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Fascismi

7 Gennaio 2018 – A Roma, via Tuscolana

Ho letto  il resoconto di Adriano Sofri sulla marcia di Macerata, un resoconto così felicemente esaltato. Lui non ha visto niente di negativo. Che bello! Ma bastava sapere che i centri sociali si sarebbero infiltrati e loro avrebbero detto quelle due o tre frasi che i giornalisti avrebbero raccolto ed enfatizzato. I giornalisti di destra non aspettavano altro.
Che fosse giusto o non giusto sfilare non lo so. Ma mi chiedo se in questo modo si aiuta a far comprendere e a combattere il fascismo rinascente.  E  ho delle curiosità e delle domande brucianti.
Per esempio vorrei sapere chi è stato a concedere a Roma il permesso a Forza Nuova o Casa Pound di fare quella sfilata lungo la via Tuscolana, squadroni foltissimi e neri, militarmente al passo dell’oca e ben allineati col saluto romano, traffico bloccato o deviato o impossibile, non so. E’ stato poco dopo ottobre, dopo vietata per fortuna la pretesa marcia dell’anniversario 28 ottobre famoso.
Di questa sfilata possente e impressionante  se ne è parlato pochissimo. Una breve sequenza vista per caso che mi ha fatto rabbbrividire. Una enorme massa di nerboruti, e dentro, credo ci fosse anche lo sparatore di Macerata. Non si trattava forse di propaganda fascista?  E quell’autorità che ha dato il permesso è ancora al suo posto?
Seconda domanda.  E’ possibile che  si consenta a Casa Pound di presentarsi alle elezioni? Crediamo forse che nel parlamento della Repubblica Italiana quel rappresentante farà opera culturale e non si batterà per cancellare alcuni diritti, per affermare la supremazia della razza, visto che si proclama “fascista del terzo millennio”?
Altra domanda, rivolta a tutti quelli, associazioni comprese, che si adornano della qualifica di antifascista.  Visto che c’è finalmente la legge, si è fatto qualcosa per impedire il commercio di tutta la chincaglieria nazi-fascista con stemmi ritratti calendari  distintivi  che si pratica indisturbata in negozi bancarelle e forse porta a porta? C’è ancora quel negozio in piazza a Fiuggi sotto i portici, così caratteristico? Si svolge ancora a Predappio quel turismo della nostalgia fascista? Cosa c’è di nuovo e di vero in quel  museo che dica la verità su cosa è una dittatura e a cosa ci ha portato?
Non ho finito, c’è la cosa più importante.
Cosa si fa nelle scuole per far comprendere in modo obiettivo e sereno cosa significa dittatura e cosa è democrazia?
I programmi di storia sono stati ridotti e sminuiti. Le ore sono poche. Una brava insegnante chiedeva ” Un po’ meno di Assiri e Babilonesi, ma un po’ più di novecento!”
La ex ministra Giannini mi aveva frettolosamente informata che ci stavano pensando. A cosa? A fare come Don Ciotti, che ogni anno agli insegnanti offre tre incontri, a nord centro e sud, per aggiornare e motivare nell’educazione anti-mafia.
Al Ministero, ove la scattante Fedeli si è data molto da fare e dove la zitta-zitta Madia ha portato i nuovi contratti, ci si sta ancora pensando? Quanto  durerà quel pensare? E se nel nuovo parlamento ci saranno anche i CasaPoun, più la truppa Meloni e quella Salvini, gli antifascisti duri e puri cosa potranno sperare? Magari si proclameranno di sinistra, sinistra vera, non centro-sinistra. Faranno i cortei e le sfilate, magari giuste e sacrosante.  E continueranno a pensarci !
   Visto che dovremo votare, pensiamoci noi. Col cuore e con la mente.
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Si parla tanto di fascismo, si marcia , si lanciano proclami e veleni.  Per capire la storia e vedere cosa sono stati in concreto il fascismo e l’antifascismo sarebbe bastato venire a Bibbiano, la mattina del  10 febbraio.

