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Archive for the ‘Scuola’ Category

Carissimi, se ne avete tempo e voglia, potete ascoltare qualcosa.

L’aula magna era gremita, le ragazze e i ragazzi hanno seguito la mia testimonianza con grandissima attenzione, il prof, Lorenzo Cantatore ha indicato la possibilità  di visionare i documenti del nostro lavoro presso il MusEd.
La cara Francesca Borruso che ha incarichi sia nel dipartimento che nel MusEd è stata protagonista e promotrice. Tra i nuovi amici ora posso contare anche il prof Fabio Bocci, che è il coordinatore del dipartimento.
Cosa volere di più?
C’è solo da augurare che anche in Italia la scuola venga considerata una priorità anche finanziariamente, ma soprattutto come istituzione fondamentale del vivere civile.

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Essere dinosauri, forse

Sentirsi l’ultimo dinosauro in via di estinzione può essere eccitante, divertente oppure tragico. Noi ex partigiani combattenti stiamo tutti per andarcene, qualcuno con la mente se ne è già andato.
Questo pensiero come premessa al racconto della mia visita ad una scuola di Roma-periferia, l’ Istituto ITIS “Verne-Magellano” di Acilia. Chi non lo sapesse, si tratta di una borgata o quartiere non lontano da Ostia.
La scuola grande, non bellissima ma funzionale, che emerge in un ambiente verde tutto di casette piccole e dignitose, stradine quasi campagnole, da traffico familiare. Forse non è un quartiere ma nemmeno una borgata. E’ Acilia, una delle tante variegate fette o mosaico di ciò che chiamiamo Roma.
Dentro la scuola, una vivacità e una attenzione da non credere.
Potete guardare le foto, che forse raccontano più delle parole. Mi è stato riferito che il giorno dopo un ragazzo di quinta ha detto che per lui è stata la lezione più interessante che ha mai avuto. Spero sia vero. In ogni caso è stata sicuramente una lezione diversa.
Ho risposto a tutte le domande di ragazze e ragazzi, mi sono collegata al racconto della dirigente Patrizia Sciarma che ha raccontato di un prete suo conterraneo marchigiano trucidato dai tedeschi, ho risposto sulle paure sui momenti tragici, su cosa in concreto si faceva in pianura e anche in montagna. Ho ricordato il mio prete partigiano Pasquino Borghi fucilato alla schiena assieme al mio comandante Angelo Zanti comunista. E non so quanti altri racconti delle mie compagne arrestate torturate e stuprate, Delle pur presenti allegrie, delle storie d’amore di quella generazione vissuta in tempi così neri e disgraziati.
Grazie alla cara Romina Impera, alla intraprendente e dolce Chiara Rovan e alle nuove amiche insegnanti autrici e protagoniste dell’incontro di memoria. Vi hanno inserito interessanti brevi filmati, qualche lettura e immagini in video. Il tutto,per ricordare un’epoca che sembra lontana ma che è all’origine del nostro presente e per compensare una scarsità di notizie e nozioni. Sono state due ore effervescenti, in una grande aula auditorio, tanta gioventù proiettata a professioni moderne, turistico, sanitario, linguistico, industriale. Ragazzi cittadini d’Europa e del mondo, sia per provenienza concreta sia per mentalità nuova, aperta ad un mondo che non ha confini . Lezione ancora più importante in questi giorni, che ci vedono impegnati a frenare e contenere quei tragici rumorosi e violenti drappelli che osano invocare nuovi confini e nuove esclusioni.

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Una aggiunta – e qualche video

 

Ripensando all’incontro al MusEd, devo fare qualche aggiunta e qualche riflessione.

L’aggiunta riguarda il Direttore del MusEd, Lorenzo Cantatore, che oltre a guidare il Museo, è professore ordinario di storia della pedagogia  e letteratura per l’infanzia all’università di Roma Tre.
Forse è per merito del doppio incarico che questo giovane docente ha impresso al museo la caratteristica di museo attivo, in cammino, in corsa.  Niente muffa e nemmeno ragnatele, ma iniziative. Il pubblico non si aspetta, si sollecita, si chiama.
Ecco perché già si pensa a riflettere in grande sulla didattica. Che non riguarda soltanto la scuola dell’infanzia o primaria.  I modi dell’insegnare riguardano tutti i livelli, dalle medie alle superiori e forse  oltre. Ripenso al bel libro della Emma Castelnuovo sull’insegnamento della matematica, che tanto mi è stato utile anche se rivolto alle scuole superiori. Senza contare l’atteggiamento del docente, l’empatia, la fiducia da coltivare. E l’apertura al mondo reale, ai problemi veri, alla società. Formazione, significa formare dei cittadini, non riempirli di nozioni.  Tanto più importante ora, che è in atto un degrado della coscienza collettiva, un fascino della cattiveria e della violenza.  Soltanto i valori alti della democrazia e della cultura ci potranno portare ad una migliore Europa e ad  un più pacifico mondo.
Tutto questo per dire grazie a questi docenti del MusEd e all’intraprendente Lorenzo: Il quale al seminario dell’altro giorno ha parlato poco,  soltanto l’essenziale,  perché già ha lavorato molto e molto ancora ne prepara.
Ancora una riflessione. Da Reggio Emilia arriva un entusiasmo per questa valorizzazione di una esperienza speciale. Questo nell’onda del ricordo commosso di un insegnante speciale quale è stato Sergio Lusetti, tanto rimpianto.  Ed anche perché per la didattica Reggio è al massimo dell’innovazione. Troppo poco si parla di “Reggio Children”, quella metodologia che nasce dalla realtà e serve a creare il senso del dovere e il rispetto delle regole. E ditemi se non ce ne è bisogno!
Ancora arrivano a Reggio dal mondo docenti e studiosi ad imparare. Anche la scuola “Italo Calvino” co-protagonista delle nostre settimane di scambio, è nata come erede e continuazione del metodo “Reggio Children”.  La mia collega insegnante Gina Trezza ci affiancherà nel collegamento. E tutta la scuola, ora con insegnanti nuovi ma con spirito aperto, sarà col MusEd nella stessa missione.
Tanto per dimostrare che le innovazioni in campo educativo arrivano sempre dal basso, da gruppi di intellettuali come i protagonisti delle scuole dell’Agro Pontino,  o da singoli insegnanti di periferia e qualche volta da studiosi come la Montessori, o Lombardo Radice o Mauro Laeng. E persino dalle donne dell’UDI del reggiano che nel dopoguerra hanno inventato gli asili per i figli delle mondine e vi hanno seminato le basi da cui sono partiti Rodari e Malaguzzi  per le più dignitose e complesse scuole di “Reggio Children”,
Guardiamo avanti e guardiamo alto, contro le bassezze del momento e contro la dimenticanza del passato.

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Mercoledi 15 maggio a Roma, Università degli Studi ROMATRE, Dipartimento delle scienze della formazione, nelle stanze del MusEd, Museo della scuola e dell’educazione, è stato illustrato il lavoro dei miei scolari e mio di tanti anni fa.  Sono ancora sopraffatta dall’emozione, ma ho il dovere di completare l’informazione e di rimediare alle dimenticanze.

