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Archive for the ‘Storia’ Category

La delegazione di Bibbiano al Cimitero Militare di Firenze

Venerdì scorso, 29 giugno, il quotidiano “La Repubblica” ha dedicato sette pagine, tutto il suo inserto culturale, alla fatica della mia amica Raffaella Cortese De Bosis, ricercatrice.  Questa fatica le è costata tre anni di impegno, su tracce d’archivio, per lo più oltre mare, per la ricostruzione di una vicenda di guerra. Un plotone di quindici ragazzi figli di italiani,  venuti dagli Stati Uniti a combattere in Italia e scomparsi non solo dalla vita ma anche dalla memoria.

Raffaella ha ricomposto tutti i tasselli, inseguito i parenti al di qua e al di là dell’oceano, recuperato immagini e documenti,  illuminato tutti i dolori e le fatiche dei nostri  migranti che fino all’inizio del secolo scorso fuggivano verso il nuovo mondo a ricerca di una nuova vita meno povera e dolorosa.
Raffaella,  in quelle sette pagine, assieme al giornalista Marco Patucchi, ha rifatto la storia di una missione di sabotaggio che dal mare della Liguria doveva far saltare un tunnell sotterraneo della ferrovia Genova-Pisa.  Missione fallita per l’ostilità del mare e per la pochezza delle strumentazioni dell’epoca.
E’ ricostruita la storia di tutti i quindici ragazzi,  ma anche dell’ufficiale nazista che li ha fucilati  subito, nel marzo del 1944, a dispetto di tutti i trattati, quando le vittime indossavano ancora le divise statunitensi. Ed è ricostruita la storia di tutte le quindici famiglie di origine, approdate alle varie latitudini degli Stati Uniti, tutte storie di fatiche e povere di successi, quasi sempre affollate di  figli.
Ciò che sul giornale non si dice, è la fatica e la strategia che la mia amica ha dovuto mettere in atto per raggiungere tante famiglie. Me ne ha accennato sorridendo. Strategie di  approccio per non  essere scambiata per una strana scocciatrice, dialogo e documenti per  aiutare a ricostruire le memorie perdute, antenne per intuire l’emozione e la meraviglia di una vicenda sconosciuta,  dare notizia del luogo di sepoltura, sorreggere la riemersione di un dolore. Guadagnare fiducia per Gabriella è cosa facile, così dotata di simpatia e delicatezza. Così si spiega come abbia potuto farsi dare fotografie e documenti, molti dei quali compaiono sulla ricostruzione di Repubblica.
Questi quindici ragazzi italo-americani riposano nel cimitero militare di Firenze.
Proprio quest’anno mio fratello Orio,  per l’Anpi e assieme al sindaco di Bibbiano, ha guidato una bella delegazione di studenti a quel cimitero militare, dove  riposano  due aviatori americani che lui ragazzo ha visto cadere nei campi verso Montecchio.
E il 25 aprile scorso Raffaella è stata invitata a Postiglione, provincia di Salerno, dove il Comune ha scoperto una lapide in memoria del ventitreenne John J, Leone, matricola 32577443, figlio di Emilio Leone , emigrato da quel piccolo delizioso  paese nei primi anni del secolo.
Non buttate quelle pagine , o se potete recuperatele. Raffaella ha al suo attivo un altrettanto prezioso lavoro sulla strage di Sant’Anna di Stazzema e una ricostruzione anche documentaria sul lager sotterraneo di Mittelbau Dora in Germania.  Per me e per i Comuni di Bibbiano, Canossa e San Polo d’Enza ha scovato i documenti sulla straordinaria storia di Francesca Del Rio “Mimma”, partigiana torturata a Ciano d’Enza dai tedeschi per la quale abbiamo in corso la richiesta di una onorificenza.
Il reportage di Repubblica si conclude con questa frase :
“Ricordare è essenziale in questi anni di smarrimento della memoria e di strisciante ripresa di fascismi più o meno espliciti, più o meno consapevoli. Gli uomini e le donne che hanno vissuto in prima persona anni sconvolgenti e decisivi per la libertà di tutti noi, uno alla volta ci lasceranno per sempre: ed allora il ricordo diventa risorsa preziosissima per non confondere vittime e carnefici, per non cancellare come una linea di gesso spolverata dal vento il confine tra il bene e il male. Oltre settanta anni fa quel confine era chiarissimo, senza se e senza ma. Ricordiamolo e rintracciamolo, affinché quanto è accaduto non si ripeta mai più.”
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Un disegno dal giornalino scolastico “senza paura”, 1978

