I “no tutto”, la storia e il dolore

Comincio dall’ultimo. Dal colpo al cuore nel vedere quell’assalto alla sede della CGIL nazionale. Ero qui da sola e gridavo no no, nooo  !!! , e cercavo tra quella folla intorno qualche segno diverso, di qualcuno che esprimesse sorpresa o dubbio o un logico dissenso. Nessuno che gridasse “cosa fate, non si fa” o qualcosa di simile. O che cercasse di allontanarsi. Non sapevo che poco prima da piazza del Popolo era stata annunciata e preordinata l’eroica azione dei redivivi squadristi. E mi sono ricordata dei racconti antichi sull’assalto giusto cento anni fa alla cooperativa del mio paese Bibbiano, sede dei sindacati e leghe bracciantili.

Ci metto le foto. 

L’edificio era sorto con i soldi dei cittadini, piccole quote, famiglia per famiglia, poi lavoro non pagato dei muratori, edificio dignitoso, tre piani più l’interrato, cantina, spaccio cooperativo, sedi e uffici, e all’ultimo, in alto, le stanze per albergo o locanda. Le sedi e uffici erano quelle delle organizzazioni sindacali o leghe bracciantili, partiti di sinistra o molto vigorose entità cooperative.

Questi, appunto, i veri obiettivi dell’assalto, i veri oppositori,  cioè i nemici del nascente fascismo. Un  edificio alto come il palazzo del municipio, che era ed  è un bell’esempio della edilizia nobiliare ottocentesca.  Anno 1921, esattamente cento anni fa,  assalto e  devastazione , opera di una squadraccia arrivata da altrove.  Seguono divieti di qualsiasi attività,  sostituzione violenta dell’amministrazione comunale, poi la volontà di distruggere quell’edificio troppo significativo.

In un primo tempo persino più della metà dei nuovi consiglieri comunali si esprime contro  quell’assurda decisione demolitoria . Soltanto nel 1925 riescono a deliberare in quel senso e i due consiglieri che  ancora votano contro vengono costretti a dimettersi con accompagnamento di insulti e gogna pubblica. La demolizione è portata a termine nel 1926. I materiali ricavati sono dati al miglior offerente. Ovviamente nessun risarcimento a nessuno, anzi esaltazione per una così significativa impresa.

Per chi l’avesse dimenticato o fingesse di non saperlo, il fascismo ha preso il potere e se lo è mantenuto con tre modalità di violenza. La prima è la distruzione, assalto e devastazione delle sedi sindacali o case del popolo o cooperative. La seconda modalità di lotta è il “valoroso” uso del manganello, cioè le bastonate ai singoli oppositori. La terza modalità di lotta è  invenzione, continuata  negli anni, il famigerato uso dell’olio di ricino, cioè umiliazione pubblica, dispetto e sberleffo.  Tutto questo accanto agli arresti, cioè galere e confino per chi non ha potuto fuggire all’estero prima delle chiusure delle frontiere.

La scena dell’assalto alla sede CGIL in Corso d’Italia è stata  una triste replica di violenze decisamente fasciste per modalità, stile, odio. 
Dobbiamo  chiederci come è potuto accadere.

Le risposte sono tante. A me sembra che manchi la conoscenza storica e il giudizio morale-culturale. Troppa sottovalutazione e troppa tolleranza verso gruppi nostalgici e mistificatori. Quanti pellegrinaggi a Predappio, quante curve di tifosi negli stadi, quante Casa Pound e Forza Nuova, quanti manifesti evocativi, addirittura marce con saluto fascista, addirittura monumenti a Graziani. Tutta  una sottocultura o leggenda di un fascismo bonario e affascinante, un Mussolini grande capo virile e volitivo, nessuna violenza in Africa, Grecia o Balcani. Equiparazione tra foibe e campi di sterminio, paralleli impossibili con le esecrabili violenze di sinistra o con la estranea Unione Sovietica. Fastidio e ostilità contro il grande e inedito fenomeno della Resistenza partigiana. E tutto questo in mancanza di qualcosa che certamente si doveva fare. Ho già detto che nelle scuole non è arrivata la storia degli ultimi cento anni. Non per responsabilità degli insegnanti ma a causa dei programmi e dei tempi, Qualche volta per mancanza di competenze o di fonti. Qualche volta anche per timore della reazione di genitori apertamente nostalgici e intolleranti.  Tutti noi ex partigiani negli anni siamo andati nelle scuole, ma la nostra testimonianza non poteva riempire tutto il vuoto perché personale, ristretta ai luoghi e alle persone.  Mi sono chiesta come mai in Italia non ci sia un Museo della Shoah, come c’è a Berlino dove ho visto quella fantastica bellissima grande costruzione culturale severa ed emozionante che è una vera e completa lezione di storia. Un museo della Shoah e della Resistenza a Roma lo aveva in programma  Veltroni, ma non ne ho sentito parlare più.  In giro per l’Italia non so. A Roma abbiamo quelle piccole stanze di via Tasso, che sono testimonianza più che museo. Abbiamo una piccola dignitosa e utilissima Casa della Memoria, sede di associazioni e luogo di incontri. Più importanti e grandiose, le commoventi  Fosse Ardeatine, che sono monumento e ricordo, ma non possono spiegare tutto. E io ritengo non abbastanza frequentate.

Ultima riflessione. I moderni fascisti, tipo Casa Pound che si dicono essere quelli del terzo millennio, spesso cercano un parallelo con violenze di sinistra. Io penso che gli eterni bastian contrari di estrema sinistra sono quelli che per  volere tutto e subito  . ottengono il nulla o addirittura  fanno andare indietro la storia. Tanto per rinfrescare la memoria chiedo di ricordare le vicende degli anni di piombo, delle brigate rosse che con le loro follie hanno fermato un possibile percorso di condivisione e pacificazione, forse simile  alla mitica  e sognata “democrazia progressiva” di togliattiana definizione.  E come battuta finale, ricordo che oggi,  fuori dal governo Draghi c’è solo la Meloni a destra e la sinistrasinistra a sinistra. 

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Mimma medaglia d’oro

Questo ultimo 25 aprile è stato particolarmente emozionante.   Pochi giorni prima, il Presidente della Repubblica, a nome dello Stato italiano, ha onorato con medaglia d’oro, la partigiana Francesca Del Rio, nome di battaglia Mimma.
Non vi so dire la mia emozione.
E’ dal 2007 che mi ci sono impegnata.  E avrei dovuto farlo dal 2005, sessantesimo anniversario della liberazione. Perché soltanto in quell’anno, Francesca ha trovato la forza di raccontare. E soltanto dal 2007 abbiamo cominciato a cercare documenti.  Quell’abbiamo è per includere la cara Raffaella Cortese De Bosis , autrice e ricercatrice della Rai, che ha frugato negli archivi, scritto e interrogato questure, prefetture e ministeri  a Roma e in giro per l’Italia.   Nel 2017, al mio novantesimo compleanno, ho potuto promettere in pubblico che mi sarei dedicata a far conoscere e onorare questa donna, morta nel 2008, simbolo ed esempio veramente unico.
Soltanto nel febbraio 2018 abbiamo potuto presentare la domanda ufficiale al competente Ministero dell’Interno.
Prime firmatarie siamo state io e la cara Raffaella.  A noi si sono aggiunti i sindaci dei tre comuni ove Mimma ha vissuto e operato, cioè Bibbiano, San Polo d’Enza e Ciano che ora si chiama Canossa. E ancora si sono aggiunti le Anpi di questi tre paesi e provinciale, più Istoreco e Casa Cervi. In allegato ben otto documenti corposi e straordinari,  di cui uno rintracciato tra gli “armadi della vergogna” in un fascicolo che prometteva elenchi di persone fucilate. Solo l’intuito diffidente di Raffaella ha potuto scovare quel  nascondiglio.
Finalmente, evviva!  In tempo per questo 25 aprile, arriva  il diploma con la medaglia d’oro  a Mimma,  ai suoi figli e nipoti ed anche a noi, che l’abbiamo voluta ricordare e ringraziare.
Ora, dopo aver  raccontato  la burocrazia vorrei raccontare la poesia, cioè episodi e sentimenti, dolori e forza di una donna, una ragazza del secolo scorso, una che sta all’inizio del nostro vivere liberi.
La storia comincia quando Mimma si dispiace con mio fratello. “Tua sorella si è dimenticata di me”.
Infatti nel mio libro lei non c’è. E’ vero, mi ero dimenticata.  Lei trasferita a Parma e io a Novara. Più facile dimenticare. Oppure volevamo proprio cancellare certi ricordi.  Mimma dice che sempre cercava di dimenticare. Eppure conservava ancora, rappezzata e sbiadita, una lettera che proprio io le avevo scritto in data 18.aprile 1945 da “zona”, che era Vetto d’Enza sede della 144^ Brigata Garibaldi.   Le chiedevo di prepararmi degli incontri con donne e popolazione di sette frazioncine del comune di Ramiseto, zona libera partigiana, Tutti posti distanti da Vetto di oltre sedici chilometri, cioè stradine e sentieri,  montagna che più montagna non si può. Lettera scritta a macchina, su fragile e malconcia carta riso, che forse non si fabbrica più.
Solo nel 2006, a  sessanta anni dalla liberazione, Mimma ha accettato di raccontare anche a noi,  con fatica e dolore. Con dolore e  pudore l’aveva dovuta raccontare al medico che la stava curando e che aveva preteso di sapere la causa di quel seno disastrato e mutilato.
Lei era una delle mie staffette. Abitava a qualche chilometro e tra campi e carraie e se avevo altri impegni le mandavo mio fratello ragazzino a portarle volantini o comunicazioni, tutto fin  dalla primavera del 1944. Lei aveva in quella frazione un bel gruppo di donne collaboratrici  e un giovane fidanzato arruolato in montagna tra i partigiani. Nel dicembre del 44, quando tutto è diventato drammaticamente difficile, Mimma è stata arrestata e imprigionata a Ciano che era centro tedesco antiguerriglia.  Da quel paesino ai piedi della montagna, partivano i feroci rastrellamenti e si cercavano spiate, informazioni e confessioni. Si torturava senza pietà. Mimma racconta di sé, ma anche delle torture al giovane Iones Del Rio, un partigiano di Montecchio che operava col gruppo di mio padre. Iones è stato poi portato sulla strada di Rossena e lì fucilato, sorte toccata a molti altri.  Da quella caserma non è uscito nessuno vivo, salvo un personaggio forse collaboratore, che di fatto fu lasciato andare. Soltanto Mimma si è salvata. Torturata tutti i giorni, per un lungo mese. “Non piangevo, non  volevo dargli soddisfazione. Chiudevo gli occhi , non  guardavo. Loro sghignazzavano, avevano dei grembiuli tutti insanguinati, sembravano macellai”.
L’ inverno quell’anno è stato particolarmente freddo e nevoso. Mimma era incinta ma molto magra. Torture tutti i giorni. Fino alla notte del 9 gennaio, quando riesce a fuggire. E in che incredibile modo! Sa che stanno per mandarla a Mauthausen come d’abitudine da quel presidio.
In piena notte si fa forza.  Nella latrina c’è un finestrino alto e stretto, e all’esterno  il tubo discendente della grondaia. Mimma si arrampica a fatica, passa a stento, si attacca a quel freddo tubo di latta e cade nella neve. E’ scalza e le sanguinano le mani. Aveva pensato :” Se muoio almeno potranno farmi il funerale”. Invece, nonostante le orme e le gocce di sangue, riesce a farsi aiutare da contadini amici. Quasi subito c’è l’azzardo di raggiungere le formazioni, cioè noi e il suo compagno, padre del bimbo che portava in pancia e suo futuro marito. Ha i piedi congelati. Racconta tutto il dolore di quei piedi. Racconta dei vestiti e delle scarpe che la madre le ha portato.  Ed anche del cavallo, col quale, di notte, passa  tra i boschi e lungo il torrente fino alla zona partigiana. Dice che con la neve e la luna, ci si vedeva come di giorno, e che quel cavallo contadino scivolava sul ghiaccio. Eppure ce la fa. Arriva a Vetto dove c’ero anch’io. All’inizio è assegnata al gruppo informazioni diretto da Laila, Anita Malavasi.  Poco dopo risulta destinata alla polizia partigiana, che operava spesso ai confini della zona libera. C’è un episodio riferito da mio fratello sui ricordi di mio padre. II 7 marzo 45 Mimma è con un gruppo di partigiani addetti alla spola tra la pianura e la montagna. Lo comanda  Saetta, cioè Dante Notari. In località Cerredolo dei Coppi, il gruppo si scontra con un posto di blocco tedesco e il comandante Saetta perde la vita mentre gli altri riescono a passare. Nel gruppo c’era anche mio padre Prospero, nome di battaglia Aroldo. Lui era scampato alla fucilazione assieme ad altri 14 ostaggi e conosceva  bene Saetta. Era stato lui a convincere quel giovane, figlio di contadini amici, ad aderire alla resistenza. Ricordo anch’io il  lungo dolore di mio padre per quella morte, che li aveva salvati. Mimma, appena giunta in zona partigiana, si mette subito a fare ciò che serve, fino al parto, disastroso, senza assistenza qualificata, concluso drammaticamente con la morte del bimbo. E’ il 9 aprile.
Non sono tempi di giusti riposi. Soltanto nove giorni dopo, il 18 di quel mese, le scrivo quella lettera della quale dolorosamente mi meraviglio. Io avevo poco più di  17 anni e  quasi nulla sapevo su sessualità gravidanze e nascite. Nella lettera le chiedo di organizzarmi delle riunioni di donne e di popolazione in sette frazioncine del comune di Ramiseto, tutte località distanti almeno 16 chilometri da Vetto dove era attestata la 144^ brigata Garibaldi e dove eravamo noi,  io e il gruppetto di addette alla propaganda.  In vista della liberazione era sembrato giusto parlare ai montanari e ai partigiani su cosa si voleva per dopo, cosa significava votare, organizzarsi in sindacati, avere un sindaco e non un podestà, voto e diritti  alle donne. In quella lettera c’è anche scritto “come l’altra volta” e altri riferimenti sul lavoro passato. Vuol dire che Mimma aveva già svolto quell’incarico, prima del parto, ma chissà se anche in quei nove giorni.
Quelle riunioni previste attorno al 25 aprile, non le abbiamo fatte, perché è iniziata la battaglia finale. Io ero fuori zona, verso la statale, e tutto il caos e il pericolo di quelle tappe l’ho condiviso con brigate e distaccamenti che conoscevo poco, con incarichi strani e diversi, quasi sempre insieme alla cara Carmen Zanti. Invece la mia 144^ scendeva dalla provinciale della Val d’Enza ad est, confine con Parma. Ciano, sede di quel presidio tedesco dove Mimma era stata torturata, era già liberata dal 10 aprile per azione congiunta di gruppi reggiani e gruppi parmensi. Dalla Val d’Enza i partigiani sono scesi in squadra, quasi sempre a piedi. Ancora c’è chi ricorda che tra loro c’era una partigiana a cavallo. Di sicuro era Mimma, e non per stupire, ma per quei piedi congelati.  Mimma è andata a cavallo anche alla sfilata del 5 maggio a Reggio, quando gli alleati hanno concesso gli onori militari e ottenuta la consegna di tutte le armi.
Dopo, per Mimma, tutto è silenzio e fatica di vita.  Fino al 7 febbraio 2007 quando ai ragazzi della terza media di Bibbiano, riesce a raccontare. E’ allora, che fa vedere a mio fratello quella mia lettera, scritta fitta fitta col nastro rosso di una vecchia Olivetti M40.  Ora conosciamo  la sua vita non facile, coraggiosa e sofferta. Tre figli allattati con un seno solo, titoli di studio conquistati alle scuole serali, interventi a quei piedi congelati, percorso lavorativo in progressione, dolori e riconoscimenti.  Anche nel privato, Mimma è un esempio per il percorso di vita non sempre fortunato ma  coerente con gli ideali di quella “stagione di  dolore armato” chiamato Resistenza, che nessuno mai dovrebbe dimenticare o sminuire.       

Teresa Vergalli (Annuska)

Il segnalibro, di Giuseppe Mariuz

Carissimo , finalmente mi è arrivato e tutto d’un fiato ho letto il
tuo ultimo libro
, definito in copertina “una grande  saga familiare”.
Certo, come romanzo ci sta bene l’immagine di saga familiare. Ma come
ripercorrenza di un cruciale periodo storico, ci starebbe bene la
definizione “la storia da vicino sugli anni tra le due guerre e poco
dopo”. Concretamente tu collochi il racconto nelle tue terre, il
Friuli, , confine e sentiero verso la futura Europa, confine imposto
ma che non riesce ad impedire che le persone, ricche di anima sangue e
sentimenti, trovino la forza e i modi per intendersi e per legarsi.
Intanto osservo subito che in queste tue nuove pagine ci sta dietro un
tuo grandissimo e profondo lavoro di documentazione. Hai letto e
studiato, hai parlato con anziani, sei andato sui posti. Per uno che
nella vita è stato insegnante di matematica direi che non c’è male. O
forse è proprio la matematica, con la sua razionalità e verità, che
induce e prepara a tanto altro. Insomma, lo voglio sottolineare anche
perché nella mia vita di insegnante ho sempre vista molta importanza e
interdipendenza tra questa branca del sapere e tutte le altre.
Ora il mio commento al libro.

Quando parli della prima guerra mondiale mi ci sono rivista mio padre,
quasi le sue stesse  parole nel raccontare proprio quei posti nel tuo
Friuli, quelle sofferenze, quelle assurdità, quelle segrete furbizie
nel cercare di sopravvivere. Mio padre non è stato fatto prigioniero,
quindi non  ha potuto conoscere da vicino quello che gli era stato
dipinto come il nemico. Ricordo che lui, dopo Caporetto, aveva trovato
chissà come una bicicletta ed  aveva pedalato fino a casa, profonda
pianura padana. Forse pensava che tutto fosse finito, cioè sconfitta e
ritorno a casa. Non so come ha fatto a non farsi considerare disertore
e a riprendere quella assurda guerra-carneficina.
Gli anni del fascismo, dopo le illusorie e infantili azioni dei gruppi
cattolici e di quelli meno numerosi e più arrabbiati di stampo
para-sovietico, scivolano piatti e sviliti nelle tante fatiche della
sopravvivenza e della persecuzione. A stento affiora il desiderio e
bisogno di libertà, di sguardo largo sul mondo e sulle differenze.  La
nuova generazione che ha voluto studiare è sensibile al dubbio. I più
anziani non sanno fare gli eroi e sembrano un po’ opportunisti o
vigliacchi. Mi è piaciuto come hai descritto Rico negli anni del
ventennio. Non mi piace che i cosiddetti antifascisti di quell’epoca
vengano tutti dipinti come eroici, coraggiosi, sicuri di se. La realtà
era molto dura, le minacce molto concrete. Non è umano né normale fare
gli eroi tutti di un pezzo quando si ha una famiglia da sfamare, dei
figli da lanciare  nell’ostile mondo, una piccola nuova sicurezza
sociale da difendere.
Anche gli eroismi dei due giovani al di qua e al di là dei confini,
non sono da urlo. Sono umanissimi sentimenti di dubbio, istintiva
avversione alle ingiustizie,  orizzonti diversi appena appena
abbozzati, ma che con tutta evidenza hanno radici in una antica onestà
contadina,  in una generosa umanissima e trattenuta capacità di amare,
addirittura bisogno di amare.

