Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Storia’ Category

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

14 dicembre 2015, Roma per Parigi

Il giorno della memoria ero in una scuola del Tuscolano e dopo un intenso ed emozionante dialogo coi ragazzi, si stava cantando “Bella Ciao”. molto utile anche a smaltire la commozione. Da una volante arrivata nei pressi si è  avvicinato un poliziotto, che alla signora che lo ha avvicinato ha detto ” Ma questa canzone non si può cantare a scuola!” Alle rimostranze non ha risposto, e credo che negherà. Ma ricollego l’episodio alla informazione di simpatie fasciste  e naziste da parte dei due valorosi poliziotti che a Sesto San Giovanni  hanno liquidato l’attentatore dell’Isis. E ad altri episodi che dimostrano analoghe simpatie penetrate nelle forze dell’ordine, a partire da Genova Bolzaneto.
Dove abbiamo sbagliato? E da quando?
Io credo da molto tempo. Forse da settanta anni, cioè dalla liberazione in avanti.  Non abbiamo educato alla democrazia. Non abbiamo insegnato la libertà. Non abbiamo raccontato la verità alle nuove generazioni.
Le lacerazioni del dopoguerra sono penetrate anche nel reducismo partigiano. Associazioni separate, garibaldine, cioè rosse, e dall’altra parte le cattoliche azioniste e filomonarchiche. E tutte le celebrazioni, escluse forse quelle ufficiali del 2 giugno, all’insegna della retorica, delle corone, dei monumenti e delle medaglie. Utili e doverose, ma staccate, vuote.
Con tanti veleni nell’opinione pubblica. Ancora ier l’altro su facebook  ho trovato riferimenti ai delitti del dopo guerra nella mia terra emiliana. Tutte montature smentite da successive sentenze di tribunale. Negli anni  si è lasciato credere che i partigiani del nord fossero tutti comunisti e filosovietici. Eppure facevano parte del  nostro comando  i professori cattolici Marconi e Dossetti, avevamo  il prete don Carlo alla testa di un distaccamento, C’era  una brigata della montagna tutta cattolica, una famiglia Cervi credente e osservante. E il prete partigiano del mio paese Don Pasquino Borghi fucilato alla schiena insieme al mio comandante comunista Angelo Zanti.  E tanti ragazzi pieni di speranze e di ideali, comprese le illusioni sul socialismo.

Si è forzato sulla contrapposizione. Ancora fino e ieri il partigiano Rosario Bentivegna è stato indicato come colpevole delle Fosse Ardeatine perchè autore di Via Rasella.
In tutti questi decenni è mancata una profonda riflessione su cosa è stato il fascismo e perchè è stato necessario e  sacrosanto sconfiggerlo.
A scuola non è mai stato affrontato l’argomento in modo obiettivo. I testi scolastici ambigui e pressapochisti.  Gli insegnanti alle prese con anni scolastici troppo corti e poca voglia di affrontare un tema caldo, a rischio polemiche con genitori o dirigenti. Si è arrivati quasi sempre solo a studiare poco dopo la fine della prima guerra mondiale.

 Noi ex partigiani siamo andati nelle scuole. In pochi anni io ho superato i quattocento incontri. Altri forse hanno fatto di più, visto che io ho  cominciato solo dieci anni  fa. Ma è come uno svuotare il mare con un cucchiaio. E’ stato  importante ed emozionante, ma non poteva essere storia in senso completo, cioè  culturale e ufficiale. Per di più sporadico, occasionale, fortunoso.
Un professore amico mi ha riferito uno scanzonato commento di un suo allievo circa un incontro con un partigiano ” Professò, che palla!”  Come dire che essere  bravo partigiano non significa essere anche bravo ad insegnare la storia.
L’8 marzo scorso al Quirinale ho incrociato la ministra Giannini alla quale l’amica partigiana Luciana Romoli stava chiedendo un incontro per parlare dei nostri interventi  nelle scuole. Mi sono inserita per osservare che gli insegnanti hanno bisogno di indicazioni ed anche di aiuto. Ho accennato a Don Ciotti che ogni anno in Italia organizza incontri-seminari sull’educazione all’antimafia per i docenti. La Giannini mi ha risposto che “ci stiamo studiando”. Non mi è riuscito di concordare un incontro.  Vorrei tanto riuscirci con la nuova Ministra Valeria Fedeli.
Credo che debba essere insegnato bene nelle scuole e in forma ufficiale, cosa è stato veramente il fascismo e il nazismo. Proprio perché in Europa e nel mondo sta alzandosi   questa inquietante ondata di razzismo e di intolleranza, di esaltazione delle differenze, di ammirazione della violenza. Vorrei che si potesse rispondere a quel ragazzo che anni fa  mi ha riferito che secondo suo nonno sotto Mussolini si stava bene. Su che cosa era fondato quel suo piccolo e provvisorio stare bene. Sul triste epilogo- conseguenza di guerra e sterminio.   Su come è facile e comoda la dittatura e come è difficile e complicata la democrazia. Ma quanto più umana, quanto più desiderabile.
Ora noi partigiani siamo troppo pochi e troppo vecchi persino per andare a fare memoria. Nelle scuole devono arrivare gli studiosi, le facoltà universitarie di storia moderna, e anche la mia amica Michela Ponzani con le sue belle lezioni di storia sui Raitre.
E alla fine,   sarà sufficiente tutto ciò  per  far crescere una generazione di giovani adulti e liberi? Lo spero, anche se contrastare l’allettante  fascino della prepotenza e della violenza, sarà di certo un bella battaglia.

