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Che strana atmosfera, in queste settimane.  Ricordi di resistenza e di 25 aprile, campagna elettorale per l’Europa. discorsi e fatti  addirittura incredibili.

Come la dichiarazione del “gran-capo” di Casa Pound che dice :”fuori dall’Europa, fuori dall’Euro, noi forti e padroni in casa nostra!”  Quel noi che loro si definiscono i fascisti del terzo millennio!  Un millennio all’indietro, dove non c’è la globalizzazione, le nuove tecnologie, i nuovi problemi ambientali, i nuovi sentimenti dei giovani che studiano e si sentono cittadini europei e cittadini del mondo!
Vicino a casa mia c’è una bella scritta sul muro di un liceo: ” Nessun confine, solo orizzonti”.
I confini e il ritorno indietro li sintetizza bene  l’agitatissimo ministro dell’interno. Proposte addirittura allucinanti:  riaprire le case di tolleranza, prevedere la castrazione chimica, dare a tutti licenza di sparare per presunta difesa personale, prima gli italiani contro gli invasori straccioni da tener fuori con il filo spinato e i porti chiusi. E da ultimo, ciliegina sulla torta, la proposta che a scuola sia reso obbligatorio il grembiule!  Ecco come si risolvono i problemi della scuola, cioè della formazione dei nuovi cittadini:  Il grembiule obbligatorio, come anticipazione della divisa obbligatoria?  Quando nella mia giovinezza si andava in divisa alle esercitazioni del sabato fascista ad esaltarsi coi fucilini di legno?
E nessuno si è indignato a quella bella frase ” molti nemici molto onore?”
Sento che si vuole il trionfo dell’ignoranza, della dimenticanza, della cattiveria. Per pescare simpatie  e votii tra i nostalgici  del “si stava meglio quando si stava peggio” e i disinformati del “Mussolini che ha fatto cose buone”.  Cioè si vuole cogliere il frutto della mancata istruzione o informazione storica. Nelle scuole nel dopoguerra, non si è mai insegnata la storia dell’ultima guerra e la verità sociale del fascismo.  Si stringe la mascella, si mettono divise e pugni sui fianchi.  Per mostrare un inesistente coraggio.
Coraggio e forza sono percepiti come valori positivi, ammirevoli, necessari.
 Invece non ci vuole nessun coraggio a dire “non ti voglio”, “fuori da casa mia”, Nessun coraggio e nessun cervello. E’ sufficiente la cattiveria, l’odio, il rifiuto cieco.   Il coraggio è  riflettere,  cercare soluzioni  cercare di capire.  Quel coraggio sarebbe vera   forza. La cattiveria è solamente debolezza, rinuncia ad essere umani. ritorno all’uomo delle caverne.
Creare paura e servirsi della paura . Creare odio e dare le armi a questo odio. Come ha fatto Hitler.
Non  ho voluto chiedermi se le opposizioni combattono abbastanza. Non ne sento la sufficiente forza. Forse perché non se ne parla. In TV vedo tante facce nuove e temo che questi nuovi arrivati al comando, abbiano abbondantemente occupato poltrone e strapuntini, dopo aver tanto tuonato contro gli altri.  Ho voluto chiedermi se potevo io, fare qualcosa. Non posso molto, per forze e per età. Posso però mettere a disposizione le mie riflessioni, in questo blog così esiguo. Sarà poco, ma i tanti “poco” potranno fare “abbastanza”.

Libertà

Ieri mattina, in una breve intervista ad Agorà ho parlato di Libertà e coraggio. Chi vuole può recuperarla qui, cliccando a destra sugli “Highlighgts”. “25 aprile: la testimonianza di chi lo ha vissuto”.