Ora posso elencare le presenze. Prima di tutto quella che ci collegava a Reggio Emilia, la città delle settimane di scambio. Era presente il professor Roberto Zanoni, che è il nipote del maestro Sergio Lusetti. Il Prof. Zanoni è ordinario di chimica alla Sapienza, ma ancora legatissimo alle radici reggiane e ai protagonisti di quel particolare gemellaggio, anzi settimane di scambio, che abbiamo vissuto. So che ha già mandato le foto e le notizie.
Prima di ricordare gli interventi, voglio elencare le presenze, molte a sorpresa.
Tra  i ragazzi del gruppo “Senza Paura” erano presenti addirittura alcuni genitori. Mi si sono presentati il papà e la mamma di Giovanna Capitanio, impossibilitata a venire. ” Al suo posto abbiamo voluto venire noi, papà e mamma”. Non li avrei riconosciuti, sebbene ancora bellissimi. A proposito,   dovrei anche raccontare qualcosa sui padri dei miei ex alunni, protagonisti anche loro di quella avventura.
Con Liliana Pesoli, che pur di venire ha stravolto un suo già pagato viaggio, si è presentata assieme alla madre e alla sorella. Il suo intervento in poesia me l’ha regalato trascritto  su elegante pergamena, bellissima. Spero di poterla pubblicare.
Erano presenti alcune mamme della classe del viaggio a Reggio,  quelle che tanto hanno collaborato. C’era la mamma di Ernesto, il giovane papà che vive e lavora a Barcellona. Poi la mamma di Nicoletta, Assunta,  esperta e guida nel creare le bambole di pezza per le bimbe reggiane. E ancora c’era la mamma di Raffaella D’Angelo, la dolce e bionda ragazza che ancora mantiene legami e contatti con gli antichi compagni di classe, sia vicini che lontani.
Devi citare le presenze dei ragazzi, cioè quelli non previsti nella scaletta dei lavori.  Mi sono trovata dinnanzi non più ricciolina e ora senza occhiali, la cara Cristina di Pilato, che compare, bimba, nella foto della locandina. E’ impiegata in uno studio legale. Poi Raffaella d’Angelo, la dolcissima e ancora biondissima che la prima notte a Reggio Emilia ha confessato di aver sentito un po’ di malinconia, e che lavora all’aeroporto di Ciampino. Con lei è intervenuta Marianna Rossetti. che se ne è andata un po’ prima della fine per  prendere i figli a scuola. Ed ancora ho potuto abbracciare il fantasioso Gianfranco D’Ingegno, ora autorevole psicologo impegnatissimo e motivato.
Altre presenze, quelle di insegnanti colleghi. Laura Dragoni, che da esperta Isef mi ha sempre aiutato in palestra e, dopo, da insegnante parallela nella didattica al tempo pieno. Ed anche Lina Del Curatolo, insegnante alla scuola Media, con la quale si è lavorato insieme per le ricerche e le mostre di “Roma Barocca” e “Roma come un libro”, con  Alberta Campitelli.
Ed ora dirò degli interventi.
Importante e in apertura, l’introduzione del Direttore del dipartimento di Scienze dell’Educazione, professor Massimiliano Fiorucci.(che poi ha voluto la dedica sul mio libro dei racconti),
Breve e filosofico l’intervento di Sandro Portelli, che ha collegato l’esperienza di guerra con quella di insegnante.
Più didattica e articolata la ricca riflessione di Ermanno Detti, direttore di “Articolo 33” e “Il pepe verde”. Gli sono grata perché è lui che ha segnalato al MusEd la nostra avventura.
Molto profonde, anche se concentrate, le relazioni delle docenti universitarie del MusEd,  Carmela Covato,  Francesca Borruso ed Elena Zizioli. Hanno sottolineato la caratteristica femminile, le pagine di un diario e le potenzialità dei materiali archiviati.
Vivissimo e affascinante il racconto di Alberta Campitelli, che è ancora una autorità nell’ambito dei beni culturali e delle ville storiche italiane europee e del mondo. Ha ripercorso quelle esperienze, quei programmi, quella epoca culturale e innovativa del comune di Roma, con i suoi Petroselli sindaco e Nicolini assessore.
A conclusione ed in cima per interesse e concretezza, i quattro interventi degli ex scolari:  Andrea Borrelli, ingegnere, che ha raccontato il viaggio a Reggio;  Nicoletta Lalli, avvocato, che ha fatto una bella e completa riflessione sui dialetti e il bilinguismo; Liliana Pesoli che  il suo emozionante ricordo ce lo ha letto in rima; e Franco Sollazzi, ingegnere, che a braccio ci ha fatto ripensare al valore formativo ed educativo nell’accostarsi agli amministratori, sindaci o dirigenti locali, che hanno in mano le sorti e le scelte della collettività.
Ed ecco, cicliegina sulla torta, la lettura dei tre messaggi arrivati da lontano. Floriana Corlito col suo bel viso e la sua bella voce da attrice, ha dato vita ai messaggi di Ernesto Monacelli che ora vive e lavora a Barcellona dopo anni di esperienze europee, londinesi e germaniche. Più lontana è la voce di Fabrizio Terenziani, della classe più antica, quella di “senza Paura”,  che scrive dal Lussemburgo, ove vive da oltre vent’anni .  E infine l’emotivo saluto da Bologna dell’ex timido Fabio Pepe, che le sue competenze informatiche le esercita accanto alla moglie maestra e alla figlia preadolescente.
E’ mancato il messaggio di Laura Leucci, dalla provincia di Varese, mamma da pochi anni, che fino all’ultimo ha cercato di venire di persona, ma che all’ultimo non ce l’ha fatta. Ci scriveremo.
Con questi ricordi vivi e caldissimi si chiude questa tappa. I dirigenti del Mused e del Dipartimento ci danno appuntamento per l’autunno, quando si guarderà più in grande, in un convegno sui problemi della didattica, della formazione e della cultura di un popolo. A questo punto mi sono detta felice, ho ringraziato e ho raccontato della “medaglia di cartone”
In quegli anni di così nuove e faticose attività, qualcuna delle colleghe aveva sentenziato che alla fine avrei meritato una medaglia di cartone.
Ho detto che questa di oggi è la mia medaglia di cartone. Quella medaglia, inaspettatamente, è arrivata. Ne sono felice. Avrei dovuto precisare che la medaglia spetta prima di tutto  ai ragazzi e un po’ ai loro genitori, ed anche  a chi ci ha aiutato, a chi ci ha compreso. Forse ce la siamo meritata, ma tutti insieme, nessuno escluso.
Insomma, ora andiamo avanti, ancora senza paura, e ancora con entusiasmo.
Devo aggiungere che nel frattempo sono arrivati due messaggi da Reggio Emilia che solo più tardi ho potuto leggere e che ora trascrivo.
Da Gina Trezza, ex insegnante della scuola gemellata di Reggio Emilia:
Noi insegnanti della scuola Italo Calvino di Reggio Emilia, felici che il lavoro scolastico del maestro Sergio Lusetti, uno dei fondatori, sia conosciuto ed apprezzato, siamo convinti  che la memoria sia un prezioso giacimento culturale che arricchisce il presente e contribuisce a costruire un futuro migliore. Viva la scuola”.

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Mimma

L’8 marzo sul sito di Repubblica è stata pubblicata in video e con un articolo, la storia di Mimma, Francesca Del Rio, una partigiana che ha saputo resistere alle molte torture ed ha continuato a lottare.

Le cosiddette visualizzazioni  sono state tantissime, addirittura 14 mila e 500,  superando tutti  il contemporaneo argomento TAV.  Potenza della rete! Potenza  e importanza del ricordo!

Intanto il 9 marzo,  nei luoghi dove Mimma ha vissuto e lottato, è stata dedicata una piazza al suo nome e al suo ricordo. A Bibbiano, provincia di Reggio Emilia, una affollata cerimonia ha inaugurato il luogo, che è simbolicamente il centro  della socialità e della collettività del posto. Tra la scuola dell’infanzia, il Centro Diurno per gli anziani  e il complesso delle scuole dell’obbligo, quel nome e quella qualifica di staffetta partigiana,  ricorda a tutti che i diritti dei bambini, la bellezza della cultura, il valore  dell’uguaglianza. ed in più la cura e l’attenzione per gli anziani, sono conquiste che partono proprio da quelle storie, dalla storia e dalla lotta di Mimma e di tutte le sue compagne e compagni.
Alcuni dei quali erano presenti, perché si tratta soltanto di una generazione fa.
Era presente  mio fratello Orio, che, tredicenne,  mandavo da Mimma   con ordini e volantini. Erano presenti Tommaso Fiocchi e Giuseppina Viani, compresi in quell’elenco che riconosce come combattenti della libertà 271 bibbianesi.  Mimma non era tra le 32 donne di quel paese, perché apparteneva al vicino paese di San Polo d’Enza.  Tra l’altro non si era fatta riconoscere tutti i mesi della sua militanza che risalivano alla primavera del ’44, ma risultano soltanto i mesi in montagna dopo la sua fuga dal carcere di Ciano, cioè da gennaio ad aprile del ’45.
Intitolare un luogo ad una persona esemplare, significa valorizzare una storia che riguarda tutti. Mimma è stata combattente per la libertà di tutti. Ha patito le torture intime  che dalla notte dei tempi sono arma di guerra sul corpo delle donne, ricordate dal premio Nobel per la pace dell’anno appena passato.
E’ significativo che per la cerimonia ufficiale sia stata scelta una data vicina all’8 marzo perché il cammino non  si conclude con la fine della guerra.  Faticosa e lunga c’è la  ricostruzione, la rinascita. Mimma, come tante altre donne, ha lottato per i diritti, prima di tutto  il diritto alla cultura, che lei ha affrontato  alle scuole serali, da lavoratrice e da madre .
Il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, ha aperto la festosa e affollata cerimonia. La cosa più bella è stata la presenza di tanti ragazzi e ragazze. Sono stati loro a reggere le  bandiere , attuali e storiche, recuperate e preservate.  Sono stati loro a leggere l’emozionante racconto di Mimma, registrato e trascritto da una classe terza media di anni fa.  Racconto-intervista di cui ha parlato l’insegnante di allora, la professoressa Ives Arduini, facendoci conoscere una Mimma semplice e dignitosa, ancora sofferente per l’impossibilità di dimenticare.  Il testo di quel racconto ai ragazzi, pubblicato  a suo tempo, è allegato a tutti gli altri documenti presentati a corredo della proposta di onorificenza a Mimma, proposta ancora ferma al Ministero degli Interni.
Presenti e dignitosamente commossi, i due figli di Mimma, arrivati da Parma.
Accanto a me la ricercatrice  Raffaella Cortese De Bosis,  ha raccontato la fatica e gli ostacoli per reperire i documenti da allegare alla richiesta di onorificenza.  Conoscere certi particolari sulla condizione degli archivi,  fa pensare alla volontà di nascondere certe prove anziché  preservarle. E non si tratta solo degli armadi della vergogna.
Importanti e significative altre presenze. Dagli altri comuni  che sono stati i luoghi di lotta di Mimma, sono venuti  i rappresentanti dei sindaci  che hanno sottoscritto la richiesta di onorificenza a Mimma.  Altrettanto presenti i dirigenti e amici delle associazioni ANPI, provinciali e locali, con la delegazione da San Polo, guidata da Sulpizio, ex sindaco e figlio del comandante Guerra, del quale ho tanti ricordi.  E, a mio conforto, un bel gruppo di insegnanti anche dai paesi vicini, che ho conosciuto in questi anni.
A conclusione mio fratello, ex sindaco per due consiliature e  attuale organizzatore di memoria, ha informato sulle iniziative che spiegano la presenza di tutti quei giovani e giovanissimi. A fine mese la visita a Firenze al Cimitero degli  alleati e a maggio il solito viaggio della memoria a Mauthausen, che quest’anno si ripete per la ventiquattresima  volta!
Nella bella giornata di primavera, il canto Bella Ciao sostenuto in prima voce da una ragazza,  ha dato un’onda di festa e di speranza.

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Sono felicissima di far conoscere una vicenda straordinaria che mi è successa.