E’ stata la prima tappa per onorare Francesca Del Rio, la partigiana Mimma.
Lo storico Giovanni De Luna ha scritto:
E’ una storia da “Resistenza perfetta”…..aderisco con convinzione”.
Lo scrittore Francesco Piccolo ci dice:
La storia di Mimma è la storia di questo paese”.
Infatti, per capire la storia di questo nostro paese  e la storia della Resistenza, sarebbe necessario conoscere il coraggio di Mimma.  Diventerebbe più chiara la natura  del fascismo , quanto è costata  la sua guerra,  e perché tanto popolo e tante donne l’hanno combattuto con  dolori terribili  ed estremi.
Al teatro Metropolis erano presenti i tre sindaci di  Bibbiano, San Polo e Canossa, i delegati delle  associazioni Anpi firmatari della domanda ufficiale, un gruppo di Casa Cervi, gli studiosi dell’Istoreco, una classe di studenti della scuola Dante Alighieri.  Emozione e solennità all’inizio, quando il sindaco Carletti, dopo l’introduzione, ha letto i messaggi di solidarietà pervenuti da:  – Un ministro, Graziano Delrio; – Il Procuratore Militare Marco De Paolis; – il sindaco di Parma Pizzarotti; – lo scrittore Francesco Piccolo premio Strega e autore di cinema e Tv; – La sezione Anpi di Parma; – La sezione Anpi di Valenza Po (Alessandria).  A questi aggiungo De Luna, che ha scritto a me e non l’ho fatto annunciare in tempo.
In silenzio e sempre riservati come la madre, sedevano in platea i due figli di Mimma, Atos e Maurizio. Grazie a loro abbiamo ricostruito non solo altri particolari della lotta partigiana di Mimma ma anche la sua storia di vita, impegnatissima, coraggiosa e non semplice.
Per il periodo in montagna dopo l’evasione, abbiamo ricostruito  la storia del cavallo.
Sì, del cavallo, il suo cavallo.
A fatica ho ricordato che i nostri partigiani avevano qua e là alcuni cavalli, che erano una specie di mezzi di trasporto d’emergenza, cavalli abituati al lavoro contadino, da montare a pelo, senza sella.
Nella notte della sua fuga, scalza e nella neve, manda i  Ganapini  da sua madre, che procurano vestiti mantello e scarpe, ma aggiungono, a richiesta, il cavallo. Cavallo di casa, cavallo contadino. Mimma lo chiede perchè ha i piedi congelati e vuole passare le linee e mettersi al sicuro in zona partigiana.
Quel cavallo, che scivolava nella neve nella troppa luce di luna, se l’è tenuto fino alla liberazione. Insomma, da gennaio al 25 aprile, Mimma incinta e coi piedi doloranti e piagati, ha continuato a camminare come staffetta e come combattente, grazie a quel cavallo. Non voleva proprio stare ferma. Infatti non c’era tempo di piangere ne’ di compatire o compatirsi. E tanto meno voglia o possibilità di fermarsi.
Così si spiega anche la mia lettera a lei,  datata 18 aprile ’45,  dove le chiedo di andare in sette paesi e frazioni attorno a Ramiseto per organizzare e convocare incontri con la popolazione. La lettera dà indicazioni di lavoro ma lascia intuire il tanto lavoro fatto nei mesi precedenti, nonostante i piedi, nonostante la gravidanza.  Soltanto da nove giorni  Mimma aveva partorito e perduto il bambino.