In questi giorni si parla del rapimento di Aldo Moro. Tanto per ricordare che di brutti momenti in Italia ne abbiamo passati tanti.
 Oggi soffriamo per una deriva egoistica e miope dell’opinione pubblica, che  enfatizza i problemi e le difficoltà, dimenticando  le conquiste e i passi avanti,  forse  insufficienti ma preziosi. I mai-contenti sono diventati dei capofila pericolosi.
Io desidero ricordare quel momento con gli scritti e i disegni dei miei scolari di allora. Che credo non commuovano soltanto me e gli autori. Tutti sono ormai grandi, molto spesso laureati, padri e madri di famiglia, ancora attenti al mondo che li circonda. Molti di loro ancora in qualche modo in contatto con me.
E vi aggiungo una mia amara riflessione. Gli autori di quella strage hanno pagato il loro crimine? Se ne sono pentiti? Hanno fatto tornare indietro il nostro paese, interrompendo una strada di pacificazione e convivenza civile di cui oggi sentiamo più che mai il bisogno. La civiltà democratica dovrebbe prevedere l’ascolto e il rispetto reciproco, l’alternanza logica e responsabile nei ruoli di guida, in sostanza una convivenza umana. Che era negli intenti di Moro e di Berlinguer.
Alcuni di quei crudeli protagonisti se la sono cavata abbastanza bene. E questo mi mette in crisi. Voglio aver fiducia nella giustizia, perchè lo scopo della pena deve essere sempre la rinascita, la ricostruzione della coscienza. Ma una pena vera dovrebbe esserci. Forse una pena di lavoro a vita, lavoro utile alla società, lavoro controllato e vero.
Non vorrei che di fanatici finto-idealisti e finto-rivoluzionari di quel tipo ne spuntassero ancora, oggi, su quell’onda di cattiveria, insulti, intolleranza, volgarità,  che abbiamo vissuto in campagna elettorale e che non so se finirà presto.
Ricordiamo pure Moro e i morti della sua scorta.  Ricordiamo cosa abbiamo perduto negli eventi successivi. E’ stata interrotta la strada ideale della civiltà democratica. E oggi sappiamo di quanto ne avremmo bisogno.
Per  scoprire  una emozione e un  sorriso,  ammiriamo  quei disegni e ascoltiamo, oggi, quelle parole semplici e vere.
Tutti i giornalini scolastici dell’epoca sono digitalizzati e raccolti nel sito https://ilgiornalino-scolastico.blogspot.it
Qui la versione completa del giornalino sul rapimento di Aldo Moro, da cui sono tratte le immagini qui sopra.

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Memorie

Tessera ANPI dell’immediato dopoguerra

Ieri notte RAItre ha trasmesso il racconto di Sami Modiano raccolto da Veltroni.

Ad Auschwitz Birkenau ci sono stata nel 2006, proprio con Veltroni sindaco di Roma e promotore di tutto. C’era Sami Modiano, venuto apposta per la prima volta da Rodi. Con lui l’amico di allora, di quando erano adolescenti in questo luogo, Piero Terracina. Altri testimoni erano Enzo Camerino venuto dal Canada, Shlomo Venezia e le sorelle Andra e Tatiana Bucci a quel tempo bambine.
Accompagnatori Leone Paserman per la comunità ebraica, Alessandro Portelli, Ascanio Celestini, lo storico Marcello Pezzetti, Massimo Rendina per l’Anpi e Maria Coscia, assessore alle scuole che mi aveva inclusa tra gli accompagnatori.
Stranamente era un ottobre di sole. In terra, tra le baracche c’era erba folta. Una delle sorelle ha osservato che quell’erba in quel tempo non avrebbe potuta esserci, perchè sarebbe stata tutta mangiata! E il suo ricordo era di bimba, di quattro o sei anni appena.
Di giorno tutti eravamo attentissimi, silenziosi e indaffarati a maneggiare antichi registratori a nastro e macchine fotografiche. Sami Modiano era il più emozionato e incerto, pur sostenuto dall’antico amico Piero Terracina, gemello e fratello anche nei ricordi.
Di sera, in albergo, i gruppi di studenti, con professsori e qualcuno di noi, a rinvenire le memorie, commentare e finalmente a piangere.
Appena più serene le pause pranzo al sacco, con Veltroni paziente e sorridente a farsi fotografare con gruppi e ancora gruppi di ragazzi e ragazze.
Ricordate, diceva Primo Levi, che questo è stato.  Ricordiamo perchè non possa tornare mai.
Ricordiamo soprattutto gli inizi silenziosi e subdoli di tanto orrore.
La storia non si ripete mai con le stesse forme, ma si ripete spesso nella sostanza. Quelle masse fumanti dell’accampamento dei migranti raccoglitori di arance ricordano altre macerie, altre emarginazioni, altri dolori. Diversi, certo, ma altrettanto brucianti. Ho pensato che le arance che abbiamo comprato in piazza a sostegno della ricerca sul cancro, chissà da chi sono state raccolte. Spero non a prezzo di questi dolori e disagi. Però mi dico che esiste ora la legge sul caporalato ed esiste anche la protezione civile che va ad allestire strutture di ricovero. Mi preoccupa invece, che esista tanta inimicizia verso questa disperata massa di migranti, che degli aspiranti alla guida del paese dicano apertamente che non li vogliono, che bisogna rimandarli ai loro deserti o alle loro guerre, perchè noi davanti a tutti e cattiverie del genere.
Non è facile, ma nelle prossime elezioni, scegliamo quelli che ci si impegnano, che ci provano. A partire dal caporalato, dalle riforme all’Europa, dai progetti di ripopolamento di borghi semiabbandonati, dai bisogni di mano d’opera e persino dal bisogno di bambini.
Ricordare non per retorica, ma perchè non si scivoli per quella china. La Germania e il mondo non aveva capito. Le leggi razziste, la propaganda dell’odio, l’esaltazione egoistica del ritenersi superiori erano il terreno di lancio. Ora si marcia a Roma col saluto romano e al passo rimbombante. Si grida al pericolo, si parla addirittura di razza. Un po’ più di umiltà, un po’ più di sguardo largo, e qualche riflessione per impedire di camminare in discesa verso un moderno inferno di inimicizie e separazioni.