Ultimo pensiero. Quegli episodi della resistenza tra pianura altopiano
e montagne del Cansiglio mi sembrano copiate da ciò che ho visto o
vissuto tra le nostre montagne in val d’Enza. Niente retorica, niente
grandi comandanti strateghi,  soltanto eroi per caso, modesti o
involontari. Molta tragedia, molto dolore, inevitabili errori, troppi
morti.  Ma alla radice di tutto, sia nelle guerre che nelle pause di
pace, c’è sempre e sempre ci sarà una insopprimibile volontà e bisogno
di giustizia, di amicizia, di comprensione e di generosità.
E’ di questo che anche oggi, in Europa e nel mondo, abbiamo bisogno
per uscire con meno dolore possibile da questa terribile guerra alla
pandemia.

Libertà

Ieri mattina, in una breve intervista ad Agorà ho parlato di Libertà e coraggio. Chi vuole può recuperarla qui, cliccando a destra sugli “Highlighgts”. “25 aprile: la testimonianza di chi lo ha vissuto”.

Sempre per il 25 aprile, ho inviato un messaggio all’ANPI di Pomezia per la locale festa della Liberazione, che voglio riportare qui:

Carissimi amici,

vi sono grata di sapervi qui, giovani e meno giovani, per ricordare il 25 aprile, giornata della liberazione,
Chi vuole sminuire e  ignorare questa data significa che vuole nascondere il valore della libertà, perché è proprio da quella data che è avvenuto il passaggio dalla dittatura alla democrazia.
Ed è bene ricordare oggi la differenza tra libertà e non libertà.
Quelli che  tanto tranquillamente cercano di rivalutare il fascismo, si organizzano,  manifestano  o sfilano, possono  farlo perché i partigiani, i resistenti, gli antifascisti, hanno donato anche a loro la libertà,  il diritto di esprimersi. E dovrebbero ringraziarli. E’ stata data la  libertà anche agli oppositori. Con un limite, però.  Il limite di non intaccare i valori fondanti sanciti dalla nostra bella Costituzione. Il limite di non tornare indietro.
Qui a Pomezia si ricorda, anche e giustamente, la fondazione della città e la trasformazione agraria del territorio.  Certamente una città che nasce, una terra che è dissodata, dei cittadini che escono da una atavica miseria e arrivano ad avere un futuro, sono cose da ricordare. E’ un dovere ricordare. Ma è anche un dovere conoscere l’altro lato della realtà.
 In quei tempi chi si opponeva al fascismo, perdeva il lavoro.
Questi coloni venivano dal nord, dal nord povero. Anch’io vengo dal nord, terra padana, provincia di Reggio Emilia.
 Lì ricordo mio padre, cacciato nel 1932 dopo quattro giorni da un posto di lavoro, perché dall’alto si era accertato che non aveva la tessera  del fascio. Anzi, più grave,  che era stato tra i fondatori e difensori della Casa del Popolo e della cooperativa, poi  bruciate dai fascisti.   Cioè era stato  tra quegli gli ex combattenti della prima guerra mondiale che , per pacifismo e voglia di giustizia, avevano militato  nelle file dei socialisti e poi dei comunisti. Ovviamente era stato  “opportunamente” manganellato.
 Questa era la non-libertà.  Nessun giornale libero, nessuna possibilità di libero sindacato o libera associazione, andare in carcere per una barzelletta, non poter ascoltare certa musica o leggere certi libri, non poter espatriare e nemmeno trasferirsi in città, andare in galera o al confino solo per un sospetto, per un nonnulla, per religione diversa, per omosessualità, o per qualsiasi pretesto.
 E torno sulla storia di mio padre, che viene trascinato in galera lo stesso giorno della nascita di mio fratello. Io non avevo ancora cinque anni, ma lo ricordo chiaramente. Tornava dall’aver  denunciato la nascita del figlio e quei due tipi in spolverino se lo portavano via. Era fine giugno , e lui, stranamente, si portò  la mantellina militare che gli era rimasta dalla guerra. Era accusato di aver diffuso volantini, volantini che ricordavano la data del primo maggio e i diritti dei lavoratori.  Quando è tornato per amnistia e per mancanza di  prove, era gennaio e  mio fratello quasi camminava.
Ed ora entra in scena mia madre, rimasta sola con noi due.   Quindi il tema delle donne.
Le donne non avevano nessun diritto. Solo dei doveri. Crescere tanti figli per la grandezza della patria e per le tante gloriose guerre. All’antico maschilismo si è aggiunta un po’ di retorica, con qualche sport per le giovani benestanti, ma poi a casa, a sospirare per figli e mariti in guerra in Africa  o  in Albania,  obbligate a dare la fede d’oro per la guerra.  E nelle necessità di guerra, sostituire gli uomini, figli mariti fidanzati, nelle fabbriche e nei campi, con abilità uguali,  ma con paga quasi la metà.
Ecco perché molte donne hanno partecipato o sostenuto la guerra di liberazione.
Ecco perché, anch’io a sedici e diciassette anni ho scelto di impegnarmi. Con me c’era mia madre, mia zia, due cugine, altre  zie, vicine di casa, tutte non riconosciute come combattenti o patriote. Tutte aiutavano in mille modi  cioè rendevano  possibile  la lotta dei ragazzi partigiani. Le operaie delle fabbriche, le braccianti agricole, le contadine. Nello stesso tempo, tutte volevano quel cambiamento che chiamiamo liberazione, o ancor meglio libertà. E per le donne si sognava quello che, con parola moderna, chiamiamo emancipazione  e che  ancora è da conquistare del tutto.
 Ecco perché è necessario ricordare.
Ricordare tutto, però. Ricordare bene!
Insegnare la storia nelle scuole.  Conoscere per evitare di ricadere in antichi inganni e antichi veleni.
Ricordare che il coraggio non è violenza.  Ci vuole più coraggio ad accogliere che a respingere. Ci vuole più forza a comprendere che ad escludere.  Perciò grazie di essere qui, sotto le bandiere della Repubblica democratica, della pace e dell’Europa unita.

Su memoria, archivi, musei

Sulla memoria è necessario ritornare, visto che qualcuno distorce la storia e troppi non si vergognano di rivalutare o rivendicare il fascismo.

 

Che strumenti abbiamo per confermare i fatti storici, per approfondirli nella loro complessità e quindi per giudicarli? Abbiamo gli archivi. Che di solito sono di carte, fragili, deperibili, precarie.  Ora dovremmo avere anche tutto il registrato, cioè quella cosa mostruosa e infinita che è la rete.
Qualche giorno fa, cioè il famoso 8 marzo giornata internazionale della donna, è andata “in rete” sul sito di Repubblica, la storia di una partigiana emiliana, Mimma, di cui già ho scritto e che mi sta molto a cuore. Il merito di questa pubblicazione va al giornalista Marco Patucchi che lavora per quella testata, e alla cara Raffaella Cortese De Bosis, ricercatrice  storica e amica.  A loro  sono molto grata e riconoscente per questa messa in rete, che ha avuto ben quattordicimila e cinquecento visualizzazioni. Cioè 14.500 lettori!
Su Mimma ho già scritto.  Con settanta anni di ritardo stiamo chiedendo per lei un riconoscimento dallo Stato, cioè una medaglia alla memoria. Il ritardo è stato causato  proprio dalla difficoltà di ritrovare documenti di archivio, a conferma della tardiva rivelazione dell’interessata sulle  torture subite.
E qui c’è da fare un discorso sugli archivi.
Il più conosciuto è il caso degli “armadi della vergogna”.  Armadi risalenti al dopoguerra, che contenevano i fascicoli con i dati sui delitti  compiuti dagli occupanti tedeschi e dai fascisti durante gli anni del conflitto.  E’ proprio da quegli armadi, rinvenuti negli anni, che è venuta fuori anche la storia di Mimma, imprigionata torturata e fuggita da una caserma tedesca, quella di Ciano D’Enza.
Qualcuno ha voltato verso il muro quegli armadi per nasconderne il contenuto. Cioè un archivio nascosto, annullato!  E per fortuna non distrutto, come forse è accaduto o può accadere!
Ma non è tutto. Quando Mimma, sessanta anni dopo la fine della guerra ha raccontato con fatica e dolore la sua storia, ha ricordato che i carabinieri l’avevano raggiunta a Parma per chiederle di quella vicenda.  Era successo che nel frattempo il Tribunale Militare si era attivato per ricostruire i fatti di quella caserma.  Mimma ha risposto alle domande con fatica, fino a sentirsi male. Dice:” Loro scrivevano e scrivevano e io mi sono sentita male”.
Da allora, dal 2005, in noi, suoi concittadini, è nata la volontà di chiedere un doveroso riconoscimento, una onorificenza. Ma serviva una documentazione,  non bastavano i  racconti.  E’ stata  Raffaella, commossa da questa storia ed allenata alle ricerche più difficili, – tipo Sant’Anna di Stazzema, delitto Moro, o fucilazioni di soldati alleati, – a mettersi alla ricerca.  Le difficoltà non ce le ha raccontate. E’ andata ad intuito, sulla traccia di competenze territoriali ed ex tribunali militari, carabinieri ed esercito, finché ha trovato un documento, proprio il verbale di quella visita dei carabinieri che si è conclusa con il malore di Mimma.
E qui ritorna il discorso sugli archivi. Perché quel documento di Mimma si trovava dove non doveva essere!  Era in un fascicolo il cui titolo indicava persone fucilate.  E’ stato per caso o per malizia che quel verbale è stato messo fuori posto? O per semplice e solita incuria, incapacità, trascuratezza?  E’ soltanto merito di Raffaella, certamente esperta di archivi e di tranelli,  se quel foglio prezioso è stato recuperato!
Purtroppo ci sono archivi che non sono degni di questo nome. Cioè sono accozzaglie di faldoni, forse in attesa di sistemazione, oppure di rottamazione. Anche quelli raccolti e ordinati possono essere in pericolo per muffe, umidità, insetti  o addirittura topi.
E ciò che viene raccolto in rete, che futuro avrà?  Ci saranno archivi telematici?  Ci si è già posto il problema della tutela, della conservazione, della accessibilità?  O basterà un clic per distruggere tutto?
Da questa esperienza mi viene un’altra riflessione.
Anche i Musei sono archivi di memoria. Ne sto conoscendo i segreti e le strutture  da quando frequento quello della didattica, il MusEd di Roma.  Proprio da come sono strutturati  ne viene garantita e resa fruibile la funzione. Che appunto è funzione di memoria storica.  Nel nostro caso,  accanto al “cartaceo” c’è anche la versione in rete.
Forse è questa la strada.
Infatti i valori custoditi in un Museo devono essere non solo attraenti e visitabili, ma anche accessibili a chi vuole o deve ricostruire la storia, accertare avvenimenti e rifletterci.  Essere bravi archivisti è una professione di tutto rispetto e di natura intellettuale.
La stessa riflessione vale anche per le biblioteche,  di volumi antichi o di opere più vicine.  Di solito hanno schedari ed elenchi, cioè mappe di percorso.  Ci pensavo  vedendo in TV  “Il nome della rosa” e riflettevo che  tutti noi abbiamo le case piene di libri, ed anche per noi a volte esiste il problema di come ritrovarli se non abbiamo adottato qualche criterio nel collocarli.  Cioè se non abbiamo reso fruibile e utilizzabile il nostro “archivio” privato.
Perché i libri e i documenti diventano qualcosa di vivo e di prezioso soltanto se il nostro interesse o la nostra curiosità li fa diventare preziosi e utili, strumenti di conoscenza,  non oggetti e non arredamento.

Didattica al Museo Laeng

Sono felicissima di far conoscere una vicenda straordinaria che mi è successa.

Con Lorenzo Cantatore

La consegna dell’archivio

Il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre, ha accolto nelle sale del suo Museo storico della didattica, la documentazione del mio insegnamento, raccolto nei numerosissimi giornalini scolastici.
Si tratta di otto voluminosi raccoglitori coi lavori di otto anni di insegnamento, che testimoniano la validità  del giornalino scolastico, la didattica dei beni culturali, la eccezionale esperienza delle “settimane di scambio”.
Li ho consegnati martedi 26 febbraio scorso, accompagnata dai miei figli e da uno dei nipoti. Ad accogliermi il Direttore del Museo Lorenzo Cantatore, e i professori Francesca Gagliardo, Giampiero  Maragoni, Carmela Covato, Chiara Meta, Francesca Borruso ed Elena Zizioli.  Non poteva esserci miglior atmosfera di interesse e di condivisione. Lunghe ore di dialogo e di progetti.
E’ un riconoscimento che mi ha emozionato anche perché inatteso.  E’ quasi incredibile che le mie fatiche possano essere a disposizione dei laureandi e dei curiosi, accanto ai documenti della grande Maria Montessori, e di Giuseppe Lombardo Radice, Antonio Labriola, Mauro Laeng, Ruggero Bonghi. Accanto alle foto e agli oggetti degli eroici pionieri delle scuole dell’Agro Romano e delle paludi pontine con Sibilla Aleramo e Duilio Gambellotti. E vicino all’archivio ricchissimo di  Mario Alighiero Manacorda, come di Albino Bernardini e di Marcello Argilli.
Visitando le ricche raccolte di oggetti libri arredi  fotografie che fanno la storia della scuola dall’unità d’Italia in poi, si è catturati dall’interesse, dall’emozione e dalla sorpresa.  Il nostro diritto allo studio sancito dalla Costituzione, ha un cammino difficile e purtroppo relativamente breve. Ci si accorge che  va di pari passo con i grandi diritti sociali e politici e al principio di eguaglianza.
Mi sono chiesta da dove ho attinto per insegnare in quel modo. Cioè che nessuno deve rimanere indietro. Che ci si deve aiutare, cioè la classe è una comunità dove il successo di uno è il successo di tutti.  Dove il mondo esterno ci interessa e ci riguarda. Dove il passato è da conoscere partendo dalla storia dei genitori e dei nonni. Dove la comunità più grande, cioè l’Italia ha il suo cammino leggibile nei suoi monumenti , nella sua civiltà e per fortuna nelle sue bellezze. Dove il valore più grande è la comprensione reciproca e quindi la pace tra i popoli, e la  comunione con gli stati vicini nell’area europea.
Pensandoci a posteriori sono gli ideali della Resistenza come l’ho vissuta io. Del pacifismo di mio padre, reduce della prima guerra mondiale.  Dei sogni del “sol dell’avvenire” di novecentesca memoria. Della ribellione di mia madre donna che si sentiva sminuita e limitata. Del mio doloroso ricordo della miseria anteguerra e dopoguerra, dell’umiliazione delle mie coetanee impossibilitate ad andare a scuola e quindi giudicate inferiori perché non istruite. Delle ingiustizie e delle prepotenze che le donne e gli uomini più poveri, nelle campagne o nei borghi, dovevano sopportare da parte dei potenti, padroni o caporioni fascisti.
E senza parere mi hanno aiutato anche le esperienze lavorative che ho affrontato con  maggiore o minore buona volontà negli anni prima dell’insegnamento, cioè negli anni in cui a Novara, con spasmodico impegno e un po’ di presunzione, sono stata redattrice di un giornale settimanale.  Forse mi hanno servito anche gli anni che chiamo “di purgatorio” o di “penitenza” trascorsi al Ministero della Pubblica Istruzione, dove ho potuto imparare leggi e regolamenti.
Gli anni di scuola sono stati per me i più  belli, anche se sofferti, faticosi, problematici. Anni, anzi mesi, settimane e giorni da inventare strada facendo, con l’aiuto della mia bellissima famiglia e con l’ossigeno dello sguardo dei miei allievi, del loro sorriso, della loro allegria, dei loro sforzi.
Ora quegli ex scolari sono grandi, sono padri e madri. Gli ultimi, quelli delle settimane di scambio,  hanno 46 anni. In qualche modo siamo ancora in contatto, come con molte delle loro madri o padri. Genitori che non solo ho coinvolto, ma li ho fatti tanto collaborare che si sono create amicizie tuttora vive, con episodi di aiuto reciproco in momenti difficili.
Li sto informando e già vedo che anche loro condividono la mia emozione e la mia felicità.
Cercherò di avere ancora l’energia per  accompagnare questa avventura in incontri e iniziative già programmate, ma di cui ancora non è il momento  di parlarne.

Quindici italo americani

La delegazione di Bibbiano al Cimitero Militare di Firenze

Venerdì scorso, 29 giugno, il quotidiano “La Repubblica” ha dedicato sette pagine, tutto il suo inserto culturale, alla fatica della mia amica Raffaella Cortese De Bosis, ricercatrice.  Questa fatica le è costata tre anni di impegno, su tracce d’archivio, per lo più oltre mare, per la ricostruzione di una vicenda di guerra. Un plotone di quindici ragazzi figli di italiani,  venuti dagli Stati Uniti a combattere in Italia e scomparsi non solo dalla vita ma anche dalla memoria.

