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Archive for the ‘Teatro’ Category

Farà giorno

Farà giorno

Mi concedo tre appunti di diario.

Un museo

Il museo di via Tasso a Roma è in pericolo di chiusura per mancanza di finanziamenti. Credo sia l’unico museo allestito nelle stesse stanze delle torture, delle prigionie, del dolore e della efferatezza.  Dove i graffiti dei condannati, le finestre murate, i documenti autentici  insegnano tutto, più di qualsiasi libro o film o racconto. Perdere questo luogo sarebbe perdere la memoria e le radici. Io andrò a sottoscrivere e chiedo a tutti di fare altrettanto. Il conto corrente postale è 51520005 intestato Museo Storico della Liberazione 00185 Roma, via Tasso 145. I fondi non servono per chi ci lavora, perchè sono tutti volontari, ma per le spese di manutenzione, per le bollette, il condominio e indispensabili minime pubblicazioni. Il sogno sarebbe di informatizzazione e recupero digitale dei documenti cartacei in via di progressivo degrado. Intanto non chiudere.

Personalmente vorrei che vi si convocassero periodici incontri con insegnanti a scopo di aggiornamento storico sulla didattica della memoria. Si prenda l’esempio e l’esperienza di Libera di Don Ciotti, che periodicamente organizza corsi per insegnanti sulla educazione e informazione di lotta alle mafie. Se ne può sapere di più andando sul sito di Libera “Abitare i margini”.

 Un teatro

Per la precisione, uno spettacolo teatrale. Alla Sala Umberto di Roma lo spettacolo “Farà giorno”, dove un novantatreenne Gianrico Tedeschi tiene sempre la scena con voce e memoria da trentenne. Forse perchè il testo è di quelli che esalta non solo il pubblico ma anche i protagonisti sul palco. Vi si incarna un vecchio partigiano che si scontra con un bulletto neofascista a suon di ironici e profondi battibecchi, quando tra loro ricompare la figlia medico volontaria in Africa ed ex brigatista. Un dialogo serratissimo e  brillante, ricco di definizioni illuminanti sia sul periodo della  Resistenza che sul buio degli anni di piombo, sia sulla verità dell’oggi.

Non so se questo spettacolo andrà in giro per l’Italia. In quel caso mi chiedo come faranno gli autori a  mantenere  l’ efficacia del testo, che in molte parti è esaltato dal dialetto romanesco. Come molti sanno, i dialetti – tutti – hanno accenti e suoni che illuminano e sottolineano i significati. Accenti difficilmente raggiungibili in puro italiano.  Penso che sarà il caso che, oltre a imparare  le lingue,  da un capo all’altro della lunga Italia, ci si dia da fare a capire anche i dialetti.

Ovviamente segnalo la forza di un anziano, questo Gianrico Tedeschi, che ha l’aspetto del novantenne, un po’ curvo, sottile e rugoso, apparentemente fragile, ma che ha la forza  di un maestro di oggi,  ricco di valori  e capacità da regalare a tutti, nipoti compresi. Mi risulta, e  ne sono felice, che nella vita vera, settanta anni fa, questo vecchio di oggi è stato veramente un giovane partigiano antifascista.

Un giardino

Ho già scritto del giardino sotto casa mia, bello e verde anche in piena estate e curato dagli anziani volontari dei palazzi attorno. Ieri mattina ho evitato all’ultimo passo, una bella cacca piazzata proprio nel mezzo del vialetto. I cani non vi dovrebbero entrare, né di giorno né di notte. Nei dintorni c’è abbondanza di zone e di verde per queste passeggiate canine.

Ho ripensato a quante fatiche e quanti soldi è costata questa piccola oasi verde, strappata a petizioni  e trattative con l’assessorato ai giardini,  ottenuta con l’impegno della manutenzione. Ho ripensato alla diseducazione dei padroni che, non solo “bonificano” di deiezioni anche i marciapiedi delle scuole elementari e medie nella strada di fronte, ma non risparmiano tutti i percorsi delle possibili passeggiate nel quartiere.