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14 dicembre 2015, Roma per Parigi

Il giorno della memoria ero in una scuola del Tuscolano e dopo un intenso ed emozionante dialogo coi ragazzi, si stava cantando “Bella Ciao”. molto utile anche a smaltire la commozione. Da una volante arrivata nei pressi si è  avvicinato un poliziotto, che alla signora che lo ha avvicinato ha detto ” Ma questa canzone non si può cantare a scuola!” Alle rimostranze non ha risposto, e credo che negherà. Ma ricollego l’episodio alla informazione di simpatie fasciste  e naziste da parte dei due valorosi poliziotti che a Sesto San Giovanni  hanno liquidato l’attentatore dell’Isis. E ad altri episodi che dimostrano analoghe simpatie penetrate nelle forze dell’ordine, a partire da Genova Bolzaneto.
Dove abbiamo sbagliato? E da quando?
Io credo da molto tempo. Forse da settanta anni, cioè dalla liberazione in avanti.  Non abbiamo educato alla democrazia. Non abbiamo insegnato la libertà. Non abbiamo raccontato la verità alle nuove generazioni.
Le lacerazioni del dopoguerra sono penetrate anche nel reducismo partigiano. Associazioni separate, garibaldine, cioè rosse, e dall’altra parte le cattoliche azioniste e filomonarchiche. E tutte le celebrazioni, escluse forse quelle ufficiali del 2 giugno, all’insegna della retorica, delle corone, dei monumenti e delle medaglie. Utili e doverose, ma staccate, vuote.
Con tanti veleni nell’opinione pubblica. Ancora ier l’altro su facebook  ho trovato riferimenti ai delitti del dopo guerra nella mia terra emiliana. Tutte montature smentite da successive sentenze di tribunale. Negli anni  si è lasciato credere che i partigiani del nord fossero tutti comunisti e filosovietici. Eppure facevano parte del  nostro comando  i professori cattolici Marconi e Dossetti, avevamo  il prete don Carlo alla testa di un distaccamento, C’era  una brigata della montagna tutta cattolica, una famiglia Cervi credente e osservante. E il prete partigiano del mio paese Don Pasquino Borghi fucilato alla schiena insieme al mio comandante comunista Angelo Zanti.  E tanti ragazzi pieni di speranze e di ideali, comprese le illusioni sul socialismo.

Si è forzato sulla contrapposizione. Ancora fino e ieri il partigiano Rosario Bentivegna è stato indicato come colpevole delle Fosse Ardeatine perchè autore di Via Rasella.
In tutti questi decenni è mancata una profonda riflessione su cosa è stato il fascismo e perchè è stato necessario e  sacrosanto sconfiggerlo.
A scuola non è mai stato affrontato l’argomento in modo obiettivo. I testi scolastici ambigui e pressapochisti.  Gli insegnanti alle prese con anni scolastici troppo corti e poca voglia di affrontare un tema caldo, a rischio polemiche con genitori o dirigenti. Si è arrivati quasi sempre solo a studiare poco dopo la fine della prima guerra mondiale.

