina da cucire. La nuora Margherita dice : “ …..che lei era tanto brava….”

L’amore in grammatica è una parola astratta. Ma nella vita non c’è niente di più concreto e palpabile dell’amore.

Condividere coi figli e col marito le scelte di vita, rischiose, in contrasto al potere dei potenti è amore generoso, amore allargato a tutti gli altri figli di tutte le altre donne. Per avere più giustizia, più rispetto, più libertà. Per nessun odio, nessuna violenza, nessuna guerra.

Genoeffa sembra donna antica, che percorre gli stessi sentieri delle donne dell’ottocento o del primo novecento: casa chiesa, lavoro, sacrificio. Invece è donna moderna, perché questi valori li vive nella sostanza, non le importano le formalità, le cerimonie o i certificati.

Lei, così profondamente religiosa, non si cura se l’ultima nuora arrivata non è passata dall’altare. Ciò che conta è il sentimento. Verina è nuora come le altre. E’ mamma dei suoi nipoti come le altre. Amata e rispettata, inserita anche lei in quella comunità produttiva che è la famiglia, dove ognuno ha un ruolo personale e insieme ne ha un altro collettivo quando occorre essere in tanti.

E c’è la guerra. Sembra che sia finita quando cade Mussolini. I ragazzi e il padre esultano e non vogliono festeggiare da soli. La gioia deve essere di tutti e non c’è niente di meglio che una tavolata festosa davanti a un cibo che mette fine, si spera, a tanta carestia. Si fa la pasta asciutta per tutto il paese! Quanta farina, quante uova, quante battute di mattarello ci vogliono per sfamare un paese? I Cervi sono fortunati, hanno lavorato sodo e il frumento è stato abbondante. Le mucche hanno dato tanto latte e si può avere formaggio e burro quanto ne serve.

Immagino Genoeffa, alla testa delle nuore, in quella grande cucina, tutte a impastare, spianare, tagliare e stendere chili e chili di tagliatelle. Le immagino allegre, volonterose, orgogliose. Mi sembra di sentire le spose rivolgersi a lei con l’appellativo di “nonna”. Credo che ancora adesso le nuore emiliane, dette “le spose” chiamino nonne le suocere. Alla fine di tutto quel lavoro, eccole con gli uomini a cuocere nella grande caldara, condire, trasportare e godere in compagnia, fuori dalle differenze e dalle diffidenze, anche fuori dall’astio invidioso di chi non ha saputo o potuto fare altrettanto. Non so se la madre sia andata anche lei in paese con tutti in festa. Immagino che sia rimasta a casa, seduta al fresco della sera, con le mani in grembo e col sorriso sulle labbra. Il cuore coi figli, con Alcide e coi bimbi, un cuore che sorride.

Invece non è ancora l’alba del futuro sognato. E’ la notte della guerra che continua. Cadono aerei alleati e un aviatore straniero ferito è nascosto accudito nella casa dei campi rossi. Genoeffa sacrifica un pollo per questo sconosciuto con cui ci si intende soltanto a gesti. Poi ci sono tutti gli altri. La casa è una zattera di salvezza nel mare dei campi rossi e di quelli attorno,verdi ospitali e complici. Dice Avvenire Paterlini che in quella casa c’era sempre una scodella di latte o di minestra per tutti i fuggitivi. C’era anche un posto per dormire, scomodo ma prezioso: il fienile. Nell’incipiente autunno, Genoeffa andava in punta di piedi a vedere se avevano freddo per allungare un tabarro o una coperta a quei figli di mamma, che il suo grande cuore non aveva esitato ad adottare.