Un signore di San Polo ci ha raccontato che nel suo paese tutti ricordano l’arrivo dei partigiani alla liberazione. Venivano  a piedi, in squadra orgogliosa, e alla testa del corteo, applauditissima, una partigiana a cavallo!  Era lei, Francesca-Mimma !  Soltanto a guerra finita  il cavallo è tornato a casa ai suoi lavori nei campi.
Nel dopo liberazione non la ricordiamo.  Sappiamo che si è sposata e trasferita a Parma. Sappiamo che ha avuto tre figli. Alla prima ha voluto mettere il suo nome libero: Mimma. Nome libero, ma non fortunato.  La figlia muore ragazza.  Per una madre è certamente il dolore più indicibile. Ma la lotta non finisce mai.  Le dolorose operazioni ai piedi le  rendono difficile il lavoro di parrucchiera.   Per  migliorare lei  vuole un titolo di studio e lo ottiene dai corsi serali. Era riuscita con la quinta elementare ad essere bidella, poi con la licenza media può essere  assunta come impiegata al comune di Parma.  Di sicuro è stata brava, se il segretario comunale le manda un biglietto di apprezzamento accanto ad una poesia. L’abbiamo letta nelle immagini filmate.
Altro momento importante della mattinata ce l’hanno regalato quattro giovani studenti, che  si sono alternati al microfono per leggere l’intervista che altri ragazzi avevano fatto a Mimma nel febbraio 2007. Emozione al massimo, anche per la loro bravura o forse perché qui, tra i ragazzi,  ce n’è sempre qualcuno col colore della pelle più scuro.
Dopo la lettura il video con Mimma che parla, che a fatica e non del tutto, racconta della sua prigionia e delle torture. C’è la partigiana Laila che la incoraggia.  E’ straziante. Tutti occhi lucidi o lacrime.
Non è finita. Bisogna allargare lo sguardo. Lo storico Massimo Storchi, autore del libro-.inchiesta “Il sangue dei vincitori” in risposta al velenoso “Il sangue dei vinti” di Pansa,  fa un chiarissimo quadro di quel Centro Antiguerriglia di Ciano da cui lei sola si è salvata. Tutti sono stati fucilati o uccisi, qualcuno mandato a morire nei “campi” in Germania. E’ un centro specializzatissimo, di spionaggio e poi di spietati annientamenti.  L’esercito partigiano, così sfuggente, così imprevedibile e così efficiente, è un  nemico che tiene inchiodata la teutonica macchina bellica.  Che risponde con  le stragi di Cervarolo, quella di Vercallo, quella della Bettola e quella di Legorecchio.
I colpevoli non hanno pagato. L’armadio della vergogna li ha salvati. Troppo tardi si è cominciato ad indagare e troppo tardi, soltanto nel 2002 è rintracciata Mimma come testimone. Nel racconto ai ragazzi lei dice. “Loro scrivevano scrivevano e io mi sono sentita male.  Poi aggiunge:  “Per i feriti è stato riconosciuto qualcosa. Per i torturati niente!”
Da poco abbiamo la legge che riconosce la tortura come delitto. In ritardo per Mimma. Speriamo almeno in un riconoscimento alla memoria.