 Noi ex partigiani siamo andati nelle scuole. In pochi anni io ho superato i quattocento incontri. Altri forse hanno fatto di più, visto che io ho  cominciato solo dieci anni  fa. Ma è come uno svuotare il mare con un cucchiaio. E’ stato  importante ed emozionante, ma non poteva essere storia in senso completo, cioè  culturale e ufficiale. Per di più sporadico, occasionale, fortunoso.
Un professore amico mi ha riferito uno scanzonato commento di un suo allievo circa un incontro con un partigiano ” Professò, che palla!”  Come dire che essere  bravo partigiano non significa essere anche bravo ad insegnare la storia.
L’8 marzo scorso al Quirinale ho incrociato la ministra Giannini alla quale l’amica partigiana Luciana Romoli stava chiedendo un incontro per parlare dei nostri interventi  nelle scuole. Mi sono inserita per osservare che gli insegnanti hanno bisogno di indicazioni ed anche di aiuto. Ho accennato a Don Ciotti che ogni anno in Italia organizza incontri-seminari sull’educazione all’antimafia per i docenti. La Giannini mi ha risposto che “ci stiamo studiando”. Non mi è riuscito di concordare un incontro.  Vorrei tanto riuscirci con la nuova Ministra Valeria Fedeli.
Credo che debba essere insegnato bene nelle scuole e in forma ufficiale, cosa è stato veramente il fascismo e il nazismo. Proprio perché in Europa e nel mondo sta alzandosi   questa inquietante ondata di razzismo e di intolleranza, di esaltazione delle differenze, di ammirazione della violenza. Vorrei che si potesse rispondere a quel ragazzo che anni fa  mi ha riferito che secondo suo nonno sotto Mussolini si stava bene. Su che cosa era fondato quel suo piccolo e provvisorio stare bene. Sul triste epilogo- conseguenza di guerra e sterminio.   Su come è facile e comoda la dittatura e come è difficile e complicata la democrazia. Ma quanto più umana, quanto più desiderabile.
Ora noi partigiani siamo troppo pochi e troppo vecchi persino per andare a fare memoria. Nelle scuole devono arrivare gli studiosi, le facoltà universitarie di storia moderna, e anche la mia amica Michela Ponzani con le sue belle lezioni di storia sui Raitre.
E alla fine,   sarà sufficiente tutto ciò  per  far crescere una generazione di giovani adulti e liberi? Lo spero, anche se contrastare l’allettante  fascino della prepotenza e della violenza, sarà di certo un bella battaglia.

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Quasi a richiesta, pubblico diario e foto degli ultimi incontri a cui sono stata chiamata.
E’ anche un modo per ingraziare tutte le amiche e tutti gli amici che lavorano con impegno nel mondo difficile di oggi, a tutela dei  nostri valori civili e liberi ispirandosi  alla storia e al coraggio di ieri.
14 novembre 2015, sabato
A   CASA CERVI,  Gattatico di Reggio Emilia, nel  71°anniversario della morte di mamma Genoeffa, convegno su “ La resistenza delle donne tra memoria e nuove prospettive di ricerca”.
Era l’indomani degli attentati a Parigi, ai quali è stata dedicata una commossa attenzione.
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Nella foto sono presenti Gemma Bigi, ricercatrice, che mi intervisterà sulla traccia del libro “Un cielo pieno di nodi”. Alla mia sinistra la on Giancarla Codrignani, giornalista e storica, che è risalita alle origini del terrorismo islamico prima di commentare con favore e competenza  il mio vissuto e  i miei scritti.
Accanto alla Codrignani, c’è Albertina Soliani, senatrice e presidente dell’Istituto Alcide Cervi e infine la giovane Roberta Mori, consigliera regionale  e presidente della commissione “Parità e diritti delle persone” di Emilia Romagna.  La Mori e la Soliani hanno dato inizio ai lavori con toccanti interventi.
Tra il pubblico confluito alla sala Genoeffa Cocconi erano presenti anche  familiari stretti e  meno stretti delle famiglie Cervi e Cocconi.
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Nel pubblico….

Casa Cervi Biblioteca Emilio Sereni con Emma Bigi

Davanti alla Biblioteca “Emilio Sereni” a Casa Cervi, con Emma Bigi

17 novembre 2015, martedì
ROMA, “Casa della memoria” in via Francesco De Sales. è stato presentato il libro “Compagni” di Elvira Pajetta, figlia di Giuliano, che ha ricostruito la storia di questa straordinaria famiglia, recuperando anche documenti e scritti di notevole importanza. Vi ero invitata e coinvolta con un intervento a chiusura,  sul  ruolo delle tante donne in quelle vicende e sulle ramificazioni familiari e geografiche di quei fatti, tra le famiglie Pajetta, Berrini, Balconi e Banchieri e tra la Francia, la Spagna, URSS,  il bellunese, la Valsesia e la Jugoslavia.
27 novembre 2015, venerdì
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A   ROMA, quartiere del Quadraro, organizzato dal circolo ANPI “Nido di vespe” sono invitata per presentare il libro “Un cielo pieno di nodi”. L’incontro, affollato, si svolge nella sede di “Officina Via Libera”.
Nella foto c’è il presidente Loris Antonelli che ci ospita e apre i lavori.  La dottoressa Aurelia Celliti fa un interessante commento al testo con scambio di interventi. Si aggiunge anche Walter De Cesaris, studioso della resistenza del Quadraro, che si collega alle esperienze di lotta partigiana in questo luogo, chiamato anche “La borgata ribelle” o definito dagli stessi tedeschi come “nido di vespe”, da cui il drammatico rastrellamento e deportazione  di settecento persone.
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Officina culturale via libera, al Quadraro