Sempre per il 25 aprile, ho inviato un messaggio all’ANPI di Pomezia per la locale festa della Liberazione, che voglio riportare qui:

Carissimi amici,

vi sono grata di sapervi qui, giovani e meno giovani, per ricordare il 25 aprile, giornata della liberazione,
Chi vuole sminuire e  ignorare questa data significa che vuole nascondere il valore della libertà, perché è proprio da quella data che è avvenuto il passaggio dalla dittatura alla democrazia.
Ed è bene ricordare oggi la differenza tra libertà e non libertà.
Quelli che  tanto tranquillamente cercano di rivalutare il fascismo, si organizzano,  manifestano  o sfilano, possono  farlo perché i partigiani, i resistenti, gli antifascisti, hanno donato anche a loro la libertà,  il diritto di esprimersi. E dovrebbero ringraziarli. E’ stata data la  libertà anche agli oppositori. Con un limite, però.  Il limite di non intaccare i valori fondanti sanciti dalla nostra bella Costituzione. Il limite di non tornare indietro.
Qui a Pomezia si ricorda, anche e giustamente, la fondazione della città e la trasformazione agraria del territorio.  Certamente una città che nasce, una terra che è dissodata, dei cittadini che escono da una atavica miseria e arrivano ad avere un futuro, sono cose da ricordare. E’ un dovere ricordare. Ma è anche un dovere conoscere l’altro lato della realtà.
 In quei tempi chi si opponeva al fascismo, perdeva il lavoro.
Questi coloni venivano dal nord, dal nord povero. Anch’io vengo dal nord, terra padana, provincia di Reggio Emilia.
 Lì ricordo mio padre, cacciato nel 1932 dopo quattro giorni da un posto di lavoro, perché dall’alto si era accertato che non aveva la tessera  del fascio. Anzi, più grave,  che era stato tra i fondatori e difensori della Casa del Popolo e della cooperativa, poi  bruciate dai fascisti.   Cioè era stato  tra quegli gli ex combattenti della prima guerra mondiale che , per pacifismo e voglia di giustizia, avevano militato  nelle file dei socialisti e poi dei comunisti. Ovviamente era stato  “opportunamente” manganellato.
 Questa era la non-libertà.  Nessun giornale libero, nessuna possibilità di libero sindacato o libera associazione, andare in carcere per una barzelletta, non poter ascoltare certa musica o leggere certi libri, non poter espatriare e nemmeno trasferirsi in città, andare in galera o al confino solo per un sospetto, per un nonnulla, per religione diversa, per omosessualità, o per qualsiasi pretesto.
 E torno sulla storia di mio padre, che viene trascinato in galera lo stesso giorno della nascita di mio fratello. Io non avevo ancora cinque anni, ma lo ricordo chiaramente. Tornava dall’aver  denunciato la nascita del figlio e quei due tipi in spolverino se lo portavano via. Era fine giugno , e lui, stranamente, si portò  la mantellina militare che gli era rimasta dalla guerra. Era accusato di aver diffuso volantini, volantini che ricordavano la data del primo maggio e i diritti dei lavoratori.  Quando è tornato per amnistia e per mancanza di  prove, era gennaio e  mio fratello quasi camminava.
Ed ora entra in scena mia madre, rimasta sola con noi due.   Quindi il tema delle donne.
Le donne non avevano nessun diritto. Solo dei doveri. Crescere tanti figli per la grandezza della patria e per le tante gloriose guerre. All’antico maschilismo si è aggiunta un po’ di retorica, con qualche sport per le giovani benestanti, ma poi a casa, a sospirare per figli e mariti in guerra in Africa  o  in Albania,  obbligate a dare la fede d’oro per la guerra.  E nelle necessità di guerra, sostituire gli uomini, figli mariti fidanzati, nelle fabbriche e nei campi, con abilità uguali,  ma con paga quasi la metà.
Ecco perché molte donne hanno partecipato o sostenuto la guerra di liberazione.
Ecco perché, anch’io a sedici e diciassette anni ho scelto di impegnarmi. Con me c’era mia madre, mia zia, due cugine, altre  zie, vicine di casa, tutte non riconosciute come combattenti o patriote. Tutte aiutavano in mille modi  cioè rendevano  possibile  la lotta dei ragazzi partigiani. Le operaie delle fabbriche, le braccianti agricole, le contadine. Nello stesso tempo, tutte volevano quel cambiamento che chiamiamo liberazione, o ancor meglio libertà. E per le donne si sognava quello che, con parola moderna, chiamiamo emancipazione  e che  ancora è da conquistare del tutto.
 Ecco perché è necessario ricordare.
Ricordare tutto, però. Ricordare bene!
Insegnare la storia nelle scuole.  Conoscere per evitare di ricadere in antichi inganni e antichi veleni.
Ricordare che il coraggio non è violenza.  Ci vuole più coraggio ad accogliere che a respingere. Ci vuole più forza a comprendere che ad escludere.  Perciò grazie di essere qui, sotto le bandiere della Repubblica democratica, della pace e dell’Europa unita.