Sabato prossimo, 10 febbraio alle 10, a Bibbiano in provincia di Reggio Emilia, ci sarà in teatro un avvenimento abbastanza straordinario. Verrà ufficializzata la richiesta affinchè sia riconosciuto il coraggio di una donna, Francesca Del Rio, partigiana, nome di battaglia Mimma, che ha resistito a ripetute torture subite nella caserma di Ciano d’Enza ad opera del comando nazista definito Centro Antiguerriglia.

A motivazione del grande ritardo con  cui si presenta tale richiesta, c’è il silenzio che la stessa partigiana ha  tenuto per oltre sessanta anni su questa dolorosa esperienza. Questa reticenza  si   deve all’antico pudore su vicende intime e al dignitoso desiderio di non sbandierare una vera condotta eroica in difesa degli altri combattenti della libertà. Alla liberazione si sapeva soltanto che Mimma era riuscita a fuggire.

Incarcerata l’11 dicembre del 1944,   il 9 gennaio del 1945,  Mimma riesce a fuggire calandosi da un alto finestrino di una latrina, appesa al discendente della grondaia. Nella neve, scalza e quasi svestita, nonostante le tracce anche di sangue dalle mani scorticate, è aiutata nella prima casa contadina  dai Ganapini, a Grassano, verso Rossena. Faticosamente e pericolosamente riesce a raggiungere Vetto, dove c’era il comando partigiano della 144^ brigata Garibaldi. Francesca era in avanzato stato di gravidanza, ma non c’era tempo per il riposo, tra collegamenti da assicurare, assistenza, approvvigionamenti, messaggi e lavoro per la polazione montanara. Il 9 aprile, a seguito di un parto difficile e senza assistenza qualificata, perde il bambino al quale mette il nome di Atos, che è il nome di battaglia del fidanzato, padre del bambino, che poi diventerà suo marito. Per i piedi congelati ha subito diversi interventi e molte sofferenze. Ha vissuto a Parma e ha lavorato tutta la vita come parrucchiera. Ha avuto altri tre figli tutti allattati con un seno solo, per le lesioni e mutilazioni  all’altro capezzolo subite nel Presidio di Ciano.
La vicenda di Mimma è venuta alla luce  dai documenti trovati negli armadi della vergogna. Soltanto nel sessantesimo anniversario della liberazione Mimma ha trovato la forza di raccontare almeno in parte in un DVD le torture patite.
Alla richiesta di riconoscimento, sottoscritta da me e dalla  ricercatrice Raffaella Cortese De Bosis, si uniscono i tre Sindaci  di Bibbiano, San Polo d’Enza e Canossa, luoghi dove Mimma operava come partigiana e le associazioni ANPI dei tre comuni, più l’Anpi provinciale di Reggio, l’Istoreco e l’Istituto Cervi.

Memorie

Tessera ANPI dell’immediato dopoguerra

Ieri notte RAItre ha trasmesso il racconto di Sami Modiano raccolto da Veltroni.

Ad Auschwitz Birkenau ci sono stata nel 2006, proprio con Veltroni sindaco di Roma e promotore di tutto. C’era Sami Modiano, venuto apposta per la prima volta da Rodi. Con lui l’amico di allora, di quando erano adolescenti in questo luogo, Piero Terracina. Altri testimoni erano Enzo Camerino venuto dal Canada, Shlomo Venezia e le sorelle Andra e Tatiana Bucci a quel tempo bambine.
Accompagnatori Leone Paserman per la comunità ebraica, Alessandro Portelli, Ascanio Celestini, lo storico Marcello Pezzetti, Massimo Rendina per l’Anpi e Maria Coscia, assessore alle scuole che mi aveva inclusa tra gli accompagnatori.
Stranamente era un ottobre di sole. In terra, tra le baracche c’era erba folta. Una delle sorelle ha osservato che quell’erba in quel tempo non avrebbe potuta esserci, perchè sarebbe stata tutta mangiata! E il suo ricordo era di bimba, di quattro o sei anni appena.
Di giorno tutti eravamo attentissimi, silenziosi e indaffarati a maneggiare antichi registratori a nastro e macchine fotografiche. Sami Modiano era il più emozionato e incerto, pur sostenuto dall’antico amico Piero Terracina, gemello e fratello anche nei ricordi.
Di sera, in albergo, i gruppi di studenti, con professsori e qualcuno di noi, a rinvenire le memorie, commentare e finalmente a piangere.
Appena più serene le pause pranzo al sacco, con Veltroni paziente e sorridente a farsi fotografare con gruppi e ancora gruppi di ragazzi e ragazze.
Ricordate, diceva Primo Levi, che questo è stato.  Ricordiamo perchè non possa tornare mai.
Ricordiamo soprattutto gli inizi silenziosi e subdoli di tanto orrore.
La storia non si ripete mai con le stesse forme, ma si ripete spesso nella sostanza. Quelle masse fumanti dell’accampamento dei migranti raccoglitori di arance ricordano altre macerie, altre emarginazioni, altri dolori. Diversi, certo, ma altrettanto brucianti. Ho pensato che le arance che abbiamo comprato in piazza a sostegno della ricerca sul cancro, chissà da chi sono state raccolte. Spero non a prezzo di questi dolori e disagi. Però mi dico che esiste ora la legge sul caporalato ed esiste anche la protezione civile che va ad allestire strutture di ricovero. Mi preoccupa invece, che esista tanta inimicizia verso questa disperata massa di migranti, che degli aspiranti alla guida del paese dicano apertamente che non li vogliono, che bisogna rimandarli ai loro deserti o alle loro guerre, perchè noi davanti a tutti e cattiverie del genere.
Non è facile, ma nelle prossime elezioni, scegliamo quelli che ci si impegnano, che ci provano. A partire dal caporalato, dalle riforme all’Europa, dai progetti di ripopolamento di borghi semiabbandonati, dai bisogni di mano d’opera e persino dal bisogno di bambini.
Ricordare non per retorica, ma perchè non si scivoli per quella china. La Germania e il mondo non aveva capito. Le leggi razziste, la propaganda dell’odio, l’esaltazione egoistica del ritenersi superiori erano il terreno di lancio. Ora si marcia a Roma col saluto romano e al passo rimbombante. Si grida al pericolo, si parla addirittura di razza. Un po’ più di umiltà, un po’ più di sguardo largo, e qualche riflessione per impedire di camminare in discesa verso un moderno inferno di inimicizie e separazioni.