28 novembre 2915, sabato
CAVRIAGO  (Reggio Emilia) presso il centro culturale “Il Multiplo”, il coordinamento donne della Val D’Enza, nel  quadro di  incontri mostre e spettacoli, partite dal  21 novembre  con tema  contro la violenza alle donne, mi hanno inserita per riflettere sulla violenza alle donne in guerra, ieri e oggi. Pubblico numeroso prevalentemente femminile, saluto del sindaco Paolo Burani, conduzione di Amedea Donelli, poi dialogo e letture sul mio libro con Maria Teresa Laudenzi, scrittrice e insegnante di Roma.  Seguono interventi di Alessandra Campani dell’associazione “Nondasola” con i racconti tragici di volontariato per le stuprate della Bosnia. Quindi il racconto  della prof. Brunetta Partisotti che con i suoi studenti ha ricostruito e pubblicato la storia di una partigiana di Cavriago, “Seida”.  Si sono poi aggiunti contributi al dibattito  di Eletta  Bertani  per l’ANPI nazionale e di Annalisa Magri dell’ANPI Val D’Enza.
Il tutto con il piacevole inserimento di canzoni, voce e chitarra di Giovanni Gilli, figlio di un mio comandante partigiano e di madre staffetta.
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Con Amedea Donelli, Alessandra Campani, Maria Teresa Laudenzi e il sindaco Paolo Burani

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A Cavriago

4 dicembre 2015, venerdì
ROMA, presso la Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma, in via della Vasca Navale  109,  sono confluite le ultime classi dell’Istituto Superiore “Papareschi” per “Esercizi di memoria, dall’armistizio alla liberazione”    promosso dalla prof. Maria Teresa Laudenzi con la preside Paola Gasperini. La mia testimonianza si è intrecciata con le belle lezioni dello storico Ugo Mancini, insegnante al Liceo di Albano e autore di un libro-ricerca uscito di recente, dal titolo “ 1926-1939, l’ITALIA  AFFONDA, ragioni e vicende degli antifascisti a Roma e nei Castelli Romani”. Molta attenzione dei ragazzi, che hanno aggiunto brevi interventi e formulato domande. Dall’incontro con Mancini e con le scuole, partirà una iniziativa in favore dei Musei e dei sentieri della Resistenza, per non dimenticare la vicenda dei Castelli romani sotto bombardamenti linea del fronte, comandi tedeschi e rappresaglie crudeli.
A Frascati

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

Alla

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

 

 Cattura
7 dicembre 2015, lunedì
A CORMONS, provincia di Gorizia, “CORMONSLIBRI2015” Festival del libro e dell’informazione, iniziato venerdì 20 novembre, ha inserito nel pomeriggio del 7 dicembre “UNA PAGINA DI UNA GRANDE STORIA” incontro con Teresa Vergalli. Presenta Giuseppe Mariuz, presidente provinciale ANPI di Pordenone. Preceduto dalla proiezione di una breve intervista rilasciata il 2 giugno a TV2000 (il video è qui sotto), il dialogo, condotto su memoria e romanzo, cioè sui due libri, quello biografico “Storie di una staffetta partigiana” e su ricostruzione romanzata “ Un cielo pieno di nodi” procede spedito intervallato da letture dai due libri dalle voci di Mariateresa Laudenzi e di Elena Vesnaver.
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A Cormons, con Giuseppe Mariuz

Organizzazione perfetta, in teatro. strumentazioni e luci adeguate ad un evento che ha oltre dieci anni di vita e risonanza regionale e nazionale, premi letterari e di poesia, solidarietà, camminate letterarie, vendita libri usati,  teatro e musica, concorso aspiranti giornalisti, puliamo il mondo, coinvolgimento di tutte le scuole di ogni grado della regione e oltre. Merito del vulcanico bravissimo direttore artistico Renzo Furlano, che sta già anticipando il programma  del 2016. Soltanto quest’anno sono passati da questo festival del libro giornalisti, attori ed editori, storici, sportivi. Tra gli altri Lirio Abbate, inviato speciale dell’Espresso col suo “I Re di Roma”; Marco Tarquinio direttore de L’Avvenire; Moni Ovadia con “Le ceneri di Gramsci”, Piergiorgio Odifreddi su “Il giro del mondo nella conoscenza, un gioco razionale; Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti su filosofia contemporanea; Paolo Maddalena giudice Costituzionale; Antonio Ingroia con  Giorgio Bongiovanni e  Lorenzo Baldo su mafia e mafie; Luigi Manconi su giustizia e carceri; Giacomo Russo Spena di Micromega; Il giorno dopo di me, Vito Mancuso, teologo,  su “aprirsi all’altro, all’etica, al bene”.  A chiusura serale Vinicio Capossela col suo “viaggio nel paese dei coppoloni”.
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Elena Vesnaver legge brani del libro

Nell'occasione dell'incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

Nell’occasione dell’incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

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Genoeffa in un disegno di Nani Tedeschi

 

Volteggiano soltanto nere notizie di attentati, nere paure, nere impuntature diplomatiche.

Voglio parlare d’altro.

Dell’amore che ci ha salvato e che forse ancora ci salverà.

E’ l’amore delle donne nei momenti difficili che diventa azione e riesce a salvare gli altri, al prezzo, a volte, di diventare immenso dolore.

