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Archive for the ‘Scuola’ Category

Ho avuto anche quest’anno tanti venticinque aprile.

In anticipo quello musicale, emozionante, affollatissimo, nell’aula magna della Terza Università di Roma. Protagonisti i ragazzi delle quattro scuole primarie a indirizzo musicale, due di Roma e due di Vicovaro e Subiaco. Ne ho scritto sull’Unità di mercoledi 26 aprile.( A proposito, povera Unità, quanti problemi! Col cuore in gola vorrei che si salvasse, che risorgesse !)
Tutti quei giovanissimi, tutti i loro bellissimi insegnanti dei vari strumenti, tutti i loro genitori e amici erano lì per concludere una fatica non solo musicale, ma storico-culturale. Attraverso le musiche imparare la storia, raccordarsi ai sentimenti dei combattenti per la libertà, sentire dolori e terrori della guerra e della dittatura, è questo che si percepiva.
Immagino che negli altri due “concerti” delle altre dieci scuole dello stesso indirizzo ci sia stata la stessa atmosfera, la stessa bellezza.
Curioso che anche in un quartiere di Roma, l’affollato Torre Maura, ci sia stato un 25aprile musicale. Alla sede del Comitato di Quartiere, undici ragazzi e una ragazza, con la loro band di chitarre e il loro maestro, hanno preparato un concerto festoso con una loro Bella Ciao, canzone di Piero e Auschwitz, per un bel gruppo di cittadini e studenti. Maestro arrangiatore e guida, il signor Sandro Ceccarelli, nome dell’orchestra  “Sei corde”.
Finalmente, proprio il 25 aprile, all’inizio della mattinata, ho fatto del mio meglio, intervistata alla vescovile TV2000, dove mi vogliono bene e mi invitano da tempo. Qualche anno fa, proprio Boffo di persona, si è unito ai giovani operatori programmatori e conduttori che mi erano attorno, per salutarmi e ringraziarmi della collaborazione. Questa volta non ha fatto altrettanto Tarquinio, che mi avrebbe messo a disagio e forse in polemica a causa dei suoi troppo frettolosi giudizi sui cinquestelle.
Gli altri miei venticinque aprile sono stati i più belli.
Il frecciarossa mi ha portato nei miei luoghi natali. Prima al mio paese, quel Bibbiano culla del formaggio reggiano e luogo dei 271 combattenti per la libertà ufficialmente riconosciuti con le 32 donne comprese e i compianti 11 morti. Lì mi aspettavano i ragazzi delle scuole medie, in una bella grande aula di musica, molti seduti per terra, tutti già pronti e preparati, coinvolti dai due racconti veri di episodi avvenuti proprio qui settantadue anni fa.  Il mio libriccino “Non era una notte buia e tempestosa”  l’avevano avuto già da tempo e conoscevano mio fratello protagonista del primo racconto  quando aveva la loro verde età. Si sentiva  interesse e la competenza non solo dall’attenzione, ma dall’originalità delle loro numerose domande. Poi eravamo vicini ai luoghi di quelle scene e , curiosamente, vicinissimi alla casa, ora ristrutturata e bella, dove sono nata io, quasi novanta anni fa. Credo che tutto questo diventasse per tutti noi una bella tensione ideale e una bella empatia, grazie anche al sindaco amico, Andrea Carletti, che non ci ha mai abbandonati ed ha aperto l’incontro col suo breve e caldissimo saluto.
Alla fine,  sopra le tante emozioni, un ragazzo dal folto ciuffo dritto colorato di vistoso blu-azzurro, dopo aver fatto la sua domanda e ascoltata la risposta, ha ripreso la parola per dichiarare di essere di tre nazionalità: di padre polacco, madre albanese e lui italiano! E tutto questo l’ha spiegato con essenziale racconto di vicende e particolari degni dell’adulto più navigato in politica o in cattedra.  Non poteva esserci modo più alto e semplice di concludere l’incontro.
L’altro luogo del 25 aprile nella  terra  delle mie fatiche di staffetta è stato Cavriago, dove mi aspettavano gli allievi delle scuole elementari, in due scaglioni, nella grandissima sala consigliare ad anfiteatro, anche qui col sindaco Paolo Burani ad iniziare, le  consigliere-donne, insegnanti e persino un piccolo pubblico di persone legate alla Resistenza. Racconto, dialogo, curiosità e domande a non finire, con insegnanti e amici indaffaratissimi a passare il microfono a quei disinvolti e attentissimi  neo-cittadini . Anche qui l’immagine dei  volti era variegata da incarnati diversi, turbanti e veli, occhi a mandorla, come era stato a Bibbiano. Questa è zona di antica accoglienza, di barriere razziali abbattute da tempo. Non tutti quei bracci alzati hanno potuto ottenere il microfono, ma silenzio, attenzione, curiosità e passione mi hanno dato forza e fiducia. Mi sono sforzata di raccontare di tutti gli altri, quelli che non ci sono più, ma che erano con me, a volte più sfortunati di me, tra quelle campagne e quei vicoli, con quei cognomi e quelle famiglie, impegnati  in  avventure rischiose  che ora riteniamo valorose, ma che allora ci sembravano semplicemente dovute, semplicemente “da fare”.
Grazie a tutti quanti, Mirca, Amedea e Ivan, ed anche a mio nipote Enrico, che mi ha accompagnato e sostenuta, in mezzo ai temi  del suo prossimo esame universitario, ma felice di conoscere finalmente Casa Cervi, su competenza e simpatia di Mirco Zanoni che gli ha fatto da guida.