Con Lorenzo Cantatore

La consegna dell’archivio

Il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre, ha accolto nelle sale del suo Museo storico della didattica, la documentazione del mio insegnamento, raccolto nei numerosissimi giornalini scolastici.
Si tratta di otto voluminosi raccoglitori coi lavori di otto anni di insegnamento, che testimoniano la validità  del giornalino scolastico, la didattica dei beni culturali, la eccezionale esperienza delle “settimane di scambio”.
Li ho consegnati martedi 26 febbraio scorso, accompagnata dai miei figli e da uno dei nipoti. Ad accogliermi il Direttore del Museo Lorenzo Cantatore, e i professori Francesca Gagliardo, Giampiero  Maragoni, Carmela Covato, Chiara Meta, Francesca Borruso ed Elena Zizioli.  Non poteva esserci miglior atmosfera di interesse e di condivisione. Lunghe ore di dialogo e di progetti.
E’ un riconoscimento che mi ha emozionato anche perché inatteso.  E’ quasi incredibile che le mie fatiche possano essere a disposizione dei laureandi e dei curiosi, accanto ai documenti della grande Maria Montessori, e di Giuseppe Lombardo Radice, Antonio Labriola, Mauro Laeng, Ruggero Bonghi. Accanto alle foto e agli oggetti degli eroici pionieri delle scuole dell’Agro Romano e delle paludi pontine con Sibilla Aleramo e Duilio Gambellotti. E vicino all’archivio ricchissimo di  Mario Alighiero Manacorda, come di Albino Bernardini e di Marcello Argilli.
Visitando le ricche raccolte di oggetti libri arredi  fotografie che fanno la storia della scuola dall’unità d’Italia in poi, si è catturati dall’interesse, dall’emozione e dalla sorpresa.  Il nostro diritto allo studio sancito dalla Costituzione, ha un cammino difficile e purtroppo relativamente breve. Ci si accorge che  va di pari passo con i grandi diritti sociali e politici e al principio di eguaglianza.
Mi sono chiesta da dove ho attinto per insegnare in quel modo. Cioè che nessuno deve rimanere indietro. Che ci si deve aiutare, cioè la classe è una comunità dove il successo di uno è il successo di tutti.  Dove il mondo esterno ci interessa e ci riguarda. Dove il passato è da conoscere partendo dalla storia dei genitori e dei nonni. Dove la comunità più grande, cioè l’Italia ha il suo cammino leggibile nei suoi monumenti , nella sua civiltà e per fortuna nelle sue bellezze. Dove il valore più grande è la comprensione reciproca e quindi la pace tra i popoli, e la  comunione con gli stati vicini nell’area europea.
Pensandoci a posteriori sono gli ideali della Resistenza come l’ho vissuta io. Del pacifismo di mio padre, reduce della prima guerra mondiale.  Dei sogni del “sol dell’avvenire” di novecentesca memoria. Della ribellione di mia madre donna che si sentiva sminuita e limitata. Del mio doloroso ricordo della miseria anteguerra e dopoguerra, dell’umiliazione delle mie coetanee impossibilitate ad andare a scuola e quindi giudicate inferiori perché non istruite. Delle ingiustizie e delle prepotenze che le donne e gli uomini più poveri, nelle campagne o nei borghi, dovevano sopportare da parte dei potenti, padroni o caporioni fascisti.
E senza parere mi hanno aiutato anche le esperienze lavorative che ho affrontato con  maggiore o minore buona volontà negli anni prima dell’insegnamento, cioè negli anni in cui a Novara, con spasmodico impegno e un po’ di presunzione, sono stata redattrice di un giornale settimanale.  Forse mi hanno servito anche gli anni che chiamo “di purgatorio” o di “penitenza” trascorsi al Ministero della Pubblica Istruzione, dove ho potuto imparare leggi e regolamenti.
Gli anni di scuola sono stati per me i più  belli, anche se sofferti, faticosi, problematici. Anni, anzi mesi, settimane e giorni da inventare strada facendo, con l’aiuto della mia bellissima famiglia e con l’ossigeno dello sguardo dei miei allievi, del loro sorriso, della loro allegria, dei loro sforzi.
Ora quegli ex scolari sono grandi, sono padri e madri. Gli ultimi, quelli delle settimane di scambio,  hanno 46 anni. In qualche modo siamo ancora in contatto, come con molte delle loro madri o padri. Genitori che non solo ho coinvolto, ma li ho fatti tanto collaborare che si sono create amicizie tuttora vive, con episodi di aiuto reciproco in momenti difficili.
Li sto informando e già vedo che anche loro condividono la mia emozione e la mia felicità.
Cercherò di avere ancora l’energia per  accompagnare questa avventura in incontri e iniziative già programmate, ma di cui ancora non è il momento  di parlarne.

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bullismo e fascismo

La cronaca da un po’ di tempo racconta episodi raccapriccianti di bullismo. Che molto spesso avvengono nelle scuole.  Le mie amiche insegnanti lamentano atmosfere pesanti e comportamenti al limite. Una cara partigiana che ultimamente è andata  a parlare tanto  di memoria agli studenti , mi racconta che c’è sempre un gruppo, a volte numeroso, che non solo non applaude, ma motteggia contrastando e dichiarandosi fascista.
Credo che tra i due atteggiamenti ci sia uno stretto legame.
Perchè il bullismo è una forma di fascismo. Ne ha tutte le caratteristiche e tutti i sentimenti profondi.
Prima di tutto il non accettare le differenze.  Le vittime sono sempre in qualche modo caratterizzate da una diversità. A volte per un paio di calzoni rosa, a volte perché troppo bravi e primi della classe. a volte per qualche imperfezione.
E  tutti sappiamo quanto si sia accanito il fascismo verso tante categorie di diversi.
Poi la prepotenza che può arrivare alla violenza. In sostanza la presunzione di essere superiori e di avere il diritto di colpire, di umiliare.
Qui  si sente l’eco della razza superiore che deve dominare su tutte le altre con la violenza della guerra.
Nel bullismo c ‘è a volte la tendenza ad agire in gruppo, dove il più sfrontato e violento raccoglie ammirazione e consenso.
E qui ricordiamo le squadracce coi manganelli e le varie “bande Carità”.
Nella  realtà di oggi, anche senza ricordare la storia,  troviamo un po’ dappertutto il concime per la  fioritura velenosa del bullismo.
La  violenza negli stadi, dove ricompare l’odio agli ebrei. Le grida di personaggi politici e di gente varia che ha paura degli immigrati e li descrive come pericolosi. L’odio verso gli zingari è addirittura antico. Il fastidio verso il buonismo trattato da ignavia o debolezza o falsità.
Il più pericoloso di tutti è il sentirsi al di sopra di ogni regola, di ogni legge, di ogni buona abitudine.
In testa ci sono tutti quelli che del “no” si sono fatti un vanto e un ideale. No a tutto. No agli scienziati sui vaccini o sulle cure oncologiche. No a chi ha progettato una ferrovia o un oleodotto.  No a un inceneritore, no a tutto.  E tutti questi no è perchè io sono sopra a tutto, ne so più di tutti, non credo a niente, perchè tutti mi vogliono fare fesso. Non credo ai medici perchè sono venduti alle industrie farmaceutiche. Butto l’immondizia dove voglio e non la separo perchè poi loro la rimettono tutta insieme.  Parcheggio dove mi è comodo, mi diverto a fare fesso gli altri e soprattutto a prendermela coi politici.  Se sono bravi e  onesti ancora di più, perchè tanto non ci credo. E mi diverto a scansare gli obblighi le tasse e i contributi.
Una bella foresta di cattivi esempi  per i ragazzi così fragili e spesso così soli.
Come se ne esce non lo so.
Ci vorrebbero dei buoni esempi. Ci vorrebbe che le belle notizie facessero notizia. Che nella scuola e fuori della scuola si parlasse anche dei doveri per poter pretendere dei diritti.
E che  in questi giorni, che sono quasi alla fine dell’anno scolastico, non  ci fosse, così insistito e fastidioso, lo spettacolo di questi cosiddetti vincitori delle elezioni, finti disinteressati alle poltrone ma veri disinteressati  al dialogo e alla logica.

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Un disegno dal giornalino scolastico “senza paura”, 1978

In questi giorni si parla del rapimento di Aldo Moro. Tanto per ricordare che di brutti momenti in Italia ne abbiamo passati tanti.
 Oggi soffriamo per una deriva egoistica e miope dell’opinione pubblica, che  enfatizza i problemi e le difficoltà, dimenticando  le conquiste e i passi avanti,  forse  insufficienti ma preziosi. I mai-contenti sono diventati dei capofila pericolosi.
Io desidero ricordare quel momento con gli scritti e i disegni dei miei scolari di allora. Che credo non commuovano soltanto me e gli autori. Tutti sono ormai grandi, molto spesso laureati, padri e madri di famiglia, ancora attenti al mondo che li circonda. Molti di loro ancora in qualche modo in contatto con me.
E vi aggiungo una mia amara riflessione. Gli autori di quella strage hanno pagato il loro crimine? Se ne sono pentiti? Hanno fatto tornare indietro il nostro paese, interrompendo una strada di pacificazione e convivenza civile di cui oggi sentiamo più che mai il bisogno. La civiltà democratica dovrebbe prevedere l’ascolto e il rispetto reciproco, l’alternanza logica e responsabile nei ruoli di guida, in sostanza una convivenza umana. Che era negli intenti di Moro e di Berlinguer.
Alcuni di quei crudeli protagonisti se la sono cavata abbastanza bene. E questo mi mette in crisi. Voglio aver fiducia nella giustizia, perchè lo scopo della pena deve essere sempre la rinascita, la ricostruzione della coscienza. Ma una pena vera dovrebbe esserci. Forse una pena di lavoro a vita, lavoro utile alla società, lavoro controllato e vero.
Non vorrei che di fanatici finto-idealisti e finto-rivoluzionari di quel tipo ne spuntassero ancora, oggi, su quell’onda di cattiveria, insulti, intolleranza, volgarità,  che abbiamo vissuto in campagna elettorale e che non so se finirà presto.
Ricordiamo pure Moro e i morti della sua scorta.  Ricordiamo cosa abbiamo perduto negli eventi successivi. E’ stata interrotta la strada ideale della civiltà democratica. E oggi sappiamo di quanto ne avremmo bisogno.
Per  scoprire  una emozione e un  sorriso,  ammiriamo  quei disegni e ascoltiamo, oggi, quelle parole semplici e vere.
Tutti i giornalini scolastici dell’epoca sono digitalizzati e raccolti nel sito https://ilgiornalino-scolastico.blogspot.it
Qui la versione completa del giornalino sul rapimento di Aldo Moro, da cui sono tratte le immagini qui sopra.