Sulla memoria è necessario ritornare, visto che qualcuno distorce la storia e troppi non si vergognano di rivalutare o rivendicare il fascismo.

 

Che strumenti abbiamo per confermare i fatti storici, per approfondirli nella loro complessità e quindi per giudicarli? Abbiamo gli archivi. Che di solito sono di carte, fragili, deperibili, precarie.  Ora dovremmo avere anche tutto il registrato, cioè quella cosa mostruosa e infinita che è la rete.
Qualche giorno fa, cioè il famoso 8 marzo giornata internazionale della donna, è andata “in rete” sul sito di Repubblica, la storia di una partigiana emiliana, Mimma, di cui già ho scritto e che mi sta molto a cuore. Il merito di questa pubblicazione va al giornalista Marco Patucchi che lavora per quella testata, e alla cara Raffaella Cortese De Bosis, ricercatrice  storica e amica.  A loro  sono molto grata e riconoscente per questa messa in rete, che ha avuto ben quattordicimila e cinquecento visualizzazioni. Cioè 14.500 lettori!
Su Mimma ho già scritto.  Con settanta anni di ritardo stiamo chiedendo per lei un riconoscimento dallo Stato, cioè una medaglia alla memoria. Il ritardo è stato causato  proprio dalla difficoltà di ritrovare documenti di archivio, a conferma della tardiva rivelazione dell’interessata sulle  torture subite.
E qui c’è da fare un discorso sugli archivi.
Il più conosciuto è il caso degli “armadi della vergogna”.  Armadi risalenti al dopoguerra, che contenevano i fascicoli con i dati sui delitti  compiuti dagli occupanti tedeschi e dai fascisti durante gli anni del conflitto.  E’ proprio da quegli armadi, rinvenuti negli anni, che è venuta fuori anche la storia di Mimma, imprigionata torturata e fuggita da una caserma tedesca, quella di Ciano D’Enza.
Qualcuno ha voltato verso il muro quegli armadi per nasconderne il contenuto. Cioè un archivio nascosto, annullato!  E per fortuna non distrutto, come forse è accaduto o può accadere!
Ma non è tutto. Quando Mimma, sessanta anni dopo la fine della guerra ha raccontato con fatica e dolore la sua storia, ha ricordato che i carabinieri l’avevano raggiunta a Parma per chiederle di quella vicenda.  Era successo che nel frattempo il Tribunale Militare si era attivato per ricostruire i fatti di quella caserma.  Mimma ha risposto alle domande con fatica, fino a sentirsi male. Dice:” Loro scrivevano e scrivevano e io mi sono sentita male”.