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14 dicembre 2015, Roma per Parigi

Il giorno della memoria ero in una scuola del Tuscolano e dopo un intenso ed emozionante dialogo coi ragazzi, si stava cantando “Bella Ciao”. molto utile anche a smaltire la commozione. Da una volante arrivata nei pressi si è  avvicinato un poliziotto, che alla signora che lo ha avvicinato ha detto ” Ma questa canzone non si può cantare a scuola!” Alle rimostranze non ha risposto, e credo che negherà. Ma ricollego l’episodio alla informazione di simpatie fasciste  e naziste da parte dei due valorosi poliziotti che a Sesto San Giovanni  hanno liquidato l’attentatore dell’Isis. E ad altri episodi che dimostrano analoghe simpatie penetrate nelle forze dell’ordine, a partire da Genova Bolzaneto.
Dove abbiamo sbagliato? E da quando?
Io credo da molto tempo. Forse da settanta anni, cioè dalla liberazione in avanti.  Non abbiamo educato alla democrazia. Non abbiamo insegnato la libertà. Non abbiamo raccontato la verità alle nuove generazioni.
Le lacerazioni del dopoguerra sono penetrate anche nel reducismo partigiano. Associazioni separate, garibaldine, cioè rosse, e dall’altra parte le cattoliche azioniste e filomonarchiche. E tutte le celebrazioni, escluse forse quelle ufficiali del 2 giugno, all’insegna della retorica, delle corone, dei monumenti e delle medaglie. Utili e doverose, ma staccate, vuote.
Con tanti veleni nell’opinione pubblica. Ancora ier l’altro su facebook  ho trovato riferimenti ai delitti del dopo guerra nella mia terra emiliana. Tutte montature smentite da successive sentenze di tribunale. Negli anni  si è lasciato credere che i partigiani del nord fossero tutti comunisti e filosovietici. Eppure facevano parte del  nostro comando  i professori cattolici Marconi e Dossetti, avevamo  il prete don Carlo alla testa di un distaccamento, C’era  una brigata della montagna tutta cattolica, una famiglia Cervi credente e osservante. E il prete partigiano del mio paese Don Pasquino Borghi fucilato alla schiena insieme al mio comandante comunista Angelo Zanti.  E tanti ragazzi pieni di speranze e di ideali, comprese le illusioni sul socialismo.

Si è forzato sulla contrapposizione. Ancora fino e ieri il partigiano Rosario Bentivegna è stato indicato come colpevole delle Fosse Ardeatine perchè autore di Via Rasella.
In tutti questi decenni è mancata una profonda riflessione su cosa è stato il fascismo e perchè è stato necessario e  sacrosanto sconfiggerlo.
A scuola non è mai stato affrontato l’argomento in modo obiettivo. I testi scolastici ambigui e pressapochisti.  Gli insegnanti alle prese con anni scolastici troppo corti e poca voglia di affrontare un tema caldo, a rischio polemiche con genitori o dirigenti. Si è arrivati quasi sempre solo a studiare poco dopo la fine della prima guerra mondiale.