Read Full Post »

Quasi a richiesta, pubblico diario e foto degli ultimi incontri a cui sono stata chiamata.
E’ anche un modo per ingraziare tutte le amiche e tutti gli amici che lavorano con impegno nel mondo difficile di oggi, a tutela dei  nostri valori civili e liberi ispirandosi  alla storia e al coraggio di ieri.
14 novembre 2015, sabato
A   CASA CERVI,  Gattatico di Reggio Emilia, nel  71°anniversario della morte di mamma Genoeffa, convegno su “ La resistenza delle donne tra memoria e nuove prospettive di ricerca”.
Era l’indomani degli attentati a Parigi, ai quali è stata dedicata una commossa attenzione.
Cavriago 5 persone BIS
Nella foto sono presenti Gemma Bigi, ricercatrice, che mi intervisterà sulla traccia del libro “Un cielo pieno di nodi”. Alla mia sinistra la on Giancarla Codrignani, giornalista e storica, che è risalita alle origini del terrorismo islamico prima di commentare con favore e competenza  il mio vissuto e  i miei scritti.
Accanto alla Codrignani, c’è Albertina Soliani, senatrice e presidente dell’Istituto Alcide Cervi e infine la giovane Roberta Mori, consigliera regionale  e presidente della commissione “Parità e diritti delle persone” di Emilia Romagna.  La Mori e la Soliani hanno dato inizio ai lavori con toccanti interventi.
Tra il pubblico confluito alla sala Genoeffa Cocconi erano presenti anche  familiari stretti e  meno stretti delle famiglie Cervi e Cocconi.
image10.jpeg

Nel pubblico….

Casa Cervi Biblioteca Emilio Sereni con Emma Bigi

Davanti alla Biblioteca “Emilio Sereni” a Casa Cervi, con Emma Bigi

17 novembre 2015, martedì
ROMA, “Casa della memoria” in via Francesco De Sales. è stato presentato il libro “Compagni” di Elvira Pajetta, figlia di Giuliano, che ha ricostruito la storia di questa straordinaria famiglia, recuperando anche documenti e scritti di notevole importanza. Vi ero invitata e coinvolta con un intervento a chiusura,  sul  ruolo delle tante donne in quelle vicende e sulle ramificazioni familiari e geografiche di quei fatti, tra le famiglie Pajetta, Berrini, Balconi e Banchieri e tra la Francia, la Spagna, URSS,  il bellunese, la Valsesia e la Jugoslavia.
27 novembre 2015, venerdì
anpi2_bis.jpg
A   ROMA, quartiere del Quadraro, organizzato dal circolo ANPI “Nido di vespe” sono invitata per presentare il libro “Un cielo pieno di nodi”. L’incontro, affollato, si svolge nella sede di “Officina Via Libera”.
Nella foto c’è il presidente Loris Antonelli che ci ospita e apre i lavori.  La dottoressa Aurelia Celliti fa un interessante commento al testo con scambio di interventi. Si aggiunge anche Walter De Cesaris, studioso della resistenza del Quadraro, che si collega alle esperienze di lotta partigiana in questo luogo, chiamato anche “La borgata ribelle” o definito dagli stessi tedeschi come “nido di vespe”, da cui il drammatico rastrellamento e deportazione  di settecento persone.
78

Officina culturale via libera, al Quadraro

28 novembre 2915, sabato
CAVRIAGO  (Reggio Emilia) presso il centro culturale “Il Multiplo”, il coordinamento donne della Val D’Enza, nel  quadro di  incontri mostre e spettacoli, partite dal  21 novembre  con tema  contro la violenza alle donne, mi hanno inserita per riflettere sulla violenza alle donne in guerra, ieri e oggi. Pubblico numeroso prevalentemente femminile, saluto del sindaco Paolo Burani, conduzione di Amedea Donelli, poi dialogo e letture sul mio libro con Maria Teresa Laudenzi, scrittrice e insegnante di Roma.  Seguono interventi di Alessandra Campani dell’associazione “Nondasola” con i racconti tragici di volontariato per le stuprate della Bosnia. Quindi il racconto  della prof. Brunetta Partisotti che con i suoi studenti ha ricostruito e pubblicato la storia di una partigiana di Cavriago, “Seida”.  Si sono poi aggiunti contributi al dibattito  di Eletta  Bertani  per l’ANPI nazionale e di Annalisa Magri dell’ANPI Val D’Enza.
Il tutto con il piacevole inserimento di canzoni, voce e chitarra di Giovanni Gilli, figlio di un mio comandante partigiano e di madre staffetta.
Cavriago Amedea Donelli Alessandra Campani Mariateresa e SindacoP1120847

Con Amedea Donelli, Alessandra Campani, Maria Teresa Laudenzi e il sindaco Paolo Burani

Cavriago P1120849

A Cavriago

4 dicembre 2015, venerdì
ROMA, presso la Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma, in via della Vasca Navale  109,  sono confluite le ultime classi dell’Istituto Superiore “Papareschi” per “Esercizi di memoria, dall’armistizio alla liberazione”    promosso dalla prof. Maria Teresa Laudenzi con la preside Paola Gasperini. La mia testimonianza si è intrecciata con le belle lezioni dello storico Ugo Mancini, insegnante al Liceo di Albano e autore di un libro-ricerca uscito di recente, dal titolo “ 1926-1939, l’ITALIA  AFFONDA, ragioni e vicende degli antifascisti a Roma e nei Castelli Romani”. Molta attenzione dei ragazzi, che hanno aggiunto brevi interventi e formulato domande. Dall’incontro con Mancini e con le scuole, partirà una iniziativa in favore dei Musei e dei sentieri della Resistenza, per non dimenticare la vicenda dei Castelli romani sotto bombardamenti linea del fronte, comandi tedeschi e rappresaglie crudeli.
A Frascati

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

Alla

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

 