Raffaella ha ricomposto tutti i tasselli, inseguito i parenti al di qua e al di là dell’oceano, recuperato immagini e documenti,  illuminato tutti i dolori e le fatiche dei nostri  migranti che fino all’inizio del secolo scorso fuggivano verso il nuovo mondo a ricerca di una nuova vita meno povera e dolorosa.
Raffaella,  in quelle sette pagine, assieme al giornalista Marco Patucchi, ha rifatto la storia di una missione di sabotaggio che dal mare della Liguria doveva far saltare un tunnell sotterraneo della ferrovia Genova-Pisa.  Missione fallita per l’ostilità del mare e per la pochezza delle strumentazioni dell’epoca.
E’ ricostruita la storia di tutti i quindici ragazzi,  ma anche dell’ufficiale nazista che li ha fucilati  subito, nel marzo del 1944, a dispetto di tutti i trattati, quando le vittime indossavano ancora le divise statunitensi. Ed è ricostruita la storia di tutte le quindici famiglie di origine, approdate alle varie latitudini degli Stati Uniti, tutte storie di fatiche e povere di successi, quasi sempre affollate di  figli.
Ciò che sul giornale non si dice, è la fatica e la strategia che la mia amica ha dovuto mettere in atto per raggiungere tante famiglie. Me ne ha accennato sorridendo. Strategie di  approccio per non  essere scambiata per una strana scocciatrice, dialogo e documenti per  aiutare a ricostruire le memorie perdute, antenne per intuire l’emozione e la meraviglia di una vicenda sconosciuta,  dare notizia del luogo di sepoltura, sorreggere la riemersione di un dolore. Guadagnare fiducia per Gabriella è cosa facile, così dotata di simpatia e delicatezza. Così si spiega come abbia potuto farsi dare fotografie e documenti, molti dei quali compaiono sulla ricostruzione di Repubblica.
Questi quindici ragazzi italo-americani riposano nel cimitero militare di Firenze.
Proprio quest’anno mio fratello Orio,  per l’Anpi e assieme al sindaco di Bibbiano, ha guidato una bella delegazione di studenti a quel cimitero militare, dove  riposano  due aviatori americani che lui ragazzo ha visto cadere nei campi verso Montecchio.
E il 25 aprile scorso Raffaella è stata invitata a Postiglione, provincia di Salerno, dove il Comune ha scoperto una lapide in memoria del ventitreenne John J, Leone, matricola 32577443, figlio di Emilio Leone , emigrato da quel piccolo delizioso  paese nei primi anni del secolo.
Non buttate quelle pagine , o se potete recuperatele. Raffaella ha al suo attivo un altrettanto prezioso lavoro sulla strage di Sant’Anna di Stazzema e una ricostruzione anche documentaria sul lager sotterraneo di Mittelbau Dora in Germania.  Per me e per i Comuni di Bibbiano, Canossa e San Polo d’Enza ha scovato i documenti sulla straordinaria storia di Francesca Del Rio “Mimma”, partigiana torturata a Ciano d’Enza dai tedeschi per la quale abbiamo in corso la richiesta di una onorificenza.
Il reportage di Repubblica si conclude con questa frase :
“Ricordare è essenziale in questi anni di smarrimento della memoria e di strisciante ripresa di fascismi più o meno espliciti, più o meno consapevoli. Gli uomini e le donne che hanno vissuto in prima persona anni sconvolgenti e decisivi per la libertà di tutti noi, uno alla volta ci lasceranno per sempre: ed allora il ricordo diventa risorsa preziosissima per non confondere vittime e carnefici, per non cancellare come una linea di gesso spolverata dal vento il confine tra il bene e il male. Oltre settanta anni fa quel confine era chiarissimo, senza se e senza ma. Ricordiamolo e rintracciamolo, affinché quanto è accaduto non si ripeta mai più.”

Il rapimento di Aldo Moro

Un disegno dal giornalino scolastico “senza paura”, 1978

In questi giorni si parla del rapimento di Aldo Moro. Tanto per ricordare che di brutti momenti in Italia ne abbiamo passati tanti.
 Oggi soffriamo per una deriva egoistica e miope dell’opinione pubblica, che  enfatizza i problemi e le difficoltà, dimenticando  le conquiste e i passi avanti,  forse  insufficienti ma preziosi. I mai-contenti sono diventati dei capofila pericolosi.
Io desidero ricordare quel momento con gli scritti e i disegni dei miei scolari di allora. Che credo non commuovano soltanto me e gli autori. Tutti sono ormai grandi, molto spesso laureati, padri e madri di famiglia, ancora attenti al mondo che li circonda. Molti di loro ancora in qualche modo in contatto con me.
E vi aggiungo una mia amara riflessione. Gli autori di quella strage hanno pagato il loro crimine? Se ne sono pentiti? Hanno fatto tornare indietro il nostro paese, interrompendo una strada di pacificazione e convivenza civile di cui oggi sentiamo più che mai il bisogno. La civiltà democratica dovrebbe prevedere l’ascolto e il rispetto reciproco, l’alternanza logica e responsabile nei ruoli di guida, in sostanza una convivenza umana. Che era negli intenti di Moro e di Berlinguer.
Alcuni di quei crudeli protagonisti se la sono cavata abbastanza bene. E questo mi mette in crisi. Voglio aver fiducia nella giustizia, perchè lo scopo della pena deve essere sempre la rinascita, la ricostruzione della coscienza. Ma una pena vera dovrebbe esserci. Forse una pena di lavoro a vita, lavoro utile alla società, lavoro controllato e vero.
Non vorrei che di fanatici finto-idealisti e finto-rivoluzionari di quel tipo ne spuntassero ancora, oggi, su quell’onda di cattiveria, insulti, intolleranza, volgarità,  che abbiamo vissuto in campagna elettorale e che non so se finirà presto.
Ricordiamo pure Moro e i morti della sua scorta.  Ricordiamo cosa abbiamo perduto negli eventi successivi. E’ stata interrotta la strada ideale della civiltà democratica. E oggi sappiamo di quanto ne avremmo bisogno.
Per  scoprire  una emozione e un  sorriso,  ammiriamo  quei disegni e ascoltiamo, oggi, quelle parole semplici e vere.
Tutti i giornalini scolastici dell’epoca sono digitalizzati e raccolti nel sito https://ilgiornalino-scolastico.blogspot.it
Qui la versione completa del giornalino sul rapimento di Aldo Moro, da cui sono tratte le immagini qui sopra.

Memorie

Tessera ANPI dell’immediato dopoguerra

Ieri notte RAItre ha trasmesso il racconto di Sami Modiano raccolto da Veltroni.

Ad Auschwitz Birkenau ci sono stata nel 2006, proprio con Veltroni sindaco di Roma e promotore di tutto. C’era Sami Modiano, venuto apposta per la prima volta da Rodi. Con lui l’amico di allora, di quando erano adolescenti in questo luogo, Piero Terracina. Altri testimoni erano Enzo Camerino venuto dal Canada, Shlomo Venezia e le sorelle Andra e Tatiana Bucci a quel tempo bambine.
Accompagnatori Leone Paserman per la comunità ebraica, Alessandro Portelli, Ascanio Celestini, lo storico Marcello Pezzetti, Massimo Rendina per l’Anpi e Maria Coscia, assessore alle scuole che mi aveva inclusa tra gli accompagnatori.
Stranamente era un ottobre di sole. In terra, tra le baracche c’era erba folta. Una delle sorelle ha osservato che quell’erba in quel tempo non avrebbe potuta esserci, perchè sarebbe stata tutta mangiata! E il suo ricordo era di bimba, di quattro o sei anni appena.
Di giorno tutti eravamo attentissimi, silenziosi e indaffarati a maneggiare antichi registratori a nastro e macchine fotografiche. Sami Modiano era il più emozionato e incerto, pur sostenuto dall’antico amico Piero Terracina, gemello e fratello anche nei ricordi.
Di sera, in albergo, i gruppi di studenti, con professsori e qualcuno di noi, a rinvenire le memorie, commentare e finalmente a piangere.
Appena più serene le pause pranzo al sacco, con Veltroni paziente e sorridente a farsi fotografare con gruppi e ancora gruppi di ragazzi e ragazze.
Ricordate, diceva Primo Levi, che questo è stato.  Ricordiamo perchè non possa tornare mai.
Ricordiamo soprattutto gli inizi silenziosi e subdoli di tanto orrore.
La storia non si ripete mai con le stesse forme, ma si ripete spesso nella sostanza. Quelle masse fumanti dell’accampamento dei migranti raccoglitori di arance ricordano altre macerie, altre emarginazioni, altri dolori. Diversi, certo, ma altrettanto brucianti. Ho pensato che le arance che abbiamo comprato in piazza a sostegno della ricerca sul cancro, chissà da chi sono state raccolte. Spero non a prezzo di questi dolori e disagi. Però mi dico che esiste ora la legge sul caporalato ed esiste anche la protezione civile che va ad allestire strutture di ricovero. Mi preoccupa invece, che esista tanta inimicizia verso questa disperata massa di migranti, che degli aspiranti alla guida del paese dicano apertamente che non li vogliono, che bisogna rimandarli ai loro deserti o alle loro guerre, perchè noi davanti a tutti e cattiverie del genere.
Non è facile, ma nelle prossime elezioni, scegliamo quelli che ci si impegnano, che ci provano. A partire dal caporalato, dalle riforme all’Europa, dai progetti di ripopolamento di borghi semiabbandonati, dai bisogni di mano d’opera e persino dal bisogno di bambini.
Ricordare non per retorica, ma perchè non si scivoli per quella china. La Germania e il mondo non aveva capito. Le leggi razziste, la propaganda dell’odio, l’esaltazione egoistica del ritenersi superiori erano il terreno di lancio. Ora si marcia a Roma col saluto romano e al passo rimbombante. Si grida al pericolo, si parla addirittura di razza. Un po’ più di umiltà, un po’ più di sguardo largo, e qualche riflessione per impedire di camminare in discesa verso un moderno inferno di inimicizie e separazioni.

Poliziotti e fascismo

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14 dicembre 2015, Roma per Parigi

Il giorno della memoria ero in una scuola del Tuscolano e dopo un intenso ed emozionante dialogo coi ragazzi, si stava cantando “Bella Ciao”. molto utile anche a smaltire la commozione. Da una volante arrivata nei pressi si è  avvicinato un poliziotto, che alla signora che lo ha avvicinato ha detto ” Ma questa canzone non si può cantare a scuola!” Alle rimostranze non ha risposto, e credo che negherà. Ma ricollego l’episodio alla informazione di simpatie fasciste  e naziste da parte dei due valorosi poliziotti che a Sesto San Giovanni  hanno liquidato l’attentatore dell’Isis. E ad altri episodi che dimostrano analoghe simpatie penetrate nelle forze dell’ordine, a partire da Genova Bolzaneto.
Dove abbiamo sbagliato? E da quando?
Io credo da molto tempo. Forse da settanta anni, cioè dalla liberazione in avanti.  Non abbiamo educato alla democrazia. Non abbiamo insegnato la libertà. Non abbiamo raccontato la verità alle nuove generazioni.
Le lacerazioni del dopoguerra sono penetrate anche nel reducismo partigiano. Associazioni separate, garibaldine, cioè rosse, e dall’altra parte le cattoliche azioniste e filomonarchiche. E tutte le celebrazioni, escluse forse quelle ufficiali del 2 giugno, all’insegna della retorica, delle corone, dei monumenti e delle medaglie. Utili e doverose, ma staccate, vuote.
Con tanti veleni nell’opinione pubblica. Ancora ier l’altro su facebook  ho trovato riferimenti ai delitti del dopo guerra nella mia terra emiliana. Tutte montature smentite da successive sentenze di tribunale. Negli anni  si è lasciato credere che i partigiani del nord fossero tutti comunisti e filosovietici. Eppure facevano parte del  nostro comando  i professori cattolici Marconi e Dossetti, avevamo  il prete don Carlo alla testa di un distaccamento, C’era  una brigata della montagna tutta cattolica, una famiglia Cervi credente e osservante. E il prete partigiano del mio paese Don Pasquino Borghi fucilato alla schiena insieme al mio comandante comunista Angelo Zanti.  E tanti ragazzi pieni di speranze e di ideali, comprese le illusioni sul socialismo.

Si è forzato sulla contrapposizione. Ancora fino e ieri il partigiano Rosario Bentivegna è stato indicato come colpevole delle Fosse Ardeatine perchè autore di Via Rasella.
In tutti questi decenni è mancata una profonda riflessione su cosa è stato il fascismo e perchè è stato necessario e  sacrosanto sconfiggerlo.
A scuola non è mai stato affrontato l’argomento in modo obiettivo. I testi scolastici ambigui e pressapochisti.  Gli insegnanti alle prese con anni scolastici troppo corti e poca voglia di affrontare un tema caldo, a rischio polemiche con genitori o dirigenti. Si è arrivati quasi sempre solo a studiare poco dopo la fine della prima guerra mondiale.

 Noi ex partigiani siamo andati nelle scuole. In pochi anni io ho superato i quattocento incontri. Altri forse hanno fatto di più, visto che io ho  cominciato solo dieci anni  fa. Ma è come uno svuotare il mare con un cucchiaio. E’ stato  importante ed emozionante, ma non poteva essere storia in senso completo, cioè  culturale e ufficiale. Per di più sporadico, occasionale, fortunoso.
Un professore amico mi ha riferito uno scanzonato commento di un suo allievo circa un incontro con un partigiano ” Professò, che palla!”  Come dire che essere  bravo partigiano non significa essere anche bravo ad insegnare la storia.
L’8 marzo scorso al Quirinale ho incrociato la ministra Giannini alla quale l’amica partigiana Luciana Romoli stava chiedendo un incontro per parlare dei nostri interventi  nelle scuole. Mi sono inserita per osservare che gli insegnanti hanno bisogno di indicazioni ed anche di aiuto. Ho accennato a Don Ciotti che ogni anno in Italia organizza incontri-seminari sull’educazione all’antimafia per i docenti. La Giannini mi ha risposto che “ci stiamo studiando”. Non mi è riuscito di concordare un incontro.  Vorrei tanto riuscirci con la nuova Ministra Valeria Fedeli.
Credo che debba essere insegnato bene nelle scuole e in forma ufficiale, cosa è stato veramente il fascismo e il nazismo. Proprio perché in Europa e nel mondo sta alzandosi   questa inquietante ondata di razzismo e di intolleranza, di esaltazione delle differenze, di ammirazione della violenza. Vorrei che si potesse rispondere a quel ragazzo che anni fa  mi ha riferito che secondo suo nonno sotto Mussolini si stava bene. Su che cosa era fondato quel suo piccolo e provvisorio stare bene. Sul triste epilogo- conseguenza di guerra e sterminio.   Su come è facile e comoda la dittatura e come è difficile e complicata la democrazia. Ma quanto più umana, quanto più desiderabile.
Ora noi partigiani siamo troppo pochi e troppo vecchi persino per andare a fare memoria. Nelle scuole devono arrivare gli studiosi, le facoltà universitarie di storia moderna, e anche la mia amica Michela Ponzani con le sue belle lezioni di storia sui Raitre.
E alla fine,   sarà sufficiente tutto ciò  per  far crescere una generazione di giovani adulti e liberi? Lo spero, anche se contrastare l’allettante  fascino della prepotenza e della violenza, sarà di certo un bella battaglia.

Un diario degli ultimi incontri

Quasi a richiesta, pubblico diario e foto degli ultimi incontri a cui sono stata chiamata.
E’ anche un modo per ingraziare tutte le amiche e tutti gli amici che lavorano con impegno nel mondo difficile di oggi, a tutela dei  nostri valori civili e liberi ispirandosi  alla storia e al coraggio di ieri.
14 novembre 2015, sabato
A   CASA CERVI,  Gattatico di Reggio Emilia, nel  71°anniversario della morte di mamma Genoeffa, convegno su “ La resistenza delle donne tra memoria e nuove prospettive di ricerca”.
Era l’indomani degli attentati a Parigi, ai quali è stata dedicata una commossa attenzione.
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Nella foto sono presenti Gemma Bigi, ricercatrice, che mi intervisterà sulla traccia del libro “Un cielo pieno di nodi”. Alla mia sinistra la on Giancarla Codrignani, giornalista e storica, che è risalita alle origini del terrorismo islamico prima di commentare con favore e competenza  il mio vissuto e  i miei scritti.
Accanto alla Codrignani, c’è Albertina Soliani, senatrice e presidente dell’Istituto Alcide Cervi e infine la giovane Roberta Mori, consigliera regionale  e presidente della commissione “Parità e diritti delle persone” di Emilia Romagna.  La Mori e la Soliani hanno dato inizio ai lavori con toccanti interventi.
Tra il pubblico confluito alla sala Genoeffa Cocconi erano presenti anche  familiari stretti e  meno stretti delle famiglie Cervi e Cocconi.

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Nel pubblico….

Casa Cervi Biblioteca Emilio Sereni con Emma Bigi

Davanti alla Biblioteca “Emilio Sereni” a Casa Cervi, con Emma Bigi

17 novembre 2015, martedì
ROMA, “Casa della memoria” in via Francesco De Sales. è stato presentato il libro “Compagni” di Elvira Pajetta, figlia di Giuliano, che ha ricostruito la storia di questa straordinaria famiglia, recuperando anche documenti e scritti di notevole importanza. Vi ero invitata e coinvolta con un intervento a chiusura,  sul  ruolo delle tante donne in quelle vicende e sulle ramificazioni familiari e geografiche di quei fatti, tra le famiglie Pajetta, Berrini, Balconi e Banchieri e tra la Francia, la Spagna, URSS,  il bellunese, la Valsesia e la Jugoslavia.
27 novembre 2015, venerdì
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A   ROMA, quartiere del Quadraro, organizzato dal circolo ANPI “Nido di vespe” sono invitata per presentare il libro “Un cielo pieno di nodi”. L’incontro, affollato, si svolge nella sede di “Officina Via Libera”.
Nella foto c’è il presidente Loris Antonelli che ci ospita e apre i lavori.  La dottoressa Aurelia Celliti fa un interessante commento al testo con scambio di interventi. Si aggiunge anche Walter De Cesaris, studioso della resistenza del Quadraro, che si collega alle esperienze di lotta partigiana in questo luogo, chiamato anche “La borgata ribelle” o definito dagli stessi tedeschi come “nido di vespe”, da cui il drammatico rastrellamento e deportazione  di settecento persone.

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Officina culturale via libera, al Quadraro

28 novembre 2915, sabato
CAVRIAGO  (Reggio Emilia) presso il centro culturale “Il Multiplo”, il coordinamento donne della Val D’Enza, nel  quadro di  incontri mostre e spettacoli, partite dal  21 novembre  con tema  contro la violenza alle donne, mi hanno inserita per riflettere sulla violenza alle donne in guerra, ieri e oggi. Pubblico numeroso prevalentemente femminile, saluto del sindaco Paolo Burani, conduzione di Amedea Donelli, poi dialogo e letture sul mio libro con Maria Teresa Laudenzi, scrittrice e insegnante di Roma.  Seguono interventi di Alessandra Campani dell’associazione “Nondasola” con i racconti tragici di volontariato per le stuprate della Bosnia. Quindi il racconto  della prof. Brunetta Partisotti che con i suoi studenti ha ricostruito e pubblicato la storia di una partigiana di Cavriago, “Seida”.  Si sono poi aggiunti contributi al dibattito  di Eletta  Bertani  per l’ANPI nazionale e di Annalisa Magri dell’ANPI Val D’Enza.
Il tutto con il piacevole inserimento di canzoni, voce e chitarra di Giovanni Gilli, figlio di un mio comandante partigiano e di madre staffetta.

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Con Amedea Donelli, Alessandra Campani, Maria Teresa Laudenzi e il sindaco Paolo Burani

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A Cavriago

4 dicembre 2015, venerdì
ROMA, presso la Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma, in via della Vasca Navale  109,  sono confluite le ultime classi dell’Istituto Superiore “Papareschi” per “Esercizi di memoria, dall’armistizio alla liberazione”    promosso dalla prof. Maria Teresa Laudenzi con la preside Paola Gasperini. La mia testimonianza si è intrecciata con le belle lezioni dello storico Ugo Mancini, insegnante al Liceo di Albano e autore di un libro-ricerca uscito di recente, dal titolo “ 1926-1939, l’ITALIA  AFFONDA, ragioni e vicende degli antifascisti a Roma e nei Castelli Romani”. Molta attenzione dei ragazzi, che hanno aggiunto brevi interventi e formulato domande. Dall’incontro con Mancini e con le scuole, partirà una iniziativa in favore dei Musei e dei sentieri della Resistenza, per non dimenticare la vicenda dei Castelli romani sotto bombardamenti linea del fronte, comandi tedeschi e rappresaglie crudeli.