Ho pensato anche alle notizie di questi giorni. Si è deciso che i cani possono entrare anche nei ristoranti, e che potranno essere collocati, penso, sotto i tavoli.  Non so come farà una mia amica che è allergica a scegliere un ristorante o una pizzeria. Sebbene, forse, i cani disturbano meno di certi bambini vocianti e maleducati con famiglie altrettanto sguaiate. Insomma, non me la prendo con i cani, anche perché in famiglia abbiamo una deliziosissima piccola Lulù, grande compagna di giochi del gatto Totò.  Me la prendo coi padroni, veri prepotenti, maleducati e impuniti. Padroni che sono una bella squadra di quell’esercito di italiani che non rispettano le regole, che se ne fregano degli altri e della loro città e magari  se ne vantano.

E me la prendo anche con i fanatici animalisti, quelli che sono andati nei laboratori a distruggere le fiale delle analisi scientifiche, perché volevano ottenere il divieto delle sperimentazioni sugli animali. Divieto che purtroppo è avvenuto, per fanatismo dei proponenti animalisti talebani e insipienza dei loro interlocutori. Senza chiedersi se quegli animali sono topi o moscerini, se sono trattati senza sofferenza e in quali ricerche.

Me la prendo anche con quei “generosi” che hanno tanto cuore e tanto portafoglio per la loro bestiola, ma poi non danno un euro per  la Sardegna, per i bambini affamati del mondo o nemmeno per la Caritas sotto casa.

Così invito tutti a rileggere la lettera della giovane senatrice a vita, dottoressa Elena Cattaneo, rivolta al Presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, su questo argomento degli inciampi alla ricerca e alla sperimentazione. La lettera è intitolata  “Ecco perché il nostro paese sta morendo”. E che sia vero lo conferma il fatto che la lettera è riportata alla pagina 59 (cinquantanove)  di Repubblica del mercoledì 27 novembre 2013.

Un giorno dei tanti, dei troppi, in cui l’argomento principale è stato – ed è ancora –  un piccolo sbiadito e miserevole riccastro di nome B.

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Non è vero che le bugie hanno le gambe corte. Le hanno lunghe, lunghissime.

L’ordine è già stato eseguito.

Rom, Soldaten vor Gebäude

Ho assistito, qualche giorno fa, ad uno spettacolo gradevole e intelligente di letture e musiche sulla città di Roma, promotori una archeologa, due attori, due cantanti.  I testi brillantissimi erano di Marco Lodoli, Francesco Piccolo, Gioacchino Belli, Trilussa, e di  altri per me sconosciuti. Non so, tra questi ignoti, a chi attribuire una citazione  su via Rasella e le Fosse Ardeatine.  Vi  si affermava – di corsa, ma chiaramente – che siccome i partigiani non si erano presentati, i tedeschi, ecc. ecc. avevano risposto con le 335 fucilazioni.

Mi chiedo. Ma da quand’è che ripetiamo che questa è una grossa, colossale bugia? Non solo ci sono state ricostruzioni di storici, processi vinti da Bentivegna,  processi  dove gli stessi  tedeschi autori della strage hanno dichiarato di non averci nemmeno pensato,  se non altro per mancanza di tempo, visto che solo il giorno dopo, a massacro compiuto,  il comunicato  concludeva “L’ordine è già stato eseguito”.

Proprio a Roma,  passati tanti anni, questa bugia avrebbe dovuto dissolversi, lasciar spazio alla storia. Invece è una bugia che corre ancora,  con  gambe lunghe, lunghissime, serpentiformi, velenose, sempre riaffioranti, annaffiata dagli  attualissimi  odi contro gli avversari del fascismo vecchio e nuovo.  L’aveva raccolta anche Pippo Baudo, in una trasmissione di RaiTre su Roma, e c’è voluto del bello e del buono per una rettifica tardiva e sbiadita .

Serve una  dittatura? Una bella dittatura?