Poi la tragedia. L’assalto, l’incendio, la resa, l’arresto di tutti, con i sette figli e il padre. Che triste inverno, che triste Natale: quattro spose, una nonna, dieci bambini, un giovane parente accorso in aiuto ma clandestino, anche lui fuggitivo. Le spose fanno la spola col carcere, per notizie da cercare e maglie e cibo da confortare. Non c’è conforto né pietà prima dell’anno nuovo. Tra un bombardamento e l’altro le spose conoscono la verità : tutti e sette fucilati, nessun processo, nessuna pietà, solo il padre risparmiato o dimenticato. Non credo che le spose abbiano avuto bisogno di parole per dire tanto orrore alla madre. Saranno bastate le lacrime, o le espressioni indurite, perchè , dice Margherita, non c’era tempo di piangere. Non si piange soltanto con le lacrime. Si piange col cuore, con tutte le fibre, con tutte le vene, con tutto il sangue, con tutte le ossa. Si piange di nascosto, forse tutta la notte, chiedendosi perchè di tanta cattiveria.

Infine tutto quell’amore deve diventare eroismo. Il padre ritorna. Ancora fuggitivo, liberato dalle bombe che hanno colpito il carcere. E’ allo stremo, per età, per le pene, per i disagi della prigionia, per le incertezze sulla sorte dei figli, per salute. Chissà se hanno avuto il tempo di mettersi d’accordo le spose e la nonna. Sta di fatto che non vogliono dire quella verità tanto pesante ad un vecchio padre tanto fragile. Resistono quaranta giorni con quella storia dei figli portati a Parma per il processo.

Immaginate quella madre, di sera, di notte, quando rimane sola col padre e deve tacere quella verità, fingere di non piangere. Ripetere quelle favole, rincuorare quell’uomo. Aspettare che si rimetta in salute, che quei dolori allo stomaco se ne vadano.

Chi è più forte, allora? C’è dell’eroismo in quella scelta. Perchè anche gli uomini, se hanno cuore e amore, possono cedere, crollare. Anche gli uomini diventano fragili. E l’amore della loro donna può salvarli, portarli oltre quel baratro.

Così nonno Alcide ha potuto proseguire il cammino, ritrovare forza per se, per i figli e anche per lei, che non ha retto molto oltre. Qualche mese ancora, meno di un anno. A novembre del ’44 se ne è andata.

In ottobre c’era stato ancora odio fascista contro quel che rimaneva della famiglia. Ancora qualcuno che di nascosto incendia la casa. Genoeffa aiuta, fa quel che può. Ha in braccio l’ultimo nato, undicesimo di quei tanti orfani, venuto al mondo senza più padre e senza più zii. Lei, la madre, nonna e sposa, si arrende, non ha più forza di combattere. Il suo amore tanto grande non può capire tanto odio. Dice alle spose “pensateci voi” e lentamente se ne va. Forse nella speranza o nella convinzione di trovare i figli in un aldilà dove non c’è posto per l’odio, dove l’ unica legge è l’amore.

Ancora un atto d’amore di donne conclude questa storia.

In un mondo maschile, dove i riti hanno sempre una impronta maschile, sono le quattro donne, le quattro “spose” a sfidare tutti, in piena guerra, con un gesto silenzioso e preziosissimo. Quelle quattro donne, le “spose”, le vedove, si caricano sulle spalle la bara della “nonna” per portarla all’ultimo riposo. Mi sembra di vedere i loro volti scuri, decisi, consapevoli.

Accanto al vecchio “nonno” Alcide, saranno loro a continuare unite la strada dei loro uomini, perché dopo il primo raccolto, quello dei padri, possa venirne un altro. Sofferenza e amore, non tempo per piangere, ma lavoro e lavoro, per gli undici figli bambini e anche per tutti gli altri e tutte le altre, oltre l’orizzonte dei campi rossi.

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Sono stata in Basilicata, Italia del Sud. Scoperta bellissima. Troppo spesso ci dimentichiamo di quest’altra Italia, piena di importante passato e di vivissimo presente. Per fortuna Matera sarà capitale mondiale della cultura e un po’ di fari si accenderanno su quelle bellezze e su quella storia.