Penso a mamma Genoeffa, la madre dei sette fratelli Cervi.

Penso al suo amore operoso così sollecito per i bisogni materiali, ma altrettanto vivo per la crescita delle anime. Nascite che si susseguono, nove in tutto come succedeva all’inizio dell’altro secolo! Ad ogni figlio che si aggiunge è amore che cresce. Non c’è limite. Il cuore è la casa più grande, dove c’è sempre posto e posto ancora e ancora e poi ancora. Indaffarata e serena, e di sera, quando si può fermare, anche indaffarata e allegra. Non ha soltanto le preghiere o la lettura del Vangelo o delle vite dei santi, non soltanto i romanzi epici del tempo, ma anche filastrocche scherzose, quelle che fanno ridere e sorridere. Quelle che tutti i bimbi non si stancano mai di ascoltare e riascoltare. Saggezza e semplicità del mondo contadino! Al chiarore caldo del camino o alla penombra fuligginosa della stalla, una voce di donna coltiva i sentimenti, accende le curiosità, fa volare la fantasia , dà l’esempio.

L’esempio di chi non si ferma mai. Nei lunghi inverni c’è da filare, da tessere e da cucire. A Casa Cervi, nel piccolo museo, c’è ancora il telaio, la connocchia e il trabiccoletto a pedali che fa girare il fuso. Da qualche parte c’è anche una macchina da cucire. La nuora Margherita dice : “ …..che lei era tanto brava….”

L’amore in grammatica è una parola astratta. Ma nella vita non c’è niente di più concreto e palpabile dell’amore.

Condividere coi figli e col marito le scelte di vita, rischiose, in contrasto al potere dei potenti è amore generoso, amore allargato a tutti gli altri figli di tutte le altre donne. Per avere più giustizia, più rispetto, più libertà. Per nessun odio, nessuna violenza, nessuna guerra.

Genoeffa sembra donna antica, che percorre gli stessi sentieri delle donne dell’ottocento o del primo novecento: casa chiesa, lavoro, sacrificio. Invece è donna moderna, perché questi valori li vive nella sostanza, non le importano le formalità, le cerimonie o i certificati.

Lei, così profondamente religiosa, non si cura se l’ultima nuora arrivata non è passata dall’altare. Ciò che conta è il sentimento. Verina è nuora come le altre. E’ mamma dei suoi nipoti come le altre. Amata e rispettata, inserita anche lei in quella comunità produttiva che è la famiglia, dove ognuno ha un ruolo personale e insieme ne ha un altro collettivo quando occorre essere in tanti.

E c’è la guerra. Sembra che sia finita quando cade Mussolini. I ragazzi e il padre esultano e non vogliono festeggiare da soli. La gioia deve essere di tutti e non c’è niente di meglio che una tavolata festosa davanti a un cibo che mette fine, si spera, a tanta carestia. Si fa la pasta asciutta per tutto il paese! Quanta farina, quante uova, quante battute di mattarello ci vogliono per sfamare un paese? I Cervi sono fortunati, hanno lavorato sodo e il frumento è stato abbondante. Le mucche hanno dato tanto latte e si può avere formaggio e burro quanto ne serve.

Immagino Genoeffa, alla testa delle nuore, in quella grande cucina, tutte a impastare, spianare, tagliare e stendere chili e chili di tagliatelle. Le immagino allegre, volonterose, orgogliose. Mi sembra di sentire le spose rivolgersi a lei con l’appellativo di “nonna”. Credo che ancora adesso le nuore emiliane, dette “le spose” chiamino nonne le suocere. Alla fine di tutto quel lavoro, eccole con gli uomini a cuocere nella grande caldara, condire, trasportare e godere in compagnia, fuori dalle differenze e dalle diffidenze, anche fuori dall’astio invidioso di chi non ha saputo o potuto fare altrettanto. Non so se la madre sia andata anche lei in paese con tutti in festa. Immagino che sia rimasta a casa, seduta al fresco della sera, con le mani in grembo e col sorriso sulle labbra. Il cuore coi figli, con Alcide e coi bimbi, un cuore che sorride.

Invece non è ancora l’alba del futuro sognato. E’ la notte della guerra che continua. Cadono aerei alleati e un aviatore straniero ferito è nascosto accudito nella casa dei campi rossi. Genoeffa sacrifica un pollo per questo sconosciuto con cui ci si intende soltanto a gesti. Poi ci sono tutti gli altri. La casa è una zattera di salvezza nel mare dei campi rossi e di quelli attorno,verdi ospitali e complici. Dice Avvenire Paterlini che in quella casa c’era sempre una scodella di latte o di minestra per tutti i fuggitivi. C’era anche un posto per dormire, scomodo ma prezioso: il fienile. Nell’incipiente autunno, Genoeffa andava in punta di piedi a vedere se avevano freddo per allungare un tabarro o una coperta a quei figli di mamma, che il suo grande cuore non aveva esitato ad adottare.