 Noi ex partigiani siamo andati nelle scuole. In pochi anni io ho superato i quattocento incontri. Altri forse hanno fatto di più, visto che io ho  cominciato solo dieci anni  fa. Ma è come uno svuotare il mare con un cucchiaio. E’ stato  importante ed emozionante, ma non poteva essere storia in senso completo, cioè  culturale e ufficiale. Per di più sporadico, occasionale, fortunoso.
Un professore amico mi ha riferito uno scanzonato commento di un suo allievo circa un incontro con un partigiano ” Professò, che palla!”  Come dire che essere  bravo partigiano non significa essere anche bravo ad insegnare la storia.
L’8 marzo scorso al Quirinale ho incrociato la ministra Giannini alla quale l’amica partigiana Luciana Romoli stava chiedendo un incontro per parlare dei nostri interventi  nelle scuole. Mi sono inserita per osservare che gli insegnanti hanno bisogno di indicazioni ed anche di aiuto. Ho accennato a Don Ciotti che ogni anno in Italia organizza incontri-seminari sull’educazione all’antimafia per i docenti. La Giannini mi ha risposto che “ci stiamo studiando”. Non mi è riuscito di concordare un incontro.  Vorrei tanto riuscirci con la nuova Ministra Valeria Fedeli.
Credo che debba essere insegnato bene nelle scuole e in forma ufficiale, cosa è stato veramente il fascismo e il nazismo. Proprio perché in Europa e nel mondo sta alzandosi   questa inquietante ondata di razzismo e di intolleranza, di esaltazione delle differenze, di ammirazione della violenza. Vorrei che si potesse rispondere a quel ragazzo che anni fa  mi ha riferito che secondo suo nonno sotto Mussolini si stava bene. Su che cosa era fondato quel suo piccolo e provvisorio stare bene. Sul triste epilogo- conseguenza di guerra e sterminio.   Su come è facile e comoda la dittatura e come è difficile e complicata la democrazia. Ma quanto più umana, quanto più desiderabile.
Ora noi partigiani siamo troppo pochi e troppo vecchi persino per andare a fare memoria. Nelle scuole devono arrivare gli studiosi, le facoltà universitarie di storia moderna, e anche la mia amica Michela Ponzani con le sue belle lezioni di storia sui Raitre.
E alla fine,   sarà sufficiente tutto ciò  per  far crescere una generazione di giovani adulti e liberi? Lo spero, anche se contrastare l’allettante  fascino della prepotenza e della violenza, sarà di certo un bella battaglia.

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Anche quest’anno mi chiamano nelle scuole in occasione della giornata della memoria. Naturalmente mi presto volentieri, anche se  testimonianze dirette ne ho ben poche. Eppure c’ero, sedicenne e poco più, dentro quella guerra con quelle sue tenaglie di orrore. La mia amica Luciana racconta della sua compagna cacciata drammaticamente da scuola perché  ebrea.  Io non mi spiego come mai noi di questo sterminio non ne sapessimo nulla, pur essendoci così vicino. Io facevo venti chilometri in bicicletta per andare a scuola a Reggio. Ne sarebbero bastati altrettanti per raggiungere Fossoli, quel campo-carcere di smistamento da dove transitavano tutti i destinati ai lager, Mauthausen, Auschwitz, Primo Levi compreso. Eppure ero nella Resistenza, e c’era mio padre che aveva incarichi e autorevolezza più di me. Io, più di lui, studiavo le “direttive” e le circolari e persino le lezioni ciclostilate che arrivavano dal “centro” e che mi servivano per le riunioni e per le lezioni di storia da impartire ai ragazzi partigiani e alle ragazze staffette. Non ricordo niente che parlasse degli ebrei. Certamente ne parlavano truculenti e bruttissimi manifesti fascisti,ma quelli noi di casa e noi della Resistenza non li degnavamo di uno sguardo. Di tutto quell’orrore, di quella scientifica inesorabile macchina di morte abbiamo saputo soltanto dopo e poco per volta. Tanto orribile da far fatica a crederci. Che oggi, a distanza di sette decenni, vi si presti attenzione è certamente cosa ottima, speranza di una più giusta consapevolezza. Bella la maratona del ricordo, belli i viaggi della memoria, belle le pietre di inciampo. Bello anche il documentario della mia amica Raffaella Cortese De Bosis che ha scovato altra storia di un lager sotterraneo, perché non si finisce mai di scoprire la verità.

