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Archive for the ‘Scuola’ Category

Essere dinosauri, forse

Sentirsi l’ultimo dinosauro in via di estinzione può essere eccitante, divertente oppure tragico. Noi ex partigiani combattenti stiamo tutti per andarcene, qualcuno con la mente se ne è già andato.
Questo pensiero come premessa al racconto della mia visita ad una scuola di Roma-periferia, l’ Istituto ITIS “Verne-Magellano” di Acilia. Chi non lo sapesse, si tratta di una borgata o quartiere non lontano da Ostia.
La scuola grande, non bellissima ma funzionale, che emerge in un ambiente verde tutto di casette piccole e dignitose, stradine quasi campagnole, da traffico familiare. Forse non è un quartiere ma nemmeno una borgata. E’ Acilia, una delle tante variegate fette o mosaico di ciò che chiamiamo Roma.
Dentro la scuola, una vivacità e una attenzione da non credere.
Potete guardare le foto, che forse raccontano più delle parole. Mi è stato riferito che il giorno dopo un ragazzo di quinta ha detto che per lui è stata la lezione più interessante che ha mai avuto. Spero sia vero. In ogni caso è stata sicuramente una lezione diversa.
Ho risposto a tutte le domande di ragazze e ragazzi, mi sono collegata al racconto della dirigente Patrizia Sciarma che ha raccontato di un prete suo conterraneo marchigiano trucidato dai tedeschi, ho risposto sulle paure sui momenti tragici, su cosa in concreto si faceva in pianura e anche in montagna. Ho ricordato il mio prete partigiano Pasquino Borghi fucilato alla schiena assieme al mio comandante Angelo Zanti comunista. E non so quanti altri racconti delle mie compagne arrestate torturate e stuprate, Delle pur presenti allegrie, delle storie d’amore di quella generazione vissuta in tempi così neri e disgraziati.
Grazie alla cara Romina Impera, alla intraprendente e dolce Chiara Rovan e alle nuove amiche insegnanti autrici e protagoniste dell’incontro di memoria. Vi hanno inserito interessanti brevi filmati, qualche lettura e immagini in video. Il tutto,per ricordare un’epoca che sembra lontana ma che è all’origine del nostro presente e per compensare una scarsità di notizie e nozioni. Sono state due ore effervescenti, in una grande aula auditorio, tanta gioventù proiettata a professioni moderne, turistico, sanitario, linguistico, industriale. Ragazzi cittadini d’Europa e del mondo, sia per provenienza concreta sia per mentalità nuova, aperta ad un mondo che non ha confini . Lezione ancora più importante in questi giorni, che ci vedono impegnati a frenare e contenere quei tragici rumorosi e violenti drappelli che osano invocare nuovi confini e nuove esclusioni.

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Ripensando all’incontro al MusEd, devo fare qualche aggiunta e qualche riflessione.

