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Qualche giorno fa ho protestato con l’autore di uno scritto su Facebook rimproverandolo di concludere col solito vaffa uno scritto lieve e condivisibile sull’età e il tempo che passa. Lui  mi ha risposto che voleva essere ironico invitandomi a non essere troppo seriosa.

Invece non è per seriosità che non sopporto il dilagare di questo vaffa, che trovo ormai dappertutto, quasi diventato una moda.
Se si vuole essere ironici bisognerebbe ispirarsi ai grandi che le parolacce se le inventavano, ricorrendo il meno possibile a quelle già in uso. Pensiamo a Totò, a Sordi, a Verdone, a Proietti. E ne dimentico molti altri.
Le parolacce le abbiamo in abbondanza nella nostra lingua parlata e nella nostra realtà. E credo che tutti ce ne siamo serviti. In un momento di stizza, di delusione o di fretta.  Sfugge la parolaccia appunto per ironia, per riassunto linguistico e a volte perchè è più efficace di un ragionamento.
Ma la parolaccia ci impoverisce.
Troppo ripetuta e sempre uguale ci impoverisce. Impoverisce  perchè esclude una riflessione, non permette una critica, non arriva a nessuna conclusione o proposta o speranza.  Chiude e basta. Offende e basta.
Avrete capito che la mia allergia a questo vaffa non deriva soltanto da un gusto linguistico, ma si radoppia a causa dei cinquestelle, che nascono proprio da una parolaccia.
Siamo in procinto di avere al governo dell’Italia, il paese del dolce stil novo, una squadra di persone che ha come bandiera, come collante e come progetto, una parolaccia, un vaffa!
Ed è raggelante che tanta gente abbia seguito quel vaffa agganciato al tutto e al contrario di tutto, senza una logica, senza una riflessione, senza un ideale.
Ideale? ecco una parola sconosciuta dimenticata, invecchiata!
Invece vaffa è moderno, è fico, è giovane!
Vorrei che qualche teorico di psicologia delle masse mi spiegasse questo fenomeno di regressione culturale.
O forse di regressione politica.
Non ho mai avuto incarichi politici, ma ho seguito sempre la politica e mi ci sono appassionata. Non poteva essere altrimenti, viste le mie origini e la mia storia. Questo approdo politico tanto negativo sicuramente nasce  da molti errori o molte mancanze. Forse nasce anche da qualche modernità  che ha influito in negativo.
Questa storia della rete, di tutte le panzane che vi circolano, dei ghetti che riuescono a formare. Su facebook ognuno ha il suo gruppo, quindi ha un cerchio omogeneo e di parte, nel quale faticano ad entrare smentite o notizie contrarie. Nel mio caso, non so perchè, ho contatti di ogni tipo. Soltanto perchè non lo so fare. non riesco a cancellare persone che non mi piacciono e con le quali non vorrei avere più niente da dire.  Forse è per questa realtà di  gruppi omogenei  che non arriva l’informazione contraria.  Per esempio del fatto che anche i precedenti presidenti di Camera e Senato avevano rinunciato ai benefici aggiuntivi.  Forse si spiega  come mai non arrivano le notizie serie e scientifiche sui vaccini o sull’aiuto in atto ai senza lavoro. L’opinione pubblica ormai non la fanno più nè i giornali nè la televisione. La tanto mitizzata rete in questi tempi è sotto esame per gli effetti oscuri in campo internazionale-elettorale.  Ed è sotto esame proprio per le falsità, le bufale, le offese, i pericoli che può nascondere.
Vorrei tanto che rallentasse la moda della parolaccia tappa-tutto.
 Quel vaffa vorrei non sentirlo più.  Tra l’altro è brutto, è povero, è poco fantasioso. I nostri dialetti e persino la nostra letteratura hanno un elenco di parolacce più colorito, più variegato, molto spesso purtroppo  più volgare.  Se vi si ricorre in momenti estremi quindi pochissime volte, le salveremo per quanto possibile dal logoramento e dalla perdita di efficacia. Le salveremo come costume, come ultima zattera linguistica, come storia e come arma gratuita e poco letale a disposizione del popolo minuto. Mai e poi mai come parola d’ordine politica.
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Un disegno dal giornalino scolastico “senza paura”, 1978