Non vorrei però che si finisse di credere che il nazismo fosse soltanto questo, cioè una immensa pazzia, tanto assurda quanto irripetibile, quindi relegata in quel passato. Vorrei che si partisse dall’inizio, cioè da quelle idee razziste e da quella idea di supremazia, di esclusione del diverso, di chiusura egoistica e miope che proprio in questi tempi, e non solo da noi,  si fa strada in tanti movimenti e partiti, in tante associazioni pseudoculturali che si richiamano addirittura apertamente al fascismo e al nazismo.
Vorrei che nel pieno del calendario scolastico, magari a marzo, ci fosse anche un giorno della democrazia e della coscienza, un giorno della libertà e della accoglienza. Per aiutare i ragazzi a diventare cittadini liberi di un paese libero.

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18 maggio 2016 le scuole medie classi terze al teatro del Quarto Miglio

18 maggio. Per le classi terze delle scuole medie al teatro Quarto Miglio (Roma)  

I ragazzi hanno ascoltato la lettura dei tre racconti partigiani ad opera delle attrici Sofia Romeo e Maria Grazi a Rivellino con il direttore regista Carlo Selmi. Era presente anche Luciana Romoli protagonista del secondo racconto e giovanissima staffetta romana.

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18 maggio 2016,al Liceo Russell, incontro con Teresa, per memoria e per parlare dei suoi libr

18 maggio 2016, al Liceo Russell, incontro con Teresa, per memoria e per parlare dei suoi libri

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19 maggio 2016. Scuola elementare Eduardo De Filippo di via Vignali, Roma

Scuola elementare di Via Vignali

 

Le classi quinte e quarte, hanno letto e commentano i tre racconti partigiani di “non era una notte buia e tempestosa”, tempestandomi di domande su domande.

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Sono felice di poter raccontare che è uscito, in tempo per il 25 aprile, il libro per ragazzi con tre miei racconti partigiani. Ne potete vedere qui la copertina con il titolo “Non era una notte buia e tempestosa”

Non era una notte copertina

In questi giorni è stato portato alla fiera del libro per ragazzi di Bologna dagli amici Vagaggini e Detti, che sono lì con la loro rivista “PepeVerde”.

Il libro non è in vendita, ma lo mandiamo in omaggio alle biblioteche scolastiche, ai nostri insegnanti e ad alcune sezioni Anpi che ci hanno aiutato.

Questo libro, o libriccino, è nato in modo strano. Si sono offerti di stamparlo i miei amici e compagni di Cormòns, Gorizia, quando hanno saputo che qui da Roma né io né il “PepeVerde” avevamo il modo di realizzarlo in cartaceo. Me ne hanno regalato una modesta quantità di copie, mentre da parte loro stanno provvedendo a farle avere alle scuole del loro Friuli Venezia Giulia.

E’ un volumetto molto ben fatto, 48 pagine, carta patinata, quattro colori, bei disegni di tre diverse illustratrici, rilegatura a prova di entusiasmi giovanili.

I racconti sono suggeriti da episodi realmente accaduti, dei quali alla fine si aggiungono le note storiche, luoghi, date e nomi.

Oltre ad intuire che nel campo dell’editoria le cose sono molto complicate e difficili, vi chiederete la ragione del mio entusiasmo, che non è solo di soddisfazione personale.

Poche copie, non in vendita, eppure la considero una bella possibilità di arrivare ugualmente ai giovanissimi, dovere primario per educare alla democrazia e alla consapevolezza storica le nuove generazioni.

Sia io che tutti noi che vi abbiamo lavorato pensiamo che possa arrivare ugualmente nelle scuole e nelle case. Infatti, tra poche settimane sarà messo in rete in formato ebook e quindi potrà essere scaricato da scuole insegnanti e genitori. Gli stessi ragazzi, che ormai se la cavano benissimo con palmari e pc, potranno accedervi facilmente. Per ottenere questo risultato ci sarà l’impegno divulgativo della rivista “PepeVerde” che si occupa di letteratura per ragazzi. Da parte mia cercherò di coinvolgere molti amici dell’Anpi e i tanti insegnanti che in questi anni di incontri di memoria mi sono diventati amici. Inoltre ne diffonderà notizia il sindacato CGIL dei lavoratori della Conoscenza, di cui Ermanno Detti e Luciano Vagaggini sono rispettivamente direttore e grafico. Sarà “PepeVerde” a curare i dettagli tecnici in rete. Mi risulta anche che via via vi si potranno aggiungere i commenti dei ragazzi, i filmati delle drammatizzazioni, i disegni, le fotografie reperibili, i dati storici aggiuntivi, i documenti ritrovati. Mi risulta che ci sono già scuole e insegnanti che progettano letture pubbliche, ricerche di episodi analoghi, dialoghi coi nonni, approfondimenti su realtà di vita, dolori problemi case e costumi degli anni di guerra.