 Cattura
7 dicembre 2015, lunedì
A CORMONS, provincia di Gorizia, “CORMONSLIBRI2015” Festival del libro e dell’informazione, iniziato venerdì 20 novembre, ha inserito nel pomeriggio del 7 dicembre “UNA PAGINA DI UNA GRANDE STORIA” incontro con Teresa Vergalli. Presenta Giuseppe Mariuz, presidente provinciale ANPI di Pordenone. Preceduto dalla proiezione di una breve intervista rilasciata il 2 giugno a TV2000 (il video è qui sotto), il dialogo, condotto su memoria e romanzo, cioè sui due libri, quello biografico “Storie di una staffetta partigiana” e su ricostruzione romanzata “ Un cielo pieno di nodi” procede spedito intervallato da letture dai due libri dalle voci di Mariateresa Laudenzi e di Elena Vesnaver.
Cormons 2.jpg

A Cormons, con Giuseppe Mariuz

Organizzazione perfetta, in teatro. strumentazioni e luci adeguate ad un evento che ha oltre dieci anni di vita e risonanza regionale e nazionale, premi letterari e di poesia, solidarietà, camminate letterarie, vendita libri usati,  teatro e musica, concorso aspiranti giornalisti, puliamo il mondo, coinvolgimento di tutte le scuole di ogni grado della regione e oltre. Merito del vulcanico bravissimo direttore artistico Renzo Furlano, che sta già anticipando il programma  del 2016. Soltanto quest’anno sono passati da questo festival del libro giornalisti, attori ed editori, storici, sportivi. Tra gli altri Lirio Abbate, inviato speciale dell’Espresso col suo “I Re di Roma”; Marco Tarquinio direttore de L’Avvenire; Moni Ovadia con “Le ceneri di Gramsci”, Piergiorgio Odifreddi su “Il giro del mondo nella conoscenza, un gioco razionale; Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti su filosofia contemporanea; Paolo Maddalena giudice Costituzionale; Antonio Ingroia con  Giorgio Bongiovanni e  Lorenzo Baldo su mafia e mafie; Luigi Manconi su giustizia e carceri; Giacomo Russo Spena di Micromega; Il giorno dopo di me, Vito Mancuso, teologo,  su “aprirsi all’altro, all’etica, al bene”.  A chiusura serale Vinicio Capossela col suo “viaggio nel paese dei coppoloni”.
Cormons 3

Elena Vesnaver legge brani del libro

Nell'occasione dell'incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

Nell’occasione dell’incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

Redipuglia foto (2)

Read Full Post »

Digitalizzato_20151125 (2)

Genoeffa in un disegno di Nani Tedeschi

 

Volteggiano soltanto nere notizie di attentati, nere paure, nere impuntature diplomatiche.

Voglio parlare d’altro.

Dell’amore che ci ha salvato e che forse ancora ci salverà.

E’ l’amore delle donne nei momenti difficili che diventa azione e riesce a salvare gli altri, al prezzo, a volte, di diventare immenso dolore.

Penso a mamma Genoeffa, la madre dei sette fratelli Cervi.

Penso al suo amore operoso così sollecito per i bisogni materiali, ma altrettanto vivo per la crescita delle anime. Nascite che si susseguono, nove in tutto come succedeva all’inizio dell’altro secolo! Ad ogni figlio che si aggiunge è amore che cresce. Non c’è limite. Il cuore è la casa più grande, dove c’è sempre posto e posto ancora e ancora e poi ancora. Indaffarata e serena, e di sera, quando si può fermare, anche indaffarata e allegra. Non ha soltanto le preghiere o la lettura del Vangelo o delle vite dei santi, non soltanto i romanzi epici del tempo, ma anche filastrocche scherzose, quelle che fanno ridere e sorridere. Quelle che tutti i bimbi non si stancano mai di ascoltare e riascoltare. Saggezza e semplicità del mondo contadino! Al chiarore caldo del camino o alla penombra fuligginosa della stalla, una voce di donna coltiva i sentimenti, accende le curiosità, fa volare la fantasia , dà l’esempio.

L’esempio di chi non si ferma mai. Nei lunghi inverni c’è da filare, da tessere e da cucire. A Casa Cervi, nel piccolo museo, c’è ancora il telaio, la connocchia e il trabiccoletto a pedali che fa girare il fuso. Da qualche parte c’è anche una macchina da cucire. La nuora Margherita dice : “ …..che lei era tanto brava….”

L’amore in grammatica è una parola astratta. Ma nella vita non c’è niente di più concreto e palpabile dell’amore.

Condividere coi figli e col marito le scelte di vita, rischiose, in contrasto al potere dei potenti è amore generoso, amore allargato a tutti gli altri figli di tutte le altre donne. Per avere più giustizia, più rispetto, più libertà. Per nessun odio, nessuna violenza, nessuna guerra.

Genoeffa sembra donna antica, che percorre gli stessi sentieri delle donne dell’ottocento o del primo novecento: casa chiesa, lavoro, sacrificio. Invece è donna moderna, perché questi valori li vive nella sostanza, non le importano le formalità, le cerimonie o i certificati.

Lei, così profondamente religiosa, non si cura se l’ultima nuora arrivata non è passata dall’altare. Ciò che conta è il sentimento. Verina è nuora come le altre. E’ mamma dei suoi nipoti come le altre. Amata e rispettata, inserita anche lei in quella comunità produttiva che è la famiglia, dove ognuno ha un ruolo personale e insieme ne ha un altro collettivo quando occorre essere in tanti.

E c’è la guerra. Sembra che sia finita quando cade Mussolini. I ragazzi e il padre esultano e non vogliono festeggiare da soli. La gioia deve essere di tutti e non c’è niente di meglio che una tavolata festosa davanti a un cibo che mette fine, si spera, a tanta carestia. Si fa la pasta asciutta per tutto il paese! Quanta farina, quante uova, quante battute di mattarello ci vogliono per sfamare un paese? I Cervi sono fortunati, hanno lavorato sodo e il frumento è stato abbondante. Le mucche hanno dato tanto latte e si può avere formaggio e burro quanto ne serve.