A Frascati

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

Alla

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

 

 Cattura
7 dicembre 2015, lunedì
A CORMONS, provincia di Gorizia, “CORMONSLIBRI2015” Festival del libro e dell’informazione, iniziato venerdì 20 novembre, ha inserito nel pomeriggio del 7 dicembre “UNA PAGINA DI UNA GRANDE STORIA” incontro con Teresa Vergalli. Presenta Giuseppe Mariuz, presidente provinciale ANPI di Pordenone. Preceduto dalla proiezione di una breve intervista rilasciata il 2 giugno a TV2000 (il video è qui sotto), il dialogo, condotto su memoria e romanzo, cioè sui due libri, quello biografico “Storie di una staffetta partigiana” e su ricostruzione romanzata “ Un cielo pieno di nodi” procede spedito intervallato da letture dai due libri dalle voci di Mariateresa Laudenzi e di Elena Vesnaver.

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A Cormons, con Giuseppe Mariuz

Organizzazione perfetta, in teatro. strumentazioni e luci adeguate ad un evento che ha oltre dieci anni di vita e risonanza regionale e nazionale, premi letterari e di poesia, solidarietà, camminate letterarie, vendita libri usati,  teatro e musica, concorso aspiranti giornalisti, puliamo il mondo, coinvolgimento di tutte le scuole di ogni grado della regione e oltre. Merito del vulcanico bravissimo direttore artistico Renzo Furlano, che sta già anticipando il programma  del 2016. Soltanto quest’anno sono passati da questo festival del libro giornalisti, attori ed editori, storici, sportivi. Tra gli altri Lirio Abbate, inviato speciale dell’Espresso col suo “I Re di Roma”; Marco Tarquinio direttore de L’Avvenire; Moni Ovadia con “Le ceneri di Gramsci”, Piergiorgio Odifreddi su “Il giro del mondo nella conoscenza, un gioco razionale; Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti su filosofia contemporanea; Paolo Maddalena giudice Costituzionale; Antonio Ingroia con  Giorgio Bongiovanni e  Lorenzo Baldo su mafia e mafie; Luigi Manconi su giustizia e carceri; Giacomo Russo Spena di Micromega; Il giorno dopo di me, Vito Mancuso, teologo,  su “aprirsi all’altro, all’etica, al bene”.  A chiusura serale Vinicio Capossela col suo “viaggio nel paese dei coppoloni”.

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Elena Vesnaver legge brani del libro

Nell'occasione dell'incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

Nell’occasione dell’incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

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Mamma Genoeffa: l’amore ci salverà ?

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Genoeffa in un disegno di Nani Tedeschi

 

Volteggiano soltanto nere notizie di attentati, nere paure, nere impuntature diplomatiche.

Voglio parlare d’altro.

Dell’amore che ci ha salvato e che forse ancora ci salverà.

E’ l’amore delle donne nei momenti difficili che diventa azione e riesce a salvare gli altri, al prezzo, a volte, di diventare immenso dolore.

Penso a mamma Genoeffa, la madre dei sette fratelli Cervi.

Penso al suo amore operoso così sollecito per i bisogni materiali, ma altrettanto vivo per la crescita delle anime. Nascite che si susseguono, nove in tutto come succedeva all’inizio dell’altro secolo! Ad ogni figlio che si aggiunge è amore che cresce. Non c’è limite. Il cuore è la casa più grande, dove c’è sempre posto e posto ancora e ancora e poi ancora. Indaffarata e serena, e di sera, quando si può fermare, anche indaffarata e allegra. Non ha soltanto le preghiere o la lettura del Vangelo o delle vite dei santi, non soltanto i romanzi epici del tempo, ma anche filastrocche scherzose, quelle che fanno ridere e sorridere. Quelle che tutti i bimbi non si stancano mai di ascoltare e riascoltare. Saggezza e semplicità del mondo contadino! Al chiarore caldo del camino o alla penombra fuligginosa della stalla, una voce di donna coltiva i sentimenti, accende le curiosità, fa volare la fantasia , dà l’esempio.

L’esempio di chi non si ferma mai. Nei lunghi inverni c’è da filare, da tessere e da cucire. A Casa Cervi, nel piccolo museo, c’è ancora il telaio, la connocchia e il trabiccoletto a pedali che fa girare il fuso. Da qualche parte c’è anche una macchina da cucire. La nuora Margherita dice : “ …..che lei era tanto brava….”

L’amore in grammatica è una parola astratta. Ma nella vita non c’è niente di più concreto e palpabile dell’amore.

Condividere coi figli e col marito le scelte di vita, rischiose, in contrasto al potere dei potenti è amore generoso, amore allargato a tutti gli altri figli di tutte le altre donne. Per avere più giustizia, più rispetto, più libertà. Per nessun odio, nessuna violenza, nessuna guerra.

Genoeffa sembra donna antica, che percorre gli stessi sentieri delle donne dell’ottocento o del primo novecento: casa chiesa, lavoro, sacrificio. Invece è donna moderna, perché questi valori li vive nella sostanza, non le importano le formalità, le cerimonie o i certificati.

Lei, così profondamente religiosa, non si cura se l’ultima nuora arrivata non è passata dall’altare. Ciò che conta è il sentimento. Verina è nuora come le altre. E’ mamma dei suoi nipoti come le altre. Amata e rispettata, inserita anche lei in quella comunità produttiva che è la famiglia, dove ognuno ha un ruolo personale e insieme ne ha un altro collettivo quando occorre essere in tanti.

E c’è la guerra. Sembra che sia finita quando cade Mussolini. I ragazzi e il padre esultano e non vogliono festeggiare da soli. La gioia deve essere di tutti e non c’è niente di meglio che una tavolata festosa davanti a un cibo che mette fine, si spera, a tanta carestia. Si fa la pasta asciutta per tutto il paese! Quanta farina, quante uova, quante battute di mattarello ci vogliono per sfamare un paese? I Cervi sono fortunati, hanno lavorato sodo e il frumento è stato abbondante. Le mucche hanno dato tanto latte e si può avere formaggio e burro quanto ne serve.

Immagino Genoeffa, alla testa delle nuore, in quella grande cucina, tutte a impastare, spianare, tagliare e stendere chili e chili di tagliatelle. Le immagino allegre, volonterose, orgogliose. Mi sembra di sentire le spose rivolgersi a lei con l’appellativo di “nonna”. Credo che ancora adesso le nuore emiliane, dette “le spose” chiamino nonne le suocere. Alla fine di tutto quel lavoro, eccole con gli uomini a cuocere nella grande caldara, condire, trasportare e godere in compagnia, fuori dalle differenze e dalle diffidenze, anche fuori dall’astio invidioso di chi non ha saputo o potuto fare altrettanto. Non so se la madre sia andata anche lei in paese con tutti in festa. Immagino che sia rimasta a casa, seduta al fresco della sera, con le mani in grembo e col sorriso sulle labbra. Il cuore coi figli, con Alcide e coi bimbi, un cuore che sorride.

Invece non è ancora l’alba del futuro sognato. E’ la notte della guerra che continua. Cadono aerei alleati e un aviatore straniero ferito è nascosto accudito nella casa dei campi rossi. Genoeffa sacrifica un pollo per questo sconosciuto con cui ci si intende soltanto a gesti. Poi ci sono tutti gli altri. La casa è una zattera di salvezza nel mare dei campi rossi e di quelli attorno,verdi ospitali e complici. Dice Avvenire Paterlini che in quella casa c’era sempre una scodella di latte o di minestra per tutti i fuggitivi. C’era anche un posto per dormire, scomodo ma prezioso: il fienile. Nell’incipiente autunno, Genoeffa andava in punta di piedi a vedere se avevano freddo per allungare un tabarro o una coperta a quei figli di mamma, che il suo grande cuore non aveva esitato ad adottare.

Poi la tragedia. L’assalto, l’incendio, la resa, l’arresto di tutti, con i sette figli e il padre. Che triste inverno, che triste Natale: quattro spose, una nonna, dieci bambini, un giovane parente accorso in aiuto ma clandestino, anche lui fuggitivo. Le spose fanno la spola col carcere, per notizie da cercare e maglie e cibo da confortare. Non c’è conforto né pietà prima dell’anno nuovo. Tra un bombardamento e l’altro le spose conoscono la verità : tutti e sette fucilati, nessun processo, nessuna pietà, solo il padre risparmiato o dimenticato. Non credo che le spose abbiano avuto bisogno di parole per dire tanto orrore alla madre. Saranno bastate le lacrime, o le espressioni indurite, perchè , dice Margherita, non c’era tempo di piangere. Non si piange soltanto con le lacrime. Si piange col cuore, con tutte le fibre, con tutte le vene, con tutto il sangue, con tutte le ossa. Si piange di nascosto, forse tutta la notte, chiedendosi perchè di tanta cattiveria.

Infine tutto quell’amore deve diventare eroismo. Il padre ritorna. Ancora fuggitivo, liberato dalle bombe che hanno colpito il carcere. E’ allo stremo, per età, per le pene, per i disagi della prigionia, per le incertezze sulla sorte dei figli, per salute. Chissà se hanno avuto il tempo di mettersi d’accordo le spose e la nonna. Sta di fatto che non vogliono dire quella verità tanto pesante ad un vecchio padre tanto fragile. Resistono quaranta giorni con quella storia dei figli portati a Parma per il processo.

Immaginate quella madre, di sera, di notte, quando rimane sola col padre e deve tacere quella verità, fingere di non piangere. Ripetere quelle favole, rincuorare quell’uomo. Aspettare che si rimetta in salute, che quei dolori allo stomaco se ne vadano.

Chi è più forte, allora? C’è dell’eroismo in quella scelta. Perchè anche gli uomini, se hanno cuore e amore, possono cedere, crollare. Anche gli uomini diventano fragili. E l’amore della loro donna può salvarli, portarli oltre quel baratro.

Così nonno Alcide ha potuto proseguire il cammino, ritrovare forza per se, per i figli e anche per lei, che non ha retto molto oltre. Qualche mese ancora, meno di un anno. A novembre del ’44 se ne è andata.

In ottobre c’era stato ancora odio fascista contro quel che rimaneva della famiglia. Ancora qualcuno che di nascosto incendia la casa. Genoeffa aiuta, fa quel che può. Ha in braccio l’ultimo nato, undicesimo di quei tanti orfani, venuto al mondo senza più padre e senza più zii. Lei, la madre, nonna e sposa, si arrende, non ha più forza di combattere. Il suo amore tanto grande non può capire tanto odio. Dice alle spose “pensateci voi” e lentamente se ne va. Forse nella speranza o nella convinzione di trovare i figli in un aldilà dove non c’è posto per l’odio, dove l’ unica legge è l’amore.

Ancora un atto d’amore di donne conclude questa storia.

In un mondo maschile, dove i riti hanno sempre una impronta maschile, sono le quattro donne, le quattro “spose” a sfidare tutti, in piena guerra, con un gesto silenzioso e preziosissimo. Quelle quattro donne, le “spose”, le vedove, si caricano sulle spalle la bara della “nonna” per portarla all’ultimo riposo. Mi sembra di vedere i loro volti scuri, decisi, consapevoli.

Accanto al vecchio “nonno” Alcide, saranno loro a continuare unite la strada dei loro uomini, perché dopo il primo raccolto, quello dei padri, possa venirne un altro. Sofferenza e amore, non tempo per piangere, ma lavoro e lavoro, per gli undici figli bambini e anche per tutti gli altri e tutte le altre, oltre l’orizzonte dei campi rossi.

Un museo, un teatro, un giardino

Farà giorno

Farà giorno

Mi concedo tre appunti di diario.

Un museo

Il museo di via Tasso a Roma è in pericolo di chiusura per mancanza di finanziamenti. Credo sia l’unico museo allestito nelle stesse stanze delle torture, delle prigionie, del dolore e della efferatezza.  Dove i graffiti dei condannati, le finestre murate, i documenti autentici  insegnano tutto, più di qualsiasi libro o film o racconto. Perdere questo luogo sarebbe perdere la memoria e le radici. Io andrò a sottoscrivere e chiedo a tutti di fare altrettanto. Il conto corrente postale è 51520005 intestato Museo Storico della Liberazione 00185 Roma, via Tasso 145. I fondi non servono per chi ci lavora, perchè sono tutti volontari, ma per le spese di manutenzione, per le bollette, il condominio e indispensabili minime pubblicazioni. Il sogno sarebbe di informatizzazione e recupero digitale dei documenti cartacei in via di progressivo degrado. Intanto non chiudere.

Personalmente vorrei che vi si convocassero periodici incontri con insegnanti a scopo di aggiornamento storico sulla didattica della memoria. Si prenda l’esempio e l’esperienza di Libera di Don Ciotti, che periodicamente organizza corsi per insegnanti sulla educazione e informazione di lotta alle mafie. Se ne può sapere di più andando sul sito di Libera “Abitare i margini”.

 Un teatro

Per la precisione, uno spettacolo teatrale. Alla Sala Umberto di Roma lo spettacolo “Farà giorno”, dove un novantatreenne Gianrico Tedeschi tiene sempre la scena con voce e memoria da trentenne. Forse perchè il testo è di quelli che esalta non solo il pubblico ma anche i protagonisti sul palco. Vi si incarna un vecchio partigiano che si scontra con un bulletto neofascista a suon di ironici e profondi battibecchi, quando tra loro ricompare la figlia medico volontaria in Africa ed ex brigatista. Un dialogo serratissimo e  brillante, ricco di definizioni illuminanti sia sul periodo della  Resistenza che sul buio degli anni di piombo, sia sulla verità dell’oggi.

Non so se questo spettacolo andrà in giro per l’Italia. In quel caso mi chiedo come faranno gli autori a  mantenere  l’ efficacia del testo, che in molte parti è esaltato dal dialetto romanesco. Come molti sanno, i dialetti – tutti – hanno accenti e suoni che illuminano e sottolineano i significati. Accenti difficilmente raggiungibili in puro italiano.  Penso che sarà il caso che, oltre a imparare  le lingue,  da un capo all’altro della lunga Italia, ci si dia da fare a capire anche i dialetti.

Ovviamente segnalo la forza di un anziano, questo Gianrico Tedeschi, che ha l’aspetto del novantenne, un po’ curvo, sottile e rugoso, apparentemente fragile, ma che ha la forza  di un maestro di oggi,  ricco di valori  e capacità da regalare a tutti, nipoti compresi. Mi risulta, e  ne sono felice, che nella vita vera, settanta anni fa, questo vecchio di oggi è stato veramente un giovane partigiano antifascista.

Un giardino

Ho già scritto del giardino sotto casa mia, bello e verde anche in piena estate e curato dagli anziani volontari dei palazzi attorno. Ieri mattina ho evitato all’ultimo passo, una bella cacca piazzata proprio nel mezzo del vialetto. I cani non vi dovrebbero entrare, né di giorno né di notte. Nei dintorni c’è abbondanza di zone e di verde per queste passeggiate canine.

Ho ripensato a quante fatiche e quanti soldi è costata questa piccola oasi verde, strappata a petizioni  e trattative con l’assessorato ai giardini,  ottenuta con l’impegno della manutenzione. Ho ripensato alla diseducazione dei padroni che, non solo “bonificano” di deiezioni anche i marciapiedi delle scuole elementari e medie nella strada di fronte, ma non risparmiano tutti i percorsi delle possibili passeggiate nel quartiere.

Ho pensato anche alle notizie di questi giorni. Si è deciso che i cani possono entrare anche nei ristoranti, e che potranno essere collocati, penso, sotto i tavoli.  Non so come farà una mia amica che è allergica a scegliere un ristorante o una pizzeria. Sebbene, forse, i cani disturbano meno di certi bambini vocianti e maleducati con famiglie altrettanto sguaiate. Insomma, non me la prendo con i cani, anche perché in famiglia abbiamo una deliziosissima piccola Lulù, grande compagna di giochi del gatto Totò.  Me la prendo coi padroni, veri prepotenti, maleducati e impuniti. Padroni che sono una bella squadra di quell’esercito di italiani che non rispettano le regole, che se ne fregano degli altri e della loro città e magari  se ne vantano.

E me la prendo anche con i fanatici animalisti, quelli che sono andati nei laboratori a distruggere le fiale delle analisi scientifiche, perché volevano ottenere il divieto delle sperimentazioni sugli animali. Divieto che purtroppo è avvenuto, per fanatismo dei proponenti animalisti talebani e insipienza dei loro interlocutori. Senza chiedersi se quegli animali sono topi o moscerini, se sono trattati senza sofferenza e in quali ricerche.

Me la prendo anche con quei “generosi” che hanno tanto cuore e tanto portafoglio per la loro bestiola, ma poi non danno un euro per  la Sardegna, per i bambini affamati del mondo o nemmeno per la Caritas sotto casa.

Così invito tutti a rileggere la lettera della giovane senatrice a vita, dottoressa Elena Cattaneo, rivolta al Presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, su questo argomento degli inciampi alla ricerca e alla sperimentazione. La lettera è intitolata  “Ecco perché il nostro paese sta morendo”. E che sia vero lo conferma il fatto che la lettera è riportata alla pagina 59 (cinquantanove)  di Repubblica del mercoledì 27 novembre 2013.

Un giorno dei tanti, dei troppi, in cui l’argomento principale è stato – ed è ancora –  un piccolo sbiadito e miserevole riccastro di nome B.

Cos’è fascismo

Foto di Simone Ramella

Foto di Simone Ramella

Fascismo è Priebke.

Si dice che è stato fino all’ultimo, tutta la vita, fedele a se stesso. Ma chi era, cosa era, questo se stesso?

Vediamolo così gelido e altero, stivali, divisa, decorazioni- alle Fosse Ardeatine che allora erano soltanto cave – che fa vedere ai soldati sottoposti come si fa, come si esegue quel “dovere”.   Sparare da vicino, un colpo solo alla nuca. Per risparmiare munizioni. Da contabile della morte, un proiettile solo,  non di più.

Quanti colpi lui, quanti sparati dagli altri. Altri che, se non ce la fanno più, o per sfinimento o per angoscia, lui, l’ufficiale, li intontisce con l’alcol, li minaccia. Bisogna finire il lavoro, eseguire gli ordini.

Lui non ha occhi. Non vede né vecchi né ragazzi. Non vede il fil di ferro che lega mani alla schiena, due persone alla volta. Non ha orecchie. Non sente né il rimbombo o lo strisciare dei passi, né il tonfo dei corpi che franano sugli altri corpi morti. Non i gemiti, le invocazioni, le maledizioni, le preghiere sussurrate o declamate. Forse Montezemolo o il papà di Riccardo Mancini hanno detto qualcosa ai loro compagni o ai loro assassini. Forse il tenore Stame, con la sua bella voce che abbiamo riascoltata con ammirata commozione, avrà invocato le sue adorate bambine.

Ma lui, Priebke, non ha occhi, non ha orecchie, non sente nemmeno l’odore del sangue. Non ha pensieri. Non è in grado di avere pietà.