Insomma, qualcosa di buono per preparare alla libertà e alla concordia i nuovi giovani potrà arrivare anche da queste poche pagine.

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In questo otto marzo voglio raccontare di una suora. Che del resto è anche lei una donna.

La vedete qui in foto.

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Suor Emerenziana

Si chiama suor Emerenziana. Ha 94 anni.

Le ragazze e i ragazzi dell’Istituto superiore Colomba Antonietti l’hanno incontrata e intervistata qualche settimana fa all’Istituto paritario San Giuseppe. Quartiere Casaletto.

Il video di quell’intervista è sorprendente.

Con lucidità racconta vicende del ’43 e ’44 nella Roma occupata dai nazisti, quando lei aveva 23 anni.

Dalle sue parole quasi li vediamo, quella trentina di ebrei, braccati dal rastrellamento tedesco, che bussano disperati a quella porta, bambini compresi. Nascosti e sistemati all’ultimo piano, nelle aule adattate alla meno peggio. La necessità di non farsi sentire, di frenare l’irruenza dei più piccoli, perché i tedeschi sono maledettamente vicini, appena al di là del muro di cinta, dove c’è una villa abbandonata dai proprietari ebrei fuggitivi e occupata da un comando di esse esse.

Suor Emerenziana racconta un episodio che può sorprendere. Tra quei tedeschi c’era un ufficiale che si era offerto o aveva chiesto di suonare all’organo o al pianoforte della chiesetta dell’Istituto. Lei ricorda che questo giovane in divisa di occupante, metteva le foto della sua famiglia davanti a se, e suonando le guardava e piangeva. Piangeva e suonava.

Suor Emerenziana racconta poi la fatica e i sotterfugi per trovare il cibo, con la suora che va col furgoncino e fa ore di fila al mercato in attesa che arrivi qualcosa, verdura o altro, qualsiasi cosa . Si facevano le code alla cieca, solo sulla speranza. Il cibo che serviva arrivava abbastanza spesso dalle consorelle della campagna romana e laziale, in un abbraccio solidale a dispetto di tutti i divieti e di tutti i bollini della tessera alimentare

Ci sono poi gli spaventi, Come l’ispezione nazista in cerca di ebrei o di sovversivi che si accontenta di controllare solo il primo piano. Miracolo per segrete preghiere o caso fortunato di stanchezza o fiducia.

Ma c’è di più.

Devo raccontare come ci si è arrivati a questa suora e a questa storia.

Merito di altre donne, di una soprattutto. L’insegnante Laudenzi, la dirigente scolastica e altre docenti.

Si scopre che quell’Istituto San Giuseppe è proprio lo stesso a cui si riferisce la scrittrice Lia Levi nel suo libro “Una bambina e basta”. Da tempo l’insegnate Titti e tutta la scuola è in contatto con Lia Levi per i vari giorni della memoria.

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Con Lia Levi

Quell’istituto al Casaletto era anche convitto femminile. E tra le convittrici, con falso nome, erano approdate anche due ragazzine ebree, sorelle. La più piccola era Lia Levi, la scrittrice.

Così è partita la ricerca.

Telefonate, contatti, trasferte, incontri, registrazioni. Alla fine, un bellissimo incontro, in sala grande di architettura a Roma Tre, tra tutte le ultime classi della Colomba Antonietti e Lia Levi . Una bella lezione di storia, a vedere, commentare e confrontare il filmato di Suor Emerenziana e i ricordi di Lia Levi, con domande, riletture del libro, confronti. Lia che racconta lo sgomento e la sofferenza sua, abbandonata dai genitori senza troppo comprendere, in un luogo tanto diverso, dove puoi studiare, è vero, ma dove non devi dimenticare il tuo nome nuovo e falso, e dove insieme alle altre allieve devi fingere di recitare preghiere sconosciute ma devi imparare il segno della croce e non raccontare nulla di te.

Era commossa, Lia, ed eravamo commossi tutti noi. Anche consolati dal sapere che quella suora anziana e lucidissima ancora afferma di impegnarsi sempre contro ogni razzismo, contro ogni violenza e contro ogni guerra.