Ho conosciuto Rionero in Vulture, la sua gente, i suoi ragazzi, i suoi dolori e la sua forza. Vedrete più sotto le foto. Anche in quel  paese i tedeschi hanno compiuto una di quelle gratuite stragi di civili, mascherate da rappresaglia, ma fatte per rabbia e disperazione, per vendetta e per voglia di terrorizzare la popolazione. Pochissimi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre, con gli alleati che risalivano la penisola, i tedeschi ormai in fuga rastrellano nelle stradine di Rionero sedici uomini, giovani e meno giovani, li trascinano in piazza e li fucilano. E’ il 23 settembre 1943.  Due giorni prima, in un deposito di viveri una rivolta di affamati si conclude con un incendio nel quale muoiono un ragazzo di diciassette anni e una donna madre di sette figli.

La città da diversi anni ricorda quel dramma non tanto per le corone quanto per riflettere sulla memoria. Con studenti e popolo, banda musicale e autorità, quest’anno al corteo c’ero anch’io con la compagna Vittoria.  Il percorso seguiva le strade e stradine del rastrellamento, luoghi antichi con l’impronta della povertà e della fatica. Davanti al monumento, semplice e non retorico, la cosa più commovente tra i  dignitosi discorsi, è stato il sentire quei cognomi ripetuti dell’elenco delle vittime, a rivelare  padri e figli e fratelli di una stessa famiglia. Due cognomi Di Lucchio, due di Grieco, e addirittura tre di Manfreda e tre di Santoro.

Si parla sempre troppo poco delle stragi nazifasciste nel sud.  A Barletta, addirittura l’11 settembre del 43,vengono fucilati dieci vigili urbani e due netturbini, ai quali in soli dodici giorni di occupazione nazista si aggiungono  uccisi altri venti civili più trentatrè militari. Non ho trovato ancora i numeri, ma anche a Matera c’è stato un eccidio di civili il 21 settembre del 43.  In tutta l’Italia del sud, mano a mano che gli alleati avanzavano, i nazi e i fascisti si avventavano sulla popolazione,  sui beni e sui luoghi con ferocia disperata. Oltre a fare terra bruciata è stata fatta terra insanguinata.

Poi ci sono altri fatti sorprendenti, come la prima Repubblica partigiana, nata proprio al sud, a Maschito, piccolo comune di origini albanesi, affondato allora nel latifondo.  Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre, i contadini guidati da un antifascista di sempre, Domenico Bochicchio, si ribellano si riuniscono discutono e decidono. Il loro paese diventa  Repubblica, cancella le leggi fasciste e adotta misure economiche e giuridiche contro il latifondo.  Nasce il 15 settembre e vive soltanto venti giorni quando Bochicchio viene arrestato. Commuove sapere che  quei contadini senza terra che avevano anticipato addirittura il futuro dell’Italia, erano  tutti analfabeti, tanto da dover coinvolgere un compaesano istruito, certo Giuseppe Guglielmucci, per poter redigere i verbali delle decisioni e renderle pubbliche.

Ho conosciuto Maschito come luogo solare, immerso in una natura ondulata verde di filari a vigna,   fitti di  grappoli neri che  aspettavano d’esser colti, per diventare un vino ormai famoso e richiesto, l’Aglianico del Vulture. La mia meraviglia e la mia emozione non si ferma al passato e al vino, ma è forte per merito della gente, studenti, professori, cittadini.  Mi hanno chiamata, sì, anche per testimoniare sulla resistenza nel nord e a Roma, ma per festeggiare i loro successi di ricerca sulla memoria.

Spinti da un concorso  dello SPI CGIL regionale, “Spiriti giovani, le generazioni ricordano” hanno ricostruito i fatti di settantadue anni fa con interviste e ricerche, confluite poi in un interessante e simpatico cortometraggio. Premio due diplomi, il nostro incontro e per ragazzi e professori un bel Viaggio di Istruzione a Cassino, non solo per l’Abbazia, ma soprattutto per l’Istoriale e le altre testimonianze di quella battaglia.