Immagino Genoeffa, alla testa delle nuore, in quella grande cucina, tutte a impastare, spianare, tagliare e stendere chili e chili di tagliatelle. Le immagino allegre, volonterose, orgogliose. Mi sembra di sentire le spose rivolgersi a lei con l’appellativo di “nonna”. Credo che ancora adesso le nuore emiliane, dette “le spose” chiamino nonne le suocere. Alla fine di tutto quel lavoro, eccole con gli uomini a cuocere nella grande caldara, condire, trasportare e godere in compagnia, fuori dalle differenze e dalle diffidenze, anche fuori dall’astio invidioso di chi non ha saputo o potuto fare altrettanto. Non so se la madre sia andata anche lei in paese con tutti in festa. Immagino che sia rimasta a casa, seduta al fresco della sera, con le mani in grembo e col sorriso sulle labbra. Il cuore coi figli, con Alcide e coi bimbi, un cuore che sorride.

Invece non è ancora l’alba del futuro sognato. E’ la notte della guerra che continua. Cadono aerei alleati e un aviatore straniero ferito è nascosto accudito nella casa dei campi rossi. Genoeffa sacrifica un pollo per questo sconosciuto con cui ci si intende soltanto a gesti. Poi ci sono tutti gli altri. La casa è una zattera di salvezza nel mare dei campi rossi e di quelli attorno,verdi ospitali e complici. Dice Avvenire Paterlini che in quella casa c’era sempre una scodella di latte o di minestra per tutti i fuggitivi. C’era anche un posto per dormire, scomodo ma prezioso: il fienile. Nell’incipiente autunno, Genoeffa andava in punta di piedi a vedere se avevano freddo per allungare un tabarro o una coperta a quei figli di mamma, che il suo grande cuore non aveva esitato ad adottare.

Poi la tragedia. L’assalto, l’incendio, la resa, l’arresto di tutti, con i sette figli e il padre. Che triste inverno, che triste Natale: quattro spose, una nonna, dieci bambini, un giovane parente accorso in aiuto ma clandestino, anche lui fuggitivo. Le spose fanno la spola col carcere, per notizie da cercare e maglie e cibo da confortare. Non c’è conforto né pietà prima dell’anno nuovo. Tra un bombardamento e l’altro le spose conoscono la verità : tutti e sette fucilati, nessun processo, nessuna pietà, solo il padre risparmiato o dimenticato. Non credo che le spose abbiano avuto bisogno di parole per dire tanto orrore alla madre. Saranno bastate le lacrime, o le espressioni indurite, perchè , dice Margherita, non c’era tempo di piangere. Non si piange soltanto con le lacrime. Si piange col cuore, con tutte le fibre, con tutte le vene, con tutto il sangue, con tutte le ossa. Si piange di nascosto, forse tutta la notte, chiedendosi perchè di tanta cattiveria.

Infine tutto quell’amore deve diventare eroismo. Il padre ritorna. Ancora fuggitivo, liberato dalle bombe che hanno colpito il carcere. E’ allo stremo, per età, per le pene, per i disagi della prigionia, per le incertezze sulla sorte dei figli, per salute. Chissà se hanno avuto il tempo di mettersi d’accordo le spose e la nonna. Sta di fatto che non vogliono dire quella verità tanto pesante ad un vecchio padre tanto fragile. Resistono quaranta giorni con quella storia dei figli portati a Parma per il processo.

Immaginate quella madre, di sera, di notte, quando rimane sola col padre e deve tacere quella verità, fingere di non piangere. Ripetere quelle favole, rincuorare quell’uomo. Aspettare che si rimetta in salute, che quei dolori allo stomaco se ne vadano.

Chi è più forte, allora? C’è dell’eroismo in quella scelta. Perchè anche gli uomini, se hanno cuore e amore, possono cedere, crollare. Anche gli uomini diventano fragili. E l’amore della loro donna può salvarli, portarli oltre quel baratro.

Così nonno Alcide ha potuto proseguire il cammino, ritrovare forza per se, per i figli e anche per lei, che non ha retto molto oltre. Qualche mese ancora, meno di un anno. A novembre del ’44 se ne è andata.

In ottobre c’era stato ancora odio fascista contro quel che rimaneva della famiglia. Ancora qualcuno che di nascosto incendia la casa. Genoeffa aiuta, fa quel che può. Ha in braccio l’ultimo nato, undicesimo di quei tanti orfani, venuto al mondo senza più padre e senza più zii. Lei, la madre, nonna e sposa, si arrende, non ha più forza di combattere. Il suo amore tanto grande non può capire tanto odio. Dice alle spose “pensateci voi” e lentamente se ne va. Forse nella speranza o nella convinzione di trovare i figli in un aldilà dove non c’è posto per l’odio, dove l’ unica legge è l’amore.

Ancora un atto d’amore di donne conclude questa storia.

In un mondo maschile, dove i riti hanno sempre una impronta maschile, sono le quattro donne, le quattro “spose” a sfidare tutti, in piena guerra, con un gesto silenzioso e preziosissimo. Quelle quattro donne, le “spose”, le vedove, si caricano sulle spalle la bara della “nonna” per portarla all’ultimo riposo. Mi sembra di vedere i loro volti scuri, decisi, consapevoli.

Accanto al vecchio “nonno” Alcide, saranno loro a continuare unite la strada dei loro uomini, perché dopo il primo raccolto, quello dei padri, possa venirne un altro. Sofferenza e amore, non tempo per piangere, ma lavoro e lavoro, per gli undici figli bambini e anche per tutti gli altri e tutte le altre, oltre l’orizzonte dei campi rossi.

Read Full Post »

Farà giorno

Farà giorno

Mi concedo tre appunti di diario.