Compleanno

Sono arrivata ai novanta anni !

Novanta.  Non ci credo. Del resto sono pochi, visto quanti centenari ci sono in giro.
Tutti voi che venite dopo passerete questo traguardo meglio di  me e andrete avanti.
Sembra una bella notizia, ma per i tanti che hanno passato i sessanta e cominciavano a sognare anni liberi in pensionamento, sono invece costretti a mandare quell’arrivo un po’ più avanti , addirittura con il timore che quella meta venga spostata ancora più in là.
Per chi ha un lavoro che piace e lieve da sopportare, restare in servizio potrà farli sentire ancora giovani, pienamente inseriti nella società, ricchi della dignità di chi ancora dispensa doveri in misura preponderante rispetto ai diritti goduti.
Non voglio entrare nella dolorosa riflessione che riguarda i giovani senza lavoro o con lavoro precario e discontinuo. Mi sembra che questo prezzo  doloroso sia dovuto in minima parte alle scelte politiche e in massima parte al fatto che tutta l’umanità si trova in una fase di passaggio tecnologico e ideale che sarebbe bene far passare rapidamente.  Dovranno venire altri equilibri sociali e materiali, altre professioni, altre abitudini ed altri rapporti umani e familiari.
Nonostante i novanta, sono più che mai ricca di sogni. Per i miei nipoti che sono ancora agli ultimi anni di studio o ai primissimi incerti passi nel lavoro, vorrei vedere tanti coraggiosi, anche se difficili, tavoli di accordi.  I conflitti, gli interessi economici, la sete di potere, le diseguaglianze sociali, le guerre,  sono tutte cose che possono essere oggetto di trattative e di accordi.  Qualcuno li chiama inciuci.  Negli accordi c’è sempre un passo indietro di tutte le parti.  Io penso che è sempre meglio un passo indietro che lo scontro. Basterebbe ricordare un po’ di storia.  Quella nostra di settanta anni fa e quella quasi incredibile delle guerre ancora in atto nel mondo.  Soltanto pensare al massacro che è costato lo sbarco in Normandia rievocato ieri sera in TV.  Alle sofferenze di tutti nelle stagioni di guerra e alle sofferenze personali di chi la guerra l’ha combattuta o patita. Per esempio dalle  mie compagne e compagni partigiani torturati nelle prigioni nazifasciste. E ovviamente a tutti i morti, tutti gli orfani, tutte le lacrime.
Il prezzo di un passo indietro in una trattativa non potrà mai essere più grande di una sola di queste sofferenze.
E ci potrebbe essere spazio e beni per tanti bambini nuovi e di ogni colore, per maggior cura della terra e dei suoi tesori, per rinnovato rispetto verso noi vecchi, che non sempre siamo rimbambiti.
(qui di seguito un po’ di foto delle due feste che mi hanno voluto dedicare, a Bibbiano e a Roma)
Buon compleanno TERESA
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Con Sergio Staino a Bibbiano

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Il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti 

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La torta, a Bibbiano

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Musica

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Roma – Antonio Parisella, direttore del Museo della resistenza di via Tasso a Roma