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Tre licei, la buona scuola

Mamiani
Roma, 17 dicembre 2015, giovedì, ore 16.00
In piena atmosfera natalizia, giorno di targhe alterne e di preparazione apertura porta santa alla Caritas di stazione Termini,  studenti e amici del liceo Colomba Antonietti di via dei Papareschi, si spostavano all’aula magna del più conosciuto Liceo Terenzio Mamiani di via delle Milizie, per seguire la professoressa Maria Teresa Laudenzi in una inedita iniziativa. Erano  invitati a “ due ore di chiacchiere su VARIAZIONI (1977 – 2013)  ….e molto altro”.  Da zona San Paolo a zona Prati, per chi conosce Roma è un bel trasbordo. E’stato perchè al Papareschi non c’è aula magna capiente e perchè tra scuole, per fortuna, a volte, c’è amicizia e collaborazione. La Laudenzi presentava le sue poesie, due volumetti, segnalati e vincenti di due premi internazionali.
Sotto Natale a parlare di poesia.
L’aula si è riempita di ragazze e ragazzi, di docenti, genitori e amici vari. Anche ex alunni. Anche del Mamiani, liceo che di recente  è stato classificato primo per qualità dell’insegnamento e per i  risultati di chi è passato all’università.
Quelle due ore previste sono state davvero speciali. Un susseguirsi di letture, commenti e dialoghi, proiezioni e musiche. Immagini di kandinskij e Vermeer, il tutto progettato dalle ragazze del Papareschi che hanno fatto amicizia e coinvolto le allieve di recitazione del Mamiani. Significativo che all’apertura ci siano stati i  saluti delle due giovani dirigenti scolastiche: per il Mamiani la prof. Tiziana Sallusti; per il Papareschi  Paola Gasperini. Emozionanti le poesie recitate dalle ragazze e importante intervento-lettura di Renato Fiorito, poeta lui stesso e presidente del premio internazionale di poesia e narrativa Don Luigi Di Liegro, che ha premiato recentemente le opere di Maria Teresa.
Le “Variazioni” premiate al concorso letterario Jaques Prèvert 2014, sono state accompagnate da una giovane allieva di origine filippina, che con la sua chitarra e la sua meravigliosa voce, ha offerto la sua canzone,  musica sua e sue parole. Intervento importante di Marilena Sutera, docente dell’Accademia  di belle arti di Roma, che ha raccontato la relazione poesia e immagini, cioè opere dei suoi allievi ispirate  alle poesie della Laudenzi,  esposte nel 2013 alla Casa del Jazz e nel marzo di quest’anno al Museo Canonica di Villa Borghese. Mio contributo, alcune riflessioni sul peso della poesia nella vita e nell’insegnamento e su didattica della poesia. Significativa la partecipazione della assessore alle scuole del secondo Municipio, che si è riproposta di valorizzare e diffondere questa modalità di lavoro. E alla fine, che ci sta bene, auguri rinfresco e brindisi, perchè questi bei legami e questi bei sentieri abbiano un futuro.
FRASCATI, 19 dicembre 2015, sabato, ore 8,50
Al Liceo Marco Tullio Cicerone, giorno di autogestione. Sono invitata a  parlare di libertà e repressione.
Autogestione potrebbe suggerire caos, confusione, pressapochismo. Invece folla di gioventù, molti con maglietta bianca con scritta a pennarello “servizio d’ordine liceo Cicerone”. Intanto è sabato, giorno solitamente libero, di non scuola. Nelle precedenti autogestioni hanno parlato di ambiente. Ora vedo che in una aula parlano di arte, Guernica e Picasso.  Ogni aula ha un argomento al quale potevano iscriversi poco più di venti studenti. Gli addetti al servizio d’ordine controllano e indirizzano ragazzi  e invitati-relatori. Allestiscono abilmente il servizio microfono. Arrivano anche col foglio presenze, perché chi si assenta deve portare giustificazione.
Insomma, nessun caos, anche se molta allegria, molto movimento su e giù per le scale, ma poi due ore intense, porta chiusa,  coi ragazzi e ragazze che hanno scelto me. Alcuni mi conoscevano, per le mie precedenti venute a Frascati e per il mio primo libro. E’ presente anche Marco Caboni, medico e dirigente Anpi  con sua moglie Stefania Pace. Dialogo bello, per attenzione, domande, simpatia. Riferimenti all’ultima guerra che qui ai Castelli e a Frascati ha picchiato duro, al passaggio vero e proprio del fronte e nella crudeltà nazista.
Grazie ragazzi, che vi raggruppate qui, in questo bell’edificio su un cocuzzolo panoramico, con percorsi a  raggera da tutti e Castelli e dalla piana verso il mare di Anzio.
A me è venuta alla mente l’espressione “ la buona scuola”.

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