Aggiungo una nota sui luoghi. Natura bellissima dipinta a settori dal lavoro umano, con le pale eoliche che ormai ne sono parte, intervallata da zone di boschi per favole, tappeti incredibili di ciclamini,  i laghi a specchio di Monticchio e infine, la piana di Melfi, col suo bel castello in alto e la grande bianca fabbrica Fiat distesa nella piana.

Rionero in Vulture, 24 settembre 2015, corteo di popolazione studenti e autorità, per stradine e vicoletti ove il 24 settembre 1943 tedeschi e fascisti hanno rastrellato 14 persone, poi fucilate in piazza.

Rionero in Vulture, 24 settembre 2015, corteo di popolazione studenti e autorità, per stradine e vicoletti ove il 24 settembre 1943 tedeschi e fascisti hanno rastrellato 14 persone, poi fucilate in piazza.

Rionero in Vulture: sul luogo della strage e monumento ai trucidati.

Rionero in Vulture: sul luogo della strage e monumento ai trucidati.

Maschito, comune con origini albanesi. Qui sono tra il sindaco Antonio Mastrodonato e l’assessore alla Pubblica istruzione Antonia Mininni.

Maschito, comune con origini albanesi. Qui sono tra il sindaco Antonio Mastrodonato e l’assessore alla Pubblica istruzione Antonia Mininni.

Maschito sala consiliare: per la premiazione di un concorso per le celebrazioni del 70°della liberazione dal nazifascismo: Nicola Allegretti, segretario generale SPI CGIL Basilicata e a destra della foto il Dirigente scolastico Rocco Telesca , 25 settembre 2015.

Maschito sala consiliare: per la premiazione di un concorso per le celebrazioni del 70°della liberazione dal nazifascismo: Nicola Allegretti, segretario generale SPI CGIL Basilicata e a destra della foto il Dirigente scolastico Rocco Telesca , 25 settembre 2015.

Rionero in Vulture: al Centro Sociale “P.Sacco” incontro coi ragazzi delle scuole. Da sinistra Armando Urbino, presidente della sezione ANPI di Rionero, e alla mia sinistra il Sindaco On Antonio Placido e Maria Pinto presidente del consiglio comunale. 24 settembre 2015

Rionero in Vulture: al Centro Sociale “P.Sacco” incontro coi ragazzi delle scuole. Da sinistra Armando Urbino, presidente della sezione ANPI di Rionero, e alla mia sinistra il Sindaco On Antonio Placido e Maria Pinto presidente del consiglio comunale. 24 settembre 2015

In festa coi ragazzi di Maschito nell’atrio del palazzo comunale.

In festa coi ragazzi di Maschito nell’atrio del palazzo comunale.

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Per Piazza del Quirinale

Ecco il testo che ho letto il 25 Aprile a Piazza del Quirinale. Potete vedere tutto il bel programma che è andato in onda su Rai 1 qui.

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Il mio nome di battaglia era Annuska. Ero soldato semplice. Facevo la staffetta.

Avevo una bicicletta azzurra che mi avevano regalato mamma e papà perché avevo bei voti a scuola. Una bicicletta sportiva con tre cambi. Il mio compito era accompagnare i capi partigiani per farli incontrare. Inoltre, dovevo anche trasportare i volantini per la propaganda. Li nascondevo nella controfodera dei libri. Quelli più piccoli invece li mettevo alla base delle mie trecce. Allora portavo le trecce e avevo i capelli castani.

Sono stata riconosciuta partigiano combattente.

All’inizio mi mancavano sette mesi ai diciassette anni. Alla fine mi  mancava mezzo anno ai diciotto.