Berlusconi e Grillo

Stamattina al supermercato,  ho colto al volo una frase. Una signora molto abbronzata  vestita di bianco, polemizzava  che ci vorrebbe una bella dittatura, una dittatura, ripeteva. Non ho potuto fare a meno di ribattere con la prima frase che mi è venuta. Non so se lei o la sua interlocutrice mi abbiano sentito bene, ma in ogni caso non hanno osato rispondere.  Immagino che conversassero sullo schifo di questo momento politico o economico.  Non vorrei che la saturazione, l’indignazione o lo scoramento portassero a conclusioni così devastanti.  Del resto di possibili e probabili o aspiranti dittatori, o quasi dittatori, ne abbiamo tanti in giro, da Berlusconi a Grillo, da Casaleggio a Bossi, fin giù giù ai Turigliatto, ai Scilipoti, e troppi altri.

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Libri, libri, libri, di Misskiki88

In questi giorni di calura i ragazzi stanno affrontando gli esami. Qualcuno ha già finito. In generale è stata una sauna. Penso ai miei ragazzi dei programmi di memoria. Quelli di terza media quasi commoventi nella loro emozione e a volte angoscia. Li immagino con le facce tese in quelle aule in quelle scuole così poco razionali. Le nostre scuole spesso non hanno persiane, quasi mai hanno vetri apribili (per ragioni di sicurezza). Sono feste grosse se l’aula non è esposta a sud. Anche all’università, vedi Tor Vergata, gli esami di questi giorni sono da incubo climatico. Ed è una università costruita di recente.

Quelli delle superiori sono ancora sotto sforzo. I ragazzi dello Scientifico Talete, di esami ne hanno già superato uno. Alla nostra manifestazione finale, al teatro Belli di Trastevere come tesi finale hanno presentato un cortometraggio arguto e scanzonato, intitolato “Virus” dove inventano e recitano di una epidemia di smemoratezza, dove nessuno ricorda le vicende del passato millennio, quando è finita le guerra, quando è nata la Repubblica, cosa sono le istituzioni. Risate amare, bellezza del filmato, idee originali. Purtroppo molto vicine alla verità.

Perché, i “piccoli” delle medie sono stati forse da meno? Loro erano al Teatro Verde della Gianicolense. Teatro strapieno di coetanei e concorrenti. Due rappresentazioni teatrali, protagoniste le classi per intero, compresi i disabili. Questi ultimi addirittura più brillanti e motivati. Poi tre videoclip di altrettante classi, degni di concorrere a qualche premio nazionale. Per gratificazione finale, il regista-attore Ferdinando Vaselli, ha messo in scena un sorprendente atto teatrale quasi in romanesco “A professò, ancora co sta democrazia”, ironica ed efficace lezione sulla libertà e la dittatura. Le scuole medie erano la De Andrè, la Toscanini, la Martellini  la Villoresi e la Morandi,  tutte del Municipio sedicesimo.

Questa è fatica per la cultura.

Metterei sotto il titolo cultura anche una scena colta nel giardino sotto casa mia.

Ho visto un signore dei dintorni che incontro spesso. Molto vecchio, molto curvo, molto traballante. Era in panchina, nella frescura, e si era appisolato – o addormentato – e stava appoggiato o abbracciato alla spalla del suo giovane badante di colore. Il quale lo sorreggeva, con sguardo paziente, dolce e consapevole.

Peccato non aver avuto la macchina fotografica .  Questa è cultura dell’accoglienza, della solidarietà e del rispetto.

Crisi

Della crisi ne sentiamo tanto parlare che quasi ne siamo anestetizzati. Come lo spaventapasseri che dopo un po’ non spaventa più nessun passero e nessun fringuello. Invece la crisi non è un fantoccio di stracci. Basta andare al centro commerciale. Ho visto moltissimi cambi di gestione, ma anche, da un po’, molte insegne scomparse dietro spietati pannelli di legno, senza scritte di affittasi o annunci di nuovi subentranti. Anche le bare sono di legno. Solo che queste non sono verniciate.