L’aggiunta riguarda il Direttore del MusEd, Lorenzo Cantatore, che oltre a guidare il Museo, è professore ordinario di storia della pedagogia  e letteratura per l’infanzia all’università di Roma Tre.
Forse è per merito del doppio incarico che questo giovane docente ha impresso al museo la caratteristica di museo attivo, in cammino, in corsa.  Niente muffa e nemmeno ragnatele, ma iniziative. Il pubblico non si aspetta, si sollecita, si chiama.
Ecco perché già si pensa a riflettere in grande sulla didattica. Che non riguarda soltanto la scuola dell’infanzia o primaria.  I modi dell’insegnare riguardano tutti i livelli, dalle medie alle superiori e forse  oltre. Ripenso al bel libro della Emma Castelnuovo sull’insegnamento della matematica, che tanto mi è stato utile anche se rivolto alle scuole superiori. Senza contare l’atteggiamento del docente, l’empatia, la fiducia da coltivare. E l’apertura al mondo reale, ai problemi veri, alla società. Formazione, significa formare dei cittadini, non riempirli di nozioni.  Tanto più importante ora, che è in atto un degrado della coscienza collettiva, un fascino della cattiveria e della violenza.  Soltanto i valori alti della democrazia e della cultura ci potranno portare ad una migliore Europa e ad  un più pacifico mondo.
Tutto questo per dire grazie a questi docenti del MusEd e all’intraprendente Lorenzo: Il quale al seminario dell’altro giorno ha parlato poco,  soltanto l’essenziale,  perché già ha lavorato molto e molto ancora ne prepara.
Ancora una riflessione. Da Reggio Emilia arriva un entusiasmo per questa valorizzazione di una esperienza speciale. Questo nell’onda del ricordo commosso di un insegnante speciale quale è stato Sergio Lusetti, tanto rimpianto.  Ed anche perché per la didattica Reggio è al massimo dell’innovazione. Troppo poco si parla di “Reggio Children”, quella metodologia che nasce dalla realtà e serve a creare il senso del dovere e il rispetto delle regole. E ditemi se non ce ne è bisogno!
Ancora arrivano a Reggio dal mondo docenti e studiosi ad imparare. Anche la scuola “Italo Calvino” co-protagonista delle nostre settimane di scambio, è nata come erede e continuazione del metodo “Reggio Children”.  La mia collega insegnante Gina Trezza ci affiancherà nel collegamento. E tutta la scuola, ora con insegnanti nuovi ma con spirito aperto, sarà col MusEd nella stessa missione.
Tanto per dimostrare che le innovazioni in campo educativo arrivano sempre dal basso, da gruppi di intellettuali come i protagonisti delle scuole dell’Agro Pontino,  o da singoli insegnanti di periferia e qualche volta da studiosi come la Montessori, o Lombardo Radice o Mauro Laeng. E persino dalle donne dell’UDI del reggiano che nel dopoguerra hanno inventato gli asili per i figli delle mondine e vi hanno seminato le basi da cui sono partiti Rodari e Malaguzzi  per le più dignitose e complesse scuole di “Reggio Children”,
Guardiamo avanti e guardiamo alto, contro le bassezze del momento e contro la dimenticanza del passato.

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Mercoledi 15 maggio a Roma, Università degli Studi ROMATRE, Dipartimento delle scienze della formazione, nelle stanze del MusEd, Museo della scuola e dell’educazione, è stato illustrato il lavoro dei miei scolari e mio di tanti anni fa.  Sono ancora sopraffatta dall’emozione, ma ho il dovere di completare l’informazione e di rimediare alle dimenticanze.