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Roma -Alberta Campitelli, storica dell’arte, che ricorda anni di didattica dei beni culturali

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Roma, qualche ex alunno a festeggiare i 90 anni della sua antica maestra. Qui, Marina con sua mamma

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Roma, alcune amiche dell’associazione Fabrica, che ha contribuito ad organizzare la festa

A Roma la festa, nella sala di via Aldrovandi delle Biblioteche di Roma, è stata organizzata da Fabrica, e in particolare da Rita Cerri, con l’aiuto di molte amiche, fra cui Alberta Campitelli, Titti Laudenzi, Raffaella Cortese, Vittoria Maturi e Rosella Tappi.

Grazie davvero a tutti i presenti alle due feste, che non posso nominare tutti, ai bravissimi musicisti che hanno suonato a Bibbiano e ai ragazzi, incluso mio nipote, che hanno suonato a Roma. Grazie ai rappresentanti dell’ANPI di Bibbiano e Reggio e Roma, a mio fratello Orio, al sindaco di Bibbiano Andrea Carletti e alla preziosissima Elena, al PD del VII Municipio e a Valeria Vitrotti e, infine, ai miei ex alunni di Roma Marina Tintori e Franco Sollazzi che hanno trovato il tempo di venire a trovarmi.

Comandante Tribuno

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Presentazione alla Camera dei Deputati

Mentre c’è chi vuol rifare la fascistissima marcia su Roma e chi promette , se raggiunge il governo, di dare carta bianca a tutte le forze dell’ordine sottinteso come Genova-Diaz, ci sono anche quelli che si curano di storia e di memoria.