Corruzione

Non diamo tutta la colpa ai potenti. La corruzione è un veleno che è arrivato oltre le arterie, le vene e fino ai capillari più microscopici. Una vicina, parlando degli abbonamenti mertrebus, mi rivela che lei ha il cento per cento d’invalidità. Perciò non dovrebbe pagare nulla.  Come sia questa sua invalidità, non so immaginarlo. La vedo sempre di corsa, carica di spesa o dannata dietro al più infimo granello di polvere. È una di quelle che io, crudele, chiamo “madama pezzetta”, perché stanno sempre a pulire, schiave della casa, non padrone.

Altra conoscente ha una pensione Inps al minimo, anche se, confessa, non ha quasi mai lavorato.  I famosi quattordici anni sei mesi e un giorno. Suo marito era impiegato molto vicino a  personaggi importanti.

All’edicola, spaventati dall’IMU, due signori si istruivano a vicenda sul come fare a prendere la residenza nella seconda casa. Forse fidando o ignorando che poi lì si dovrebbe proprio risiedere davvero. Forse contando sull’andazzo della mancanza di controlli.

Diventeremo mai un paese normale?

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Adunata sediziosa

In questi giorni a Cadelbosco, provincia di Reggio Emilia, va in scena uno spettacolo del Teatro dell’Orsa che prende ispirazione da un antico episodio di quelle parti. Un teatro che si fa veicolo di storia.

Noi che abbiamo l’impegno di impedire che l’Italia deragli verso nuovi autoritarismi simili alla dittatura,  non possiamo che rallegrarci che il teatro, così come la letteratura, si faccia strumento per una consapevolezza e una conoscenza ad un tempo storica e culturale.

Cosa si ricorda in quello spettacolo?  Un episodio veramente eccezionale accaduto l’8 ottobre del 1941, a poco più di un anno dall’entrata di Mussolini in guerra.  Episodio tanto più eccezionale perché ne sono state protagoniste le donne. Tante donne, un migliaio almeno. Per quel borgo agricolo che di abitanti ne poteva avere soltanto poche migliaia, quel migliaio fa veramente impressione. Le cronache fasciste dell’epoca hanno definito il fatto come “adunata sediziosa”, quindi illegale, disfattista, da reprimere con durezza.

Erano donne, quasi tutte braccianti agricole, cioè povere. Quelle che come i precari di oggi, andavano rastrellando giornate di lavoro saltuario qua e là, per scampare alla miseria, nera ospite fissa che se non era dentro casa era comunque sempre affacciata sull’uscio.

Andavano alla vendemmia, e anche a mietere il riso, quelle donne. Non so per che paga, ma certamente vicina a quella delle giovani donne schiacciate giorni fa sotto il crollo di Barletta. Qualche storico-economista faccia il confronto fra le paghe di poche lire di allora e gli scarsi euro di oggi. Credo che ci sia un esatto triste parallelo.

Quelle nostre nonne e bisnonne contadine andavano a piedi o in bicicletta verso campi sparpagliati, venivano dai tanti casolari e frazioni,  ma ad un bivio, occasione obbligata di incontro, scambiandosi in dialetto i loro malumori, erano arrivate alla decisione di ribellarsi. Il pane era poco e cattivo. La guerra un incubo. Si mettono d’accordo per l’indomani, cambiare percorso, avvertire le altre, tutte le altre e andare non nei campi ma dentro il borgo, al municipio. A far che? A protestare per i bollini del pane, bollini distribuiti da poco e risultati così insufficienti, così scarsi.  Bollini del pane, cioè fame e bollettini di guerra, cioè dolore. Nel paese è già arrivata notizia di ragazzi morti in Grecia e in Albania. Gli altri ragazzi sono chissà dove a fare forse la stessa fine. Molte di quelle donne se hanno gli uomini in fabbrica alle Reggiane o in qualche altro cantiere avranno rinunciato al pezzo di pane personale per farne il fagottino attaccato al manubrio della bicicletta dei loro uomini lavoratori. Come se anche loro donne non fossero lavoratrici, ma si sa, specialmente allora, come ancora oggi, dalle donne si ottiene sempre un di più di dedizione.

Col passaparola il primo gruppetto diventa grande e poi gigante, improvviso, imprevisto, inimmaginabile. Invade la piazza e straripa dentro il municipio. Il grido è “vogliamo pane e basta con la guerra”.  Una di loro dice: “Non chiedevamo il burro, o la bistecca, che nemmeno sapevamo cos’era”.