In questi giorni si parla del rapimento di Aldo Moro. Tanto per ricordare che di brutti momenti in Italia ne abbiamo passati tanti.
 Oggi soffriamo per una deriva egoistica e miope dell’opinione pubblica, che  enfatizza i problemi e le difficoltà, dimenticando  le conquiste e i passi avanti,  forse  insufficienti ma preziosi. I mai-contenti sono diventati dei capofila pericolosi.
Io desidero ricordare quel momento con gli scritti e i disegni dei miei scolari di allora. Che credo non commuovano soltanto me e gli autori. Tutti sono ormai grandi, molto spesso laureati, padri e madri di famiglia, ancora attenti al mondo che li circonda. Molti di loro ancora in qualche modo in contatto con me.
E vi aggiungo una mia amara riflessione. Gli autori di quella strage hanno pagato il loro crimine? Se ne sono pentiti? Hanno fatto tornare indietro il nostro paese, interrompendo una strada di pacificazione e convivenza civile di cui oggi sentiamo più che mai il bisogno. La civiltà democratica dovrebbe prevedere l’ascolto e il rispetto reciproco, l’alternanza logica e responsabile nei ruoli di guida, in sostanza una convivenza umana. Che era negli intenti di Moro e di Berlinguer.
Alcuni di quei crudeli protagonisti se la sono cavata abbastanza bene. E questo mi mette in crisi. Voglio aver fiducia nella giustizia, perchè lo scopo della pena deve essere sempre la rinascita, la ricostruzione della coscienza. Ma una pena vera dovrebbe esserci. Forse una pena di lavoro a vita, lavoro utile alla società, lavoro controllato e vero.
Non vorrei che di fanatici finto-idealisti e finto-rivoluzionari di quel tipo ne spuntassero ancora, oggi, su quell’onda di cattiveria, insulti, intolleranza, volgarità,  che abbiamo vissuto in campagna elettorale e che non so se finirà presto.
Ricordiamo pure Moro e i morti della sua scorta.  Ricordiamo cosa abbiamo perduto negli eventi successivi. E’ stata interrotta la strada ideale della civiltà democratica. E oggi sappiamo di quanto ne avremmo bisogno.
Per  scoprire  una emozione e un  sorriso,  ammiriamo  quei disegni e ascoltiamo, oggi, quelle parole semplici e vere.
Tutti i giornalini scolastici dell’epoca sono digitalizzati e raccolti nel sito https://ilgiornalino-scolastico.blogspot.it
Qui la versione completa del giornalino sul rapimento di Aldo Moro, da cui sono tratte le immagini qui sopra.

Mancano 15 giorni

Mancano due settimane al voto.