Combattevo per ribellarmi alla guerra. Lo so che sembra strano fare una guerra per ribellarsi alla guerra. O ribellarsi a quell’ordine insensato “credere obbedire e combattere”. Non volevo più credere. Volevo sapere. Volevo combattere per non avere più città distrutte, ragazzi al fronte che muoiono, civili massacrati, donne, bambini vecchi per i quali un pezzo di pane era diventato un sogno.

Non volevo che qualcuno  dicesse mai più “cosa ne vuoi sapere tu che sei una donna”. Le donne… erano “niente, anzi, meno di niente” come diceva mia madre.

In quelle terre reggiane, tra il Po e la Linea Gotica, quei mesi sono stati duri.

Nel mio paese, 6 mila abitanti, 271 partigiani riconosciuti, di cui 32 donne. 11 partigiani morti tra cui una donna, un prete, don Pasquino Borghi, fucilato alla schiena, un caduto a Cassino col corpo italiano di liberazione, 12 morti nei campi di prigionia e tanti feriti e decorati.

Abbiamo ottenuto quello che sognavamo? Sì. I diritti. Abbiamo la Costituzione.

Cosa lasciamo alle ragazze e ai ragazzi di oggi?  Lasciamo la libertà e anche una canzone, “BELLA CIAO”.  Bella Ciao è la nostra canzone.

Lo sapete, lo sappiamo che quelle note sono venute dopo, a guerra finita.

L’abbiamo accolta però come nostra.

Mi sono chiesta perché  l’abbiamo adottata di slancio.

Intanto perché è una canzone TROVATELLA, nata  nel mistero.

E poi perché non è GUERRIERA. Noi non eravamo guerrieri.

E’ una canzone di AMORE . Dice portami via , portami via con te.

E’ una canzone di realismo. Sa che si può morire.

Ma se si muore, niente medaglie o monumenti, solo un bel fiore. Fiore di montagna. Quella montagna che ci sembrava ostile ma che si è fatta amica, quasi simbolo di orizzonte senza confini  o  frontiere,  dove tutto è pace , dove la bellezza tocca il cielo.

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E’ appena passato il 25 aprile, che molti non sanno nemmeno che festa è.

A Roma non è stato un bel giorno.

Giustamente il Presidente, il Governatore e il Sindaco, con reparti solennemente schierati, erano   all’altare della Patria a rendere omaggio ai combattenti e ai morti, che nell’occasione sono chiamati caduti. Stavolta non sono i caduti della prima guerra, ma quelli dell’ultima. Quell’ultima che qualche superstite, – e ci sono anch’io – ancora c’è. Tutto giusto, tutto dovuto. Come giusto e dovuto è il ricevimento al Quirinale per i protagonisti o  i rappresentanti di quei generosi.

In contemporanea, alla Piramide, cioè a Porta San Paolo, da dove sanguinosamente tutto è cominciato settantuno anni fa, arrivava il corteo in ritardo causa incidenti lungo il percorso. Dal  palco soltanto letture di messaggi, interventi estemporanei e caotici, canti stonati di Bella ciao. Nella piazza bandiere rosse di rifondazione, bandiere con la stella di Davide delle brigate israeliane, striscioni  pro Palestina, magliette no-tav.

Invece di tutto questo avrei voluto  lunghe file di persone e ragazzi per entrare a Via Tasso, Museo della Liberazione, o alle Fosse Ardeatine, o a Forte Bravetta o a Via Rasella. Un pellegrinaggio di gratitudine e di conoscenza, una lezione di storia, un insegnamento della memoria, un contrasto all’oblio e alle distorsioni di parte. Da farsi anche nei luoghi e nei quartieri dove c’è molto da ricordare e spesso da scoprire.

Non è più tempo di cortei e di comizi, specialmente quest’anno. Cortei e comizi sono riti ormai vecchi, che servono soltanto ad attirare gruppi e gruppuscoli che vi si insinuano soltanto per guadagnare qualche visibilità e creare problemi. Così che stampa e TV parleranno solo di tafferugli e battibecchi   e resterà oscuro il significato di quella data e i valori che rappresenta.