Da allora, dal 2005, in noi, suoi concittadini, è nata la volontà di chiedere un doveroso riconoscimento, una onorificenza. Ma serviva una documentazione,  non bastavano i  racconti.  E’ stata  Raffaella, commossa da questa storia ed allenata alle ricerche più difficili, – tipo Sant’Anna di Stazzema, delitto Moro, o fucilazioni di soldati alleati, – a mettersi alla ricerca.  Le difficoltà non ce le ha raccontate. E’ andata ad intuito, sulla traccia di competenze territoriali ed ex tribunali militari, carabinieri ed esercito, finché ha trovato un documento, proprio il verbale di quella visita dei carabinieri che si è conclusa con il malore di Mimma.
E qui ritorna il discorso sugli archivi. Perché quel documento di Mimma si trovava dove non doveva essere!  Era in un fascicolo il cui titolo indicava persone fucilate.  E’ stato per caso o per malizia che quel verbale è stato messo fuori posto? O per semplice e solita incuria, incapacità, trascuratezza?  E’ soltanto merito di Raffaella, certamente esperta di archivi e di tranelli,  se quel foglio prezioso è stato recuperato!
Purtroppo ci sono archivi che non sono degni di questo nome. Cioè sono accozzaglie di faldoni, forse in attesa di sistemazione, oppure di rottamazione. Anche quelli raccolti e ordinati possono essere in pericolo per muffe, umidità, insetti  o addirittura topi.
E ciò che viene raccolto in rete, che futuro avrà?  Ci saranno archivi telematici?  Ci si è già posto il problema della tutela, della conservazione, della accessibilità?  O basterà un clic per distruggere tutto?
Da questa esperienza mi viene un’altra riflessione.
Anche i Musei sono archivi di memoria. Ne sto conoscendo i segreti e le strutture  da quando frequento quello della didattica, il MusEd di Roma.  Proprio da come sono strutturati  ne viene garantita e resa fruibile la funzione. Che appunto è funzione di memoria storica.  Nel nostro caso,  accanto al “cartaceo” c’è anche la versione in rete.
Forse è questa la strada.
Infatti i valori custoditi in un Museo devono essere non solo attraenti e visitabili, ma anche accessibili a chi vuole o deve ricostruire la storia, accertare avvenimenti e rifletterci.  Essere bravi archivisti è una professione di tutto rispetto e di natura intellettuale.
La stessa riflessione vale anche per le biblioteche,  di volumi antichi o di opere più vicine.  Di solito hanno schedari ed elenchi, cioè mappe di percorso.  Ci pensavo  vedendo in TV  “Il nome della rosa” e riflettevo che  tutti noi abbiamo le case piene di libri, ed anche per noi a volte esiste il problema di come ritrovarli se non abbiamo adottato qualche criterio nel collocarli.  Cioè se non abbiamo reso fruibile e utilizzabile il nostro “archivio” privato.
Perché i libri e i documenti diventano qualcosa di vivo e di prezioso soltanto se il nostro interesse o la nostra curiosità li fa diventare preziosi e utili, strumenti di conoscenza,  non oggetti e non arredamento.