Da tempo rifletto sui concetti e slogan che entrano nel sentire comune e che faranno molto male alla nostra democrazia.
Primo fra tutti quelli dei cinque stelle. Sull’esaltare “l’eroismo oppure onestà” dei loro parlamentari nel cedere una parte dello stipendio. Sotto a questa trovata, c’è un concetto non solo gretto e populista, ma fascista. In sostanza, agli eletti si dice “siete pagati troppo”. Cioè siete pagati troppo per un lavoro che non vale nulla.
In un Parlamento che non vale nulla.
Siamo vicini al pensiero del duce, che ne voleva fare un bivacco per i cavalli.
Si pensa, senza dirlo,  che chi entra in politica non debba essere bravo e competente. Il deputato grillino lo si vuole  gregario, uno  che  va a scardinare il sistema, cioè la struttura democratica che ci siamo creati con la repubblica, e lo farà  con disciplina, cioè sotto dettatura di Grillo e Casaleggio. O del Di Maio.  Per tutti quelli degli  altri partiti, si sottintende che  il Parlamento è  un luogo per arrivisti e disonesti.
Invece il Parlamento, per una democrazia, è il luogo più importante. Lì ci mandiamo  persone che ci devono rappresentare. E ce li mandiamo perché facciano le cose per bene, da specialisti della politica e dell’economia, ed anche da specialisti dei rapporti internazionali.  Proprio perché la democrazia è difficile. Proprio perché è il contrario della dittatura dove c’è uno solo che decide per tutti e  sulla testa di tutti.
Chi guida  una democrazia deve avere  onestà, cosa certamente indispensabile. Ma anche capacità,  impegno continuo, e persino studio continuo. Occorre anche un sacrificio e una operosità eccezionale.
Lo dico da moglie di un dirigente sindacale a livello nazionale e internazionale. E’  vero che eravamo prima del 1986, ma non c’era domenica, non c’era sosta né sonno. A fare seriamente quel “mestiere”, era una impresa trovare minuti e attenzioni per  famiglia e figli. Senza contare esigenza di continui aggiornamenti e studio. Senza contare i dolori per le aggressioni o minacce da parte avversa.
Doveri simili dovrebbero essere ricordati a chi si candida al Parlamento. Chiamarli a restituire parte dello stipendio è come dire “Non meritate la paga che vi danno”. Infatti i cinquestelle non scelgono persone qualificate, ma solo a casaccio, su autoproposta, attraverso la mitica “rete” e votazioni numericamente ridicole. Infatti propongono anche di ridurre le prebende parlamentari se andranno al governo.
E’ molto impopolare ciò che sto dicendo. Certo si può discutere su prebende e privilegi.  Si dovrebbe anche  spiegare bene la storia dei vitalizi, del perché si è potuto intervenire sugli ultimi eletti e non su quelli precedenti.
E  prendere  a confronto le paghe delle persone che hanno alte responsabilità negli altri campi della vita civile. Non solo dei dirigenti di azienda e di quelli delle banche ma anche quelli della magistratura, del consiglio di stato della corte dei conti, pensioni comprese.  Chiedo ai giornalisti di diventare topi d’archivio e dirci non solo quanto guadagna Marchionne ( accanto a quanto ha fatto per l’azienda), ma anche quanto incassa Zagrebelsky o Berlusconi o Fabio Fazio o la Berlinguer. Se questi compensi sono meritati anch’io applaudo alle capacità. Chi sa fare va valorizzato, proprio perché ciò che fa è importante. Anche i ricercatori e gli scienziati vanno pagati bene.  E, in fondo a questa scala vanno pagati bene anche gli operai, le colf e gli insegnanti.
Tutto questo mio ragionamento è per contestare una vera bufala ideologica dei cinque stelle. Bufala che ha  molta popolarità, perché è facile invidiare, sminuire, disprezzare. E’ un modo antichissimo di astio e incomprensione facilitato anche da comportamenti deleteri che lo alimentano. I disonesti, o mele marce, ci sono sempre. Ma la strada per combatterli non è questa.
Poi se i cinquestelle vogliono far credere di  volere una riduzione di spesa per lo  Stato, chiedo perché non hanno votato  la  Riforma che prevedeva la soppressione del Senato e del Cnel? Sarebbe stato un  bel risparmio. per  finanziare  piccole  imprese, microcredito o intelligenti progetti.