Prima i carabinieri cercano di farle tornare a casa, ma poi chiamano la polizia. Nascono tafferugli, le donne si difendono, ci sono alcuni fermi, ma è il giorno dopo che avvengono gli arresti. Dieci donne sono messe in cella a Cadelbosco Sopra,  poi mandate al carcere di San Tommaso a Reggio.  Anzi, si va a vedere nelle loro case se ci sono delle provviste di grano o farina, considerati evidentemente corpi del reato o aggravanti, dimostrazione di non povertà, quindi prova per quell’accusa di disfattismo e di bolscevismo per la quale si rischiavano anni di galera o confino.  Inutilmente furono cercati i promotori o le promotrici di quell’adunata “sediziosa”.  Furono arrestate anche alcune che alla manifestazione non c’erano, come la Antenisca Bertani in Rossi, che aveva il torto d’essere sposata con un antifascista già condannato dal tribunale speciale.  In prigione, condizione terribile per donne di campagna abituate agli spazi aperti e angosciate per i figli a casa, ci restano quasi due mesi. Alla fine vengono rilasciate senza processo. Forse i capi fascisti  ebbero la percezione che era meglio far scendere il silenzio per non provocare l’espandersi delle proteste. Forse per l’imponenza della manifestazione un processo sarebbe diventato problematico e dirompente.

Trenta anni dopo quell’episodio, nel 1971,  il comune di Cadelbosco Sotto, ha voluto onorare quelle donne e quell’episodio, dal quale giustamente  si considera partita la resistenza alla guerra e al fascismo.  Alle dieci incarcerate  sono state assegnate medaglia d’oro e diploma. Una bella targa ricordo   stata messa alla parete del palazzo del municipio.

Ora che sono passati altri quaranta anni, allo spettacolo teatrale  di questo 2011  assisteranno  i parenti i nipoti e pochissimi dei contemporanei. Voglio immaginare la loro emozione. In una pubblicazione di quel 1971 trovo le fotografie di quelle dieci incarcerate. Donne della mia terra, facce semplici e pulite che ci guardano negli occhi con il loro racconto di fatiche e di onestà. Immagino facce simili e occhi uguali  per  tutte le  altre, sconosciute , che c’erano in quella folla, in   quel migliaio  di indignate e ribelli.

Credo che sia giusto, nonostante i settanta anni passati, ripetere ancora almeno i nomi delle dieci, le più sfortunate.  Eccoli in ordine alfabetico: Santa Arduini classe 1896; Esterina Bedini, 1909; Antenisca Bertani, 1907; Angela Brozzi, 1893; Silvia Cantarelli, 1916; Giuseppina Codeluppi, 1891; Giuseppina Immovilli, 1913; Anna Lusetti, 1907; Ondina Pederzoli, 1912; Iolanda Spaggiari, 1910.

Da quelle parti, Cadelbosco Sotto, Cadelbosco Sopra, e qualsiasi altro comune della “bassa reggiana” e non solo, questi cognomi sono frequenti, ripetuti. Chi li porta, anche se non è parente o discendente, credo debba essere contento comunque di avere un legame con queste donne, così vago nel nome, ma così profondo nell’esempio.

 

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Vorrei dialogare coi giovani e meno giovani che hanno commentato su  “iMille” il mio scritto su “Unità” e  Concita.

Prima di tutto grazie perché mi avete messo di buon umore. Siete scanzonati e ironici e giustamente polemici.

Anch’io sono polemica, lo sono sempre stata, fin da quando ero giovane, tanto che nel dopoguerra e nell’ambito del PCI mi avevano soprannominata “vespetta”.  Per i 90 spero di arrivarci con la testa lucida, ma cosa volete che sia la quisquilia di qualche anno quando la vita la devi misurare a decenni.  Voi arriverete più avanti, visti i vantaggi della scienza e della quotidianità.