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Ho avuto anche quest’anno tanti venticinque aprile.

In anticipo quello musicale, emozionante, affollatissimo, nell’aula magna della Terza Università di Roma. Protagonisti i ragazzi delle quattro scuole primarie a indirizzo musicale, due di Roma e due di Vicovaro e Subiaco. Ne ho scritto sull’Unità di mercoledi 26 aprile.( A proposito, povera Unità, quanti problemi! Col cuore in gola vorrei che si salvasse, che risorgesse !)
Tutti quei giovanissimi, tutti i loro bellissimi insegnanti dei vari strumenti, tutti i loro genitori e amici erano lì per concludere una fatica non solo musicale, ma storico-culturale. Attraverso le musiche imparare la storia, raccordarsi ai sentimenti dei combattenti per la libertà, sentire dolori e terrori della guerra e della dittatura, è questo che si percepiva.
Immagino che negli altri due “concerti” delle altre dieci scuole dello stesso indirizzo ci sia stata la stessa atmosfera, la stessa bellezza.
Curioso che anche in un quartiere di Roma, l’affollato Torre Maura, ci sia stato un 25aprile musicale. Alla sede del Comitato di Quartiere, undici ragazzi e una ragazza, con la loro band di chitarre e il loro maestro, hanno preparato un concerto festoso con una loro Bella Ciao, canzone di Piero e Auschwitz, per un bel gruppo di cittadini e studenti. Maestro arrangiatore e guida, il signor Sandro Ceccarelli, nome dell’orchestra  “Sei corde”.
Finalmente, proprio il 25 aprile, all’inizio della mattinata, ho fatto del mio meglio, intervistata alla vescovile TV2000, dove mi vogliono bene e mi invitano da tempo. Qualche anno fa, proprio Boffo di persona, si è unito ai giovani operatori programmatori e conduttori che mi erano attorno, per salutarmi e ringraziarmi della collaborazione. Questa volta non ha fatto altrettanto Tarquinio, che mi avrebbe messo a disagio e forse in polemica a causa dei suoi troppo frettolosi giudizi sui cinquestelle.
Gli altri miei venticinque aprile sono stati i più belli.
Il frecciarossa mi ha portato nei miei luoghi natali. Prima al mio paese, quel Bibbiano culla del formaggio reggiano e luogo dei 271 combattenti per la libertà ufficialmente riconosciuti con le 32 donne comprese e i compianti 11 morti. Lì mi aspettavano i ragazzi delle scuole medie, in una bella grande aula di musica, molti seduti per terra, tutti già pronti e preparati, coinvolti dai due racconti veri di episodi avvenuti proprio qui settantadue anni fa.  Il mio libriccino “Non era una notte buia e tempestosa”  l’avevano avuto già da tempo e conoscevano mio fratello protagonista del primo racconto  quando aveva la loro verde età. Si sentiva  interesse e la competenza non solo dall’attenzione, ma dall’originalità delle loro numerose domande. Poi eravamo vicini ai luoghi di quelle scene e , curiosamente, vicinissimi alla casa, ora ristrutturata e bella, dove sono nata io, quasi novanta anni fa. Credo che tutto questo diventasse per tutti noi una bella tensione ideale e una bella empatia, grazie anche al sindaco amico, Andrea Carletti, che non ci ha mai abbandonati ed ha aperto l’incontro col suo breve e caldissimo saluto.
Alla fine,  sopra le tante emozioni, un ragazzo dal folto ciuffo dritto colorato di vistoso blu-azzurro, dopo aver fatto la sua domanda e ascoltata la risposta, ha ripreso la parola per dichiarare di essere di tre nazionalità: di padre polacco, madre albanese e lui italiano! E tutto questo l’ha spiegato con essenziale racconto di vicende e particolari degni dell’adulto più navigato in politica o in cattedra.  Non poteva esserci modo più alto e semplice di concludere l’incontro.
L’altro luogo del 25 aprile nella  terra  delle mie fatiche di staffetta è stato Cavriago, dove mi aspettavano gli allievi delle scuole elementari, in due scaglioni, nella grandissima sala consigliare ad anfiteatro, anche qui col sindaco Paolo Burani ad iniziare, le  consigliere-donne, insegnanti e persino un piccolo pubblico di persone legate alla Resistenza. Racconto, dialogo, curiosità e domande a non finire, con insegnanti e amici indaffaratissimi a passare il microfono a quei disinvolti e attentissimi  neo-cittadini . Anche qui l’immagine dei  volti era variegata da incarnati diversi, turbanti e veli, occhi a mandorla, come era stato a Bibbiano. Questa è zona di antica accoglienza, di barriere razziali abbattute da tempo. Non tutti quei bracci alzati hanno potuto ottenere il microfono, ma silenzio, attenzione, curiosità e passione mi hanno dato forza e fiducia. Mi sono sforzata di raccontare di tutti gli altri, quelli che non ci sono più, ma che erano con me, a volte più sfortunati di me, tra quelle campagne e quei vicoli, con quei cognomi e quelle famiglie, impegnati  in  avventure rischiose  che ora riteniamo valorose, ma che allora ci sembravano semplicemente dovute, semplicemente “da fare”.
Grazie a tutti quanti, Mirca, Amedea e Ivan, ed anche a mio nipote Enrico, che mi ha accompagnato e sostenuta, in mezzo ai temi  del suo prossimo esame universitario, ma felice di conoscere finalmente Casa Cervi, su competenza e simpatia di Mirco Zanoni che gli ha fatto da guida.

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14 dicembre 2015, Roma per Parigi

Il giorno della memoria ero in una scuola del Tuscolano e dopo un intenso ed emozionante dialogo coi ragazzi, si stava cantando “Bella Ciao”. molto utile anche a smaltire la commozione. Da una volante arrivata nei pressi si è  avvicinato un poliziotto, che alla signora che lo ha avvicinato ha detto ” Ma questa canzone non si può cantare a scuola!” Alle rimostranze non ha risposto, e credo che negherà. Ma ricollego l’episodio alla informazione di simpatie fasciste  e naziste da parte dei due valorosi poliziotti che a Sesto San Giovanni  hanno liquidato l’attentatore dell’Isis. E ad altri episodi che dimostrano analoghe simpatie penetrate nelle forze dell’ordine, a partire da Genova Bolzaneto.
Dove abbiamo sbagliato? E da quando?
Io credo da molto tempo. Forse da settanta anni, cioè dalla liberazione in avanti.  Non abbiamo educato alla democrazia. Non abbiamo insegnato la libertà. Non abbiamo raccontato la verità alle nuove generazioni.
Le lacerazioni del dopoguerra sono penetrate anche nel reducismo partigiano. Associazioni separate, garibaldine, cioè rosse, e dall’altra parte le cattoliche azioniste e filomonarchiche. E tutte le celebrazioni, escluse forse quelle ufficiali del 2 giugno, all’insegna della retorica, delle corone, dei monumenti e delle medaglie. Utili e doverose, ma staccate, vuote.
Con tanti veleni nell’opinione pubblica. Ancora ier l’altro su facebook  ho trovato riferimenti ai delitti del dopo guerra nella mia terra emiliana. Tutte montature smentite da successive sentenze di tribunale. Negli anni  si è lasciato credere che i partigiani del nord fossero tutti comunisti e filosovietici. Eppure facevano parte del  nostro comando  i professori cattolici Marconi e Dossetti, avevamo  il prete don Carlo alla testa di un distaccamento, C’era  una brigata della montagna tutta cattolica, una famiglia Cervi credente e osservante. E il prete partigiano del mio paese Don Pasquino Borghi fucilato alla schiena insieme al mio comandante comunista Angelo Zanti.  E tanti ragazzi pieni di speranze e di ideali, comprese le illusioni sul socialismo.

Si è forzato sulla contrapposizione. Ancora fino e ieri il partigiano Rosario Bentivegna è stato indicato come colpevole delle Fosse Ardeatine perchè autore di Via Rasella.
In tutti questi decenni è mancata una profonda riflessione su cosa è stato il fascismo e perchè è stato necessario e  sacrosanto sconfiggerlo.
A scuola non è mai stato affrontato l’argomento in modo obiettivo. I testi scolastici ambigui e pressapochisti.  Gli insegnanti alle prese con anni scolastici troppo corti e poca voglia di affrontare un tema caldo, a rischio polemiche con genitori o dirigenti. Si è arrivati quasi sempre solo a studiare poco dopo la fine della prima guerra mondiale.