Così è andata. Con spreco di forze e frustrazione.

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Nel frattempo, tra la Pasqua, la grancassa dei quattro Papi, e l’attesa del primo maggio, prosegue la corsa del governo Renzi verso le Riforme e proseguono le polemiche dei tanti azzeccagarbugli e perfezionisti che pretendono modifiche a quei progetti.

A quelli del PD, capeggiati da un  erto Vannnino Chiti, voglio fare un bel complimento. Sono riusciti a rallentare il percorso e a portarlo a dopo la data delle votazioni europee. Sarebbe niente, a confronto dei vent’anni e più che di queste riforme se ne parla senza far nulla. Ma diventa tanto per i disillusi della politica, per quelli che “tutti sono uguali”, per gli indecisi che vorrebbero sperare, per i grillini.  Tutti quelli che in mezzo a tante polemiche oscure capiscono o temono una cosa sola.

Ed è questa. Inutile sperare, tanto anche Renzi non ce la farà, non vedete che  lo fermano persino quelli del suo partito?

Cari perfezionisti, ne siete felici?

E dire che proprio contro il disamore per la politica dovevamo ripartire. Intanto vi siete messi in mostra. Si vede che non vi bastavano le discussioni interne, le commissioni, i gruppi, o  che altro.

Spero soltanto che Renzi e tutta la sua squadra rintuzzino ogni dubbio, non con le parole, ma col ritmo lodevole e straordinario del loro lavoro. Combattenti delle riforme. Ribelli della palude.

Coraggio a  voi e a noi.

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Sulla data del Primo Maggio ho ripensato a mio padre.

Nella registrazione dice. “Sono andato alle quattro di notte a seminarli alla Madonna della Battaglia, quei bigliettini.”

Quei bigliettini erano i volantini che ricordavano i diritti dei lavoratori, nel primo maggio del 1932, decennale della salita al potere di Mussolini.

Per aver “seminato” quei volantini vicino a Canossa , dove quel primo  maggio cadeva in un giorno di Fiera,  mio padre si è fatto sette mesi di prigione durissima. E mia madre, con mio fratello appena nato e me piccola, si è fatta sette mesi durissimi di lavoro fatica e miseria. Che non c’era nemmeno tempo di piangere.

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Se non ora….adesso!

Donne in carriera, foto di Corrado Truffi

Donne in carriera, foto di Corrado Truffi

 

Se non ora, adesso.  Quasi non ci credo.  Che il soffitto di cristallo si sia un po’ rotto,  che ci siano tanti ministri quanto tante ministre, che le capolista alle europee siano tutte donne nel pd.

Che quell’onda indignata delle piazze di se non ora quando sia arrivata finalmente, non a parole, non a cortei, non a dibattiti, ma nei fatti?  Fatti e persone.  Ci voleva un Renzi e la sua squadra per tanta rivoluzione? Dopo tanta chiacchiera? Demagogia a ufo? Teoria a vuoto?

Ora un fatto, una chiarezza. Ecco, una donna ministro della difesa, per esempio. Con tutti i soldati sergenti  ufficiali colonnelli o generali a doverla seguire. Con cuore di donna e competenza di persona.

Poi le ultime promozioni. Quelle donne inserite in alto, alle aziende pubbliche, non per bellezza o per genere, ma a giocarsi quella competenza e a sostenere i previsti impietosi esami.  Perché tutte, quelle e queste, non avranno sconti, non  saranno mai perdonate nemmeno per un bruscolino.

Tuttavia, oggi, care amiche di email di sms o di blog, godiamoci questo momento. Nei fatti  sentiamo di essere ad un passaggio decisivo. Finalmente siamo diventate  persone, cittadine, cervelli e competenze, alla pari, anche se diverse, a tutti i compagni dell’altro sesso.  Non è più il tempo di mia madre che si ribellava al non contare niente, anzi, meno di niente solo perché donna.