Ora posso elencare le presenze. Prima di tutto quella che ci collegava a Reggio Emilia, la città delle settimane di scambio. Era presente il professor Roberto Zanoni, che è il nipote del maestro Sergio Lusetti. Il Prof. Zanoni è ordinario di chimica alla Sapienza, ma ancora legatissimo alle radici reggiane e ai protagonisti di quel particolare gemellaggio, anzi settimane di scambio, che abbiamo vissuto. So che ha già mandato le foto e le notizie.
Prima di ricordare gli interventi, voglio elencare le presenze, molte a sorpresa.
Tra  i ragazzi del gruppo “Senza Paura” erano presenti addirittura alcuni genitori. Mi si sono presentati il papà e la mamma di Giovanna Capitanio, impossibilitata a venire. ” Al suo posto abbiamo voluto venire noi, papà e mamma”. Non li avrei riconosciuti, sebbene ancora bellissimi. A proposito,   dovrei anche raccontare qualcosa sui padri dei miei ex alunni, protagonisti anche loro di quella avventura.
Con Liliana Pesoli, che pur di venire ha stravolto un suo già pagato viaggio, si è presentata assieme alla madre e alla sorella. Il suo intervento in poesia me l’ha regalato trascritto  su elegante pergamena, bellissima. Spero di poterla pubblicare.
Erano presenti alcune mamme della classe del viaggio a Reggio,  quelle che tanto hanno collaborato. C’era la mamma di Ernesto, il giovane papà che vive e lavora a Barcellona. Poi la mamma di Nicoletta, Assunta,  esperta e guida nel creare le bambole di pezza per le bimbe reggiane. E ancora c’era la mamma di Raffaella D’Angelo, la dolce e bionda ragazza che ancora mantiene legami e contatti con gli antichi compagni di classe, sia vicini che lontani.
Devi citare le presenze dei ragazzi, cioè quelli non previsti nella scaletta dei lavori.  Mi sono trovata dinnanzi non più ricciolina e ora senza occhiali, la cara Cristina di Pilato, che compare, bimba, nella foto della locandina. E’ impiegata in uno studio legale. Poi Raffaella d’Angelo, la dolcissima e ancora biondissima che la prima notte a Reggio Emilia ha confessato di aver sentito un po’ di malinconia, e che lavora all’aeroporto di Ciampino. Con lei è intervenuta Marianna Rossetti. che se ne è andata un po’ prima della fine per  prendere i figli a scuola. Ed ancora ho potuto abbracciare il fantasioso Gianfranco D’Ingegno, ora autorevole psicologo impegnatissimo e motivato.
Altre presenze, quelle di insegnanti colleghi. Laura Dragoni, che da esperta Isef mi ha sempre aiutato in palestra e, dopo, da insegnante parallela nella didattica al tempo pieno. Ed anche Lina Del Curatolo, insegnante alla scuola Media, con la quale si è lavorato insieme per le ricerche e le mostre di “Roma Barocca” e “Roma come un libro”, con  Alberta Campitelli.
Ed ora dirò degli interventi.
Importante e in apertura, l’introduzione del Direttore del dipartimento di Scienze dell’Educazione, professor Massimiliano Fiorucci.(che poi ha voluto la dedica sul mio libro dei racconti),
Breve e filosofico l’intervento di Sandro Portelli, che ha collegato l’esperienza di guerra con quella di insegnante.
Più didattica e articolata la ricca riflessione di Ermanno Detti, direttore di “Articolo 33” e “Il pepe verde”. Gli sono grata perché è lui che ha segnalato al MusEd la nostra avventura.
Molto profonde, anche se concentrate, le relazioni delle docenti universitarie del MusEd,  Carmela Covato,  Francesca Borruso ed Elena Zizioli. Hanno sottolineato la caratteristica femminile, le pagine di un diario e le potenzialità dei materiali archiviati.
Vivissimo e affascinante il racconto di Alberta Campitelli, che è ancora una autorità nell’ambito dei beni culturali e delle ville storiche italiane europee e del mondo. Ha ripercorso quelle esperienze, quei programmi, quella epoca culturale e innovativa del comune di Roma, con i suoi Petroselli sindaco e Nicolini assessore.
A conclusione ed in cima per interesse e concretezza, i quattro interventi degli ex scolari:  Andrea Borrelli, ingegnere, che ha raccontato il viaggio a Reggio;  Nicoletta Lalli, avvocato, che ha fatto una bella e completa riflessione sui dialetti e il bilinguismo; Liliana Pesoli che  il suo emozionante ricordo ce lo ha letto in rima; e Franco Sollazzi, ingegnere, che a braccio ci ha fatto ripensare al valore formativo ed educativo nell’accostarsi agli amministratori, sindaci o dirigenti locali, che hanno in mano le sorti e le scelte della collettività.
Ed ecco, cicliegina sulla torta, la lettura dei tre messaggi arrivati da lontano. Floriana Corlito col suo bel viso e la sua bella voce da attrice, ha dato vita ai messaggi di Ernesto Monacelli che ora vive e lavora a Barcellona dopo anni di esperienze europee, londinesi e germaniche. Più lontana è la voce di Fabrizio Terenziani, della classe più antica, quella di “senza Paura”,  che scrive dal Lussemburgo, ove vive da oltre vent’anni .  E infine l’emotivo saluto da Bologna dell’ex timido Fabio Pepe, che le sue competenze informatiche le esercita accanto alla moglie maestra e alla figlia preadolescente.
E’ mancato il messaggio di Laura Leucci, dalla provincia di Varese, mamma da pochi anni, che fino all’ultimo ha cercato di venire di persona, ma che all’ultimo non ce l’ha fatta. Ci scriveremo.
Con questi ricordi vivi e caldissimi si chiude questa tappa. I dirigenti del Mused e del Dipartimento ci danno appuntamento per l’autunno, quando si guarderà più in grande, in un convegno sui problemi della didattica, della formazione e della cultura di un popolo. A questo punto mi sono detta felice, ho ringraziato e ho raccontato della “medaglia di cartone”
In quegli anni di così nuove e faticose attività, qualcuna delle colleghe aveva sentenziato che alla fine avrei meritato una medaglia di cartone.
Ho detto che questa di oggi è la mia medaglia di cartone. Quella medaglia, inaspettatamente, è arrivata. Ne sono felice. Avrei dovuto precisare che la medaglia spetta prima di tutto  ai ragazzi e un po’ ai loro genitori, ed anche  a chi ci ha aiutato, a chi ci ha compreso. Forse ce la siamo meritata, ma tutti insieme, nessuno escluso.
Insomma, ora andiamo avanti, ancora senza paura, e ancora con entusiasmo.
Devo aggiungere che nel frattempo sono arrivati due messaggi da Reggio Emilia che solo più tardi ho potuto leggere e che ora trascrivo.
Da Gina Trezza, ex insegnante della scuola gemellata di Reggio Emilia:
Noi insegnanti della scuola Italo Calvino di Reggio Emilia, felici che il lavoro scolastico del maestro Sergio Lusetti, uno dei fondatori, sia conosciuto ed apprezzato, siamo convinti  che la memoria sia un prezioso giacimento culturale che arricchisce il presente e contribuisce a costruire un futuro migliore. Viva la scuola”.