Poi la tragedia. L’assalto, l’incendio, la resa, l’arresto di tutti, con i sette figli e il padre. Che triste inverno, che triste Natale: quattro spose, una nonna, dieci bambini, un giovane parente accorso in aiuto ma clandestino, anche lui fuggitivo. Le spose fanno la spola col carcere, per notizie da cercare e maglie e cibo da confortare. Non c’è conforto né pietà prima dell’anno nuovo. Tra un bombardamento e l’altro le spose conoscono la verità : tutti e sette fucilati, nessun processo, nessuna pietà, solo il padre risparmiato o dimenticato. Non credo che le spose abbiano avuto bisogno di parole per dire tanto orrore alla madre. Saranno bastate le lacrime, o le espressioni indurite, perchè , dice Margherita, non c’era tempo di piangere. Non si piange soltanto con le lacrime. Si piange col cuore, con tutte le fibre, con tutte le vene, con tutto il sangue, con tutte le ossa. Si piange di nascosto, forse tutta la notte, chiedendosi perchè di tanta cattiveria.

Infine tutto quell’amore deve diventare eroismo. Il padre ritorna. Ancora fuggitivo, liberato dalle bombe che hanno colpito il carcere. E’ allo stremo, per età, per le pene, per i disagi della prigionia, per le incertezze sulla sorte dei figli, per salute. Chissà se hanno avuto il tempo di mettersi d’accordo le spose e la nonna. Sta di fatto che non vogliono dire quella verità tanto pesante ad un vecchio padre tanto fragile. Resistono quaranta giorni con quella storia dei figli portati a Parma per il processo.

Immaginate quella madre, di sera, di notte, quando rimane sola col padre e deve tacere quella verità, fingere di non piangere. Ripetere quelle favole, rincuorare quell’uomo. Aspettare che si rimetta in salute, che quei dolori allo stomaco se ne vadano.

Chi è più forte, allora? C’è dell’eroismo in quella scelta. Perchè anche gli uomini, se hanno cuore e amore, possono cedere, crollare. Anche gli uomini diventano fragili. E l’amore della loro donna può salvarli, portarli oltre quel baratro.

Così nonno Alcide ha potuto proseguire il cammino, ritrovare forza per se, per i figli e anche per lei, che non ha retto molto oltre. Qualche mese ancora, meno di un anno. A novembre del ’44 se ne è andata.

In ottobre c’era stato ancora odio fascista contro quel che rimaneva della famiglia. Ancora qualcuno che di nascosto incendia la casa. Genoeffa aiuta, fa quel che può. Ha in braccio l’ultimo nato, undicesimo di quei tanti orfani, venuto al mondo senza più padre e senza più zii. Lei, la madre, nonna e sposa, si arrende, non ha più forza di combattere. Il suo amore tanto grande non può capire tanto odio. Dice alle spose “pensateci voi” e lentamente se ne va. Forse nella speranza o nella convinzione di trovare i figli in un aldilà dove non c’è posto per l’odio, dove l’ unica legge è l’amore.

Ancora un atto d’amore di donne conclude questa storia.

In un mondo maschile, dove i riti hanno sempre una impronta maschile, sono le quattro donne, le quattro “spose” a sfidare tutti, in piena guerra, con un gesto silenzioso e preziosissimo. Quelle quattro donne, le “spose”, le vedove, si caricano sulle spalle la bara della “nonna” per portarla all’ultimo riposo. Mi sembra di vedere i loro volti scuri, decisi, consapevoli.

Accanto al vecchio “nonno” Alcide, saranno loro a continuare unite la strada dei loro uomini, perché dopo il primo raccolto, quello dei padri, possa venirne un altro. Sofferenza e amore, non tempo per piangere, ma lavoro e lavoro, per gli undici figli bambini e anche per tutti gli altri e tutte le altre, oltre l’orizzonte dei campi rossi.

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Farà giorno

Farà giorno

Mi concedo tre appunti di diario.

Un museo

Il museo di via Tasso a Roma è in pericolo di chiusura per mancanza di finanziamenti. Credo sia l’unico museo allestito nelle stesse stanze delle torture, delle prigionie, del dolore e della efferatezza.  Dove i graffiti dei condannati, le finestre murate, i documenti autentici  insegnano tutto, più di qualsiasi libro o film o racconto. Perdere questo luogo sarebbe perdere la memoria e le radici. Io andrò a sottoscrivere e chiedo a tutti di fare altrettanto. Il conto corrente postale è 51520005 intestato Museo Storico della Liberazione 00185 Roma, via Tasso 145. I fondi non servono per chi ci lavora, perchè sono tutti volontari, ma per le spese di manutenzione, per le bollette, il condominio e indispensabili minime pubblicazioni. Il sogno sarebbe di informatizzazione e recupero digitale dei documenti cartacei in via di progressivo degrado. Intanto non chiudere.