 Noi ex partigiani siamo andati nelle scuole. In pochi anni io ho superato i quattocento incontri. Altri forse hanno fatto di più, visto che io ho  cominciato solo dieci anni  fa. Ma è come uno svuotare il mare con un cucchiaio. E’ stato  importante ed emozionante, ma non poteva essere storia in senso completo, cioè  culturale e ufficiale. Per di più sporadico, occasionale, fortunoso.
Un professore amico mi ha riferito uno scanzonato commento di un suo allievo circa un incontro con un partigiano ” Professò, che palla!”  Come dire che essere  bravo partigiano non significa essere anche bravo ad insegnare la storia.
L’8 marzo scorso al Quirinale ho incrociato la ministra Giannini alla quale l’amica partigiana Luciana Romoli stava chiedendo un incontro per parlare dei nostri interventi  nelle scuole. Mi sono inserita per osservare che gli insegnanti hanno bisogno di indicazioni ed anche di aiuto. Ho accennato a Don Ciotti che ogni anno in Italia organizza incontri-seminari sull’educazione all’antimafia per i docenti. La Giannini mi ha risposto che “ci stiamo studiando”. Non mi è riuscito di concordare un incontro.  Vorrei tanto riuscirci con la nuova Ministra Valeria Fedeli.
Credo che debba essere insegnato bene nelle scuole e in forma ufficiale, cosa è stato veramente il fascismo e il nazismo. Proprio perché in Europa e nel mondo sta alzandosi   questa inquietante ondata di razzismo e di intolleranza, di esaltazione delle differenze, di ammirazione della violenza. Vorrei che si potesse rispondere a quel ragazzo che anni fa  mi ha riferito che secondo suo nonno sotto Mussolini si stava bene. Su che cosa era fondato quel suo piccolo e provvisorio stare bene. Sul triste epilogo- conseguenza di guerra e sterminio.   Su come è facile e comoda la dittatura e come è difficile e complicata la democrazia. Ma quanto più umana, quanto più desiderabile.
Ora noi partigiani siamo troppo pochi e troppo vecchi persino per andare a fare memoria. Nelle scuole devono arrivare gli studiosi, le facoltà universitarie di storia moderna, e anche la mia amica Michela Ponzani con le sue belle lezioni di storia sui Raitre.
E alla fine,   sarà sufficiente tutto ciò  per  far crescere una generazione di giovani adulti e liberi? Lo spero, anche se contrastare l’allettante  fascino della prepotenza e della violenza, sarà di certo un bella battaglia.

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Anche quest’anno mi chiamano nelle scuole in occasione della giornata della memoria. Naturalmente mi presto volentieri, anche se  testimonianze dirette ne ho ben poche. Eppure c’ero, sedicenne e poco più, dentro quella guerra con quelle sue tenaglie di orrore. La mia amica Luciana racconta della sua compagna cacciata drammaticamente da scuola perché  ebrea.  Io non mi spiego come mai noi di questo sterminio non ne sapessimo nulla, pur essendoci così vicino. Io facevo venti chilometri in bicicletta per andare a scuola a Reggio. Ne sarebbero bastati altrettanti per raggiungere Fossoli, quel campo-carcere di smistamento da dove transitavano tutti i destinati ai lager, Mauthausen, Auschwitz, Primo Levi compreso. Eppure ero nella Resistenza, e c’era mio padre che aveva incarichi e autorevolezza più di me. Io, più di lui, studiavo le “direttive” e le circolari e persino le lezioni ciclostilate che arrivavano dal “centro” e che mi servivano per le riunioni e per le lezioni di storia da impartire ai ragazzi partigiani e alle ragazze staffette. Non ricordo niente che parlasse degli ebrei. Certamente ne parlavano truculenti e bruttissimi manifesti fascisti,ma quelli noi di casa e noi della Resistenza non li degnavamo di uno sguardo. Di tutto quell’orrore, di quella scientifica inesorabile macchina di morte abbiamo saputo soltanto dopo e poco per volta. Tanto orribile da far fatica a crederci. Che oggi, a distanza di sette decenni, vi si presti attenzione è certamente cosa ottima, speranza di una più giusta consapevolezza. Bella la maratona del ricordo, belli i viaggi della memoria, belle le pietre di inciampo. Bello anche il documentario della mia amica Raffaella Cortese De Bosis che ha scovato altra storia di un lager sotterraneo, perché non si finisce mai di scoprire la verità.

Non vorrei però che si finisse di credere che il nazismo fosse soltanto questo, cioè una immensa pazzia, tanto assurda quanto irripetibile, quindi relegata in quel passato. Vorrei che si partisse dall’inizio, cioè da quelle idee razziste e da quella idea di supremazia, di esclusione del diverso, di chiusura egoistica e miope che proprio in questi tempi, e non solo da noi,  si fa strada in tanti movimenti e partiti, in tante associazioni pseudoculturali che si richiamano addirittura apertamente al fascismo e al nazismo.
Vorrei che nel pieno del calendario scolastico, magari a marzo, ci fosse anche un giorno della democrazia e della coscienza, un giorno della libertà e della accoglienza. Per aiutare i ragazzi a diventare cittadini liberi di un paese libero.

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18 maggio 2016 le scuole medie classi terze al teatro del Quarto Miglio

18 maggio. Per le classi terze delle scuole medie al teatro Quarto Miglio (Roma)  

I ragazzi hanno ascoltato la lettura dei tre racconti partigiani ad opera delle attrici Sofia Romeo e Maria Grazi a Rivellino con il direttore regista Carlo Selmi. Era presente anche Luciana Romoli protagonista del secondo racconto e giovanissima staffetta romana.

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18 maggio 2016,al Liceo Russell, incontro con Teresa, per memoria e per parlare dei suoi libr

18 maggio 2016, al Liceo Russell, incontro con Teresa, per memoria e per parlare dei suoi libri

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19 maggio 2016. Scuola elementare Eduardo De Filippo di via Vignali, Roma

Scuola elementare di Via Vignali

 

Le classi quinte e quarte, hanno letto e commentano i tre racconti partigiani di “non era una notte buia e tempestosa”, tempestandomi di domande su domande.

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Sono felice di poter raccontare che è uscito, in tempo per il 25 aprile, il libro per ragazzi con tre miei racconti partigiani. Ne potete vedere qui la copertina con il titolo “Non era una notte buia e tempestosa”

Non era una notte copertina

In questi giorni è stato portato alla fiera del libro per ragazzi di Bologna dagli amici Vagaggini e Detti, che sono lì con la loro rivista “PepeVerde”.

Il libro non è in vendita, ma lo mandiamo in omaggio alle biblioteche scolastiche, ai nostri insegnanti e ad alcune sezioni Anpi che ci hanno aiutato.

Questo libro, o libriccino, è nato in modo strano. Si sono offerti di stamparlo i miei amici e compagni di Cormòns, Gorizia, quando hanno saputo che qui da Roma né io né il “PepeVerde” avevamo il modo di realizzarlo in cartaceo. Me ne hanno regalato una modesta quantità di copie, mentre da parte loro stanno provvedendo a farle avere alle scuole del loro Friuli Venezia Giulia.

E’ un volumetto molto ben fatto, 48 pagine, carta patinata, quattro colori, bei disegni di tre diverse illustratrici, rilegatura a prova di entusiasmi giovanili.

I racconti sono suggeriti da episodi realmente accaduti, dei quali alla fine si aggiungono le note storiche, luoghi, date e nomi.

Oltre ad intuire che nel campo dell’editoria le cose sono molto complicate e difficili, vi chiederete la ragione del mio entusiasmo, che non è solo di soddisfazione personale.

Poche copie, non in vendita, eppure la considero una bella possibilità di arrivare ugualmente ai giovanissimi, dovere primario per educare alla democrazia e alla consapevolezza storica le nuove generazioni.

Sia io che tutti noi che vi abbiamo lavorato pensiamo che possa arrivare ugualmente nelle scuole e nelle case. Infatti, tra poche settimane sarà messo in rete in formato ebook e quindi potrà essere scaricato da scuole insegnanti e genitori. Gli stessi ragazzi, che ormai se la cavano benissimo con palmari e pc, potranno accedervi facilmente. Per ottenere questo risultato ci sarà l’impegno divulgativo della rivista “PepeVerde” che si occupa di letteratura per ragazzi. Da parte mia cercherò di coinvolgere molti amici dell’Anpi e i tanti insegnanti che in questi anni di incontri di memoria mi sono diventati amici. Inoltre ne diffonderà notizia il sindacato CGIL dei lavoratori della Conoscenza, di cui Ermanno Detti e Luciano Vagaggini sono rispettivamente direttore e grafico. Sarà “PepeVerde” a curare i dettagli tecnici in rete. Mi risulta anche che via via vi si potranno aggiungere i commenti dei ragazzi, i filmati delle drammatizzazioni, i disegni, le fotografie reperibili, i dati storici aggiuntivi, i documenti ritrovati. Mi risulta che ci sono già scuole e insegnanti che progettano letture pubbliche, ricerche di episodi analoghi, dialoghi coi nonni, approfondimenti su realtà di vita, dolori problemi case e costumi degli anni di guerra.

Insomma, qualcosa di buono per preparare alla libertà e alla concordia i nuovi giovani potrà arrivare anche da queste poche pagine.

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In questo otto marzo voglio raccontare di una suora. Che del resto è anche lei una donna.

La vedete qui in foto.

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Suor Emerenziana

Si chiama suor Emerenziana. Ha 94 anni.

Le ragazze e i ragazzi dell’Istituto superiore Colomba Antonietti l’hanno incontrata e intervistata qualche settimana fa all’Istituto paritario San Giuseppe. Quartiere Casaletto.

Il video di quell’intervista è sorprendente.

Con lucidità racconta vicende del ’43 e ’44 nella Roma occupata dai nazisti, quando lei aveva 23 anni.

Dalle sue parole quasi li vediamo, quella trentina di ebrei, braccati dal rastrellamento tedesco, che bussano disperati a quella porta, bambini compresi. Nascosti e sistemati all’ultimo piano, nelle aule adattate alla meno peggio. La necessità di non farsi sentire, di frenare l’irruenza dei più piccoli, perché i tedeschi sono maledettamente vicini, appena al di là del muro di cinta, dove c’è una villa abbandonata dai proprietari ebrei fuggitivi e occupata da un comando di esse esse.

Suor Emerenziana racconta un episodio che può sorprendere. Tra quei tedeschi c’era un ufficiale che si era offerto o aveva chiesto di suonare all’organo o al pianoforte della chiesetta dell’Istituto. Lei ricorda che questo giovane in divisa di occupante, metteva le foto della sua famiglia davanti a se, e suonando le guardava e piangeva. Piangeva e suonava.