Fascismi

7 Gennaio 2018 – A Roma, via Tuscolana

Ho letto  il resoconto di Adriano Sofri sulla marcia di Macerata, un resoconto così felicemente esaltato. Lui non ha visto niente di negativo. Che bello! Ma bastava sapere che i centri sociali si sarebbero infiltrati e loro avrebbero detto quelle due o tre frasi che i giornalisti avrebbero raccolto ed enfatizzato. I giornalisti di destra non aspettavano altro.
Che fosse giusto o non giusto sfilare non lo so. Ma mi chiedo se in questo modo si aiuta a far comprendere e a combattere il fascismo rinascente.  E  ho delle curiosità e delle domande brucianti.
Per esempio vorrei sapere chi è stato a concedere a Roma il permesso a Forza Nuova o Casa Pound di fare quella sfilata lungo la via Tuscolana, squadroni foltissimi e neri, militarmente al passo dell’oca e ben allineati col saluto romano, traffico bloccato o deviato o impossibile, non so. E’ stato poco dopo ottobre, dopo vietata per fortuna la pretesa marcia dell’anniversario 28 ottobre famoso.
Di questa sfilata possente e impressionante  se ne è parlato pochissimo. Una breve sequenza vista per caso che mi ha fatto rabbbrividire. Una enorme massa di nerboruti, e dentro, credo ci fosse anche lo sparatore di Macerata. Non si trattava forse di propaganda fascista?  E quell’autorità che ha dato il permesso è ancora al suo posto?
Seconda domanda.  E’ possibile che  si consenta a Casa Pound di presentarsi alle elezioni? Crediamo forse che nel parlamento della Repubblica Italiana quel rappresentante farà opera culturale e non si batterà per cancellare alcuni diritti, per affermare la supremazia della razza, visto che si proclama “fascista del terzo millennio”?
Altra domanda, rivolta a tutti quelli, associazioni comprese, che si adornano della qualifica di antifascista.  Visto che c’è finalmente la legge, si è fatto qualcosa per impedire il commercio di tutta la chincaglieria nazi-fascista con stemmi ritratti calendari  distintivi  che si pratica indisturbata in negozi bancarelle e forse porta a porta? C’è ancora quel negozio in piazza a Fiuggi sotto i portici, così caratteristico? Si svolge ancora a Predappio quel turismo della nostalgia fascista? Cosa c’è di nuovo e di vero in quel  museo che dica la verità su cosa è una dittatura e a cosa ci ha portato?
Non ho finito, c’è la cosa più importante.
Cosa si fa nelle scuole per far comprendere in modo obiettivo e sereno cosa significa dittatura e cosa è democrazia?
I programmi di storia sono stati ridotti e sminuiti. Le ore sono poche. Una brava insegnante chiedeva ” Un po’ meno di Assiri e Babilonesi, ma un po’ più di novecento!”
La ex ministra Giannini mi aveva frettolosamente informata che ci stavano pensando. A cosa? A fare come Don Ciotti, che ogni anno agli insegnanti offre tre incontri, a nord centro e sud, per aggiornare e motivare nell’educazione anti-mafia.
Al Ministero, ove la scattante Fedeli si è data molto da fare e dove la zitta-zitta Madia ha portato i nuovi contratti, ci si sta ancora pensando? Quanto  durerà quel pensare? E se nel nuovo parlamento ci saranno anche i CasaPoun, più la truppa Meloni e quella Salvini, gli antifascisti duri e puri cosa potranno sperare? Magari si proclameranno di sinistra, sinistra vera, non centro-sinistra. Faranno i cortei e le sfilate, magari giuste e sacrosante.  E continueranno a pensarci !
   Visto che dovremo votare, pensiamoci noi. Col cuore e con la mente.

Si parla tanto di fascismo, si marcia , si lanciano proclami e veleni.  Per capire la storia e vedere cosa sono stati in concreto il fascismo e l’antifascismo sarebbe bastato venire a Bibbiano, la mattina del  10 febbraio.