Proprio perché mi preoccupo per voi, compresi naturalmente figli nipoti e tutti quelli che nei prossimi decenni arricchiranno i rami del mio albero genealogico, sono così attenta alle vicende della politica, che vorrei fosse proprio la bella politica, la buona politica, onesta, generosa, solidale.

Nello spettacolo tratto dal mio libro, il regista Ferdinando Vaselli mi fa dire “ Sì, è vero, siamo dei sognatori, noi” Quel  noi include i partigiani di allora, i contadini, i ragazzi che volevano studiare. Io ho ancora  la fortuna di saper sognare.

E’ per questo che al Teatro Valle occupato, l’altra sera, era il 15, mercoledì, ho detto pochissime parole, che trascrivo per voi e che giustificano tutto il mio andare per scuole o per incontri a Roma e altrove.

Bisogna che la memoria diventi storia, la storia diventi cultura, la cultura diventi consapevolezza, la consapevolezza diventi rabbia, la rabbia ribellione, cioè lotta. Ma lotta solidale, lotta per appropriarsi della politica, perché come abbiamo voluto fare per l’aria e l’acqua, vogliamo sceglierla noi, la politica a favore di tutti, contro le disuguaglianze e l’ingiustizia.  Le ultime parole non le ricordo esattamente, ma ho accennato all’Italia tutta, all’Europa e al mondo.

Dall'archivio storico dell'Unità

E ora veniamo alla questione “Unità”, che per me significa libertà di stampa.

All’alba della Repubblica noi pensavamo che libertà di stampa fosse cosa facile da fare. Già in quel buco sottoterra nella bassa reggiana si stampava di nascosto quel foglietto “l’Unità” che girava sempre più stropicciato e furtivo, a rincuorare e incoraggiare. Ma la democrazia, con le sue leggi di mercato e di concorrenza, fa della libertà di stampa una questione di soldi e di mezzi. Per questo non posso perdonare i radicali con il loro moralismo fuori posto, che si sono scagliati contro le sovvenzioni ai giornali.  Mi sono ricordata che in quegli anni di dopoguerra, la preziosa “Noi Donne” riusciva ad ottenere dallo stato una dotazione di carta concordata e a condizioni vantaggiose. Era il seme del futuro finanziamento.

Parlo di questo perché ho una proposta a lungo termine per il PD e per la salvezza dell’Unità. Infatti al di là della vicenda Concita o non Concita, mi preoccupa il giornale e la sua funzione.

La mia proposta è che il PD metta chiaro nei suoi propositi, per quando andrà al governo, la revisione e correzione dei contributi pubblici alla stampa. Mi risulta che si danno soldi non meritati a testate fasulle e misteriose. Sapevate che si stampa “l’Avanti”? Vorrei sapere dov’è, e chi lo legge.  Persino ho sentito che una sopravvissuta “Noi Donne” vive di questo finanziamento. Non so dov’è e vorrei che fosse ancora diffusa, educatrice e utile. Anche vorrei sapere se c’è qualcuno che compra il Foglio di Ferrara oltre a quelli che devono fare le rassegne stampa. Insomma, un finanziamento pubblico è necessario, tanto per la stampa come per i partiti, – anche quello da riconsiderare – perché altrimenti soltanto chi ha soldi può competere e invadere la testa della gente. Discorso da precisare con altre complessità e problemi anche sugli altri mezzi di comunicazione.

Questo dei contributi ai giornali e della funzione della carta stampata sarà un problema piccolo in mezzo alla vagonata di problemi grandi che le sinistre dovranno affrontare quando andranno alla guida del paese.   Un piccolo problema, ma qualificante di un agire giusto e trasparente. Dovrebbe essere il tassello di un mosaico di correzioni alla nostra vita pubblica, che ha assoluto bisogno di imboccare la strada dell’onestà.

Invito anche voi tutti a essere, con me, sognatori e, perché no, moralisti. Anche la morale ci sta bene dentro questo vento che sta cambiando.