Suor Emerenziana racconta poi la fatica e i sotterfugi per trovare il cibo, con la suora che va col furgoncino e fa ore di fila al mercato in attesa che arrivi qualcosa, verdura o altro, qualsiasi cosa . Si facevano le code alla cieca, solo sulla speranza. Il cibo che serviva arrivava abbastanza spesso dalle consorelle della campagna romana e laziale, in un abbraccio solidale a dispetto di tutti i divieti e di tutti i bollini della tessera alimentare

Ci sono poi gli spaventi, Come l’ispezione nazista in cerca di ebrei o di sovversivi che si accontenta di controllare solo il primo piano. Miracolo per segrete preghiere o caso fortunato di stanchezza o fiducia.

Ma c’è di più.

Devo raccontare come ci si è arrivati a questa suora e a questa storia.

Merito di altre donne, di una soprattutto. L’insegnante Laudenzi, la dirigente scolastica e altre docenti.

Si scopre che quell’Istituto San Giuseppe è proprio lo stesso a cui si riferisce la scrittrice Lia Levi nel suo libro “Una bambina e basta”. Da tempo l’insegnate Titti e tutta la scuola è in contatto con Lia Levi per i vari giorni della memoria.

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Con Lia Levi

Quell’istituto al Casaletto era anche convitto femminile. E tra le convittrici, con falso nome, erano approdate anche due ragazzine ebree, sorelle. La più piccola era Lia Levi, la scrittrice.

Così è partita la ricerca.

Telefonate, contatti, trasferte, incontri, registrazioni. Alla fine, un bellissimo incontro, in sala grande di architettura a Roma Tre, tra tutte le ultime classi della Colomba Antonietti e Lia Levi . Una bella lezione di storia, a vedere, commentare e confrontare il filmato di Suor Emerenziana e i ricordi di Lia Levi, con domande, riletture del libro, confronti. Lia che racconta lo sgomento e la sofferenza sua, abbandonata dai genitori senza troppo comprendere, in un luogo tanto diverso, dove puoi studiare, è vero, ma dove non devi dimenticare il tuo nome nuovo e falso, e dove insieme alle altre allieve devi fingere di recitare preghiere sconosciute ma devi imparare il segno della croce e non raccontare nulla di te.

Era commossa, Lia, ed eravamo commossi tutti noi. Anche consolati dal sapere che quella suora anziana e lucidissima ancora afferma di impegnarsi sempre contro ogni razzismo, contro ogni violenza e contro ogni guerra.

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Tre licei, la buona scuola

Mamiani
Roma, 17 dicembre 2015, giovedì, ore 16.00
In piena atmosfera natalizia, giorno di targhe alterne e di preparazione apertura porta santa alla Caritas di stazione Termini,  studenti e amici del liceo Colomba Antonietti di via dei Papareschi, si spostavano all’aula magna del più conosciuto Liceo Terenzio Mamiani di via delle Milizie, per seguire la professoressa Maria Teresa Laudenzi in una inedita iniziativa. Erano  invitati a “ due ore di chiacchiere su VARIAZIONI (1977 – 2013)  ….e molto altro”.  Da zona San Paolo a zona Prati, per chi conosce Roma è un bel trasbordo. E’stato perchè al Papareschi non c’è aula magna capiente e perchè tra scuole, per fortuna, a volte, c’è amicizia e collaborazione. La Laudenzi presentava le sue poesie, due volumetti, segnalati e vincenti di due premi internazionali.
Sotto Natale a parlare di poesia.
L’aula si è riempita di ragazze e ragazzi, di docenti, genitori e amici vari. Anche ex alunni. Anche del Mamiani, liceo che di recente  è stato classificato primo per qualità dell’insegnamento e per i  risultati di chi è passato all’università.
Quelle due ore previste sono state davvero speciali. Un susseguirsi di letture, commenti e dialoghi, proiezioni e musiche. Immagini di kandinskij e Vermeer, il tutto progettato dalle ragazze del Papareschi che hanno fatto amicizia e coinvolto le allieve di recitazione del Mamiani. Significativo che all’apertura ci siano stati i  saluti delle due giovani dirigenti scolastiche: per il Mamiani la prof. Tiziana Sallusti; per il Papareschi  Paola Gasperini. Emozionanti le poesie recitate dalle ragazze e importante intervento-lettura di Renato Fiorito, poeta lui stesso e presidente del premio internazionale di poesia e narrativa Don Luigi Di Liegro, che ha premiato recentemente le opere di Maria Teresa.
Le “Variazioni” premiate al concorso letterario Jaques Prèvert 2014, sono state accompagnate da una giovane allieva di origine filippina, che con la sua chitarra e la sua meravigliosa voce, ha offerto la sua canzone,  musica sua e sue parole. Intervento importante di Marilena Sutera, docente dell’Accademia  di belle arti di Roma, che ha raccontato la relazione poesia e immagini, cioè opere dei suoi allievi ispirate  alle poesie della Laudenzi,  esposte nel 2013 alla Casa del Jazz e nel marzo di quest’anno al Museo Canonica di Villa Borghese. Mio contributo, alcune riflessioni sul peso della poesia nella vita e nell’insegnamento e su didattica della poesia. Significativa la partecipazione della assessore alle scuole del secondo Municipio, che si è riproposta di valorizzare e diffondere questa modalità di lavoro. E alla fine, che ci sta bene, auguri rinfresco e brindisi, perchè questi bei legami e questi bei sentieri abbiano un futuro.
FRASCATI, 19 dicembre 2015, sabato, ore 8,50
Al Liceo Marco Tullio Cicerone, giorno di autogestione. Sono invitata a  parlare di libertà e repressione.
Autogestione potrebbe suggerire caos, confusione, pressapochismo. Invece folla di gioventù, molti con maglietta bianca con scritta a pennarello “servizio d’ordine liceo Cicerone”. Intanto è sabato, giorno solitamente libero, di non scuola. Nelle precedenti autogestioni hanno parlato di ambiente. Ora vedo che in una aula parlano di arte, Guernica e Picasso.  Ogni aula ha un argomento al quale potevano iscriversi poco più di venti studenti. Gli addetti al servizio d’ordine controllano e indirizzano ragazzi  e invitati-relatori. Allestiscono abilmente il servizio microfono. Arrivano anche col foglio presenze, perché chi si assenta deve portare giustificazione.
Insomma, nessun caos, anche se molta allegria, molto movimento su e giù per le scale, ma poi due ore intense, porta chiusa,  coi ragazzi e ragazze che hanno scelto me. Alcuni mi conoscevano, per le mie precedenti venute a Frascati e per il mio primo libro. E’ presente anche Marco Caboni, medico e dirigente Anpi  con sua moglie Stefania Pace. Dialogo bello, per attenzione, domande, simpatia. Riferimenti all’ultima guerra che qui ai Castelli e a Frascati ha picchiato duro, al passaggio vero e proprio del fronte e nella crudeltà nazista.
Grazie ragazzi, che vi raggruppate qui, in questo bell’edificio su un cocuzzolo panoramico, con percorsi a  raggera da tutti e Castelli e dalla piana verso il mare di Anzio.
A me è venuta alla mente l’espressione “ la buona scuola”.

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Sono stata in Basilicata, Italia del Sud. Scoperta bellissima. Troppo spesso ci dimentichiamo di quest’altra Italia, piena di importante passato e di vivissimo presente. Per fortuna Matera sarà capitale mondiale della cultura e un po’ di fari si accenderanno su quelle bellezze e su quella storia.

Ho conosciuto Rionero in Vulture, la sua gente, i suoi ragazzi, i suoi dolori e la sua forza. Vedrete più sotto le foto. Anche in quel  paese i tedeschi hanno compiuto una di quelle gratuite stragi di civili, mascherate da rappresaglia, ma fatte per rabbia e disperazione, per vendetta e per voglia di terrorizzare la popolazione. Pochissimi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre, con gli alleati che risalivano la penisola, i tedeschi ormai in fuga rastrellano nelle stradine di Rionero sedici uomini, giovani e meno giovani, li trascinano in piazza e li fucilano. E’ il 23 settembre 1943.  Due giorni prima, in un deposito di viveri una rivolta di affamati si conclude con un incendio nel quale muoiono un ragazzo di diciassette anni e una donna madre di sette figli.

La città da diversi anni ricorda quel dramma non tanto per le corone quanto per riflettere sulla memoria. Con studenti e popolo, banda musicale e autorità, quest’anno al corteo c’ero anch’io con la compagna Vittoria.  Il percorso seguiva le strade e stradine del rastrellamento, luoghi antichi con l’impronta della povertà e della fatica. Davanti al monumento, semplice e non retorico, la cosa più commovente tra i  dignitosi discorsi, è stato il sentire quei cognomi ripetuti dell’elenco delle vittime, a rivelare  padri e figli e fratelli di una stessa famiglia. Due cognomi Di Lucchio, due di Grieco, e addirittura tre di Manfreda e tre di Santoro.

Si parla sempre troppo poco delle stragi nazifasciste nel sud.  A Barletta, addirittura l’11 settembre del 43,vengono fucilati dieci vigili urbani e due netturbini, ai quali in soli dodici giorni di occupazione nazista si aggiungono  uccisi altri venti civili più trentatrè militari. Non ho trovato ancora i numeri, ma anche a Matera c’è stato un eccidio di civili il 21 settembre del 43.  In tutta l’Italia del sud, mano a mano che gli alleati avanzavano, i nazi e i fascisti si avventavano sulla popolazione,  sui beni e sui luoghi con ferocia disperata. Oltre a fare terra bruciata è stata fatta terra insanguinata.

Poi ci sono altri fatti sorprendenti, come la prima Repubblica partigiana, nata proprio al sud, a Maschito, piccolo comune di origini albanesi, affondato allora nel latifondo.  Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre, i contadini guidati da un antifascista di sempre, Domenico Bochicchio, si ribellano si riuniscono discutono e decidono. Il loro paese diventa  Repubblica, cancella le leggi fasciste e adotta misure economiche e giuridiche contro il latifondo.  Nasce il 15 settembre e vive soltanto venti giorni quando Bochicchio viene arrestato. Commuove sapere che  quei contadini senza terra che avevano anticipato addirittura il futuro dell’Italia, erano  tutti analfabeti, tanto da dover coinvolgere un compaesano istruito, certo Giuseppe Guglielmucci, per poter redigere i verbali delle decisioni e renderle pubbliche.