Un museo

Il museo di via Tasso a Roma è in pericolo di chiusura per mancanza di finanziamenti. Credo sia l’unico museo allestito nelle stesse stanze delle torture, delle prigionie, del dolore e della efferatezza.  Dove i graffiti dei condannati, le finestre murate, i documenti autentici  insegnano tutto, più di qualsiasi libro o film o racconto. Perdere questo luogo sarebbe perdere la memoria e le radici. Io andrò a sottoscrivere e chiedo a tutti di fare altrettanto. Il conto corrente postale è 51520005 intestato Museo Storico della Liberazione 00185 Roma, via Tasso 145. I fondi non servono per chi ci lavora, perchè sono tutti volontari, ma per le spese di manutenzione, per le bollette, il condominio e indispensabili minime pubblicazioni. Il sogno sarebbe di informatizzazione e recupero digitale dei documenti cartacei in via di progressivo degrado. Intanto non chiudere.

Personalmente vorrei che vi si convocassero periodici incontri con insegnanti a scopo di aggiornamento storico sulla didattica della memoria. Si prenda l’esempio e l’esperienza di Libera di Don Ciotti, che periodicamente organizza corsi per insegnanti sulla educazione e informazione di lotta alle mafie. Se ne può sapere di più andando sul sito di Libera “Abitare i margini”.

 Un teatro

Per la precisione, uno spettacolo teatrale. Alla Sala Umberto di Roma lo spettacolo “Farà giorno”, dove un novantatreenne Gianrico Tedeschi tiene sempre la scena con voce e memoria da trentenne. Forse perchè il testo è di quelli che esalta non solo il pubblico ma anche i protagonisti sul palco. Vi si incarna un vecchio partigiano che si scontra con un bulletto neofascista a suon di ironici e profondi battibecchi, quando tra loro ricompare la figlia medico volontaria in Africa ed ex brigatista. Un dialogo serratissimo e  brillante, ricco di definizioni illuminanti sia sul periodo della  Resistenza che sul buio degli anni di piombo, sia sulla verità dell’oggi.

Non so se questo spettacolo andrà in giro per l’Italia. In quel caso mi chiedo come faranno gli autori a  mantenere  l’ efficacia del testo, che in molte parti è esaltato dal dialetto romanesco. Come molti sanno, i dialetti – tutti – hanno accenti e suoni che illuminano e sottolineano i significati. Accenti difficilmente raggiungibili in puro italiano.  Penso che sarà il caso che, oltre a imparare  le lingue,  da un capo all’altro della lunga Italia, ci si dia da fare a capire anche i dialetti.

Ovviamente segnalo la forza di un anziano, questo Gianrico Tedeschi, che ha l’aspetto del novantenne, un po’ curvo, sottile e rugoso, apparentemente fragile, ma che ha la forza  di un maestro di oggi,  ricco di valori  e capacità da regalare a tutti, nipoti compresi. Mi risulta, e  ne sono felice, che nella vita vera, settanta anni fa, questo vecchio di oggi è stato veramente un giovane partigiano antifascista.

Un giardino

Ho già scritto del giardino sotto casa mia, bello e verde anche in piena estate e curato dagli anziani volontari dei palazzi attorno. Ieri mattina ho evitato all’ultimo passo, una bella cacca piazzata proprio nel mezzo del vialetto. I cani non vi dovrebbero entrare, né di giorno né di notte. Nei dintorni c’è abbondanza di zone e di verde per queste passeggiate canine.

Ho ripensato a quante fatiche e quanti soldi è costata questa piccola oasi verde, strappata a petizioni  e trattative con l’assessorato ai giardini,  ottenuta con l’impegno della manutenzione. Ho ripensato alla diseducazione dei padroni che, non solo “bonificano” di deiezioni anche i marciapiedi delle scuole elementari e medie nella strada di fronte, ma non risparmiano tutti i percorsi delle possibili passeggiate nel quartiere.

Ho pensato anche alle notizie di questi giorni. Si è deciso che i cani possono entrare anche nei ristoranti, e che potranno essere collocati, penso, sotto i tavoli.  Non so come farà una mia amica che è allergica a scegliere un ristorante o una pizzeria. Sebbene, forse, i cani disturbano meno di certi bambini vocianti e maleducati con famiglie altrettanto sguaiate. Insomma, non me la prendo con i cani, anche perché in famiglia abbiamo una deliziosissima piccola Lulù, grande compagna di giochi del gatto Totò.  Me la prendo coi padroni, veri prepotenti, maleducati e impuniti. Padroni che sono una bella squadra di quell’esercito di italiani che non rispettano le regole, che se ne fregano degli altri e della loro città e magari  se ne vantano.

E me la prendo anche con i fanatici animalisti, quelli che sono andati nei laboratori a distruggere le fiale delle analisi scientifiche, perché volevano ottenere il divieto delle sperimentazioni sugli animali. Divieto che purtroppo è avvenuto, per fanatismo dei proponenti animalisti talebani e insipienza dei loro interlocutori. Senza chiedersi se quegli animali sono topi o moscerini, se sono trattati senza sofferenza e in quali ricerche.

Me la prendo anche con quei “generosi” che hanno tanto cuore e tanto portafoglio per la loro bestiola, ma poi non danno un euro per  la Sardegna, per i bambini affamati del mondo o nemmeno per la Caritas sotto casa.

Così invito tutti a rileggere la lettera della giovane senatrice a vita, dottoressa Elena Cattaneo, rivolta al Presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, su questo argomento degli inciampi alla ricerca e alla sperimentazione. La lettera è intitolata  “Ecco perché il nostro paese sta morendo”. E che sia vero lo conferma il fatto che la lettera è riportata alla pagina 59 (cinquantanove)  di Repubblica del mercoledì 27 novembre 2013.

Un giorno dei tanti, dei troppi, in cui l’argomento principale è stato – ed è ancora –  un piccolo sbiadito e miserevole riccastro di nome B.

Read Full Post »

Foto di Simone Ramella

Foto di Simone Ramella

Fascismo è Priebke.

Si dice che è stato fino all’ultimo, tutta la vita, fedele a se stesso. Ma chi era, cosa era, questo se stesso?