E’ stata la prima tappa per onorare Francesca Del Rio, la partigiana Mimma.
Lo storico Giovanni De Luna ha scritto:
E’ una storia da “Resistenza perfetta”…..aderisco con convinzione”.
Lo scrittore Francesco Piccolo ci dice:
La storia di Mimma è la storia di questo paese”.
Infatti, per capire la storia di questo nostro paese  e la storia della Resistenza, sarebbe necessario conoscere il coraggio di Mimma.  Diventerebbe più chiara la natura  del fascismo , quanto è costata  la sua guerra,  e perché tanto popolo e tante donne l’hanno combattuto con  dolori terribili  ed estremi.
Al teatro Metropolis erano presenti i tre sindaci di  Bibbiano, San Polo e Canossa, i delegati delle  associazioni Anpi firmatari della domanda ufficiale, un gruppo di Casa Cervi, gli studiosi dell’Istoreco, una classe di studenti della scuola Dante Alighieri.  Emozione e solennità all’inizio, quando il sindaco Carletti, dopo l’introduzione, ha letto i messaggi di solidarietà pervenuti da:  – Un ministro, Graziano Delrio; – Il Procuratore Militare Marco De Paolis; – il sindaco di Parma Pizzarotti; – lo scrittore Francesco Piccolo premio Strega e autore di cinema e Tv; – La sezione Anpi di Parma; – La sezione Anpi di Valenza Po (Alessandria).  A questi aggiungo De Luna, che ha scritto a me e non l’ho fatto annunciare in tempo.
In silenzio e sempre riservati come la madre, sedevano in platea i due figli di Mimma, Atos e Maurizio. Grazie a loro abbiamo ricostruito non solo altri particolari della lotta partigiana di Mimma ma anche la sua storia di vita, impegnatissima, coraggiosa e non semplice.
Per il periodo in montagna dopo l’evasione, abbiamo ricostruito  la storia del cavallo.
Sì, del cavallo, il suo cavallo.
A fatica ho ricordato che i nostri partigiani avevano qua e là alcuni cavalli, che erano una specie di mezzi di trasporto d’emergenza, cavalli abituati al lavoro contadino, da montare a pelo, senza sella.
Nella notte della sua fuga, scalza e nella neve, manda i  Ganapini  da sua madre, che procurano vestiti mantello e scarpe, ma aggiungono, a richiesta, il cavallo. Cavallo di casa, cavallo contadino. Mimma lo chiede perchè ha i piedi congelati e vuole passare le linee e mettersi al sicuro in zona partigiana.
Quel cavallo, che scivolava nella neve nella troppa luce di luna, se l’è tenuto fino alla liberazione. Insomma, da gennaio al 25 aprile, Mimma incinta e coi piedi doloranti e piagati, ha continuato a camminare come staffetta e come combattente, grazie a quel cavallo. Non voleva proprio stare ferma. Infatti non c’era tempo di piangere ne’ di compatire o compatirsi. E tanto meno voglia o possibilità di fermarsi.
Così si spiega anche la mia lettera a lei,  datata 18 aprile ’45,  dove le chiedo di andare in sette paesi e frazioni attorno a Ramiseto per organizzare e convocare incontri con la popolazione. La lettera dà indicazioni di lavoro ma lascia intuire il tanto lavoro fatto nei mesi precedenti, nonostante i piedi, nonostante la gravidanza.  Soltanto da nove giorni  Mimma aveva partorito e perduto il bambino.
Un signore di San Polo ci ha raccontato che nel suo paese tutti ricordano l’arrivo dei partigiani alla liberazione. Venivano  a piedi, in squadra orgogliosa, e alla testa del corteo, applauditissima, una partigiana a cavallo!  Era lei, Francesca-Mimma !  Soltanto a guerra finita  il cavallo è tornato a casa ai suoi lavori nei campi.
Nel dopo liberazione non la ricordiamo.  Sappiamo che si è sposata e trasferita a Parma. Sappiamo che ha avuto tre figli. Alla prima ha voluto mettere il suo nome libero: Mimma. Nome libero, ma non fortunato.  La figlia muore ragazza.  Per una madre è certamente il dolore più indicibile. Ma la lotta non finisce mai.  Le dolorose operazioni ai piedi le  rendono difficile il lavoro di parrucchiera.   Per  migliorare lei  vuole un titolo di studio e lo ottiene dai corsi serali. Era riuscita con la quinta elementare ad essere bidella, poi con la licenza media può essere  assunta come impiegata al comune di Parma.  Di sicuro è stata brava, se il segretario comunale le manda un biglietto di apprezzamento accanto ad una poesia. L’abbiamo letta nelle immagini filmate.
Altro momento importante della mattinata ce l’hanno regalato quattro giovani studenti, che  si sono alternati al microfono per leggere l’intervista che altri ragazzi avevano fatto a Mimma nel febbraio 2007. Emozione al massimo, anche per la loro bravura o forse perché qui, tra i ragazzi,  ce n’è sempre qualcuno col colore della pelle più scuro.
Dopo la lettura il video con Mimma che parla, che a fatica e non del tutto, racconta della sua prigionia e delle torture. C’è la partigiana Laila che la incoraggia.  E’ straziante. Tutti occhi lucidi o lacrime.
Non è finita. Bisogna allargare lo sguardo. Lo storico Massimo Storchi, autore del libro-.inchiesta “Il sangue dei vincitori” in risposta al velenoso “Il sangue dei vinti” di Pansa,  fa un chiarissimo quadro di quel Centro Antiguerriglia di Ciano da cui lei sola si è salvata. Tutti sono stati fucilati o uccisi, qualcuno mandato a morire nei “campi” in Germania. E’ un centro specializzatissimo, di spionaggio e poi di spietati annientamenti.  L’esercito partigiano, così sfuggente, così imprevedibile e così efficiente, è un  nemico che tiene inchiodata la teutonica macchina bellica.  Che risponde con  le stragi di Cervarolo, quella di Vercallo, quella della Bettola e quella di Legorecchio.
I colpevoli non hanno pagato. L’armadio della vergogna li ha salvati. Troppo tardi si è cominciato ad indagare e troppo tardi, soltanto nel 2002 è rintracciata Mimma come testimone. Nel racconto ai ragazzi lei dice. “Loro scrivevano scrivevano e io mi sono sentita male.  Poi aggiunge:  “Per i feriti è stato riconosciuto qualcosa. Per i torturati niente!”
Da poco abbiamo la legge che riconosce la tortura come delitto. In ritardo per Mimma. Speriamo almeno in un riconoscimento alla memoria.