Mimma

L’8 marzo sul sito di Repubblica è stata pubblicata in video e con un articolo, la storia di Mimma, Francesca Del Rio, una partigiana che ha saputo resistere alle molte torture ed ha continuato a lottare.

Le cosiddette visualizzazioni  sono state tantissime, addirittura 14 mila e 500,  superando tutti  il contemporaneo argomento TAV.  Potenza della rete! Potenza  e importanza del ricordo!

Intanto il 9 marzo,  nei luoghi dove Mimma ha vissuto e lottato, è stata dedicata una piazza al suo nome e al suo ricordo. A Bibbiano, provincia di Reggio Emilia, una affollata cerimonia ha inaugurato il luogo, che è simbolicamente il centro  della socialità e della collettività del posto. Tra la scuola dell’infanzia, il Centro Diurno per gli anziani  e il complesso delle scuole dell’obbligo, quel nome e quella qualifica di staffetta partigiana,  ricorda a tutti che i diritti dei bambini, la bellezza della cultura, il valore  dell’uguaglianza. ed in più la cura e l’attenzione per gli anziani, sono conquiste che partono proprio da quelle storie, dalla storia e dalla lotta di Mimma e di tutte le sue compagne e compagni.
Alcuni dei quali erano presenti, perché si tratta soltanto di una generazione fa.
Era presente  mio fratello Orio, che, tredicenne,  mandavo da Mimma   con ordini e volantini. Erano presenti Tommaso Fiocchi e Giuseppina Viani, compresi in quell’elenco che riconosce come combattenti della libertà 271 bibbianesi.  Mimma non era tra le 32 donne di quel paese, perché apparteneva al vicino paese di San Polo d’Enza.  Tra l’altro non si era fatta riconoscere tutti i mesi della sua militanza che risalivano alla primavera del ’44, ma risultano soltanto i mesi in montagna dopo la sua fuga dal carcere di Ciano, cioè da gennaio ad aprile del ’45.
Intitolare un luogo ad una persona esemplare, significa valorizzare una storia che riguarda tutti. Mimma è stata combattente per la libertà di tutti. Ha patito le torture intime  che dalla notte dei tempi sono arma di guerra sul corpo delle donne, ricordate dal premio Nobel per la pace dell’anno appena passato.
E’ significativo che per la cerimonia ufficiale sia stata scelta una data vicina all’8 marzo perché il cammino non  si conclude con la fine della guerra.  Faticosa e lunga c’è la  ricostruzione, la rinascita. Mimma, come tante altre donne, ha lottato per i diritti, prima di tutto  il diritto alla cultura, che lei ha affrontato  alle scuole serali, da lavoratrice e da madre .
Il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, ha aperto la festosa e affollata cerimonia. La cosa più bella è stata la presenza di tanti ragazzi e ragazze. Sono stati loro a reggere le  bandiere , attuali e storiche, recuperate e preservate.  Sono stati loro a leggere l’emozionante racconto di Mimma, registrato e trascritto da una classe terza media di anni fa.  Racconto-intervista di cui ha parlato l’insegnante di allora, la professoressa Ives Arduini, facendoci conoscere una Mimma semplice e dignitosa, ancora sofferente per l’impossibilità di dimenticare.  Il testo di quel racconto ai ragazzi, pubblicato  a suo tempo, è allegato a tutti gli altri documenti presentati a corredo della proposta di onorificenza a Mimma, proposta ancora ferma al Ministero degli Interni.
Presenti e dignitosamente commossi, i due figli di Mimma, arrivati da Parma.
Accanto a me la ricercatrice  Raffaella Cortese De Bosis,  ha raccontato la fatica e gli ostacoli per reperire i documenti da allegare alla richiesta di onorificenza.  Conoscere certi particolari sulla condizione degli archivi,  fa pensare alla volontà di nascondere certe prove anziché  preservarle. E non si tratta solo degli armadi della vergogna.
Importanti e significative altre presenze. Dagli altri comuni  che sono stati i luoghi di lotta di Mimma, sono venuti  i rappresentanti dei sindaci  che hanno sottoscritto la richiesta di onorificenza a Mimma.  Altrettanto presenti i dirigenti e amici delle associazioni ANPI, provinciali e locali, con la delegazione da San Polo, guidata da Sulpizio, ex sindaco e figlio del comandante Guerra, del quale ho tanti ricordi.  E, a mio conforto, un bel gruppo di insegnanti anche dai paesi vicini, che ho conosciuto in questi anni.
A conclusione mio fratello, ex sindaco per due consiliature e  attuale organizzatore di memoria, ha informato sulle iniziative che spiegano la presenza di tutti quei giovani e giovanissimi. A fine mese la visita a Firenze al Cimitero degli  alleati e a maggio il solito viaggio della memoria a Mauthausen, che quest’anno si ripete per la ventiquattresima  volta!
Nella bella giornata di primavera, il canto Bella Ciao sostenuto in prima voce da una ragazza,  ha dato un’onda di festa e di speranza.

Sono felicissima di far conoscere una vicenda straordinaria che mi è successa.