Dal Friuli Venezia Giulia è arrivato a Roma Camera dei Deputati , un documentario su una storia partigiana.
La fondazione Iuker Image di Udine, regista   Roberto M. Cuello,  ha ricostruito la storia di Mario Modotti, Comandante Tribuno, andando negli stessi luoghi e riportando documenti e parole con scrupolosa esattezza.  Strade e case di Bicinicco , carcere e caserma Piave di  Palmanova, campagne dei monti carsici di confine, testimonianze multiple di compagni combattenti, copie esatte dei documenti partigiani, dignitose e commoventi lettere autografe, il tutto completato da poche indispensabili ricostruzioni con attori.
Molto opportune le annotazioni storiche di due studiosi, e preziosissima quella del mio amico Giuseppe Mariuz che riesce a rendere chiara e comprensibile la ingarbugliata realtà di quella terra di confine e della pesante vicinanza con la resistenza iugoslava.
Il regista e i collaboratori ci hanno lavorato due anni con tutta la serietà che si richiede ad una ricostruzione storica sempre in accordo con i familiari-eredi, che compaiono addirittura come narratori.
Particolarmente importante la ricostruzione con documento autentico, dell’accordo stipulato tra le formazioni partigiane di orientamenti diversi, cioè garibaldine, fazzoletti verdi e militari, accordo dovuto principalmente proprio al comandante Tribuno.
Commovente anche se suggerita più che esibita, la durezza delle torture di matrice tedesca, in terra che i nazisti si erano aggiudicata come regione del loro stato. Anche questo giovane Mario Modotti, comandante Tribuno, è uno dei tanti che dobbiamo chiamare veramente eroi, più  forti di ogni tortura e umiliazione, immensamente più alti e umani dei loro torturatori , più generosi di qualsiasi padre o madre verso di noi che ci siamo salvati, che ci hanno salvato.
Spero che il documentario possa andare soprattutto nelle scuole e ovunque , non solo nel Friuli o nel Trentino o nel Veneto, ma dappertutto, proprio in risposta agli stupidi e ignoranti rigurgiti di fascismo che ci ammorbano qua e là.
Avevo scritto per l’Unità questo commento  in data 29  maggio,  quando, appunto, l’Unità non è uscita più.  Ora la legge  è passata, e su di essa, come su ogni atto o iniziativa del governo, si sono abbattute critiche feroci e livorosi distinguo.
Io sono contenta che sia passata, nonostante tutto. E vorrei vederla attuata e interpretata con saggezza, contro i torturatori della Diaz, quelli di Cucchi e i tanti altri in Italia e fuori d’Italia.
Se si potesse  vorrei anche che fossero puniti quelli che hanno torturato i partigiani e le partigiane nei lontani anni 1944 e 1945.
Di problemi e urgenze questo governo e questo parlamento ne ha veramente tanti e dovrebbe far paura anche la semplice ipotesi di decadenza anticipata.   Personalmente sono colpita e preoccupata per il progetto di reato di tortura.
 Va avanti e indietro tra camera e senato da quattro anni e qualcuno esulta perchè lo vede finalmente in dirittura di arrivo.
 A me l’argomento  preme perchè non dimenticherò mai il tono della voce e l’espressione della mia cara staffetta partigiana Francesca Del Rio, torturata a Ciano d’Enza da tedeschi e fascisti quando, a sessant’anni dalla liberazione, lamentava che  ” per i feriti è stato riconosciuto qualcosa, ma per i torturati no, niente !”
Per i torturati partigiani non si è fatto nulla.  Con maliziosa tristezza mi viene da pensare che l’Italia del dopoguerra, ancora maschilista, abbia accantonato il tema perchè la maggior parte delle persone torturate (e violentate) dai nazifascisti erano di genere femminile. Tra l’altro loro stesse, sempre per quel maschilismo o riservatezza, non volevano raccontare, volevano solo dimenticare.
Ora, dopo tanti anni, siamo ancora costretti a mettere sotto attenzione uomini in divisa che, sentendosi tutelati proprio da quella divisa, cedono alla tentazione della violenza.
Non sono competente in materia legislativa, ma alla lettura del testo proposto mi sono ricordata di una lezione di  uso della lingua.  Un testo di legge deve essere scritto in modo limpido, con parole esatte,   cioè da poter essere  interpretato in un solo modo. Un articolo di legge non è una metafora, non è poesia, non è letteratura.  A me, da incompetente, quel testo mi è sembrato contorto, oscuro, cavilloso.  Cioè di oscura interpretazione.
Riconosco che è difficile definire cosa è tortura. Ci possono essere torture che non lasciano nessun segno. Francesca legata nuda gambe e braccia ai 4  piedi di un tavolo, dopo essere diventa   spettacolo,  dopo ore di  schiamazzi  e risatacce, era tutta un immenso indicibile dolore, di corpo e di pensieri, ma non credo con tracce visibili. Esistono danni psicologici documentabili? Secondo me esistono danni psicologici inevitabili, intuibili, immaginabili.
Quando, aperti gli armadi della vergogna, i carabinieri l’hanno individuata e raggiunta, Francesca nell’apprendere quali ricordi volevano da lei, è semplicemente svenuta! Dopo tutti quegli anni impegnati a dimenticare!  E non solo quella tortura a cui ho accennato, ma a tutte le altre, ben più cruente e visibili, come quel capezzolo frantumato.
 Riconosco che mentre si arresta un presunto moderno terrorista gli si può storcere un braccio o  sgomitare un occhio.   Però se si arresta uno che sta male, per droga o altro,  non lo si può fare massacrandolo di botte. calci e pugni compresi.  Mi sembra di sapere che esistono abilità orientali, tipo Karatè, per questi casi, per immobilizzare un avversario senza distruggerlo.
Così scivolo nell’altro lato di questo tema. Prima di fare un testo per condannare la tortura, cosa si è fatto o  cosa si può fare per dettare regole sulle modalità e tecniche in caso di arresti e soprattutto in condizione di detenzione?  Cosa si può fare e cosa si fa per preparare, educare  chi è addetto  al prezioso mestiere di forze dell’ordine?
Ripensiamo tutti alle vicende di Bolzaneto e ai casi privati di Cucchi, Aldrovandi, Uva e ultimo Regeni.  Che una legge sia utile, anche per le aspettative europee e ONU, ma per favore, che sia chiara e scritta in una bella e precisa lingua italiana.