Senza dimenticare che il mondo vicino e lontano ha ancora un piede nel medioevo. Pregiudizi, diffidenza, ignoranza, voglia di considerarci loro proprietà e loro divertimento. Ce n’è fin troppa di questa zavorra. È cronaca nera o quasi nera. Non si finirà mai di  lottare. Non più da sole, però.  Noi per tutti e tutti  per noi.

 

Radici nella Resistenza

Sarà per questo risveglio di interesse sull’altra metà del cielo che si cerca di riacciuffare le verità sull’apporto femminile alla storia di settanta anni fa.  In RAI si parlerà del 25 aprile dalla parte delle donne. La sera di questo venerdì di festa,  su TVsette del GR1 in seconda serata andrà in onda un documento indagine, firmato da Grazia Mazzola, valente giornalista di inchiesta.  Non perdetelo.  Ne uscirà uno sguardo diverso che arriva ad oggi e va avanti.

 

Scuole e insegnanti

Parlando di donne ho riflettuto su quelle che mi stanno attorno. Sono immersa in una bella realtà femminile che va sempre più affollandosi. Ogni volta che vado nelle scuole incontro insegnanti che mi suscitano ammirazione e simpatia. La scuola, veramente, si regge su di loro. Anche sui pochi insegnanti maschi, in verità. Con le donne  è inevitabile e meraviglioso diventare amiche.

Al quartiere Boccea, insegna Francesca, che ha organizzato tre giorni di incontro storico, letture, riflessioni, visite e viaggi. In quella scuola Renzi Matteo e Renzo Piano avranno un bel po’ da fare.  In diverse aule non  si poteva entrare, perché inagibili.  Mi  aveva colpito un cartello appeso a una porta, con su scritto a pennarello : “Non entrare! Ci piove!”  Era l’aula per le lezioni di musica. Gli strumenti stavano addossati al muro della sala grande accanto.  Ho commentato che almeno avevano una bella dotazione, anche un pianoforte a coda. La risposta è stata. “E’  grazie ai genitori. Se abbiamo qualcosa in più è tutto per merito dei genitori”.  Ho ricordato che anch’io, alla mia scuola, tanti anni fa, avevo al centro dell’aula un bel secchio per l’acqua dal soffitto.

Una nuova amica è Giuliana, che insegna a Tor Bella Monaca, scuola media Ilaria Alpi. Tra i ragazzi problemi di ogni tipo, famiglie con situazioni di ogni tipo. Eppure, quelle tre classi, sono state non solo attente, ma ricche di domande  dette a voce oppure scritte. Qui insegnare è affrontare la realtà. Ho detto altre volte che insegnare è operare su diversi piani. C’è il contenuto culturale, volgarmente chiamato didattico. Poi bisogna tenere conto di tutto, tenere insieme tutto. Organizzare i tempi, trovare accenti e contenuti coinvolgenti, cogliere  stanchezze o chiusure, e, alla faccia della privacy, tener conto di ciò che c’è fuori e cosa c’è stato prima. Qui, oltre la cultura, serve la psicologia, la generosità, la sociologia e persino  la politica.

In aiuto a queste persone coraggiose, vorrei che si facesse qualcosa per le  aule dove ci piove e  per le  scuole  che tamponano le falle sociali.  Vorrei che gli insegnanti, oltre ai problemi di registri burocrazia  e regole, avessero anche loro una speranza per poterne regalare un po’ anche ai ragazzi.

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Foto di r2hox

Foto di r2hox

 

Si avvicina il giorno della memoria. Io sarò in due luoghi, belle manifestazioni accanto a storici e studiosi.  Spero con tanti ragazzi e tanta gente.  Ricorderemo le radici del nostro presente. In quelle radici ricorderemo ancora una volta che ci sono le folle degli ebrei sterminati, poi ci siamo noi – ragazzi della prima metà del secolo scorso – che ci siamo  buttati in quella speranza sanguinosa. Ma ci sono anche i rom e gli sinti uccisi nei campi, e tutti i diversi che sono stati offesi torturati e uccisi per la loro diversità, sessuale come i gay, ideale come i comunisti, o fisica, come i disabili.