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In questi ultimi giorni mi sono sentita meno sola. Quando Fabio Fazio ha detto di fronte alla vedova del sindaco Vassallo che non è vero che siamo tutti uguali. E’ la stessa frase che mi ero detta anch’io. Però che tristezza o che tragedia essere diversi e proprio per questo trovarsi nel mirino e caderci sotto. Ma i “diversi” quanti sono? E diversi da chi? Cioè i diversi da quelli di cui si parla sempre, tanto che siamo rintontiti dalle loro “prodezze” che esattamente dovrebbero chiamarsi malefatte. Tanto da farci vedere nero e temere di essere circondati da tutta melma.

Invece che bello ritrovarsi tra “diversi”!

Al teatro Quirino venerdì passato recitavano i ragazzi di Scampia. Da tre anni con loro e per loro ha lavorato Debora Pietrobono, grande operatrice teatrale e grande idealista. Proprio a Scampia di Napoli, la tanto disastrata Scampia, con le sue Vele e i tanti dolori. Debora e i suoi amici teatranti hanno tirato fuori un miracolo. Quei ragazzi e ragazze, forse una ventina o più, con tutto un grande contorno di sostegno e impegno, sono approdati a quel palcoscenico, allegri, scatenati, efficacissimi, indistinguibili dai due attori professionisti confusi tra loro. Rivivevano e ricostruivano la poetica di Raffaele Viviani e la musicalità della loro lingua che nei passaggi più alti si trasforma in canto. Un vero recupero culturale, una luce oltre la melma.

Ecco anche loro “diversi”. E Debora mi racconta da tempo di una Napoli che vuol essere nuova, rifondata, pulita.

E a proposito di diversi mi è arrivato un documento su un incontro di memoria su i Pajetta svolto il 13 settembre scorso a Savona. In particolare mi colpisce l’intervento di Elvira Pajetta, figlia di Giuliano, ragazza dinamica e dolce che ha ereditato il sorriso della sua omonima nonna, che noi, tanto tempo fa, chiamavamo semplicemente “mamma Pajetta”. Elvira racconta la fatica che le è costato andare alla ricerca della persona vera di suo padre. La stessa faticosa ricostruzione che ha fatto Benedetta Tobagi trascritta poi nel libro. Che non sono mai ricostruzioni di una sola persona, ma di famiglie, di madri, mogli, figli, fratelli. Per di più Elvira è figlia di una Banchieri, famiglia benestante del bellunese che nell’antifascismo nell’emigrazione e nella resistenza era forte addirittura di sedici persone, compagni compresi. Poi c’è l’altro ramo della famiglia Balconi, originaria del novarese e precisamente di Romagnano in Val Sesia, abbastanza numerosa anch’essa. Tutti questi Pajetta, Balconi, Banchieri erano certamente i “diversi” in quel loro tempo e lotte. Erano comunisti, cioè erano sognatori. Non erano poveri. Avvocato il capostipite dei Banchieri, possidenti i Balconi e benestanti torinesi i Pajetta. I loro sogni erano per gli altri, sogni umani di giustizia e riscatto. Questo bisogna ricordare, anche se qualcuno vuol svalorizzare quegli ideali solo perchè abbinati ad una ideologia ora contestata e scaduta.

Di tutti questi “diversi” di ieri ci sono oggi i figli e i nipoti. C’è ancora la mia amica Rosa, detta Rosetta Banchieri, c’è suo nipote Giorgio che invece di farsi la casa al mare ha lavorato anni per ricostruire tutta la storia della sua famiglia tradotta in un bellissimo allestimento espositivo con ricco catalogo documento. Poi c’è Elvira, che si è unita al cugino per allargare il campo della memoria alle famiglie Pajetta e Balconi. Nel mio ricordo c’è anche sua cugina, la dottoressa Marcella Balconi, che a Novara ha avuto una parte nella nostra vita e nell’infanzia dei miei figli.

Credo che tutti noi, nonni, figli e nipoti siamo i “diversi” di oggi, i sognatori, quelli che pensano agli altri, e che, proprio perché sognatori, lavorano studiano recitano scrivono e si danno da fare per salvare la memoria. Che combattono la dimenticanza per coltivare la consapevolezza verso il futuro. E lottano ancora e non vogliono sentirsi ne’ numeri ne’ soli.

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