Sabato prossimo, 10 febbraio alle 10, a Bibbiano in provincia di Reggio Emilia, ci sarà in teatro un avvenimento abbastanza straordinario. Verrà ufficializzata la richiesta affinchè sia riconosciuto il coraggio di una donna, Francesca Del Rio, partigiana, nome di battaglia Mimma, che ha resistito a ripetute torture subite nella caserma di Ciano d’Enza ad opera del comando nazista definito Centro Antiguerriglia.

A motivazione del grande ritardo con  cui si presenta tale richiesta, c’è il silenzio che la stessa partigiana ha  tenuto per oltre sessanta anni su questa dolorosa esperienza. Questa reticenza  si   deve all’antico pudore su vicende intime e al dignitoso desiderio di non sbandierare una vera condotta eroica in difesa degli altri combattenti della libertà. Alla liberazione si sapeva soltanto che Mimma era riuscita a fuggire.

Incarcerata l’11 dicembre del 1944,   il 9 gennaio del 1945,  Mimma riesce a fuggire calandosi da un alto finestrino di una latrina, appesa al discendente della grondaia. Nella neve, scalza e quasi svestita, nonostante le tracce anche di sangue dalle mani scorticate, è aiutata nella prima casa contadina  dai Ganapini, a Grassano, verso Rossena. Faticosamente e pericolosamente riesce a raggiungere Vetto, dove c’era il comando partigiano della 144^ brigata Garibaldi. Francesca era in avanzato stato di gravidanza, ma non c’era tempo per il riposo, tra collegamenti da assicurare, assistenza, approvvigionamenti, messaggi e lavoro per la polazione montanara. Il 9 aprile, a seguito di un parto difficile e senza assistenza qualificata, perde il bambino al quale mette il nome di Atos, che è il nome di battaglia del fidanzato, padre del bambino, che poi diventerà suo marito. Per i piedi congelati ha subito diversi interventi e molte sofferenze. Ha vissuto a Parma e ha lavorato tutta la vita come parrucchiera. Ha avuto altri tre figli tutti allattati con un seno solo, per le lesioni e mutilazioni  all’altro capezzolo subite nel Presidio di Ciano.
La vicenda di Mimma è venuta alla luce  dai documenti trovati negli armadi della vergogna. Soltanto nel sessantesimo anniversario della liberazione Mimma ha trovato la forza di raccontare almeno in parte in un DVD le torture patite.
Alla richiesta di riconoscimento, sottoscritta da me e dalla  ricercatrice Raffaella Cortese De Bosis, si uniscono i tre Sindaci  di Bibbiano, San Polo d’Enza e Canossa, luoghi dove Mimma operava come partigiana e le associazioni ANPI dei tre comuni, più l’Anpi provinciale di Reggio, l’Istoreco e l’Istituto Cervi.