Lui è uno che gli ordini li esegue. Non deve avere sentimenti. Lui non è un essere umano. È soltanto un oggetto.  È come una pistola  o un fucile che spara senza sapere, senza discutere. Qualcuno tira il grilletto, l’ordine, e lui esegue.  È progettato per eseguire. Si è lasciato  progettare per eseguire. Si è annullato come uomo, ha accettato di essere la mano cieca di volontà altrui.

Non ho bisogno di cercare negli archivi. Ricordo troppo bene ciò che ci veniva detto a scuola e ripetuto dappertutto. “Eseguire senza discutere gli ordini del duce”.

Ecco questo è  fascismo.

Non essere più persone. Eseguire, ubbidire, non discutere, non pensare.

Ardeatine e Lampedusa

Ricordare le fosse Ardeatine mi porta alla strage di Lampedusa. Una terribile analogia di numeri. Alle Fosse Ardeatine sono stati 335. A Lampedusa, pochi di più, 339, almeno fino ad oggi. Esclusi quelli  dell’ultimo barcone, tragedia dietro tragedia.

Ho negli occhi quella enorme distesa di bare. Lucide, pulite con sopra un fiore. La commozione, però, è immaginare il dentro di quelle bare. Non corpi ricomposti, vestine bianche dei bimbi,   braccia e mani dignitose sul petto degli adulti. Spero che siano ancora avvolti in quei pietosi teli neri o blu, a nascondere le povere vesti inzuppate di mare, le carni gonfie e livide, i visi appena messi a fuoco per le foto, unica  traccia   per sperare in un nome .

Alle Fosse Ardeatine, Priebke e Kappler, a opera conclusa e bottiglie di cognac svuotate, quei corpi morti, ammucchiati  in quelle grotte,  li hanno seppelliti  minando la volta della cava, che senza spesa e fatica, ha chiuso  la più affollata fossa comune mai inventata. Non bastava. Forse per un un sussulto di odorato, o piuttosto  per ulteriore sfregio, vi hanno aggiunto sopra  una montagna di letame. Altro insulto, altra offesa.  Per nascondere i corpi, coprire l’orrore, sfuggire al giudizio di chi è ancora uomo. E per evitare la rivolta di una città.

Insultare i morti. Non avere pietà. Anche questo è fascismo.

La legge Bossi Fini

La legge Bossi Fini è fascismo. Fascismo che sopravvive oggi. Sono contenta di averlo sentito dire da qualcun altro, perchè è da tempo che ai ragazzi delle scuole in quei miei percorsi di memoria cerco di spiegare la sostanza di quella legge.  Fascismo oggi non sono soltanto le svastiche o gli slogan o le sfilate grottesche o ridicole dei nostalgici o neonazi o neofasci. Sono brutti e condannabili anche quelli, per la violenza che esaltano.  La Bossi-Fini è una legge fascista perchè prevede e impone una condanna a persone che non hanno commesso alcun reato. Come gli ebrei condannati in quanto ebrei. L’extracomunitario senza lavoro – a volte perchè l’ha perduto – perde il diritto di restare qui e va rispedito al suo paese. Senza guardare se in quel paese c’è l’inferno.  Se uno straniero viene qui senza permesso e non ha contratto di lavoro,  deve essere ricacciato in mare, magari a cannonate.  Spesso è un un nostro vicino che scappa dalla sua casa in fiamme e si  rifugia nel nostro giardino, ma noi lo incriminiamo come clandestino  perchè ha scavalcato la siepe senza il nostro consenso.

So cosa mi dicono. Siamo poveri anche noi. Abbiamo tanti disoccupati anche noi. Ma io credo che si possano trovare altre strade. Un po’ di fantasia, un po’ di inventiva. Non soltanto chiedere aiuto all’Europa per avere dei soldi da continuare a spendere in azioni sbagliate.

Meglio una dittatura buona?

foto da Recuerdos de Pandora

foto da Recuerdos de Pandora

Il lettore “Morby” ha commentato il mio blog con una  sola frase: “meglio una dittatura buona che una finta democrazia cattiva”.

Un altro internauta, con una frase un po’ più lunga, – due righe e mezzo –  mi ha rimbeccata per aver inserito il nome di Grillo tra quelli che ritengo aspiranti dittatori.

La prima cosa che mi viene da dire a questi  cari internauti è di sprecarsi un po’ di più. Motivare  meglio, fermarsi a riflettere. Non mi ritengo né il signor so-tutto, ne quella che ha la verità in tasca, ma quando scrivo cerco di argomentare. Per fortuna ho una lunga dote di ricordi ed esperienze su cui riandare.

Dalle mie parti di qualche chiacchierone si diceva: “ parla per dare aria ai denti”. Non vorrei che di voi si dicesse : “scrive per sgranchirsi le dita”.

Lascio stare l’accenno a Grillo. Un bel po’ di tempo fa ho scritto un pezzetto più corto del solito per indicare che Grillo è già un dittatore. Infatti toglie ai suoi parlamentari – pardon portavoce? – il diritto di dissentire. Per loro non vale il “senza vincoli di mandato”. Non vale la Costituzione, perchè vi si antepone un vincolo di contratto, sottoscritto con lui, capo acclamato. Se avete voglia, andate a ripescare quel che dicevo, comprese le considerazioni sui possibili Scilipoti.

È invece il caso di riflettere su quel “E’ meglio una  dittatura buona”.

Credo proprio che ci sia bisogno di ripensare a cosa è stata la dittatura in Italia e anche qua e là nel mondo.

Può esistere una dittatura buona? Intanto qualsiasi dittatura di sicuro toglierebbe anche agli internauti il diritto di parola, cioè  quello di navigare e digitare all’impazzata. Non mi sembra che in Cina o in Russia o nelle autocrazie arabe  gli innamorati del web, gli amanti della rete abbiano  vita  tanto facile.

Qualsiasi dittatura ha paura delle libere idee, delle menti pensanti. Mussolini  voleva impedire a  “questo cervello di funzionare”. Era il cervello di Gramsci. Non ce la fece del tutto.

Anche nelle democrazie ci sono quelli che fanno di tutto per impedirti di pensare. Per nasconderti le informazioni utili ad un giudizio libero. Per rintronarti di fandonie, bugie, sciocchezze , ripetute e straripetute a nausea, fino a farle passare per verità. Ne abbiamo in questi giorni dosi massicce: – Sono perseguitato. Non ho commesso nessun reato. È in pericolo la democrazia.  Persino il ridicolo “sono dimagrito di undici chili”.

Se poi la nostra democrazia sia finta o cattiva occorrerebbe un lungo discorso.

A dire la verità questa nostra democrazia non è un gran che. Non ha nemmeno un cammino del tutto luminoso.

Partita dal gran fuoco di speranze ricordato dal film “Roma città aperta” dell’altra sera.  Se siete troppo giovani o non abbastanza anziani  dal ricordarlo, dovreste averlo saputo come conoscenza e cultura che una  intera generazione, la mia, ha voluto e sognato una vera e buona democrazia.  Solo i fortunati ne hanno visto l’alba. I meno fortunati ci hanno lasciato la vita. O per tutta l’esistenza hanno cercato di dimenticare torture od orrori.

Anche dopo non è finita. Non è stata una buona democrazia quella che metteva in galera i partigiani per atti di guerra, o chi licenziava gli operai che portavano l’Unità in tasca, o creava i reparti-confino per gli attivisti sindacali. Non è stata e non è una buona democrazia  quella che abbiamo, perché non si è fatto abbastanza per sanare le ingiustizie e le disuguaglianze. Non è una buona democrazia quella che ci fa votare persone che non possiamo scegliere.

Tuttavia in questi settanta anni  abbiamo potuto parlare e lottare, fare scioperi e scrivere giornali, ottenere qualche  buona legge e qualche conquista. Sempre seguendo una specie di stella polare che  è la nostra  Costituzione, che prevede tutto, sollecita tutto. Che è ancora, dopo settanta anni, in gran parte da attuare e che sarebbe bene non toccare.

È meglio avere un lungo cammino ancora davanti, che vedersi impedita qualsiasi azione, negata qualsiasi scelta.

Sarebbe ancora meglio che tutti noi, che lamentiamo le manchevolezze di questa nostra democrazia, ci mettessimo di impegno per fare qualcosa  di concreto per  salvarla,  migliorarla , renderla amica dei cittadini, riparatrice dei torti e dei dolori. Non per demolire tutto, tipo muoia sansone con tutti i filistei, oppure distruggiamoli tutti, mandiamoli tutti a casa. Per fare cosa? Forse per una nuova dittatura che si vuol  credere “buona”?

Non esistono dittature buone.

Le dittature impediscono ai sudditi di essere persone. Cioè  persone libere e pensanti.

Nessuno in buona fede e che rispetti il significato delle parole,  può permettersi di dimenticarlo.

Lampi

Breve lampo nel buio

Nel nostro giardino è stato piantato un bellissimo ulivo, con tronco secolare e ciuffo giovane di fronde. Ci verrà fissata alla base una bella roccia con una targa con dedica alla memoria di Agostino Medelina, scomparso un anno fa, alla tenacia del quale si deve la ristrutturazione attuale del giardino. Agostino è stato una persona speciale. Classe 1922, prigioniero in Francia ha collaborato col Maquis, poi dirigente sindacale alla Fatme, sempre impegnato nel Pci, Ds e PD, nell’amministrazione del condominio,  attivo nel comitato di quartiere e promotore del comitato di gestione del giardino. Autodidatta come scrittore, in due libri ricordo, vivacissimo nel creare sonetti in italiano e in romanesco. Le sue rime ci rallegravano dalla bacheca davanti alla sezione e alla fermata dell’autobus.

Se ora abbiamo sotto casa questo bel giardino, alberato e attrezzato, lo dobbiamo in gran parte a lui, che ha saputo trascinare tutti noi di questi quattro palazzi nel reclamarlo e nel mantenerlo. Qui vengono nonni e bambini da tutti i dintorni. C’è sempre un bel sottofondo di voci allegre.

Nei giorni scorsi l’anziano signore che rasava i prati, sembrava uno scultore. Rasava l’erba alta risparmiando le zone più folte di margherite, girandogli  intorno con amore e attenzione. Per risultato abbiamo avuto un prato-giardino imprevedibile, poetico e surreale.

 

La montagna è sempre lì

La montagna è sempre lì, da scalare. Presidenza, economia e governo.

Raddoppiare Napolitano è stata salvezza. Ritornati alla casella di partenza.

Siamo ancora lì, con la montagna davanti, ma mezzo sepolti dai detriti, con i tentacoli grillini avvinghiati alle caviglie, sommersi dai detriti che noi stessi abbiamo fatto franare nella dissennata arrampicata. Abbiamo sbagliato il percorso, mancato i giusti appigli, scalciato e sprecato il fiato. Siamo pieni di lividi e ferite,  forse amputazioni.

Aspettiamo squadre di soccorso esterne?  I tecnici ormai non più. Ed anche i saggi, svaniti nella nebbia. Rimangono i giornalisti come categoria di esperti? Che paura, se pensiamo ai Santoro o ai Travaglio! E se qualcuno pensasse alle donne? Una bella squadra di soccorso al femminile, con Barbara Spinelli in testa, Nadia Urbinati, Margherita Hack  e Natalia Aspesi in mezzo.

Ma non c’è da sperare. Delle donne ci si dimentica sempre.

 Barbara_Spinelli_Napolitano

Le madri della Patria

Siamo vicini al 25 aprile. La data, come ha detto un ragazzo, di quando qualcuno ha liberato qualcosa.

Nei miei più frequenti incontri nelle scuole mi va di raccontare delle mie compagne più sfortunate. Quelle che non hanno voluto o potuto raccontare tutto. Quelle che sono state le “madri della patria” senza saperlo. Che dopo settanta anni, attutito il bruciore più intenso e senza più l’assurdità dell’antico pudore, si può tirar fuori dall’ombra.

Parlo delle torturate-violentate.

È risaputo che le donne hanno sempre fatto parte del bottino di guerra. Ma è venuto il momento di raccontare le prodezze dei bravi ragazzi di Salò. Quelli che stupravano Mimma a Ciano con “quei bastoni lì”, per insegnare ai timidi tedeschi come si fa “a far parlare anche i morti” – come diceva quell’Arduini diciannovenne. E Mimma, davvero mezzo morta, occhi chiusi, “non li volevo vedere”,  e  “non ho parlato… non ho mai parlato”. Lei è scappata e scampata.

 Scampata anche Tina, che dice “non si può raccontare, nessuno ti può credere”. E anche lei, sotto quel che non si può dire,  non ha mai parlato. Nel senso di denunciare, di fare la spia.

Scampata anche la nonna di Sara, che si è raccontata con nome e cognome, diciottenne, in tribunale, forse a porte chiuse. Immagine di braccia e gambe legate ai piedi del tavolo, povero corpo nudo, offerto ai cani tra gli sghignazzi e gli urli di un pubblico specializzando in tecniche di torture. Anche  lei “non ho parlato, non ho mai parlato”.

È più eroico quel tacere o la sventagliata di mitra dell’eroe che va all’assalto? Eroismo a confronto. Coraggio a confronto.

Da quell’eroismo, da quel silenzio, qualcuno ha liberato qualcosa.

Mimma taceva per suo padre. Morto per le botte dei primi squadristi. Per la miseria che ne è venuta.  Tina per i suoi congiunti fatti marcire per anni al confino e per il suo uomo in carcere per delitto di pensiero. La nonna di Sara non so, ma certo per i dolori della guerra, i bombardamenti, la povertà, le umiliazioni inflitte ai più deboli, ALLE  più deboli.

Quella è stata “la prima gioventù” della nostra Repubblica.

Madri della Patria, accanto a tutti gli altri, all’ombra di tutti gli altri.

 Entrata_dei_rifugi_di_Colleferro

Le grotte ritrovate

A Colleferro un gran teatro strapieno di ragazzi delle scuole medie. Sono a indirizzo musicale, quindi c’è una grande orchestra di giovanissimi: archi, fiati, tastiere percussioni. C’è tutto, e soprattutto la preparazione, la serietà e l’allegria. Ci deliziano con tre belle interpretazioni, ad interrompere e sottolineare i nostri racconti e discorsi.

Colleferro era proprio sulla famosa linea Gustav, quella tragica diagonale tra Cassino e Anzio, da Tirreno ad Adriatico. I ragazzi hanno indagato su quella realtà di guerra  e sono arrivati all’amore per la pace, da tentare di descrivere in rime, in poesie.  Ce le hanno donate, coloratissime, illustrate, insolite.

   Ermanno Detti ed io siamo andati lì,  perché  quei ragazzi –  che si sono proclamati “Lettori….resistenti” –  avevano  letto i nostri libri,  volevano conoscerci e dialogare. In più, a sorpresa,  abbiamo fatto una scoperta impressionante. La scoperta delle grotte.

Grotte e gallerie che erano cave di pozzolana quando nasceva il paese in mezzo alla campagna e attorno alla grande BPD, cioè Bomprini Parodi Delfino. Grotte che durante la guerra sono diventate una città sotterranea, con un migliaio di abitanti, in  lunghissima attesa, –  circa un anno, fino al 13 giugno 1944 – di poter uscire a riveder le stelle.  Lì sotto, in spazi recintati  fortunosamente, senza poter accendere fuochi, ha vissuto un paese intero. C’era  un emporio per il mercato a baratto, una chiesetta-cappella, una sala parto e qualche spazio di svago, persino per ballare. Nascite, matrimoni, battesimi. Lì si è creata una comunità  di sopravvivenza e di resistenza.

 A dimostrazione che l’inventiva, la solidarietà e l’organizzazione possono vincere su tutto, compresa la più enorme sciagura che è la guerra.

Non più COSA è la dittatura, ma DOVE è la dittatura

dittatura

Un dittatore comanda e proibisce. Cioè toglie la libertà.

Nella storia si è sempre cominciato a toglierla a partire dai piani bassi. Grillo è veramente un innovatore. Lui parte a toglierla dall’alto. I suoi “cittadini parlamentari” non devono avere libertà di mandato. Vuole cacciar via dalla Costituzione quel “senza vincoli di mandato”. Ha già detto che devono obbedire a lui, decide lui. Cittadini? O sudditi? O servi?

Se in alto, nelle Camere non è concessa libertà, cosa possono aspettarsi  i “cittadini” semplici,  quelli che proprio uno conta uno?

Se tra gli eletti c’è un mascalzone che cambia idea non per coscienza o riflessione  ma per denaro, cioè se si vende, dovrà essere giudicato e trattato da mascalzone e da venduto. A lui la gogna, agli altri la dignità e la libertà.

Fiori e lumini

In questi giorni si comprano e vendono  fiori e lumini un po’ dappertutto. Ci si ricorda di chi non c’è più.  Un giorno all’anno? Credo proprio di no. Voglio credere che siano  una minoranza  quelli che si adagiano  formalmente ad una tradizione.

Ci sono tanti modi di ricordare chi ci ha lasciato. Quelli migliori sono nascosti nel silenzio.  Per me è un pensiero che mi viene ogni volta che succede qualcosa di bello, in famiglia nella società o nel mondo. Ecco, questa gioia, questa soddisfazione, lui se l’è persa. La mancanza è il non esserci più. Non esserci quando un figlio si sposa, quando una nuora si laurea, quando nasce una bimba e poi altri  due bimbi, quando loro crescono e vanno a scuola. Per fortuna o per inconscia scelta, lo stesso pensiero non mi viene mai quando ci sono problemi da affrontare, quando ci sono pericoli o dolori. La perdita è perdere il buono della vita. Nell’al di là i pesi non devono arrivare, non è giusto che ci arrivino.

Da una infinità di anni io sono tra quelli che al cimitero non vanno. Almeno nel giorno stabilito. Eppure qualcosa di buono c’è anche in questa tradizione. Non so se è ancora così, ma  rivedo la folla al cimitero del mio paese, tra quelle strutture inevitabilmente brutte nonostante l’infiorata, che si ritrovano  in zone precise, in angoli precisi.  Saluti, abbracci, meraviglie per i nuovi arrivi di spose o bambini. Un po’ di tristezza per i segni degli anni, per una schiena curva, un bastone o una carrozzella. Si  riannodando i fili delle parentele andati a sfilacciarsi per strade e luoghi lontani o anche per dimenticanze e distrazioni.

Io da Claudio ci vado quando mi trovo a Reggio e prendo un taxi per quel cimiterino dal cancello sempre aperto. Non sarebbe necessario, ma anch’io mi sottometto ad un rituale, ad una formalità. Tra i tanti modi di ricordare una persona cara, io e miei figli ne abbiamo uno privilegiato. In questi giorni allungheremo i nostri percorsi verso strade che non ci sono abituali. Tra la via Prenestina e la Casilina, c’è un nuovo quartiere di grandi palazzoni, supermercati, teatro tenda, scuole superiori e  scuole dell’infanzia. Lì le strade hanno nomi belli: Sacco e Vanzetti, Giorgio Perlasca, Camillo Prampolini, Amos Zanibelli,  ed anche Claudio Truffi, sindacalista.  E’ un riconoscimento inaspettato, di cui abbiamo saputo con due anni di ritardo. Qualcuno, alla toponomastica romana, ha frugato tra le biografie e voleva un sindacalista. Ci ha fatto questo regalo.