Vediamolo così gelido e altero, stivali, divisa, decorazioni- alle Fosse Ardeatine che allora erano soltanto cave – che fa vedere ai soldati sottoposti come si fa, come si esegue quel “dovere”.   Sparare da vicino, un colpo solo alla nuca. Per risparmiare munizioni. Da contabile della morte, un proiettile solo,  non di più.

Quanti colpi lui, quanti sparati dagli altri. Altri che, se non ce la fanno più, o per sfinimento o per angoscia, lui, l’ufficiale, li intontisce con l’alcol, li minaccia. Bisogna finire il lavoro, eseguire gli ordini.

Lui non ha occhi. Non vede né vecchi né ragazzi. Non vede il fil di ferro che lega mani alla schiena, due persone alla volta. Non ha orecchie. Non sente né il rimbombo o lo strisciare dei passi, né il tonfo dei corpi che franano sugli altri corpi morti. Non i gemiti, le invocazioni, le maledizioni, le preghiere sussurrate o declamate. Forse Montezemolo o il papà di Riccardo Mancini hanno detto qualcosa ai loro compagni o ai loro assassini. Forse il tenore Stame, con la sua bella voce che abbiamo riascoltata con ammirata commozione, avrà invocato le sue adorate bambine.

Ma lui, Priebke, non ha occhi, non ha orecchie, non sente nemmeno l’odore del sangue. Non ha pensieri. Non è in grado di avere pietà.

Lui è uno che gli ordini li esegue. Non deve avere sentimenti. Lui non è un essere umano. È soltanto un oggetto.  È come una pistola  o un fucile che spara senza sapere, senza discutere. Qualcuno tira il grilletto, l’ordine, e lui esegue.  È progettato per eseguire. Si è lasciato  progettare per eseguire. Si è annullato come uomo, ha accettato di essere la mano cieca di volontà altrui.

Non ho bisogno di cercare negli archivi. Ricordo troppo bene ciò che ci veniva detto a scuola e ripetuto dappertutto. “Eseguire senza discutere gli ordini del duce”.

Ecco questo è  fascismo.

Non essere più persone. Eseguire, ubbidire, non discutere, non pensare.

Ardeatine e Lampedusa

Ricordare le fosse Ardeatine mi porta alla strage di Lampedusa. Una terribile analogia di numeri. Alle Fosse Ardeatine sono stati 335. A Lampedusa, pochi di più, 339, almeno fino ad oggi. Esclusi quelli  dell’ultimo barcone, tragedia dietro tragedia.

Ho negli occhi quella enorme distesa di bare. Lucide, pulite con sopra un fiore. La commozione, però, è immaginare il dentro di quelle bare. Non corpi ricomposti, vestine bianche dei bimbi,   braccia e mani dignitose sul petto degli adulti. Spero che siano ancora avvolti in quei pietosi teli neri o blu, a nascondere le povere vesti inzuppate di mare, le carni gonfie e livide, i visi appena messi a fuoco per le foto, unica  traccia   per sperare in un nome .

Alle Fosse Ardeatine, Priebke e Kappler, a opera conclusa e bottiglie di cognac svuotate, quei corpi morti, ammucchiati  in quelle grotte,  li hanno seppelliti  minando la volta della cava, che senza spesa e fatica, ha chiuso  la più affollata fossa comune mai inventata. Non bastava. Forse per un un sussulto di odorato, o piuttosto  per ulteriore sfregio, vi hanno aggiunto sopra  una montagna di letame. Altro insulto, altra offesa.  Per nascondere i corpi, coprire l’orrore, sfuggire al giudizio di chi è ancora uomo. E per evitare la rivolta di una città.

Insultare i morti. Non avere pietà. Anche questo è fascismo.

La legge Bossi Fini

La legge Bossi Fini è fascismo. Fascismo che sopravvive oggi. Sono contenta di averlo sentito dire da qualcun altro, perchè è da tempo che ai ragazzi delle scuole in quei miei percorsi di memoria cerco di spiegare la sostanza di quella legge.  Fascismo oggi non sono soltanto le svastiche o gli slogan o le sfilate grottesche o ridicole dei nostalgici o neonazi o neofasci. Sono brutti e condannabili anche quelli, per la violenza che esaltano.  La Bossi-Fini è una legge fascista perchè prevede e impone una condanna a persone che non hanno commesso alcun reato. Come gli ebrei condannati in quanto ebrei. L’extracomunitario senza lavoro – a volte perchè l’ha perduto – perde il diritto di restare qui e va rispedito al suo paese. Senza guardare se in quel paese c’è l’inferno.  Se uno straniero viene qui senza permesso e non ha contratto di lavoro,  deve essere ricacciato in mare, magari a cannonate.  Spesso è un un nostro vicino che scappa dalla sua casa in fiamme e si  rifugia nel nostro giardino, ma noi lo incriminiamo come clandestino  perchè ha scavalcato la siepe senza il nostro consenso.

So cosa mi dicono. Siamo poveri anche noi. Abbiamo tanti disoccupati anche noi. Ma io credo che si possano trovare altre strade. Un po’ di fantasia, un po’ di inventiva. Non soltanto chiedere aiuto all’Europa per avere dei soldi da continuare a spendere in azioni sbagliate.

Read Full Post »

Meglio una dittatura buona?

foto da Recuerdos de Pandora

foto da Recuerdos de Pandora

Il lettore “Morby” ha commentato il mio blog con una  sola frase: “meglio una dittatura buona che una finta democrazia cattiva”.

Un altro internauta, con una frase un po’ più lunga, – due righe e mezzo –  mi ha rimbeccata per aver inserito il nome di Grillo tra quelli che ritengo aspiranti dittatori.