Memorie

Tessera ANPI dell’immediato dopoguerra

Ieri notte RAItre ha trasmesso il racconto di Sami Modiano raccolto da Veltroni.

Ad Auschwitz Birkenau ci sono stata nel 2006, proprio con Veltroni sindaco di Roma e promotore di tutto. C’era Sami Modiano, venuto apposta per la prima volta da Rodi. Con lui l’amico di allora, di quando erano adolescenti in questo luogo, Piero Terracina. Altri testimoni erano Enzo Camerino venuto dal Canada, Shlomo Venezia e le sorelle Andra e Tatiana Bucci a quel tempo bambine.
Accompagnatori Leone Paserman per la comunità ebraica, Alessandro Portelli, Ascanio Celestini, lo storico Marcello Pezzetti, Massimo Rendina per l’Anpi e Maria Coscia, assessore alle scuole che mi aveva inclusa tra gli accompagnatori.
Stranamente era un ottobre di sole. In terra, tra le baracche c’era erba folta. Una delle sorelle ha osservato che quell’erba in quel tempo non avrebbe potuta esserci, perchè sarebbe stata tutta mangiata! E il suo ricordo era di bimba, di quattro o sei anni appena.
Di giorno tutti eravamo attentissimi, silenziosi e indaffarati a maneggiare antichi registratori a nastro e macchine fotografiche. Sami Modiano era il più emozionato e incerto, pur sostenuto dall’antico amico Piero Terracina, gemello e fratello anche nei ricordi.
Di sera, in albergo, i gruppi di studenti, con professsori e qualcuno di noi, a rinvenire le memorie, commentare e finalmente a piangere.
Appena più serene le pause pranzo al sacco, con Veltroni paziente e sorridente a farsi fotografare con gruppi e ancora gruppi di ragazzi e ragazze.
Ricordate, diceva Primo Levi, che questo è stato.  Ricordiamo perchè non possa tornare mai.
Ricordiamo soprattutto gli inizi silenziosi e subdoli di tanto orrore.
La storia non si ripete mai con le stesse forme, ma si ripete spesso nella sostanza. Quelle masse fumanti dell’accampamento dei migranti raccoglitori di arance ricordano altre macerie, altre emarginazioni, altri dolori. Diversi, certo, ma altrettanto brucianti. Ho pensato che le arance che abbiamo comprato in piazza a sostegno della ricerca sul cancro, chissà da chi sono state raccolte. Spero non a prezzo di questi dolori e disagi. Però mi dico che esiste ora la legge sul caporalato ed esiste anche la protezione civile che va ad allestire strutture di ricovero. Mi preoccupa invece, che esista tanta inimicizia verso questa disperata massa di migranti, che degli aspiranti alla guida del paese dicano apertamente che non li vogliono, che bisogna rimandarli ai loro deserti o alle loro guerre, perchè noi davanti a tutti e cattiverie del genere.
Non è facile, ma nelle prossime elezioni, scegliamo quelli che ci si impegnano, che ci provano. A partire dal caporalato, dalle riforme all’Europa, dai progetti di ripopolamento di borghi semiabbandonati, dai bisogni di mano d’opera e persino dal bisogno di bambini.
Ricordare non per retorica, ma perchè non si scivoli per quella china. La Germania e il mondo non aveva capito. Le leggi razziste, la propaganda dell’odio, l’esaltazione egoistica del ritenersi superiori erano il terreno di lancio. Ora si marcia a Roma col saluto romano e al passo rimbombante. Si grida al pericolo, si parla addirittura di razza. Un po’ più di umiltà, un po’ più di sguardo largo, e qualche riflessione per impedire di camminare in discesa verso un moderno inferno di inimicizie e separazioni.