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Mimma

L’8 marzo sul sito di Repubblica è stata pubblicata in video e con un articolo, la storia di Mimma, Francesca Del Rio, una partigiana che ha saputo resistere alle molte torture ed ha continuato a lottare.

Le cosiddette visualizzazioni  sono state tantissime, addirittura 14 mila e 500,  superando tutti  il contemporaneo argomento TAV.  Potenza della rete! Potenza  e importanza del ricordo!

Intanto il 9 marzo,  nei luoghi dove Mimma ha vissuto e lottato, è stata dedicata una piazza al suo nome e al suo ricordo. A Bibbiano, provincia di Reggio Emilia, una affollata cerimonia ha inaugurato il luogo, che è simbolicamente il centro  della socialità e della collettività del posto. Tra la scuola dell’infanzia, il Centro Diurno per gli anziani  e il complesso delle scuole dell’obbligo, quel nome e quella qualifica di staffetta partigiana,  ricorda a tutti che i diritti dei bambini, la bellezza della cultura, il valore  dell’uguaglianza. ed in più la cura e l’attenzione per gli anziani, sono conquiste che partono proprio da quelle storie, dalla storia e dalla lotta di Mimma e di tutte le sue compagne e compagni.
Alcuni dei quali erano presenti, perché si tratta soltanto di una generazione fa.
Era presente  mio fratello Orio, che, tredicenne,  mandavo da Mimma   con ordini e volantini. Erano presenti Tommaso Fiocchi e Giuseppina Viani, compresi in quell’elenco che riconosce come combattenti della libertà 271 bibbianesi.  Mimma non era tra le 32 donne di quel paese, perché apparteneva al vicino paese di San Polo d’Enza.  Tra l’altro non si era fatta riconoscere tutti i mesi della sua militanza che risalivano alla primavera del ’44, ma risultano soltanto i mesi in montagna dopo la sua fuga dal carcere di Ciano, cioè da gennaio ad aprile del ’45.
Intitolare un luogo ad una persona esemplare, significa valorizzare una storia che riguarda tutti. Mimma è stata combattente per la libertà di tutti. Ha patito le torture intime  che dalla notte dei tempi sono arma di guerra sul corpo delle donne, ricordate dal premio Nobel per la pace dell’anno appena passato.
E’ significativo che per la cerimonia ufficiale sia stata scelta una data vicina all’8 marzo perché il cammino non  si conclude con la fine della guerra.  Faticosa e lunga c’è la  ricostruzione, la rinascita. Mimma, come tante altre donne, ha lottato per i diritti, prima di tutto  il diritto alla cultura, che lei ha affrontato  alle scuole serali, da lavoratrice e da madre .
Il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, ha aperto la festosa e affollata cerimonia. La cosa più bella è stata la presenza di tanti ragazzi e ragazze. Sono stati loro a reggere le  bandiere , attuali e storiche, recuperate e preservate.  Sono stati loro a leggere l’emozionante racconto di Mimma, registrato e trascritto da una classe terza media di anni fa.  Racconto-intervista di cui ha parlato l’insegnante di allora, la professoressa Ives Arduini, facendoci conoscere una Mimma semplice e dignitosa, ancora sofferente per l’impossibilità di dimenticare.  Il testo di quel racconto ai ragazzi, pubblicato  a suo tempo, è allegato a tutti gli altri documenti presentati a corredo della proposta di onorificenza a Mimma, proposta ancora ferma al Ministero degli Interni.
Presenti e dignitosamente commossi, i due figli di Mimma, arrivati da Parma.
Accanto a me la ricercatrice  Raffaella Cortese De Bosis,  ha raccontato la fatica e gli ostacoli per reperire i documenti da allegare alla richiesta di onorificenza.  Conoscere certi particolari sulla condizione degli archivi,  fa pensare alla volontà di nascondere certe prove anziché  preservarle. E non si tratta solo degli armadi della vergogna.
Importanti e significative altre presenze. Dagli altri comuni  che sono stati i luoghi di lotta di Mimma, sono venuti  i rappresentanti dei sindaci  che hanno sottoscritto la richiesta di onorificenza a Mimma.  Altrettanto presenti i dirigenti e amici delle associazioni ANPI, provinciali e locali, con la delegazione da San Polo, guidata da Sulpizio, ex sindaco e figlio del comandante Guerra, del quale ho tanti ricordi.  E, a mio conforto, un bel gruppo di insegnanti anche dai paesi vicini, che ho conosciuto in questi anni.
A conclusione mio fratello, ex sindaco per due consiliature e  attuale organizzatore di memoria, ha informato sulle iniziative che spiegano la presenza di tutti quei giovani e giovanissimi. A fine mese la visita a Firenze al Cimitero degli  alleati e a maggio il solito viaggio della memoria a Mauthausen, che quest’anno si ripete per la ventiquattresima  volta!
Nella bella giornata di primavera, il canto Bella Ciao sostenuto in prima voce da una ragazza,  ha dato un’onda di festa e di speranza.