La prima cosa che mi viene da dire a questi  cari internauti è di sprecarsi un po’ di più. Motivare  meglio, fermarsi a riflettere. Non mi ritengo né il signor so-tutto, ne quella che ha la verità in tasca, ma quando scrivo cerco di argomentare. Per fortuna ho una lunga dote di ricordi ed esperienze su cui riandare.

Dalle mie parti di qualche chiacchierone si diceva: “ parla per dare aria ai denti”. Non vorrei che di voi si dicesse : “scrive per sgranchirsi le dita”.

Lascio stare l’accenno a Grillo. Un bel po’ di tempo fa ho scritto un pezzetto più corto del solito per indicare che Grillo è già un dittatore. Infatti toglie ai suoi parlamentari – pardon portavoce? – il diritto di dissentire. Per loro non vale il “senza vincoli di mandato”. Non vale la Costituzione, perchè vi si antepone un vincolo di contratto, sottoscritto con lui, capo acclamato. Se avete voglia, andate a ripescare quel che dicevo, comprese le considerazioni sui possibili Scilipoti.

È invece il caso di riflettere su quel “E’ meglio una  dittatura buona”.

Credo proprio che ci sia bisogno di ripensare a cosa è stata la dittatura in Italia e anche qua e là nel mondo.

Può esistere una dittatura buona? Intanto qualsiasi dittatura di sicuro toglierebbe anche agli internauti il diritto di parola, cioè  quello di navigare e digitare all’impazzata. Non mi sembra che in Cina o in Russia o nelle autocrazie arabe  gli innamorati del web, gli amanti della rete abbiano  vita  tanto facile.

Qualsiasi dittatura ha paura delle libere idee, delle menti pensanti. Mussolini  voleva impedire a  “questo cervello di funzionare”. Era il cervello di Gramsci. Non ce la fece del tutto.

Anche nelle democrazie ci sono quelli che fanno di tutto per impedirti di pensare. Per nasconderti le informazioni utili ad un giudizio libero. Per rintronarti di fandonie, bugie, sciocchezze , ripetute e straripetute a nausea, fino a farle passare per verità. Ne abbiamo in questi giorni dosi massicce: – Sono perseguitato. Non ho commesso nessun reato. È in pericolo la democrazia.  Persino il ridicolo “sono dimagrito di undici chili”.

Se poi la nostra democrazia sia finta o cattiva occorrerebbe un lungo discorso.

A dire la verità questa nostra democrazia non è un gran che. Non ha nemmeno un cammino del tutto luminoso.

Partita dal gran fuoco di speranze ricordato dal film “Roma città aperta” dell’altra sera.  Se siete troppo giovani o non abbastanza anziani  dal ricordarlo, dovreste averlo saputo come conoscenza e cultura che una  intera generazione, la mia, ha voluto e sognato una vera e buona democrazia.  Solo i fortunati ne hanno visto l’alba. I meno fortunati ci hanno lasciato la vita. O per tutta l’esistenza hanno cercato di dimenticare torture od orrori.

Anche dopo non è finita. Non è stata una buona democrazia quella che metteva in galera i partigiani per atti di guerra, o chi licenziava gli operai che portavano l’Unità in tasca, o creava i reparti-confino per gli attivisti sindacali. Non è stata e non è una buona democrazia  quella che abbiamo, perché non si è fatto abbastanza per sanare le ingiustizie e le disuguaglianze. Non è una buona democrazia quella che ci fa votare persone che non possiamo scegliere.

Tuttavia in questi settanta anni  abbiamo potuto parlare e lottare, fare scioperi e scrivere giornali, ottenere qualche  buona legge e qualche conquista. Sempre seguendo una specie di stella polare che  è la nostra  Costituzione, che prevede tutto, sollecita tutto. Che è ancora, dopo settanta anni, in gran parte da attuare e che sarebbe bene non toccare.

È meglio avere un lungo cammino ancora davanti, che vedersi impedita qualsiasi azione, negata qualsiasi scelta.

Sarebbe ancora meglio che tutti noi, che lamentiamo le manchevolezze di questa nostra democrazia, ci mettessimo di impegno per fare qualcosa  di concreto per  salvarla,  migliorarla , renderla amica dei cittadini, riparatrice dei torti e dei dolori. Non per demolire tutto, tipo muoia sansone con tutti i filistei, oppure distruggiamoli tutti, mandiamoli tutti a casa. Per fare cosa? Forse per una nuova dittatura che si vuol  credere “buona”?

Non esistono dittature buone.

Le dittature impediscono ai sudditi di essere persone. Cioè  persone libere e pensanti.

Nessuno in buona fede e che rispetti il significato delle parole,  può permettersi di dimenticarlo.

Read Full Post »

Breve lampo nel buio

Nel nostro giardino è stato piantato un bellissimo ulivo, con tronco secolare e ciuffo giovane di fronde. Ci verrà fissata alla base una bella roccia con una targa con dedica alla memoria di Agostino Medelina, scomparso un anno fa, alla tenacia del quale si deve la ristrutturazione attuale del giardino. Agostino è stato una persona speciale. Classe 1922, prigioniero in Francia ha collaborato col Maquis, poi dirigente sindacale alla Fatme, sempre impegnato nel Pci, Ds e PD, nell’amministrazione del condominio,  attivo nel comitato di quartiere e promotore del comitato di gestione del giardino. Autodidatta come scrittore, in due libri ricordo, vivacissimo nel creare sonetti in italiano e in romanesco. Le sue rime ci rallegravano dalla bacheca davanti alla sezione e alla fermata dell’autobus.

Se ora abbiamo sotto casa questo bel giardino, alberato e attrezzato, lo dobbiamo in gran parte a lui, che ha saputo trascinare tutti noi di questi quattro palazzi nel reclamarlo e nel mantenerlo. Qui vengono nonni e bambini da tutti i dintorni. C’è sempre un bel sottofondo di voci allegre.