Mi piacerebbe che tutte quelle persone , e saranno tante visti gli otto piani dei due palazzoni, cioè  tutti quelli che nei documenti, nella patente o in qualsiasi altro pezzo di carta si ritroveranno quel  nome nell’indirizzo, fossero curiosi di sapere chi era, cosa c’è dentro a quel nome. La qualifica sindacalista è solo un accenno, non dice nulla.

Per  questo mi è venuto il desiderio di mettere in rete almeno un estratto di quello che ho scritto per “Ricerche storiche”,  la rivista semestrale dell’ISTORECO di Reggio Emilia,  nel numero di aprile del 2006.

Chissà. Se qualcuno vorrà conoscere il percorso in vita di un uomo dolce, tenace e innovatore, potrà rinfrancarsi, nel vedere che è possibile essere diversi in positivo. Un sindacalista che non si è arricchito, che non ha sistemato i suoi figli , che hanno fatto tutto  da soli.   Un uomo che ha lasciato soltanto vivo  rimpianto e buoni ricordi.

Potete andare a leggere qui.

Pensieri. Rinaldo Scheda, un problema di genere, marce su Roma

@Archivio del Lavoro, Sesto San Giovanni.- Fondo Silvestre Loconsolo

 

Fermarsi a pensare e riflettere serve a prender fiato per andare avanti.

Succede anche di trovare dei sentieri imprevisti.

I professori e gli studenti sono in subbuglio, arrabbiati o indignati. Ne hanno molti motivi. Non so, però, se certe  lotte targate cobas o altro, siano portatrici di risultati concreti o scivoloni verso il basso. Gli assalti urlati ad un ministro, anche se hanno qualche motivo, mi provocano una specie di allergia. Non mi sembra la strada giusta. La vedo troppo simile a quella dei fascisti schiamazzanti.

Un problema di genere

Una cara amica insegnante, molto impegnata professionalmente e innovatrice nei metodi e nei temi, mi ha chiesto se ho conosciuto da vicino Rinaldo Scheda. È stato un dirigente sindacale degli anni ’70- ’80 che ha condiviso con mio marito molta storia della CGIL. Non l’ho conosciuto direttamente, ma so che tra loro due c’era un ottimo rapporto di stima e di collaborazione. La mia amica l’ha conosciuto anni fa assieme ad altre giovani colleghe insegnanti, discutendo i problemi della categoria e della scuola.

Da quei loro incontri  ne è uscita, sorprendente, una riflessione, sollecitata dallo stesso Scheda.  Che i problemi della categoria docente – sia di remunerazione che di prestigio sociale – sono in fondo problemi di genere. Cioè, siccome la stragrande maggioranza del corpo docente è composto da donne, il tema dei diritti delle competenze e dei riconoscimenti diventa di secondo livello, di minore istintiva importanza. Un problema di donne è un problema minore. Inevitabile che ne discenda che anche la scuola – specialmente primaria –  è un problema minore.

Mi ricorda le operaie delle Reggiane che in tempo di guerra, lavorando allo stesso bancone e negli stessi turni di giorno e di notte, prendevano quasi la metà della paga dei compagni maschi, magari ragazzi quattordicenni o sedicenni. La mentalità è ancora la stessa. È il pregiudizio preistorico della inferiorità. Un modo di pensare, magari inconscio, che diventa di fatto un problema di genere.

Chiedo a tutti di rifletterci. E onore a Rinaldo Scheda, che ha interpretato in modo tanto originale e forse esatto la natura di un problema. E con un bell’anticipo. Visto che questa intuizione è antecedente al 1990, che è la data del suo totale distacco da ogni impegno politico.

Quelli di viva il duce

Gli scalmanati, magari incappucciati, che vanno all’assalto per le scale e i corridoi dei licei romani, ci devono indignare o  sono da compatire?

Direi tutte due le cose. Indignare perché sono sostenuti e  più o meno direttamente foraggiati dal sindaco Alemanno e dalle autorità che non vedono nei loro movimenti l’apologia di fascismo.

Ma  sono anche da compatire, perché non sanno quello che fanno. Compatire e disprezzare. Non sanno cosa è stato e cosa è il fascismo. Forse nessuno glielo ha spiegato e troppi hanno divulgato falsità. Sanno solo esaltare la violenza, l’odio, la sopraffazione. Il mito del più forte. Che poi, appena trova qualcuno di poco più forte finirà a sua volta per soccombere.  Perché quando la violenza va al potere si ritorce anche contro chi l’ha invocata o voluta. Basterebbe cercare di conoscere la storia.

Mi ha commosso incontrare nelle cronache del Liceo Righi, che ha fatto argine a questi assalti di viva il duce, il nome di un giovane Stefano. Credo di riconoscervi uno dei ragazzi che era alla nostra assemblea qualche settimana fa. Uno di quelli impegnati, che intervengono, leggono,  riflettono e  sono  applauditi e ammirati da tutti i compagni.  In quell’incontro credo di avere un po’ raccontato cosa è stato il fascismo e cosa hanno saputo fare  i tanto esaltati ragazzi di Salò. Guerra, dolori, stragi e torture che sono tutte da addebitare proprio  a quel duce, del quale i giovani “fascisti del terzo millennio”   conoscono soltanto la mascella quadrata e i pugni sui fianchi.

Grazie Stefano, grazie ragazzi del liceo Righi. Grazie anche a quei vostri professori che vi appoggiano. Grazie alla vostra voglia di sapere, al vostro bisogno di verità, alla vostra scelta di essere “costanti e di massa”, come dite alla cronista. Cioè inclusivi e democratici, unitari e  propositivi. Tanto diversi dai fascio-teppisti, anche se urlano parole quasi  rubate  a voi stessi.

La marcia su Roma

Perugia è in rivolta, perché da lì i neofascisti vorrebbero far partire le celebrazioni dell’anniversario della mussoliniana marcia su Roma. Già si sta levando l’indignazione e la rabbia da tutta Italia.

Io penso alla mia amica Mirella Alloisio, che abita in quella città. Lei è stata partigiana a Genova dove rischiava la vita accanto ai capi mitici di quella guerra di liberazione, Proprio lei che era staffetta e collaboratrice di quei tenaci genovesi e liguri che hanno messo in ginocchio gli orgogliosi nazisti e ne hanno ottenuto la resa. Un’equipaggiatissima armata con gli altezzosi ufficiali, che si arrende ai capi partigiani, che hanno combattuto con  un  improvvisato esercito  di operai e contadini  donne e ragazzi, male armato e pochissimo equipaggiato, ma tanto forte di volontà e di speranze.

Credo che l’esaltazione della  tragica impresa della marcia su Roma  non potrà essere consentita. Spero anche che questa vergognosa provocazione debba stimolare le istituzioni, la scuola, il cinema e la cultura, a raccontare meglio la storia e la verità di quei tempi e il terribile seguito che ne è venuto.

Cos’è democrazia?

Siamo bombardati da notizie di disonestà e corruzione. Viene da chiedersi cosa è in verità la democrazia.  Cioè, va bene l’essere tutti uguali di fronte alla legge, non conta la razza, il sesso, la religione, eccetera. Va bene il diritto di voto, un persona un voto. Va bene la libertà di informazione, cioè il diritto di sapere.

Allora perchè tanta gente ha scelto, votato, preferito un bel tipo come quel certo Fiorito della Ciociaria? E quanti  simili a lui?  Perché ancora tanta gente fa il tifo e ammira un tizio chiamato Caimano che ha al suo attivo tanti intrallazzi e maneggi che puzzano di sporco lontano un miglio? Ci vogliamo aggiungere la conferma di persone comprate in quel solenne posto che si chiama Parlamento, dove ancora pascolano tanti indagati e addirittura tanti condannati?

Io vedo purtroppo che la democrazia non basta. Non basta la libertà, l’uguaglianza, il diritto all’informazione. Secondo me manca il valore più importante, l’onestà. L’altruismo ed anche l’orgoglio. L’orgoglio del fare bene il proprio lavoro, la coscienza del compiere il proprio dovere. La felicità di poter andare a testa alta, senza premi, medaglie o diplomi, ma accompagnati soltanto dal giusto rispetto.

È questo che ci manca. Il problema è come rimediare, come risalire.  Non penso a premi o celebrazioni o retorica.  Ci vuole volontà diffusa. Impegno dappertutto. Nella scuola, nella stampa, negli spettacoli, nell’arte, nelle associazioni, nella buona politica, soprattutto nei buoni esempi di chi sta in alto e di chi sta in basso. E buona informazione, con la verità in piena luce, non seppellita tra l’immondizia.  Ovviamente con indispensabili valide  leggi da non dimenticare poi nel cassetto.

La cultura dell’onestà, la pratica dell’impegno, è questo che occorre. Eppure una realtà pulita vi assicuro che esiste. Persone, giovani o anziane, che meritano di essere tirate fuori dall’ombra e che io incontro ogni giorno,

È quello che voglio fare con questo piccolo spazio e voce.

Per esempio ci sono dei giovani, preparatissimi e consapevoli, che stanno girando l’Italia per raccogliere le storie che sono le radici della nostra democrazia libertà e diritti. Si chiamano Samuele, Miria, Vanni, Edgard, Leonardo. Il filmato, o documento o videoinchiesta che ne uscirà, di sicuro aiuterà a capire meglio il tempo passato e il tempo presente. Sarà un documento di verità, di cultura e di storia. Frutto di professionalità, impegno e sacrificio economico.

Voglio poi parlare di quella ventina e più di ragazze e ragazzi europei che ho conosciuto venerdì scorso, 28 settembre al Museo della Liberazione di via Tasso.  Fanno parte del Servizio Civile Internazionale, che per un progetto europeo chiamato “Female R-eXistence” stanno studiando la storia della resistenza e sofferenza delle donne italiane sotto il nazifascismo.  Ci sarà un filmato, ma vorrei saper descrivere i loro bei volti attenti e i loro occhi a volte lucidi, le loro domande, la loro pazienza per i tempi della traduzione in lingua inglese. Vengono da Germania, Belgio, Grecia, Ungheria, Repubblica Ceca e naturalmente anche Italia.

Hanno ascoltato con interesse la dotta professorale lezione del prof. Antonio Parisella e quella più emozionante della professoressa Gemma Luzzi sulla resistenza delle donne romane comprese  quelle, dimenticate e sottovalutate, che in un centinaio sono state prigioniere in queste stesse stanze. Quindi, con guida in inglese, hanno visitato i locali, le celle, i documenti e i reperti di questo luogo che ancora è pieno di tristezza e di angoscia. Quindi, secondo il programma, hanno voluto ascoltare le nostre testimonianze, la mia e quella di Vera Michelin Salomon, che tra queste mura vi è stata trascinata nel 1944 e poi tradotta in Germania nei famigerati campi di sterminio. La mia, meno drammatica ma simile a quella di tante ragazze e donne della mia generazione in quei tempi  armati.

Non c’è stato orario, lì a via Tasso,  ne’ fame, ne’ stanchezza.  C’era solo un ponte che ci legava, loro tutti vicini ai vent’anni, e noi, Vera con i suoi ottantanove e io coi miei ottantacinque, stretti dal filo della bella  traduzione del giovane Marek  Rembowski, ma soprattutto da tanta emozione e simpatia A noi si è aggiunto anche il caro Modestino De Angelis, colonna del Museo, e figlio di uno dei martiri delle  fosse Ardeatine.

Proprio le Fosse Ardeatine sono state una tappa del loro programma-pellegrinaggio, che comprende Porta San Paolo, Quadraro, Garbatella, San Lorenzo, Casa Internazionale delle donne, Casa della Memoria, “Città dell’Utopia”, “Casale Garibaldi”, tutti luoghi di conoscenza e apprendimento.

Mi viene naturale di pensare che ce ne vorrebbero tanti, tantissimi, di questi gruppi e di questi programmi, in Italia e in Europa.

E trattandosi di donne vorrei concludere con una testimonianza molto femminile e triste. Quella di Maria Teresa Regard, che della prigione di via Tasso ha scritto:

Le donne imprigionate con me cambiavano spesso, ma non furono mai meno di una decina. Dormivamo, quindi, rannicchiate a terra, per mancanza di spazio. La giornata iniziava alle sette. Si andava al gabinetto che era privo di porta, e nel quale si poteva restare al massimo due o tre minuti sotto la sorveglianza delle guardie. Non rimaneva tempo per lavarsi nemmeno sommariamente. Sentirsi sporche fu uno dei supplizi di via Tasso. Non c’era carta igienica né avevamo assorbenti. Poi cominciava l’attesa per l’unico pasto.

Per saperne di più: http://www.sci-italia.it

Dopo la sfilata del 2 giugno. Scuole, studenti, memoria, fiaccolate.

Il 2 giugno, con Modesto Di Veglia

Stavo scrivendo per il blog su tre o quattro scuole quando il terremoto e le polemiche relative alla sfilata del 2 giugno mi hanno interrotto.

Ora riprendo, perché  credo sia giusto far conoscere certe realtà. Nel frattempo, in questi giorni, si sono alzate altissime polemiche proprio sulla scuola, eccellenze da esaltare o meno. Modestamente, da ex insegnante, proporrei di evitare l’esaltazione dei primi della classe, ma di impegnare i più bravi a trascinare-aiutare tutti gli altri, affinché  nessuno resti indietro.

Comincio da una sconfitta.

Al Liceo Scientifico Statale “Augusto Righi” di Roma sono stati sconfitti i ragazzi e la memoria. La partigiana Giovanna Marturano, centenaria, benemerita e attivissima, non andrà a parlare di storia e della straordinaria vita della sua famiglia. I ragazzi, a ridosso del 25 aprile avevano chiesto un incontro-assemblea per il 10  maggio, ma la preside e il consiglio non hanno autorizzato. In una lettera-paternale agli studenti la preside, oltre a bollare come infantili i suoi ragazzi, si diceva preoccupata che una persona “di età” fosse a disagio al sole e all’aperto, fingendo di non sapere che era stato provveduto a gazebo e microfono. La scelta del cortile era obbligata, data la capienza di soli 120 posti dell’aula magna, contro i 1200 utenti di quel liceo. Insomma, polemiche e attacchi sulla stampa hanno consigliato alla dirigente una gattopardesca marcia indietro, con piagnucolìo presso l’Anpi e promessa di rimedio. Intanto passano i giorni e si avvicinano esami e fine anno scolastico. Morale. Si prospetta un  incontro in aula magna per il 4 o il 5 giugno. Nessun contatto ufficiale con l’interessata. Alla fine si rinvia al prossimo settembre, anche perchè la preside ha sollevato dubbi sulla sicurezza, data l’esiguità dello spazio!

Io credo che Giovanna sarà ancora vispa e attiva il prossimo settembre. Intanto  sabato 9 giugno, è stata assieme a me e alla partigiana Luciana Romoli alla scuola media  del Quarto Miglio. Ha parlato per prima, applauditissima, sulla sua storia, sul presente e della sua fiducia nei giovani.

Anche qualche giorno fa eravamo insieme.

con Giovanna Marturano

Alla Scuola Media San Benedetto  di Centocelle, Roma. Era domenica 27 maggio.

A una scuola di domenica?  Sì, perchè genitori, docenti e dirigenti hanno voluto una intera giornata di festa a chiusura dell’anno scolastico, la loro “Festa di Primavera”.

E che festa!  Nel grande parco una fioritura di tabelloni con i lavori dei ragazzi sulla storia dei 150 anni, della Resistenza e della solidarietà. Fotografie, disegni, racconti. Premiazioni individuali e collettive per i lavori migliori, crostate e pasticcini fatti in casa e l’incontro con noi testimoni.  Ci hanno voluti tutti insieme, io con la mia storia emiliana, Giovanna con la sua radice sarda e storie  di persecuzioni e di lotte. In più, c’erano i partigiani del posto, Pilade Forcella e Modesto di Veglia.

Modesto e Pilade meritano qualche riga di biografia.

Pilade era quattordicenne e “seminava” sulla strada Prenestina i chiodi a quattro punte che lui stesso, con altri più grandi, forgiava con mezzi di fortuna. Centocelle ora è quartiere. Nel 43- 44 era borgata, una delle più combattive borgate ribelli che davano filo da torcere a quegli orgogliosi teutonici. Insieme a Quarticciolo e Quadraro, definito “nido di vespe” erano per i tedeschi una tale  spada nel fianco che vi fecero quello spietato rastrellamento  con la deportazione di quasi mille uomini, pochissimi poi scampati. Pilade ha coltivato tanto bene il ricordo di quella Resistenza, che ha da poco e con orgoglio, allestito un museo della memoria nei locali di un’altra scuola del quartiere, la  monumentale “Fausto Cecconi”. Vi ha raccolto materiale prezioso, degno di essere conosciuto.

Modesto Di Veglia, anche lui giovanissimo, faceva parte di quelle bande dal nome “Bandiera Rossa”, all’epoca forti e attivissime. All’arrivo degli alleati non si è accontentato di godersi quell’inizio di libertà. Si è arruolato con gli alleati in quel primo esercito regolare della nostra nuova patria. E si è fatto tutto il resto dei mesi, fino al 25 aprile.

Modesto era con me sulla camionetta alla sfilata del 2 giugno. Ne ha approfittato, in attesa di sfilare, per informarsi dalla camionetta accanto, su uffici o enti che in Roma conservano memoria di quel suo servizio patriottico.

Ancora una riga su quella scuola di Centocelle. E’ una scuola con caratterizzazione musicale. Quindi non poteva mancare un concerto. In altra zona del parco, ragazzi e ragazze, con strumenti musicali o no, hanno offerto un variegato repertorio di musiche e canti. Lo scopo, oltre all’allegria, era di raccogliere fondi per una loro scuola gemellata africana a S. Martino di Kartong in Gambia. Questo scopo era scritto davanti a loro anche in francese, spagnolo, inglese e tedesco.  Così hanno fatto qualche tempo fa addirittura a Piazza Navona, regolarmente autorizzati e con buon esito monetario. Tanto che hanno mandato a quei gemellati una dotazione di macchine da cucire.

Le mamme organizzatrici mi dicono che come comitato genitori san Benedetto  hanno fatto azioni di sostegno a favore dei senzatetto e delle comunità rom di queste periferie. C’è solo da augurarsi che tanto lodevoli energie riescano a restare attive.

La terza realtà scolastica che voglio citare non è di Roma. Sono Istituti Tecnici e Licei di Jesi, cioè Comitato studentesco Scuole Superiori di Jesi.

Mercoledi 23 maggio, in occasione dell’anniversario di Capaci, in ragazzi hanno fatto un sit-in in tutte le scuole di Jesi, contemporaneamente nell’ora di intervallo. Si sono riuniti nei cortili interni, hanno srotolato lenzuola e affisso cartelloni tutt’intorno, cancelli e ingressi vari. Poi con un semplice fischietto, chiamato al minuto di silenzio.

Poi si è voluto riflettere sull’agguato di Brindisi.

Lo stesso comitato studentesco ha deciso una fiaccolata per la sera di lunedi 28 maggio.   Giro per le classi, facebook e 1400 volantini. Non gradite bandiere di partito, ma dibattito finale in piazza del Teatro.