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Sono felicissima di far conoscere una vicenda straordinaria che mi è successa.

Con Lorenzo Cantatore

La consegna dell’archivio

Il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre, ha accolto nelle sale del suo Museo storico della didattica, la documentazione del mio insegnamento, raccolto nei numerosissimi giornalini scolastici.
Si tratta di otto voluminosi raccoglitori coi lavori di otto anni di insegnamento, che testimoniano la validità  del giornalino scolastico, la didattica dei beni culturali, la eccezionale esperienza delle “settimane di scambio”.
Li ho consegnati martedi 26 febbraio scorso, accompagnata dai miei figli e da uno dei nipoti. Ad accogliermi il Direttore del Museo Lorenzo Cantatore, e i professori Francesca Gagliardo, Giampiero  Maragoni, Carmela Covato, Chiara Meta, Francesca Borruso ed Elena Zizioli.  Non poteva esserci miglior atmosfera di interesse e di condivisione. Lunghe ore di dialogo e di progetti.
E’ un riconoscimento che mi ha emozionato anche perché inatteso.  E’ quasi incredibile che le mie fatiche possano essere a disposizione dei laureandi e dei curiosi, accanto ai documenti della grande Maria Montessori, e di Giuseppe Lombardo Radice, Antonio Labriola, Mauro Laeng, Ruggero Bonghi. Accanto alle foto e agli oggetti degli eroici pionieri delle scuole dell’Agro Romano e delle paludi pontine con Sibilla Aleramo e Duilio Gambellotti. E vicino all’archivio ricchissimo di  Mario Alighiero Manacorda, come di Albino Bernardini e di Marcello Argilli.
Visitando le ricche raccolte di oggetti libri arredi  fotografie che fanno la storia della scuola dall’unità d’Italia in poi, si è catturati dall’interesse, dall’emozione e dalla sorpresa.  Il nostro diritto allo studio sancito dalla Costituzione, ha un cammino difficile e purtroppo relativamente breve. Ci si accorge che  va di pari passo con i grandi diritti sociali e politici e al principio di eguaglianza.
Mi sono chiesta da dove ho attinto per insegnare in quel modo. Cioè che nessuno deve rimanere indietro. Che ci si deve aiutare, cioè la classe è una comunità dove il successo di uno è il successo di tutti.  Dove il mondo esterno ci interessa e ci riguarda. Dove il passato è da conoscere partendo dalla storia dei genitori e dei nonni. Dove la comunità più grande, cioè l’Italia ha il suo cammino leggibile nei suoi monumenti , nella sua civiltà e per fortuna nelle sue bellezze. Dove il valore più grande è la comprensione reciproca e quindi la pace tra i popoli, e la  comunione con gli stati vicini nell’area europea.
Pensandoci a posteriori sono gli ideali della Resistenza come l’ho vissuta io. Del pacifismo di mio padre, reduce della prima guerra mondiale.  Dei sogni del “sol dell’avvenire” di novecentesca memoria. Della ribellione di mia madre donna che si sentiva sminuita e limitata. Del mio doloroso ricordo della miseria anteguerra e dopoguerra, dell’umiliazione delle mie coetanee impossibilitate ad andare a scuola e quindi giudicate inferiori perché non istruite. Delle ingiustizie e delle prepotenze che le donne e gli uomini più poveri, nelle campagne o nei borghi, dovevano sopportare da parte dei potenti, padroni o caporioni fascisti.
E senza parere mi hanno aiutato anche le esperienze lavorative che ho affrontato con  maggiore o minore buona volontà negli anni prima dell’insegnamento, cioè negli anni in cui a Novara, con spasmodico impegno e un po’ di presunzione, sono stata redattrice di un giornale settimanale.  Forse mi hanno servito anche gli anni che chiamo “di purgatorio” o di “penitenza” trascorsi al Ministero della Pubblica Istruzione, dove ho potuto imparare leggi e regolamenti.
Gli anni di scuola sono stati per me i più  belli, anche se sofferti, faticosi, problematici. Anni, anzi mesi, settimane e giorni da inventare strada facendo, con l’aiuto della mia bellissima famiglia e con l’ossigeno dello sguardo dei miei allievi, del loro sorriso, della loro allegria, dei loro sforzi.
Ora quegli ex scolari sono grandi, sono padri e madri. Gli ultimi, quelli delle settimane di scambio,  hanno 46 anni. In qualche modo siamo ancora in contatto, come con molte delle loro madri o padri. Genitori che non solo ho coinvolto, ma li ho fatti tanto collaborare che si sono create amicizie tuttora vive, con episodi di aiuto reciproco in momenti difficili.
Li sto informando e già vedo che anche loro condividono la mia emozione e la mia felicità.
Cercherò di avere ancora l’energia per  accompagnare questa avventura in incontri e iniziative già programmate, ma di cui ancora non è il momento  di parlarne.