Con Lorenzo Cantatore

La consegna dell’archivio

Il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre, ha accolto nelle sale del suo Museo storico della didattica, la documentazione del mio insegnamento, raccolto nei numerosissimi giornalini scolastici.
Si tratta di otto voluminosi raccoglitori coi lavori di otto anni di insegnamento, che testimoniano la validità  del giornalino scolastico, la didattica dei beni culturali, la eccezionale esperienza delle “settimane di scambio”.
Li ho consegnati martedi 26 febbraio scorso, accompagnata dai miei figli e da uno dei nipoti. Ad accogliermi il Direttore del Museo Lorenzo Cantatore, e i professori Francesca Gagliardo, Giampiero  Maragoni, Carmela Covato, Chiara Meta, Francesca Borruso ed Elena Zizioli.  Non poteva esserci miglior atmosfera di interesse e di condivisione. Lunghe ore di dialogo e di progetti.
E’ un riconoscimento che mi ha emozionato anche perché inatteso.  E’ quasi incredibile che le mie fatiche possano essere a disposizione dei laureandi e dei curiosi, accanto ai documenti della grande Maria Montessori, e di Giuseppe Lombardo Radice, Antonio Labriola, Mauro Laeng, Ruggero Bonghi. Accanto alle foto e agli oggetti degli eroici pionieri delle scuole dell’Agro Romano e delle paludi pontine con Sibilla Aleramo e Duilio Gambellotti. E vicino all’archivio ricchissimo di  Mario Alighiero Manacorda, come di Albino Bernardini e di Marcello Argilli.
Visitando le ricche raccolte di oggetti libri arredi  fotografie che fanno la storia della scuola dall’unità d’Italia in poi, si è catturati dall’interesse, dall’emozione e dalla sorpresa.  Il nostro diritto allo studio sancito dalla Costituzione, ha un cammino difficile e purtroppo relativamente breve. Ci si accorge che  va di pari passo con i grandi diritti sociali e politici e al principio di eguaglianza.
Mi sono chiesta da dove ho attinto per insegnare in quel modo. Cioè che nessuno deve rimanere indietro. Che ci si deve aiutare, cioè la classe è una comunità dove il successo di uno è il successo di tutti.  Dove il mondo esterno ci interessa e ci riguarda. Dove il passato è da conoscere partendo dalla storia dei genitori e dei nonni. Dove la comunità più grande, cioè l’Italia ha il suo cammino leggibile nei suoi monumenti , nella sua civiltà e per fortuna nelle sue bellezze. Dove il valore più grande è la comprensione reciproca e quindi la pace tra i popoli, e la  comunione con gli stati vicini nell’area europea.
Pensandoci a posteriori sono gli ideali della Resistenza come l’ho vissuta io. Del pacifismo di mio padre, reduce della prima guerra mondiale.  Dei sogni del “sol dell’avvenire” di novecentesca memoria. Della ribellione di mia madre donna che si sentiva sminuita e limitata. Del mio doloroso ricordo della miseria anteguerra e dopoguerra, dell’umiliazione delle mie coetanee impossibilitate ad andare a scuola e quindi giudicate inferiori perché non istruite. Delle ingiustizie e delle prepotenze che le donne e gli uomini più poveri, nelle campagne o nei borghi, dovevano sopportare da parte dei potenti, padroni o caporioni fascisti.
E senza parere mi hanno aiutato anche le esperienze lavorative che ho affrontato con  maggiore o minore buona volontà negli anni prima dell’insegnamento, cioè negli anni in cui a Novara, con spasmodico impegno e un po’ di presunzione, sono stata redattrice di un giornale settimanale.  Forse mi hanno servito anche gli anni che chiamo “di purgatorio” o di “penitenza” trascorsi al Ministero della Pubblica Istruzione, dove ho potuto imparare leggi e regolamenti.
Gli anni di scuola sono stati per me i più  belli, anche se sofferti, faticosi, problematici. Anni, anzi mesi, settimane e giorni da inventare strada facendo, con l’aiuto della mia bellissima famiglia e con l’ossigeno dello sguardo dei miei allievi, del loro sorriso, della loro allegria, dei loro sforzi.
Ora quegli ex scolari sono grandi, sono padri e madri. Gli ultimi, quelli delle settimane di scambio,  hanno 46 anni. In qualche modo siamo ancora in contatto, come con molte delle loro madri o padri. Genitori che non solo ho coinvolto, ma li ho fatti tanto collaborare che si sono create amicizie tuttora vive, con episodi di aiuto reciproco in momenti difficili.
Li sto informando e già vedo che anche loro condividono la mia emozione e la mia felicità.
Cercherò di avere ancora l’energia per  accompagnare questa avventura in incontri e iniziative già programmate, ma di cui ancora non è il momento  di parlarne.