Quella sera un fiume di gioventù, lunghissimo e in piena, ha attraversato la città.  Interventi finali freschi, puliti, non banali, non qualunquisti.  Con la proposta di andare a Brindisi alla scuola Morvillo, l’ultimo giorno di scuola, quando si spegneranno i riflettori e loro brindisini non  dovranno sentirsi soli.

Lo  slogan  degli studenti di Jesi era: Noi ci siamo, liberi e partecipanti.

Partecipanti alla nuova guerra patriottica contro tutte le mafie. Nessuno tocchi i ragazzi, nessuno tocchi le scuole.

E mi piace riportare l’intervento di un ragazzo, il giovane Michele Ferretti, pronunciato a chiusura della fiaccolata. Mi ha autorizzato a riportarlo senza tagli.

Noi ci siamo perché partecipiamo. Ci siamo perché ci muoviamo. Ci siamo perché camminiamo.

Noi ci siamo perché mangiamo. Ci siamo perché beviamo… ci siamo perché respiriamo.

Noi ci siamo perché parliamo, osserviamo, sorridiamo… perché amiamo.

Noi ci siamo perché ci arrabbiamo e discutiamo… perché litighiamo.

Noi ci siamo perché ci confrontiamo, ci siamo perché ci misuriamo e ci siamo perché sfidiamo.

Noi ci siamo perché vogliamo. Ci siamo perché corriamo e quando siamo stanchi ci fermiamo… e ci sediamo.

Noi ci siamo perché riflettiamo. Noi pensiamo, quindi, siamo.

Noi ci siamo perché possiamo. Ci siamo perché votiamo. Ci siamo perché conosciamo e memorizziamo.
Ci siamo perché proponiamo. Noi ci siamo perché ci informiamo.

Noi ci siamo perché dobbiamo e perché, dopotutto, ci piace stare sempre in mezzo, a dare fastidio.

Noi ci siamo perché esigiamo che la nostra voce sia ascoltata, che le nostre parole non si disperdano al vento.

Noi ci siamo perché è un nostro diritto. E anche un nostro dovere.

Noi ci siamo perché studiamo, perché leggiamo… ci siamo perché ricordiamo.

Noi ci siamo per il 9 maggio del ’78, per il 23 maggio ’92 e per il 19 luglio ’92.
Perché le loro idee camminano sulle nostre gambe.

Noi ci siamo perché la scuola è presidio di legalità
e perché quanto è accaduto a Brindisi è un oltraggio alla comunità intera.

Noi ci siamo perché abbiamo una costituzione che ci dice
che l’Italia è una repubblica, democratica fondata sul lavoro,
che l’Italia ripudia la guerra e che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.
Ci siamo perché tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Noi ci siamo perché ci sopportiamo e ci supportiamo, ci siamo perché sbagliamo e correggiamo,
ci siamo perché doniamo e riceviamo,
ci siamo perché VIVIAMO:
liberi
e partecipanti.

a Jesi

Nessuno tocchi i ragazzi. Nessuno tocchi le scuole.

Anche se il delitto di Brindisi è stata opera di un pazzo o disturbato, nessuno ci può tranquillizzare.  Perché mai un pazzo o disturbato sceglie proprio quella scuola con quel nome, in quel giorno quando don Ciotti è vicino, a ridosso dell’ anniversario di una strage?  E’ un pazzo che vuol fare, lucidamente, un favore a qualcuno che in tal modo evita di comparire?

E’ un pazzo lucido, secondo me. E la cosa ci deve allarmare ancora di più.

Dobbiamo esserci sulla barricata, con gli occhi aperti, giovani e non giovani, ragazzi e ragazze.

Eroi giovani e belli

Il manifesto comparso il 25 aprile in gran numero sui muri di Roma, con la scritta “Gli eroi son tutti giovani e belli. Ai ragazzi di Salò”. Guccini, derubato della sua bella frase si è arrabbiato. Io anche.

Eroi? Vendicatori del tradimento badogliano alla Patria? In buona fede?

Ecco il loro amor di patria. Lo sapete cosa giuravano?  Al momento dell’arruolamento e con grande solennità? Giuravano assoluta obbedienza ad Adolf Hitler!

Ecco il testo esatto:

“Davanti a Dio, presto questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria italiana contro i suoi nemici sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco e quale soldato valoroso sarò pronto in ogni momento a dare la mia vita per questo giuramento.”

Il testo è dettato dai tedeschi e trasmesso via telescrivente dal gen. Canevari al gen. Mannelli (già ispettore generale della Milizia universitaria, attivo promotore dei primi nuclei di SS italiane)

Ed erano “bravi ragazzi”? Gli ingenui ragazzi di Salò?

Prendo a caso dagli atti del processo alla Corte di Assise straordinaria reggiana nel dicembre 1946 ad alcuni “ragazzi di Salò”  che si sono distinti per “eroismo” nella mia città., Reggio Emilia.

Luigi Arduini, nonostante la giovane età, diciannove anni all’epoca dei fatti, si era distinto sin dall’inizio del suo servizio all’UPI, nell’ottobre del 1944, per “lo zelo e la malvagità delle sevizie, oltreché per la violenza negli arresti e nei rastrellamenti”, tanto da essere definito “colui al quale non si poteva resistere per le confessioni”, come confermano le testimonianze delle sue numerose vittime. A lui viene attribuita, poi, anche l’uccisione di Dante Avanzi, un omicidio crudele e insensato.

Insieme all’Arduini anche il Bondavalli Pilade, altrettanto giovane, viene ritenuto colpevole dell’uccisione di Avanzi, di azioni di saccheggio e di aver collaborato proprio con l’Arduini a torturare prigionieri a Villa Cucchi.

Questi“ragazzi” erano sotto la direzione di un certo Attilio Tesei, classe 1903, grado di maggiore, insieme  al quale saranno processati  nel dicembre 1946.

Ecco, dagli atti del processo, le loro prodezze.  Prodezze di vero eroismo!

Racconta il conte Carlo Calvi: Dopo un interrogatorio durato un pomeriggio, consegnato ai torturatori con le mani legate dietro la schiena fui disteso sopra un basso tavolino in modo che il corpo dalle reni sporgesse e che una corda legata dietro le spalle costringesse anche la testa verso terra……… fui tenuto in tale posizione per circa due ore, salvo rari intervalli in cui mi si scioglieva il capo per farmi parlare, durante il tal tempo, per costringermi a rivelazioni mi scottarono i piedi e altre parti del corpo non so se con carta accesa o con ferro caldo, mi si strapparono i peli dell’inguine, mi si versò olio bollente……..

Formentini Ave, al tempo diciottenne, legata nuda su due tavolini con testa in basso, gli arti legati alle gambe degli stessi tavoli, quelli inferiori divaricati, ….  i capezzoli stretti e attorcigliati da un paio di pinze sì da soffrirne poi per circa sei mesi, …unta nelle parti pubenda (sic) con  materia  non identificata e di aver avuto aizzati su di essa due cani, che ripetutamente leccarono, supplizio ripetuto il giorno dopo.

Cavazzoni Rina, altra ragazza ventenne fu per due volte legata e tenuta a lungo nuda su un tavolo, con la testa abbassata, percossa anche sul petto, depilata dalle parti pubende dapprima con lo strappo dei peli stessi, poi rasata nella residua zona…. Anche lei non si  è salvata dall’assalto dei cani, invenzione del Tesei, che imponeva ai militi di assistere alla novità come forma di addestramento.

Ciò avveniva a Villa Cucchi.  Vorrei fermarmi, per l’orrore e la  fatica di leggere quel fraseggiare da tribunale, tuttavia  realisticamente violento. Ma ci sono gli altri: Angelo Zanti, che mi aveva avuto come sua prima staffetta e che fu poi fucilato. Ebbe centoventi bastonate alla schiena. Testimone e compagno di sventura, Gino Prandi, anche lui bastonato e torturato alle caviglie. Altri giovani caduti nelle mani di questi “eroi”: Formentini, Gorini, Fornaciari, Borciani, Cattani, Boni, Guarnieri, Maramotti colpiti con scariche elettriche in parti sensibili del corpo, sì che pareva loro di impazzire. Poi compressione forte e protratta dei testicoli a forza di mano e con bastoncelli.

Al processo, il Tesei è condannato alla pena di morte, poi tramutata in ergastolo poi a trenta anni. Arduini condannato ad anni trenta di reclusione, Bondavalli ad anni ventiquattro. Ritenuti colpevoli anche di eccidi, omicidi e fucilazioni. Tesei, rimasto contumace fino all’estinzione della pena, muore a Roma nel gennaio 1993, a quasi novant’anni di età.

I documenti e le prove sul giuramento ad Hitler delle Brigate Nere italiane li potete trovare nel libro di Primo De Lazzari, “Le SS italiane” Teti Editore, introduzione di Arrigo Boldrini.

Quelli sui bravi ragazzi di Salò li potete trovare in “Il sangue dei vincitori”, Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (1945-46) di Massimo Storchi, Aliberti Editore. In quest’ultimo libro troverete (pag. 222 e seg) numerosissimi  altri nomi di giovani e giovanissimi stragisti e torturatori tra cui un certo  Zanotti Giorgio classe 1925 e  Paterlini Giovanni, classe 1923.  Alle pagine 86, 87 e 88, ci sono le testimonianze di tre ragazze partigiane, indicate con le sole iniziali, che il Presidente fa parlare a porte chiuse e a microfoni spenti, “perché dovranno deporre su circostanze che possono nuocere alla pubblica moralità e per rispettare il legittimo pudore delle testimoni medesime”.

Mi direte: perché  vai a scavare queste tragedie? In questo modo si riaccende l’odio. Non si era parlato di necessaria riappacificazione?

Ho sofferto riprendendo queste pagine. Non mi sono divertita di certo. Ma quelle ragazze e quei ragazzi torturati che nei verbali dei processi hanno lasciato quelle testimonianze fredde e spesso addirittura reticenti, avevano anche lacrime gemiti e urla, che a me pare di sentire.

Credo che ai falsi slogan che facilmente fanno presa, sia un dovere rispondere con i documenti della verità. La riappacificazione non è possibile senza un’onesta e obiettiva ricostruzione della memoria.  Anche se la memoria fa soffrire.

Ricordi da salvare al Quadraro

Domenica 23 al Quadraro, un bel gruppo di cittadini ha accolto festosamente un bel prete scomodo, don Roberto Sardelli, del quale si può sapere molto andando a cercare su  www.nontacere.eu.

Questo  è il quartiere riassunto nel simbolo Q44, che significa Quadraro 1944, cioè precisamente 17 aprile 1944, data in cui i tedeschi, dopo aver bloccato dai quattro lati degli antichi acquedotti la povera borgata operaia, hanno rastrellato un migliaio di uomini deportandone poi settecento, quasi tutti scomparsi di stenti e di oblio in fabbriche schiaviste o lager di Germania. Il quartiere era stato così duramente punito perchè definito dai tedeschi “nido di vespe”, per i continui attacchi e attentati alle colonne che andavano verso i castelli   per contrastare l’avanzata degli alleati sbarcati ad Anzio.

Questo  è uno dei quartieri di Roma dove negli anni del boom c’erano i baraccati. A Roma avevamo  anche il borghetto Prenestino, una vera bidonville, che a noi arrivati dalla civile Novara ci aveva sconvolto di angoscia e incredulità. C’era l’altro insediamento di Via del Mandrione, anch’esso addossato agli archi e alle mura degli acquedotti che vanno verso Porta Maggiore e San Giovanni. Qui al Quadraro, dilagato poi colle nuove costruzioni  fino  alla Cinecittà dei palazzinari, i baraccati erano installati sotto le arcate dell’acquedotto Felice, quello che ora si snoda maestoso accanto alle più  alte campate  dell’acquedotto Claudio e di quello dell’Acqua Marcia, da cui passa ancora la nostra buonissima acqua pubblica.

Sotto quegli archi, chiusi e rabberciati, ci si era installato un popolo di emigrati dall’entroterra abruzzese, marchigiano, napoletano o calabrese. Sotto quegli archi c’era anche don Roberto Sardelli, ora scavato e secco ottantenne, allora giovane aitante e  barbuto. Don Roberto, come ancora tutti qui lo chiamano, raccoglieva i ragazzi  in una scuola tutta speciale, somigliante a quella di Don Milani. Era  la scuola 725, aperta nel 1978, baracca tra le baracche, dove lo stesso don Sardelli aveva scelto di vivere. Vi raccoglieva ragazzi di tutte le età, quasi tutti confinati in quelle che nelle scuole statali si chiamavano classi differenziali. Erano classi  ufficialmente destinate ai disabili o ai disadattati, nelle quali era facile rifilare come disadattati i figli dei poveri o di quelli che conoscevano soltanto dialetti lontani. Ragazzi,  che per non far sapere di abitare agli acquedotti, facevano lunghi giri nel ritorno da scuola. Ragazzi che ora, da grandi, si guardano indietro e ringraziano don Roberto, anzi, Roberto, che li ha accompagnati al  successo  nella battaglia della vita. Molti di loro si sono laureati, qualcuno  è imprenditore, molti artigiani, alcuni all’estero.

C’è un bellissimo filmato in parte in bianco e nero, dove gli ex scolari ripercorrono la memoria e ne trasmettono l’eredità morale e culturale, che è quella di “non tacere” rivolta ai nuovi emarginati,  che ora sono gli stranieri, gli zingari, i  neri. Perché purtroppo ancora ci sono le baracche, a Roma,  sotto i ponti e a ridosso dei fiumi. Ci sono anche i villaggi-ghetto dove vengono “sistemati” i rom dopo gli eroici ed enfatizzati “sgomberi” di Alemanno.

Nel filmato è sorprendente sentire i ragazzi di allora esprimersi con tanta efficacia e precisione di linguaggio.  Sono quelli che Don Roberto  ha guidato a scrivere una memorabile lettera al sindaco  dove si  rivendicava  il diritto alla casa.  Quella lettera, costata mesi e mesi di riflessioni e limature,  ignorata in un primo tempo,    ha  poi fatto scalpore,  sottoscritta  da altri 14  parroci e  da un grande favore popolare. Quella lettera non è servita nell’immediato a far avere la casa,  ma ha dato un bell’aiuto a  svoltare  la storia della città aprendo l’ epoca politica nuova del grande sindaco Petroselli  e delle amministrazioni di sinistra, cioè quelle amministrazioni  che hanno via via cancellato la vergogna delle baracche, con i parchi dove devono esserci  i parchi e le case dove devono esserci le case.

Nel discuterne  eravamo tutti commossi, non solo per il filmato, ma per il bel dialogo tra i cittadini, gli anziani pieni di ricordi e questo prete sempre energico e combattivo.

 Ce ne vorrebbero altri, di preti così. Purtroppo io conosco solo un Don Ciotti e un don Gallo. Se ce ne sono altri, – e lo spero – qualcuno me ne parli per farmi contenta.  Io che non sono credente.

Riflessioni sull’ANPI

L’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia si è ristrutturata e trasformata. Da due Congressi si è aperta ai giovani, visto che le file dei partigiani riconosciuti, cioè quelli che hanno fatto davvero la guerra di liberazione, si vanno sempre più assottigliando per ragioni naturali.

Gli ultimi rimasti hanno ormai passato l’ottantina. Anch’io, che ero sempre la più giovane, sono ormai agli ottantaquattro. Eravamo i ragazzi, cioè tra i sedici e i diciassette anni. I miei diciotto sono arrivati sei mesi dopo la liberazione.

Voglio sorvolare sul dolore di tante recenti perdite. Giorgio Bocca, Laila, la Piera Manni, la Mimma Del Rio. Ogni giorno cade qualcuno.

Ora l’Associazione cosa fa? Cosa deve fare?

Sono andata all’ultima riunione del direttivo di Roma e Lazio. Un direttivo tutto nuovo, dove noi “vecchi” non siamo inclusi ma abbiamo diritto di partecipare e ovviamente di intervenire. Ad occhio trovo che manca un equilibrio di rappresentanze.  Spero di sbagliarmi, ma ho l’impressione che si siano aggrappati all’Anpi molti di quelli che all’estrema sinistra hanno visto svaporare le loro strutture politiche, ora escluse dal parlamento. Ho anche l’impressione che per esempio il PD non abbia troppo a cuore l’eredità della Resistenza, sebbene proprio da questa ci sia venuto il dono della nostra Costituzione. L’ultimo dei dirigenti attento a questi valori e alla funzione dell’ANPI è stato Veltroni, a cui dobbiamo la Casa della  Memoria, le molte attenzioni al Museo Cervi e alla valorosa Maria Cervi, così come ai viaggi ad Auschwitz e al ricordo dell’olocausto.

Dunque, questa nuova Anpi, che funzione deve svolgere? Ho visto e sentito appoggiare e aderire a scioperi, manifestazioni e cortei vari. Ho visto la giusta protesta contro le manifestazioni parafasciste o fasciste sui morti di Acca Larenzia, sulla via da intitolare ad Almirante e sulle schifezze degli scalmanati di Casa Pound.  Tutto giusto, tutto ovvio.  Ma una ragazza graziosissima che guida una delle nuove sezioni Anpi si è detta orgogliosa del fatto che mentre i neo fascisti mettevano la nuova lapide e facevano il saluto romano, a qualche strada di distanza si è svolta una affollata manifestazione contraria. Lei non l’ha detto, ma sappiamo che da quelle file si è alzato il grido di “dieci cento mille Acca Larenzia”. Sappiamo anche che in quella folta manifestazione c’erano alcuni Centri Sociali.

Non ho potuto intervenire, ma mi si gela il sangue. Vogliamo che sia questa la funzione dell’Anpi?  Cioè giusta protesta contro il risorgente fascismo e poi scivolare nel pericolo della violenza uguale e contraria? Vogliamo tirare la volata a nuove disgraziate brigate rosse?

Mi sembra che sia il caso di fare delle riflessioni storiche e un aggiornamento sui metodi di lotta.

Non abbiamo una guerra, non abbiamo un’Europa di paesi nemici. Abbiamo un mondo globale dove la guerra la fanno le centrali della finanza.  Contro questi nuovi mostri o spettri che si aggirano  da un capo all’altro del globo, se vogliamo lottare ancora per un po’ di giustizia, un po’ di uguaglianza e un po’ di pace, non ci possiamo fermare all’arginare nuove forme di risorgente fascismo, né alla pur giusta e obiettiva rivalutazione  storica della nostra lotta, ma dobbiamo  fare un passo avanti.

Il passo deve essere culturale e ideale. Una carenza di questo ultimi decenni, da cui è derivato il disastro attuale viene proprio dalla mancanza di un progetto ideale. Noi a suo tempo siamo stati spinti a tante sofferenze e coraggio non solo dalle drammatiche circostanze oggettive, ma da ideali fortissimi anche se un po’ approssimativi. Ora persino i partiti, almeno quelli di sinistra, sono poveri o nebulosi in fatto di ideali. Avere ideali e sostenerli è anche mezzo di contrasto al qualunquismo, all’egoismo  e al disincanto democratico.