Sono felice di sapere che i bravi giovani dell’Anpi di Jesi hanno in programma di proiettare un filmato sullo sterminio dei Rom e dei Sinti nei campi. Titolo del filmato “Porrajmos”, nel caso qualcuno lo volesse rintracciare. Hanno anche trovato notizie di dodici partigiani Rom e Sinti martiri o protagonisti della guerra di liberazione e di un Battaglione partigiano, composto tutto di Sinti italiani fuggiti dal campo di concentramento di Prignano sul Secchia (Modena) che operò nel mantovano e che aveva nome “I leoni di Breda Solini”.

Queste le radici.

Che è bene conoscere e far conoscere. Ma che è indispensabile che abbiano anche tronchi, rami e  fronde. Le fronde sono il nostro  presente. Non le vedo ne’ molto rigogliose ne’ verdeggianti e sane.

Ci vedo un po’ di gemme che chissà se germoglieranno.

Oggi tutta la polemica è su Renzi e le sue riforme, cioè sul progetto di cambiamento. Sul Berlusconi resuscitato oppure umiliato. Ho sentito Scalfari, anche lui come me ex ragazzo nato nella prima metà del secolo scorso. Come tanti che fanno “fronda” in questo momento, si crogiola nel giudizio antico di Berlusconi pregiudicato e condannato col quale non si dovrebbe nemmeno scambiare un buon giorno. Anche a me Berlusconi fa ribrezzo, e non solo come appassionata di politica e di quei rami che dovrebbero venire da quelle radici. Mi fa ribrezzo anche come donna, a nome delle altre, amiche nuore o nipoti. Credo che tutti quelli che alzano questi lamenti dimenticano che il pane si può fare  solo con la farina che si ha. Con quella che c’è.  E se la nostra è scarsa e non può venirne nemmeno una pagnotta, bisogna andare all’altra madia. Ricordando,- a proposito di memoria corta – che se la farina è scarsa, se i voti non li abbiamo, è colpa o insipienza o incompetenza di qualcuno della nostra parte.  Non trattare, non cercare una rischiosa pericolosa e poco compresa via d’uscita, significa rinunciare ancora alle riforme, – non solo a quella elettorale, che nella mia scala di valori viene dopo, – ma soprattutto a  quelle descritte per prime da Renzi sabato dopo l’incontro, cioè quella del Senato e quella dei finanziamenti regionali e dintorni.   Chi strilla allo scandalo, dimenticando che con il caimano ci stava già nel governo delle larghe intese, significa che vuole rinunciare ad andare avanti. Vuole non provarci nemmeno.

Io sto con Renzi che ha la sfrontatezza, cioè il coraggio, di giocarsi la faccia e la testa. Queste le sue stesse parole. Noi per il cambiamento ci giocavamo la vita o le torture o la fame e il freddo, più la paura.

Ricordo anche che moltissimi anni fa la mia conterranea Nilde Iotti, in un filmato storico andato in onda l’altro giorno su Rai 3, eletta a presiedere la Camera, affermava di ritenere necessaria una riforma che correggesse la anomalia del bicameralismo, cioè auspicava  l’abolizione del Senato o la modifica radicale delle sue funzioni, non più identiche a quelle della Camera dei Deputati.

È da allora che se ne parla. Da allora!

Tutti questi anni a fare parole e a non giocarsi nulla. Né la faccia, né la testa, né il posto in uno di quei due comodi rami del Parlamento e  nemmeno nelle sedi politiche, o nelle tante palestre di dibattiti, scritti o strillati,  palestre che ancora oggi funzionano sempre ad alto volume.

sempre r2hox, sulla memoria

sempre r2hox, sulla memoria

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