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bullismo e fascismo

La cronaca da un po’ di tempo racconta episodi raccapriccianti di bullismo. Che molto spesso avvengono nelle scuole.  Le mie amiche insegnanti lamentano atmosfere pesanti e comportamenti al limite. Una cara partigiana che ultimamente è andata  a parlare tanto  di memoria agli studenti , mi racconta che c’è sempre un gruppo, a volte numeroso, che non solo non applaude, ma motteggia contrastando e dichiarandosi fascista.
Credo che tra i due atteggiamenti ci sia uno stretto legame.
Perchè il bullismo è una forma di fascismo. Ne ha tutte le caratteristiche e tutti i sentimenti profondi.
Prima di tutto il non accettare le differenze.  Le vittime sono sempre in qualche modo caratterizzate da una diversità. A volte per un paio di calzoni rosa, a volte perché troppo bravi e primi della classe. a volte per qualche imperfezione.
E  tutti sappiamo quanto si sia accanito il fascismo verso tante categorie di diversi.
Poi la prepotenza che può arrivare alla violenza. In sostanza la presunzione di essere superiori e di avere il diritto di colpire, di umiliare.
Qui  si sente l’eco della razza superiore che deve dominare su tutte le altre con la violenza della guerra.
Nel bullismo c ‘è a volte la tendenza ad agire in gruppo, dove il più sfrontato e violento raccoglie ammirazione e consenso.
E qui ricordiamo le squadracce coi manganelli e le varie “bande Carità”.
Nella  realtà di oggi, anche senza ricordare la storia,  troviamo un po’ dappertutto il concime per la  fioritura velenosa del bullismo.
La  violenza negli stadi, dove ricompare l’odio agli ebrei. Le grida di personaggi politici e di gente varia che ha paura degli immigrati e li descrive come pericolosi. L’odio verso gli zingari è addirittura antico. Il fastidio verso il buonismo trattato da ignavia o debolezza o falsità.
Il più pericoloso di tutti è il sentirsi al di sopra di ogni regola, di ogni legge, di ogni buona abitudine.
In testa ci sono tutti quelli che del “no” si sono fatti un vanto e un ideale. No a tutto. No agli scienziati sui vaccini o sulle cure oncologiche. No a chi ha progettato una ferrovia o un oleodotto.  No a un inceneritore, no a tutto.  E tutti questi no è perchè io sono sopra a tutto, ne so più di tutti, non credo a niente, perchè tutti mi vogliono fare fesso. Non credo ai medici perchè sono venduti alle industrie farmaceutiche. Butto l’immondizia dove voglio e non la separo perchè poi loro la rimettono tutta insieme.  Parcheggio dove mi è comodo, mi diverto a fare fesso gli altri e soprattutto a prendermela coi politici.  Se sono bravi e  onesti ancora di più, perchè tanto non ci credo. E mi diverto a scansare gli obblighi le tasse e i contributi.
Una bella foresta di cattivi esempi  per i ragazzi così fragili e spesso così soli.
Come se ne esce non lo so.
Ci vorrebbero dei buoni esempi. Ci vorrebbe che le belle notizie facessero notizia. Che nella scuola e fuori della scuola si parlasse anche dei doveri per poter pretendere dei diritti.
E che  in questi giorni, che sono quasi alla fine dell’anno scolastico, non  ci fosse, così insistito e fastidioso, lo spettacolo di questi cosiddetti vincitori delle elezioni, finti disinteressati alle poltrone ma veri disinteressati  al dialogo e alla logica.