Nella nostra Resistenza c’erano già questi ideali, ma ristretti, nazionali.  Ora sono da allargare all’Europa e al mondo, sia pure partendo da qui.

C’è bisogno di ridurre le diseguaglianze enormi e non più sopportabili tra persone categorie popoli e nazioni. Di assicurare la pace, perché le guerre si sono dimostrate disastri  inefficaci  in ogni parte del mondo.  C’è da ottenere che la politica imponga regole di interesse pubblico anche ai potenti e alla finanza. E c’è da salvaguardare il pianeta, nell’interesse di tutti gli uomini, dei cui tesori nessuno si deve più impossessare per profitto privato.

Di questo dobbiamo parlare ai giovani. Sia quando andiamo nelle scuole che quando li chiamiamo a contrastare qualche schifezza neofascista o razziale. E se vogliamo valorizzare la nostra storia passata, mettiamo in luce le più belle idee, gli  esempi migliori, quelli di Calvino, Fenoglio, Enzo Biagi o Giorgio Bocca .  Nelle loro pagine, non solo c’è alta letteratura che certo è preziosa, ma ci troviamo appunto quei valori di giustizia, uguaglianza, pacifismo e amore per il bello che troppo abbiamo sepolto sotto il consumismo e la smania del prevalere e del possedere.

Prima delle vacanze, una scuola

Queste saranno riflessioni su una cronaca.

Ero contenta di aver indovinato, nel fare le proposte per il governo dei professori, a segnalare Marco Rossi Doria, il maestro di strada napoletano ottimo conoscitore dei problemi scolastici, nominato meritatamente sottosegretario all’istruzione. Vi pensavo ieri, rammaricandomi che non ci fosse stato il tempo di invitarlo ad una scuola di Roma, quartiere Corviale, periferico, così discusso e noto.

La scuola, istituto superiore “Colomba Antonietti” vi celebrava e  festeggiava i suoi cento anni e i centocinquanta dell’unità d’Italia.

Nel grande salone anfiteatro, sede del Municipio XV, una sventagliata di esperienze, lavori,  ricerche, filmati,  faceva vibrare di orgoglio una bellissima moltitudine  di ragazze e ragazzi, veri protagonisti-autori della giornata.

Il nome Colomba Antonietti, è ora ricordato finalmente nella storia del Risorgimento. La giovane ventitreenne morta sul Gianicolo nella difesa disperata della Repubblica Romana i ragazzi la conoscevano già. E ne raccontano  in due filmati, dove vanno alla riscoperta di quella storia e di quella identità,  nel luogo di quelle vicende,  attorno al busto chissà se somigliante, nei pressi delle mura, nell’immagine di quell’assurda palla di cannone,  forse la stessa, che ha colpito a morte la giovane Colomba.

Questa scuola, con questo nome, nasce nel 1811 non a caso, quando sindaco della città era Ernesto Nathan, figlio di una generosa e capace protagonista del Risorgimento, Sara Levi Nathan.  Anche lei è una delle donne finora dimenticate che combatterono con Mazzini e Garibaldi non solo nella scia di legami privati ma per autentica sete di  libertà , di emancipazione e di conoscenza.  Una scuola nata per l’istruzione delle ragazze. Così un altro tassello della storia  è messo in una luce più giusta.

Riassumerò rapidamente.  Un professore che illustra un  filmato con tutte le tappe le mappe e le foto, che in questi cento anni ha accompagnato i trasferimenti dell’edificio scuola Antonietti:  da Corso Vittorio ai pressi di Campo dei Fiori, poi a via dei Papareschi e infine, negli anni ’70,  l’aggiunta della succursale nuova qui a Corviale. Anche i luoghi, i quartieri e gli edifici, oltre alle aperture a agli arricchimenti didattici, hanno il loro peso. Ci si riassume lo sviluppo urbanistico e industriale della città negli ultimi cento anni, il Gasometro, il ponte di ferro per la ferrovia papalina, la Centrale Montemartini, la periferia agreste divenuta quartiere.  Un altro professore, sempre con due allegri filmati, riporta esperienze di teatro, due commedie che come attori coinvolgono anche i docenti. Poi una toccante cronaca di un viaggio ad Auschwitz in collaborazione con la comunità ebraica di Roma.

Ecco un altro passaggio, il legame della scuola con il tema del razzismo. Da qualche anno le curiosissime e brave docenti avevano scoperto dagli antichi archivi della scuola, di aver avuto una preside – o direttrice – di religione ebraica, cacciata via nel 1938 proprio dalle leggi razziali. Si chiamava Adele Foà, anche lei, come Colomba, donna d’avanguardia nel perseguire il riscatto femminile e l’educazione del popolo. Ne hanno ricercato le tracce e l’hanno ritrovata sempre attiva e sacrificata, insegnante in  uno sperduto centro della Sicilia, con una sorella scienziata benemerita nella lotta contro le malattie della vite. Anche di questa figura storica ne ha parlato brevemente una delle insegnanti. Brevemente, perché nella scuola è una storia già nota.

Ancora una serie di esperienze educative, tutte promosse in gara collettiva.  Premiata una giovanissima per un ironico e profondo testo di diario scolastico. Un ragazzo per il bozzetto di un nuovo logo della scuola, semplice ed efficace tra i molti altri validi presentati.  Altro riconoscimento ad  una ragazza, primo premio per un bel video  che affronta il tema della violenza sulle donne,  riccamente documentato.  E ancora l’allegra brigata di una intera classe, felice di mostrare un ironico e compiaciuto documentario della loro vita scolastica, multietnica e multisportiva.  Con rammarico per le ragioni di tempo, si preannuncia che più tardi, all’aula magna della scuola, continuerà la visione di altri lavori filmati e grafici.

Concludo la cronaca con noi invitate. Elena Doni, la scrittrice che ha messo in luce la storia e la figura di Colomba nel bel libro collettivo “Donne del Risorgimento”. Lia Levi, scrittrice che in questa scuola ha ripetutamente portato la sua testimonianza sull’olocausto e infine anch’io, che qui ho avuto molti incontri sulla memoria partigiana.

Unica autorità istituzionale presente, il giovane presidente del Municipio, Sergio Paris, che non solo riconosce a parole l’importanza dell’istituzione scolastica, ma l’aiuta in mille modi, purtroppo non più monetari a causa delle casse vuote, Alemanno imperante.

Ultima scena, significativa dell’impegno e dell’entusiasmo. All’atrio della scuola, una grandissima tavolata accoglie la folla allegra e affamata dei ragazzi e dei docenti con mille scelte, salate o dolci, frutto del lavoro dell’inventiva e della generosità di ragazze ragazzi e famiglie.

E’ una realtà. Docenti malpagati e frustrati, finanziamenti quasi zero, preside entusiasta ma in difficoltà, istituzioni lontane. Eppure la passione e la condivisione fanno ancora miracoli. Che la scuola “Colomba Antonietti” continui a volare alta e i suoi ragazzi a non perdere entusiasmo e fiducia.

Adunata sediziosa

In questi giorni a Cadelbosco, provincia di Reggio Emilia, va in scena uno spettacolo del Teatro dell’Orsa che prende ispirazione da un antico episodio di quelle parti. Un teatro che si fa veicolo di storia.

Noi che abbiamo l’impegno di impedire che l’Italia deragli verso nuovi autoritarismi simili alla dittatura,  non possiamo che rallegrarci che il teatro, così come la letteratura, si faccia strumento per una consapevolezza e una conoscenza ad un tempo storica e culturale.

Cosa si ricorda in quello spettacolo?  Un episodio veramente eccezionale accaduto l’8 ottobre del 1941, a poco più di un anno dall’entrata di Mussolini in guerra.  Episodio tanto più eccezionale perché ne sono state protagoniste le donne. Tante donne, un migliaio almeno. Per quel borgo agricolo che di abitanti ne poteva avere soltanto poche migliaia, quel migliaio fa veramente impressione. Le cronache fasciste dell’epoca hanno definito il fatto come “adunata sediziosa”, quindi illegale, disfattista, da reprimere con durezza.

Erano donne, quasi tutte braccianti agricole, cioè povere. Quelle che come i precari di oggi, andavano rastrellando giornate di lavoro saltuario qua e là, per scampare alla miseria, nera ospite fissa che se non era dentro casa era comunque sempre affacciata sull’uscio.

Andavano alla vendemmia, e anche a mietere il riso, quelle donne. Non so per che paga, ma certamente vicina a quella delle giovani donne schiacciate giorni fa sotto il crollo di Barletta. Qualche storico-economista faccia il confronto fra le paghe di poche lire di allora e gli scarsi euro di oggi. Credo che ci sia un esatto triste parallelo.

Quelle nostre nonne e bisnonne contadine andavano a piedi o in bicicletta verso campi sparpagliati, venivano dai tanti casolari e frazioni,  ma ad un bivio, occasione obbligata di incontro, scambiandosi in dialetto i loro malumori, erano arrivate alla decisione di ribellarsi. Il pane era poco e cattivo. La guerra un incubo. Si mettono d’accordo per l’indomani, cambiare percorso, avvertire le altre, tutte le altre e andare non nei campi ma dentro il borgo, al municipio. A far che? A protestare per i bollini del pane, bollini distribuiti da poco e risultati così insufficienti, così scarsi.  Bollini del pane, cioè fame e bollettini di guerra, cioè dolore. Nel paese è già arrivata notizia di ragazzi morti in Grecia e in Albania. Gli altri ragazzi sono chissà dove a fare forse la stessa fine. Molte di quelle donne se hanno gli uomini in fabbrica alle Reggiane o in qualche altro cantiere avranno rinunciato al pezzo di pane personale per farne il fagottino attaccato al manubrio della bicicletta dei loro uomini lavoratori. Come se anche loro donne non fossero lavoratrici, ma si sa, specialmente allora, come ancora oggi, dalle donne si ottiene sempre un di più di dedizione.

Col passaparola il primo gruppetto diventa grande e poi gigante, improvviso, imprevisto, inimmaginabile. Invade la piazza e straripa dentro il municipio. Il grido è “vogliamo pane e basta con la guerra”.  Una di loro dice: “Non chiedevamo il burro, o la bistecca, che nemmeno sapevamo cos’era”.

Prima i carabinieri cercano di farle tornare a casa, ma poi chiamano la polizia. Nascono tafferugli, le donne si difendono, ci sono alcuni fermi, ma è il giorno dopo che avvengono gli arresti. Dieci donne sono messe in cella a Cadelbosco Sopra,  poi mandate al carcere di San Tommaso a Reggio.  Anzi, si va a vedere nelle loro case se ci sono delle provviste di grano o farina, considerati evidentemente corpi del reato o aggravanti, dimostrazione di non povertà, quindi prova per quell’accusa di disfattismo e di bolscevismo per la quale si rischiavano anni di galera o confino.  Inutilmente furono cercati i promotori o le promotrici di quell’adunata “sediziosa”.  Furono arrestate anche alcune che alla manifestazione non c’erano, come la Antenisca Bertani in Rossi, che aveva il torto d’essere sposata con un antifascista già condannato dal tribunale speciale.  In prigione, condizione terribile per donne di campagna abituate agli spazi aperti e angosciate per i figli a casa, ci restano quasi due mesi. Alla fine vengono rilasciate senza processo. Forse i capi fascisti  ebbero la percezione che era meglio far scendere il silenzio per non provocare l’espandersi delle proteste. Forse per l’imponenza della manifestazione un processo sarebbe diventato problematico e dirompente.

Trenta anni dopo quell’episodio, nel 1971,  il comune di Cadelbosco Sotto, ha voluto onorare quelle donne e quell’episodio, dal quale giustamente  si considera partita la resistenza alla guerra e al fascismo.  Alle dieci incarcerate  sono state assegnate medaglia d’oro e diploma. Una bella targa ricordo   stata messa alla parete del palazzo del municipio.

Ora che sono passati altri quaranta anni, allo spettacolo teatrale  di questo 2011  assisteranno  i parenti i nipoti e pochissimi dei contemporanei. Voglio immaginare la loro emozione. In una pubblicazione di quel 1971 trovo le fotografie di quelle dieci incarcerate. Donne della mia terra, facce semplici e pulite che ci guardano negli occhi con il loro racconto di fatiche e di onestà. Immagino facce simili e occhi uguali  per  tutte le  altre, sconosciute , che c’erano in quella folla, in   quel migliaio  di indignate e ribelli.

Credo che sia giusto, nonostante i settanta anni passati, ripetere ancora almeno i nomi delle dieci, le più sfortunate.  Eccoli in ordine alfabetico: Santa Arduini classe 1896; Esterina Bedini, 1909; Antenisca Bertani, 1907; Angela Brozzi, 1893; Silvia Cantarelli, 1916; Giuseppina Codeluppi, 1891; Giuseppina Immovilli, 1913; Anna Lusetti, 1907; Ondina Pederzoli, 1912; Iolanda Spaggiari, 1910.

Da quelle parti, Cadelbosco Sotto, Cadelbosco Sopra, e qualsiasi altro comune della “bassa reggiana” e non solo, questi cognomi sono frequenti, ripetuti. Chi li porta, anche se non è parente o discendente, credo debba essere contento comunque di avere un legame con queste donne, così vago nel nome, ma così profondo nell’esempio.

 

Sulla via Francigena

Ho pensato a te, papà, dalla via Francigena a Monte Mario.  Via Francigena a Roma? Certo, se andavano alla tomba di  Pietro una via,  qui,  dovevano averla.

Cosa avresti detto delle pigne o delle ulive, tu contadino nordico,  che  che mi mostravi  i chicchi dell’uva così disponibili e quelli del melograno così nascosti, la perfezione della spiga  e la sorpresa delle arance, da sbucciare con le mani verso quella geometria perfetta degli spicchi.

Qui ci sono anche i tuoi alberi, olmi, querce, alti a galleria gotica con lassù in cima quell’usignolo o cardellino. Se fosse notte anche le stelle sarebbero appoggiate lassù sopra i rami,  a cantarci il loro battito misterioso.

Coi miei abbondanti otto decenni rivivo sentieri antichi, silenzi, ombre, l’affanno dell’arrampicata.

Penso che gli alberi diventando vecchi si fanno sempre più belli. Rivivono a cicli la loro  giovinezza, rifioriscono, rinvigoriscono.  Pagano però di restare sempre lì, – “ l’albero che sa dove nasce e dove morirà”- se non li sradica la prepotenza dell’uomo.  Noi diventiamo rugosi curvi e doloranti. Ma a privilegio abbiamo i piedi, per questi sterrati e salite, ma anche per andare nel mondo. I piedi ci portano perché il pensiero abbia le sue primavere, non cicliche ma perenni, aperte al nuovo, al bello, agli altri, alla generosità.  E perché no, anche ai neutrini o alle galassie.

Sui sentieri della Resistenza

Questo mio ritorno sulle montagne della Resistenza non è stato così casuale come all’inizio ho voluto far credere.  Io stessa  avevo cercato di sottovalutarlo,  per  timore della retorica o di cadere  nel  patetico.

Invece ho vissuto una esperienza importante, e non solo per me.  Mi ha rincuorato non tanto vedere strade e piazze e monumenti dedicati a partigiani, a vittime, a stragi,  a battaglie. Ma il ritrovare nella gente l’orgoglio e il ricordo vivo di quella stagione di dolore e di svolta.  Non ho fatto in tempo a chiedere di Gloria e della sua famiglia, che un gruppo di persone, l’albergatore e altri presenti, si accavallavano nelle risposte e nello slancio. In pochi minuti, ancora in ciabatte, venivo trasportata ad entusiasmo a casa della nuora e della nipote, in una via in salita del rinnovato graziosissimo borgo di Cervarezza , intitolata, guarda caso, a  un altro Galassi,  nome di battesimo Alberto.

Gloria era attesa  dopo pochi giorni. Anche lei traslocata altrove, sposata a Genova, fin dal ’46,  l’ anno dopo la liberazione.

Immaginando il nostro incontro dopo tanti anni, qualcuno aveva chiesto se ci saremmo messe a piangere.  Invece no. Emozione tanta,  gioia, sintonia, curiosità. Siamo gente con i piedi per terra e di poca retorica. Stranamente abbiamo parlato pochissimo di quei mesi passati assieme in quella casa delle staffette a Vetto, dove lei, Gloria era la mia “capa” e la mia luce.  Anche lei ricorda soprattutto le interminabili camminate da un paese all’altro, da un distaccamento all’altro. Della responsabilità del dover parlare, del prepararsi a spiegare  tante cose, così nuove e importanti.

Di queste lunghe camminate mi sono meravigliata anch’io. Tornandoci in macchina, mi sono resa conto di quanto fossero notevoli le distanze. Pur immaginando o indovinando le scorciatoie e i sentieri, faccio fatica a credere di aver percorso tanta e tanta strada: da Vetto a Ciano, da Vetto a Ligonchio, da Villaminozzo a Montefiorino. Qui a piedi, con quegli scarponi autarchici. Almeno in pianura avevo la veloce amatissima bicicletta.  In montagna io soltanto tre mesi, Gloria tutti quattordici o quindici o diciotto, visto che era lei che andava a portare i viveri al gruppo dei Cervi nell’ottobre del ’43, in quel rustico in mezzo ai boschi. Per aiutare suo padre,  che come il mio si è fatto due guerre, quella del diciotto e quella da volontario nella Resistenza. A lui è stata intitolata  una piazza, a mio padre una strada, nel paese dove sono nati e dove hanno fatto tanto.

Lei a Genova è stata maestra più a lungo di me, che ho avuto una carriera  multiforme e travagliata. Di questo abbiamo parlato un po’.  E della famiglia, di questa sua nipote così bella e così straordinaria che ne parlerò a parte. Di suo figlio medico, di suo marito giornalista, purtroppo perduto. Ci siamo ripromesse di incontrarci ancora, su richiesta delle ricercatrici dell’università di Parma, allieve del valente professor Parisella, che vogliono scavare ancora nell’universo della partecipazione femminile.  In quella occasione frugheremo nei ricordi, ormai pronte a rinnovare la sofferenza.

Qualcuno si chiederà se c’è ancora qualcosa da sapere o da scoprire, se non  sia già stata raggiunta la saturazione e la noia.  Me lo sarei chiesta anch’io se non  avessi scoperto solo da poco la oscenità delle torture patite da Mimma. E se non avessi sentito da Laila che c’è  ancora tra quei luoghi una partigiana montanara, nome di battaglia  Aide, che finalmente ha voglia di raccontare, anche perchè non c’è più il marito a trattenerla.   Di quelle che non ci sono più, altre che ci sono ancora hanno desiderio di raccontare,  per sentimento di giustizia ed anche per solidarietà di genere.

Lo faremo, perché  c’è da riannodare il filo col presente, per esempio a  proposito di torture in tempi di guerra e non,  nelle carceri  o in caserme. Per esempio  a proposito di stupri e di violenza sul corpo delle donne, di umiliazioni e botte, pubbliche o private, di sopraffazioni domestiche e schiavismo occulto, da noi o altrove. Sperando che possa servire a che non succeda più.