Ho conosciuto Maschito come luogo solare, immerso in una natura ondulata verde di filari a vigna,   fitti di  grappoli neri che  aspettavano d’esser colti, per diventare un vino ormai famoso e richiesto, l’Aglianico del Vulture. La mia meraviglia e la mia emozione non si ferma al passato e al vino, ma è forte per merito della gente, studenti, professori, cittadini.  Mi hanno chiamata, sì, anche per testimoniare sulla resistenza nel nord e a Roma, ma per festeggiare i loro successi di ricerca sulla memoria.

Spinti da un concorso  dello SPI CGIL regionale, “Spiriti giovani, le generazioni ricordano” hanno ricostruito i fatti di settantadue anni fa con interviste e ricerche, confluite poi in un interessante e simpatico cortometraggio. Premio due diplomi, il nostro incontro e per ragazzi e professori un bel Viaggio di Istruzione a Cassino, non solo per l’Abbazia, ma soprattutto per l’Istoriale e le altre testimonianze di quella battaglia.

Aggiungo una nota sui luoghi. Natura bellissima dipinta a settori dal lavoro umano, con le pale eoliche che ormai ne sono parte, intervallata da zone di boschi per favole, tappeti incredibili di ciclamini,  i laghi a specchio di Monticchio e infine, la piana di Melfi, col suo bel castello in alto e la grande bianca fabbrica Fiat distesa nella piana.

Rionero in Vulture, 24 settembre 2015, corteo di popolazione studenti e autorità, per stradine e vicoletti ove il 24 settembre 1943 tedeschi e fascisti hanno rastrellato 14 persone, poi fucilate in piazza.

Rionero in Vulture, 24 settembre 2015, corteo di popolazione studenti e autorità, per stradine e vicoletti ove il 24 settembre 1943 tedeschi e fascisti hanno rastrellato 14 persone, poi fucilate in piazza.

Rionero in Vulture: sul luogo della strage e monumento ai trucidati.

Rionero in Vulture: sul luogo della strage e monumento ai trucidati.

Maschito, comune con origini albanesi. Qui sono tra il sindaco Antonio Mastrodonato e l’assessore alla Pubblica istruzione Antonia Mininni.

Maschito, comune con origini albanesi. Qui sono tra il sindaco Antonio Mastrodonato e l’assessore alla Pubblica istruzione Antonia Mininni.

Maschito sala consiliare: per la premiazione di un concorso per le celebrazioni del 70°della liberazione dal nazifascismo: Nicola Allegretti, segretario generale SPI CGIL Basilicata e a destra della foto il Dirigente scolastico Rocco Telesca , 25 settembre 2015.

Maschito sala consiliare: per la premiazione di un concorso per le celebrazioni del 70°della liberazione dal nazifascismo: Nicola Allegretti, segretario generale SPI CGIL Basilicata e a destra della foto il Dirigente scolastico Rocco Telesca , 25 settembre 2015.

Rionero in Vulture: al Centro Sociale “P.Sacco” incontro coi ragazzi delle scuole. Da sinistra Armando Urbino, presidente della sezione ANPI di Rionero, e alla mia sinistra il Sindaco On Antonio Placido e Maria Pinto presidente del consiglio comunale. 24 settembre 2015

Rionero in Vulture: al Centro Sociale “P.Sacco” incontro coi ragazzi delle scuole. Da sinistra Armando Urbino, presidente della sezione ANPI di Rionero, e alla mia sinistra il Sindaco On Antonio Placido e Maria Pinto presidente del consiglio comunale. 24 settembre 2015

In festa coi ragazzi di Maschito nell’atrio del palazzo comunale.

In festa coi ragazzi di Maschito nell’atrio del palazzo comunale.

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È venuto il momento di segnalare che ho messo in rete i giornalini scolastici di otto anni di scuola, qui, alla elementare “Don Paolo Albera”, Roma Cinecittà. Per trovarli  basta cliccare  http://ilgiornalino-scolastico.blogspot.com

Lo faccio dopo una serie di incontri promossi dal Dipartimento Cultura di Roma Capitale e dall’Università di Roma Tre, iniziati l’11 ottobre scorso. Si è trattato di cinque incontri definiti “interludi”, organizzati per ricordare Renato Nicolini, che è stato straordinario assessore alla cultura del comune di Roma dal 1976 al 1985,  ideatore dell’estate romana e del cosiddetto effimero. La mia testimonianza è stata inserita il 27 novembre all’ultimo incontro dal tema “scritture, voci, memoria, città”.  Il mio intervento, accompagnato dalle slide coi lavori dei miei scolari, ha voluto mettere in luce una intuizione poco nota di Nicolini, quella della didattica dei beni culturali della città.

L’estate romana, in periodo di brigate rosse e di paure, ha avuto il merito di svegliare gli abitanti, periferie comprese, alla bellezza della cultura e dello stare insieme. Il concetto è che la città vive se la sua gente è viva, presente, positiva, ottimista. Se le si offre il meglio di arte nei  luoghi più degni.  A questo si  aggiunge la constatazione che chi abita la città spesso non la conosce. Le bellezze sono lì, da sempre sotto il naso, ma non si sa cosa sono, chi le ha create, quando e perché. Per essere cittadini e non solo abitanti bisogna  comprendere le piazze, le fontane, i palazzi, i monumenti. Nel nostro caso questo significa essere romani di diritto, anche se si abita a Tor Sapienza o a Cinecittà Don Bosco.

Educare alla conoscenza della città è ciò che  abbiamo fatto per circa quindici anni in molte scuole di Roma, grazie al centro didattico di intuizione nicoliniana.  I giornalini scolastici delle mie classi documentano questa esperienza e dimostrano che anche gli scolari dei primi anni  possono appassionarsi e comprendere i vari linguaggi della città, i suoi periodi, i suoi artisti, la sua storia, cioè la sua cultura. Vi si entusiasmano, ci scrivono, addirittura ci  giocano immaginando battibecchi tra Bernini e Borromini o inventando favole sulla fontana del Tritone o su quella della Barcaccia. Disegnano con puntiglio da documentaristi, addirittura ci improvvisano rime.

In rete ho messo soltanto i fascicoli di otto anni, di una classe sezione A dalla prima alla quinta,  più una successiva classe B  dalla terza alla quinta. Le pagine sono tantissime. Le ho suddivise  per argomenti e per materia di insegnamento. Le ha rese disponibili mio figlio Alberto, che ha fatto un prezioso lavoro di accorpamento e ideato i percorsi di accesso.

Ne scrivo ora su questo blog perché proprio in occasione di questo convegno, ho incontrato molto interesse tra i presenti – professori amministratori artisti giornalisti – con  richieste di indicazioni delle strade di accesso. Non ne avevo scritto finora, perché devo ancora inserire un capitolo con il lavoro della  classe di Reggio Emilia, gemellata e coinvolta nell’esperienza delle settimane di scambio. Lo  farò al più presto.

Anche il blog del giornalino è aperto ai commenti e alle critiche e, spero, alle riflessioni e alle provocazioni.

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Maratea

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A Maratea c’è la grande bellezza.

Anzi, Maratea  È  la grande bellezza. Quel mare a specchio che lampeggia di onde, quelle scogliere a picco che non hanno bisogno del tramonto per infiammarsi di rosso, quei tetti ruggine dei borghi disseminati  nel verde, le lingue di terra –  penisole o isole – che si infilano nell’acqua, quelle siepi di buganville o di ibisco festose e  accoglienti. E, proprio per noi, quelle distese di ciclamini!  Ciclamini di ottobre!  O ancora quei crocus che accompagnano chi sale dai tornanti verso la cima alta del Cristo ad ali aperte, crocus che sono piccole fiamme d’oro che spuntano dal nulla, tra sassi e sabbia proprio lì, a pochi centimetri dalle auto che salgono in corteo nuziale, verso la chiesetta del sì.

Grande bellezza anche quel Cristo, fratello di quello di Rio, bianco, enorme, protettivo e accogliente, eppure giovane, col volto di un ragazzo di qui.

È grande bellezza quella dei ragazzi delle ultime classi, che ascoltano pazienti e attenti per una lezione lunga il triplo o il quadruplo, alla quale però intervengono con tante domande che sono commenti o riflessioni.  È grande bellezza il calore delle insegnanti e degli insegnanti che sanno di fare il mestiere più  bello del mondo.

È grande bellezza  anche  l’amore e la cura che ha dato forma agli edifici dove si fa scuola.

Quell’Istituto superiore che si chiama Giovanni Paolo Secondo, accoglie una generazione giovane  da tanti scuolabus e addirittura da un convitto. Li accoglie con rispetto, come si accoglie un ospite di riguardo. Pulizia e luce, dentro e fuori, a partire dal grande murales  che è un messaggio di presentazione. Dentro,  corridoi,  aule e  scale, sono mostra permanente delle opere degli allievi  dell’indirizzo artistico. Pittura, scultura, ceramica, rame, modellismo, mosaico. Festa per gli occhi, messaggio di fiducia, dimostrazione di capacità.

È grande bellezza anche l’impegno e l’imbarazzo  delle ragazze e dei ragazzi dell’alberghiero alla loro primissima prova pratica di quanto vorranno fare nella vita. L’alberghiero sta quasi tutto in un edificio romanico, ex convento ed ex ospedalino, che a sua volta è un’altra grande bellezza. Lì tre giovanissime allieve ci hanno presentato i loro sorprendenti centrotavola, creati solo con bacche e  foglie colti lì accanto. Altri studenti futuri sommelier e futuri cuochi hanno trovato la frase esatta  per descrivere le scelte e le qualità dei vini, oppure la composizione delle pietanze e la presentazione armoniosa della frutta. Il loro simpatico istruttore-professore-allenatore ci aveva prima  mostrato con orgoglio le attrezzature lucidissime  necessarie a  tutto quell’esercitarsi, a tutto quel sapere che ruota attorno al cibo e alla natura. Ora  accompagna gli allievi nei vari ruoli, li avvicenda, li incoraggia con gli occhi e con il sorriso e ci ricorda che questo è un gruppo giovane  alle prime esperienze.