Nei giorni scorsi l’anziano signore che rasava i prati, sembrava uno scultore. Rasava l’erba alta risparmiando le zone più folte di margherite, girandogli  intorno con amore e attenzione. Per risultato abbiamo avuto un prato-giardino imprevedibile, poetico e surreale.

 

La montagna è sempre lì

La montagna è sempre lì, da scalare. Presidenza, economia e governo.

Raddoppiare Napolitano è stata salvezza. Ritornati alla casella di partenza.

Siamo ancora lì, con la montagna davanti, ma mezzo sepolti dai detriti, con i tentacoli grillini avvinghiati alle caviglie, sommersi dai detriti che noi stessi abbiamo fatto franare nella dissennata arrampicata. Abbiamo sbagliato il percorso, mancato i giusti appigli, scalciato e sprecato il fiato. Siamo pieni di lividi e ferite,  forse amputazioni.

Aspettiamo squadre di soccorso esterne?  I tecnici ormai non più. Ed anche i saggi, svaniti nella nebbia. Rimangono i giornalisti come categoria di esperti? Che paura, se pensiamo ai Santoro o ai Travaglio! E se qualcuno pensasse alle donne? Una bella squadra di soccorso al femminile, con Barbara Spinelli in testa, Nadia Urbinati, Margherita Hack  e Natalia Aspesi in mezzo.

Ma non c’è da sperare. Delle donne ci si dimentica sempre.

 Barbara_Spinelli_Napolitano

Le madri della Patria

Siamo vicini al 25 aprile. La data, come ha detto un ragazzo, di quando qualcuno ha liberato qualcosa.

Nei miei più frequenti incontri nelle scuole mi va di raccontare delle mie compagne più sfortunate. Quelle che non hanno voluto o potuto raccontare tutto. Quelle che sono state le “madri della patria” senza saperlo. Che dopo settanta anni, attutito il bruciore più intenso e senza più l’assurdità dell’antico pudore, si può tirar fuori dall’ombra.

Parlo delle torturate-violentate.

È risaputo che le donne hanno sempre fatto parte del bottino di guerra. Ma è venuto il momento di raccontare le prodezze dei bravi ragazzi di Salò. Quelli che stupravano Mimma a Ciano con “quei bastoni lì”, per insegnare ai timidi tedeschi come si fa “a far parlare anche i morti” – come diceva quell’Arduini diciannovenne. E Mimma, davvero mezzo morta, occhi chiusi, “non li volevo vedere”,  e  “non ho parlato… non ho mai parlato”. Lei è scappata e scampata.

 Scampata anche Tina, che dice “non si può raccontare, nessuno ti può credere”. E anche lei, sotto quel che non si può dire,  non ha mai parlato. Nel senso di denunciare, di fare la spia.

Scampata anche la nonna di Sara, che si è raccontata con nome e cognome, diciottenne, in tribunale, forse a porte chiuse. Immagine di braccia e gambe legate ai piedi del tavolo, povero corpo nudo, offerto ai cani tra gli sghignazzi e gli urli di un pubblico specializzando in tecniche di torture. Anche  lei “non ho parlato, non ho mai parlato”.

È più eroico quel tacere o la sventagliata di mitra dell’eroe che va all’assalto? Eroismo a confronto. Coraggio a confronto.

Da quell’eroismo, da quel silenzio, qualcuno ha liberato qualcosa.

Mimma taceva per suo padre. Morto per le botte dei primi squadristi. Per la miseria che ne è venuta.  Tina per i suoi congiunti fatti marcire per anni al confino e per il suo uomo in carcere per delitto di pensiero. La nonna di Sara non so, ma certo per i dolori della guerra, i bombardamenti, la povertà, le umiliazioni inflitte ai più deboli, ALLE  più deboli.

Quella è stata “la prima gioventù” della nostra Repubblica.

Madri della Patria, accanto a tutti gli altri, all’ombra di tutti gli altri.

 Entrata_dei_rifugi_di_Colleferro

Le grotte ritrovate

A Colleferro un gran teatro strapieno di ragazzi delle scuole medie. Sono a indirizzo musicale, quindi c’è una grande orchestra di giovanissimi: archi, fiati, tastiere percussioni. C’è tutto, e soprattutto la preparazione, la serietà e l’allegria. Ci deliziano con tre belle interpretazioni, ad interrompere e sottolineare i nostri racconti e discorsi.

Colleferro era proprio sulla famosa linea Gustav, quella tragica diagonale tra Cassino e Anzio, da Tirreno ad Adriatico. I ragazzi hanno indagato su quella realtà di guerra  e sono arrivati all’amore per la pace, da tentare di descrivere in rime, in poesie.  Ce le hanno donate, coloratissime, illustrate, insolite.

   Ermanno Detti ed io siamo andati lì,  perché  quei ragazzi –  che si sono proclamati “Lettori….resistenti” –  avevano  letto i nostri libri,  volevano conoscerci e dialogare. In più, a sorpresa,  abbiamo fatto una scoperta impressionante. La scoperta delle grotte.

Grotte e gallerie che erano cave di pozzolana quando nasceva il paese in mezzo alla campagna e attorno alla grande BPD, cioè Bomprini Parodi Delfino. Grotte che durante la guerra sono diventate una città sotterranea, con un migliaio di abitanti, in  lunghissima attesa, –  circa un anno, fino al 13 giugno 1944 – di poter uscire a riveder le stelle.  Lì sotto, in spazi recintati  fortunosamente, senza poter accendere fuochi, ha vissuto un paese intero. C’era  un emporio per il mercato a baratto, una chiesetta-cappella, una sala parto e qualche spazio di svago, persino per ballare. Nascite, matrimoni, battesimi. Lì si è creata una comunità  di sopravvivenza e di resistenza.

 A dimostrazione che l’inventiva, la solidarietà e l’organizzazione possono vincere su tutto, compresa la più enorme sciagura che è la guerra.

Read Full Post »

Older Posts »