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Un disegno dal giornalino scolastico “senza paura”, 1978

In questi giorni si parla del rapimento di Aldo Moro. Tanto per ricordare che di brutti momenti in Italia ne abbiamo passati tanti.
 Oggi soffriamo per una deriva egoistica e miope dell’opinione pubblica, che  enfatizza i problemi e le difficoltà, dimenticando  le conquiste e i passi avanti,  forse  insufficienti ma preziosi. I mai-contenti sono diventati dei capofila pericolosi.
Io desidero ricordare quel momento con gli scritti e i disegni dei miei scolari di allora. Che credo non commuovano soltanto me e gli autori. Tutti sono ormai grandi, molto spesso laureati, padri e madri di famiglia, ancora attenti al mondo che li circonda. Molti di loro ancora in qualche modo in contatto con me.
E vi aggiungo una mia amara riflessione. Gli autori di quella strage hanno pagato il loro crimine? Se ne sono pentiti? Hanno fatto tornare indietro il nostro paese, interrompendo una strada di pacificazione e convivenza civile di cui oggi sentiamo più che mai il bisogno. La civiltà democratica dovrebbe prevedere l’ascolto e il rispetto reciproco, l’alternanza logica e responsabile nei ruoli di guida, in sostanza una convivenza umana. Che era negli intenti di Moro e di Berlinguer.
Alcuni di quei crudeli protagonisti se la sono cavata abbastanza bene. E questo mi mette in crisi. Voglio aver fiducia nella giustizia, perchè lo scopo della pena deve essere sempre la rinascita, la ricostruzione della coscienza. Ma una pena vera dovrebbe esserci. Forse una pena di lavoro a vita, lavoro utile alla società, lavoro controllato e vero.
Non vorrei che di fanatici finto-idealisti e finto-rivoluzionari di quel tipo ne spuntassero ancora, oggi, su quell’onda di cattiveria, insulti, intolleranza, volgarità,  che abbiamo vissuto in campagna elettorale e che non so se finirà presto.
Ricordiamo pure Moro e i morti della sua scorta.  Ricordiamo cosa abbiamo perduto negli eventi successivi. E’ stata interrotta la strada ideale della civiltà democratica. E oggi sappiamo di quanto ne avremmo bisogno.
Per  scoprire  una emozione e un  sorriso,  ammiriamo  quei disegni e ascoltiamo, oggi, quelle parole semplici e vere.
Tutti i giornalini scolastici dell’epoca sono digitalizzati e raccolti nel sito https://ilgiornalino-scolastico.blogspot.it
Qui la versione completa del giornalino sul rapimento di Aldo Moro, da cui sono tratte le immagini qui sopra.

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