In un comune così decentrato e disseminato tra monti e piccole riviere, l’istituto statale superiore ha quattro indirizzi. L’artistico e l’alberghiero, poi  lo scientifico e infine, aggiunto da poco, il nautico. Bell’esempio di quanto ci  aspettiamo dal futuro. L’amore e la cura delle arti, la civiltà  del cibo e dell’accoglienza, l’importanza della scienza come strada per lo sviluppo e infine il mare, da cui un tempo ci si aspettava il pericolo e da cui ora si vuole partire verso il mondo da tutti gli oceani.

È qui, in questa grande bellezza, che mi hanno accolto per la mia  esperienza di vita e di storia. È una fortuna e un privilegio aver incontrato tutti loro. I ragazzi e le ragazze, prima di  tutto, ma anche  i cittadini e le cittadine convenuti in biblioteca. Tanta riconoscenza a tutti quelli che hanno animato,  moderato e arricchito  gli incontri e la discussione.  All’entusiasta  dirigente scolastico, ai professori di filosofia  storia  e  lingua, e alla animatrice del Centro Culturale. Un augurio di gratitudine ai  giovani e motivati  amministratori comunali – sindaco vicesindaco e assessora alla cultura.

A chi ha voluto e promosso questa esperienza, Gabriele e Alessandro, organizzatori dell’Anpi di zona  e  della regione Basilicata, uno speranzoso  arrivederci.

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Si riparte

La scuola di Barbiana (foto di Giovanni)

La scuola di Barbiana (foto di Giovanni)

Ormai tutte le aule sono aperte. Tornano i bimbi e le bimbe, le ragazze e i ragazzi e tornano gli insegnanti. Già si sono impostate le programmazioni, i calendari e gli orari.

Si riparte dai problemi rimasti, e più di tutto dalla volontà di fare.
Penso ai tanti insegnanti che conosco e voglio salutarli e ricordarne il valore. Ed anche, se possibile, tirarli un po’ fuori dall’ombra, visti i soliti luoghi comuni che sminuiscono la loro fatica con le storie dell’orario scarso e delle vacanze abbondanti.
Ecco, saluto per prima, l’ultima che ho conosciuta, Barbara, nelle Marche, che insegna inglese nelle elementari, materia lodevolmente auspicata fin dalla prima età. Quest’anno si prodigherà in nove classi, perché ha due ore per classe. Nove classi, quanti ragazzi? Quanti programmi? Quanti genitori? Quanti giudizi? Coraggio Barbara. Ti vorranno bene in tanti.
Saluto anche Rita, a Jesi, che fa lettere al liceo e trova il modo e il tempo di aggiungere e organizzare programmi di memoria nelle sue classi, riflessioni su diritti e parità, e in più, con al seguito anche gli allievi degli anni passati, sostiene i progetti di Libera su no-mafia e quelli dell’Anpi su Costituzione e diritti.
E che farà quest’anno Stefania, a Tor Bella Monica? Cioè, che problemi si troverà davanti? Lo scorso anno aveva in classe la quindicenne incinta, così uguale alle sue compagne nell’allegria e nell’interesse al nostro incontro, diversa solamente in quella sua incosciente pancetta da gestante. E non è stato il solo caso difficile, gestito con tutti i colleghi, con la psicologa e con l’assistente sociale. Ecco qua un bell’esempio della necessaria collegialità e del rapporto tra scuola e famiglie e tra scuola e società.
Chiederò a Francesca se alla sua scuola di Boccea, la Rosmini a indirizzo musicale, sono arrivati i soldi per riparare quei tetti da cui pioveva, per cui ho visto quei cartelli terribili “Non entrate, ci piove!” O se hanno fatto da soli, con l’aiuto dei genitori, dai quali, come mi hanno detto, hanno avuto in dono pianoforti ed altro.
Invece so che Titti, così io la chiamo, continuerà coi suoi percorsi su “La vita è l’arte dell’incontro”, a cui chiama, fuori orario autori di libri o testimoni di storia. E a quegli incontri vengono anche gli ex allievi, ormai universitari, alcuni dei quali sono stati con lei ad Auschwitz e che volentieri l’aiutano con racconti e ricordi e a volte proiettano i filmati fatti in quei lager poi completati nelle riprese in Ghetto. So che è preoccupata, perché ora ha le classi ultime, quelle della maturità con il traguardo impegnativo dell’esame di stato, che , tra l’altro, si dice cambierà.
Ancora le due intraprendenti Cristina e Claudia di Ostia, che hanno guidato le loro terze medie ad ottenere dalla biblioteca del Quirinale le fonti per la ricerca su “donne protagoniste”, di cui hanno fatto relazione orale dai microfoni della sala consiliare del municipio. Una ventina di microfoni, una ventina di giovanissimi relatori. Non credo, che in questo 2014-2015 queste educatrici si faranno bastare qualcosa di meno.
Un’altra scuola, e qui c’è un professore uomo di nome Sergio, che ha condotto i ragazzi a frugare in un altro archivio importante, l’archivio del Senato della Repubblica. La scuola è prestigiosa di per se e per tradizione. È il Liceo Visconti, che sta a due passi dalla sede di quell’archivio, i cui operatori sono stati coinvolti nella ricerca e nella guida pratica. Lì si è voluto scoprire qualcosa di più e di autentico a proposito della liberazione di Roma, cioè l’arrivo degli alleati il 4 giugno del 1944. Ciò che si è scoperto è diventato spettacolo, cioè racconto in forma di spettacolo. Cosa farà quest’anno quella scuola con Sergio e tutti gli altri docenti, con la sua vivace preside, oltre a partecipare in RAI a “per un pugno di libri” o a “le storie”, ai concorsi nazionali di latino o di matematica, dei quali si parla troppo poco e ai quali partecipano tante altre scuole di tutta la penisola? Quanti 100 e quanti 99 gli studenti riescono ad ottenere alla maturità? Quanto impegno e quanto lavoro in più ci metteranno quei tanto sottovalutati professori?
Voglio anche ricordare Roberto, che insegnerà educazione fisica alle superiori. Trasferirà ai ragazzi la sua passione per tante discipline, passione preziosa per contrastare a quelle età, tante passioni pericolose o sbagliate che girano tra noi, come videogiochi, alcol, droga, bullismo, tifo passivo e curvaiolo, e perfino esagerazioni da computer. Educazione fisica e sportiva ancora più preziosa nei giochi di squadra dove ci si abitua al rispetto delle regole, all’impegno massimo nel proprio ruolo, all’intesa corretta coi compagni di squadra. Metafora, questa, della vita civile. Cosa ci sarebbe di meglio se non il rispetto delle regole, l’impegno di ognuno nel proprio ruolo, il rapporto corretto con tutti gli altri? E poi riconoscere guida giudizio e controllo da chi dirige allena o giudica.
Tutti insieme rivedo anche giovani e ragazze, tutti laureati, che non hanno titolo di prof, ma nella scuola operano o potrebbero operare. Sono quelli della cooperativa “Apriti Sesamo” coi quali abbiamo fatto i programmi di memoria nelle scuole di Roma. Il percorso partiva con un documentario, libri e pubblicazioni varie, poi tre testimonianze dalle file della Resistenza e dai dolori della Shoah, visite a Via Tasso e alle Fosse Ardeatine. Quindi l’assistenza tecnica per i video, gli spettacoli, i fumetti o i testi progettati dagli studenti. Da ultimo la pubblicizzazione di tutta la ricerca in un teatro con tutte le classi dei vari istituti, chiamate a conoscere, a giudicare e applaudire il lavoro delle classi ricercatrici. Tutto questo, per la cooperativa aveva un costo minimo, finanziato da Municipi, Provincia, Comune o Regione. Finanziamento sempre più scarso e nell’ultimo anno scolastico quasi inesistente. La Cooperativa ora opera negli altri settori, cioè multiculturalità, ragazzi difficili eccetera. Alcuni di loro fanno teatro e audiovisivi. Altri fanno i clown-dottori, altri curano i piccolissimi, ludoteche e doposcuola, italiano per stranieri. Si chiamano Marco, Ferdinando, Gianluca, Rosa, Claudia, Marcello, Stefania, Alessia, Emanuela. Loro, in qualche modo e sempre precario, aiutano la scuola.
Senza finanziamento, gli insegnanti che ci hanno conosciuto negli anni, continuano a chiamarci per incontri meno complessi. Vengono a prenderci a casa con le loro auto private, trasferiscono al computer le nostre foto o i documenti, cercano in internet e in e-book tutto il resto e insistono a svolgere qualcosa in più e oltre i programmi, perché “senza memoria non c’è futuro”, e perché “la vita è l’arte dell’incontro”. Alcuni di loro sono Flavia al Talete, Elena a Castelnuovo di Porto, Patrizia ed Eleonora al Quarto Miglio, Claudia alla ex Bellini, Annarita allo scientifico Tullio Levi Civita, Ambra, Francesca e Maria Teresa al Nino Rota, Donatella e Viviana a Centocelle, Elisabetta e Paola al Morandi, Maria Grazia al Liceo Ruiz, Patrizia al Caravillani, Cristina al Quartararo, Giovanna al Martellini. Mi fermo qui, perché ce ne sono molti altri e altre. Molti avranno cambiato scuola. Sono quelli che non amano insegnare lo stretto indispensabile e vi aggiungono passione impegno e molte ore di fatica invisibile.
Grazie a ognuno di loro e a tutti gli altri. Grazie di cuore e buon nuovo anno scolastico.

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