Personalmente vorrei che vi si convocassero periodici incontri con insegnanti a scopo di aggiornamento storico sulla didattica della memoria. Si prenda l’esempio e l’esperienza di Libera di Don Ciotti, che periodicamente organizza corsi per insegnanti sulla educazione e informazione di lotta alle mafie. Se ne può sapere di più andando sul sito di Libera “Abitare i margini”.

 Un teatro

Per la precisione, uno spettacolo teatrale. Alla Sala Umberto di Roma lo spettacolo “Farà giorno”, dove un novantatreenne Gianrico Tedeschi tiene sempre la scena con voce e memoria da trentenne. Forse perchè il testo è di quelli che esalta non solo il pubblico ma anche i protagonisti sul palco. Vi si incarna un vecchio partigiano che si scontra con un bulletto neofascista a suon di ironici e profondi battibecchi, quando tra loro ricompare la figlia medico volontaria in Africa ed ex brigatista. Un dialogo serratissimo e  brillante, ricco di definizioni illuminanti sia sul periodo della  Resistenza che sul buio degli anni di piombo, sia sulla verità dell’oggi.

Non so se questo spettacolo andrà in giro per l’Italia. In quel caso mi chiedo come faranno gli autori a  mantenere  l’ efficacia del testo, che in molte parti è esaltato dal dialetto romanesco. Come molti sanno, i dialetti – tutti – hanno accenti e suoni che illuminano e sottolineano i significati. Accenti difficilmente raggiungibili in puro italiano.  Penso che sarà il caso che, oltre a imparare  le lingue,  da un capo all’altro della lunga Italia, ci si dia da fare a capire anche i dialetti.

Ovviamente segnalo la forza di un anziano, questo Gianrico Tedeschi, che ha l’aspetto del novantenne, un po’ curvo, sottile e rugoso, apparentemente fragile, ma che ha la forza  di un maestro di oggi,  ricco di valori  e capacità da regalare a tutti, nipoti compresi. Mi risulta, e  ne sono felice, che nella vita vera, settanta anni fa, questo vecchio di oggi è stato veramente un giovane partigiano antifascista.

Un giardino

Ho già scritto del giardino sotto casa mia, bello e verde anche in piena estate e curato dagli anziani volontari dei palazzi attorno. Ieri mattina ho evitato all’ultimo passo, una bella cacca piazzata proprio nel mezzo del vialetto. I cani non vi dovrebbero entrare, né di giorno né di notte. Nei dintorni c’è abbondanza di zone e di verde per queste passeggiate canine.

Ho ripensato a quante fatiche e quanti soldi è costata questa piccola oasi verde, strappata a petizioni  e trattative con l’assessorato ai giardini,  ottenuta con l’impegno della manutenzione. Ho ripensato alla diseducazione dei padroni che, non solo “bonificano” di deiezioni anche i marciapiedi delle scuole elementari e medie nella strada di fronte, ma non risparmiano tutti i percorsi delle possibili passeggiate nel quartiere.

Ho pensato anche alle notizie di questi giorni. Si è deciso che i cani possono entrare anche nei ristoranti, e che potranno essere collocati, penso, sotto i tavoli.  Non so come farà una mia amica che è allergica a scegliere un ristorante o una pizzeria. Sebbene, forse, i cani disturbano meno di certi bambini vocianti e maleducati con famiglie altrettanto sguaiate. Insomma, non me la prendo con i cani, anche perché in famiglia abbiamo una deliziosissima piccola Lulù, grande compagna di giochi del gatto Totò.  Me la prendo coi padroni, veri prepotenti, maleducati e impuniti. Padroni che sono una bella squadra di quell’esercito di italiani che non rispettano le regole, che se ne fregano degli altri e della loro città e magari  se ne vantano.

E me la prendo anche con i fanatici animalisti, quelli che sono andati nei laboratori a distruggere le fiale delle analisi scientifiche, perché volevano ottenere il divieto delle sperimentazioni sugli animali. Divieto che purtroppo è avvenuto, per fanatismo dei proponenti animalisti talebani e insipienza dei loro interlocutori. Senza chiedersi se quegli animali sono topi o moscerini, se sono trattati senza sofferenza e in quali ricerche.

Me la prendo anche con quei “generosi” che hanno tanto cuore e tanto portafoglio per la loro bestiola, ma poi non danno un euro per  la Sardegna, per i bambini affamati del mondo o nemmeno per la Caritas sotto casa.

Così invito tutti a rileggere la lettera della giovane senatrice a vita, dottoressa Elena Cattaneo, rivolta al Presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, su questo argomento degli inciampi alla ricerca e alla sperimentazione. La lettera è intitolata  “Ecco perché il nostro paese sta morendo”. E che sia vero lo conferma il fatto che la lettera è riportata alla pagina 59 (cinquantanove)  di Repubblica del mercoledì 27 novembre 2013.

Un giorno dei tanti, dei troppi, in cui l’argomento principale è stato – ed è ancora –  un piccolo sbiadito e miserevole riccastro di nome B.

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