Speranza

(questa lettera è stata pubblicata da Sergio Staino sul suo blog. La riporto anche qui).

Carissimo Sergio,

 ho letto  e riletto la lunga riflessione di Veltroni su Repubblica di ieri.  Oggi  c’è il commento di Scalfari. Io, che sono del secolo scorso e che come Scalfari ho la testa bianca, non  posso fare altro che raccontare le mie paure e le mie speranze. Anzi, mi permetto di avanzare dei suggerimenti, sperando di non essere considerata un po’ svanita.
La deriva di destra dei nostri neogoveranti non è soltanto preoccupante. Deve far paura. Nuota nel grande mare della disinformazione e dell’egoismo, ben nutrito da vent’anni di televisione berlusconiana vuota e superficiale.  Ci vuole poco a cadere fuori dalla democrazia se passa il concetto che le regole non valgono più, ne’ per chi governa ne’ per il cittadino.  Le regole dell’Europa o quelle della Costituzione.
L’Europa è stata la conquista più importante del novecento, per la pace e per le frontiere aperte, per i nostri ragazzi che ci vanno a studiare e a lavorare, per il turismo e per l’economia che può competere con gli altri continenti in epoca di globalismo.
Che ci siano delle criticità e delle cose da cambiare è innegabile. Sarebbe troppo bello che non ci fossero visioni diverse nate da  realtà diverse e storie diverse. Ma i traguardi alti non sono mai facili da raggiungere, sia nel pubblico che nel privato.  Ci sarebbe solo da andare avanti con determinazione e pazienza.
Nel nostro paese la caduta dei valori e la cattiveria xenofoba è tangibile e forse crescente. Credo che molti, come me, ne siano preoccupati .
Non basta preoccuparsi, bisogna reagire.
Che Veltroni si sia espresso  per  “amore della propria comunità e per il proprio Paese”, come conclude lui, secondo me significa che vuole combattere ancora. Già ieri pensavo di augurarmi che accanto a lui scendessero altri.  Oggi Scalfari mi toglie i nomi dalla penna. Anch’io pensavo a Prodi, Gentiloni, Minniti. Lui ci mette Zanda che conosco un po’ meno. Io ci vorrei tanti altri, anche quelli ai quali qualche rimprovero va fatto, come Fassino, Rutelli, Enrico Letta, Delrio.
Direte: sono tutti vecchi, la vecchia classe dirigente !  Sì, certo, a qualcuno di loro dobbiamo perdonare qualcosa o molto. Tanti di loro debbono metter da parte vecchi dolori o risentimenti e dare quello che ancora possono dare.  Ma vorrei che  ognuno di loro portasse alla lotta qualcuno dei giovani,  pescando e stimolando tra i loro allievi universitari, ragazzi  e ragazze,  sindaci e operatori culurali, ricercatori, scrittori.
Ci vorrei nella squadra pro democrazia e pro Europa, accanto al sindaco di Riace,  anche i Cacciari e i Saviano, che si mettano la mano sul cuore e  vengano a sporcarsele le mani, a mettersi in gioco, a dimostrare che anche essendo diversi ci si può unire. Che non basta discutere o criticare.  Ora è il momento di fare.
Tra i giovani da considerare, voglio suggerire Elia Minari, giovane combattente e scrittore che ha indagato e denunciato la mafia nelle terre reggiane e sta girando per l’Italia a combattere la sua battaglia. L’ho  incontrato a Bibbiano, insieme al Procuratore di Reggio Calabria Gratteri.
E ci vorrei tante donne, non solo le ultime che hanno lavorato bene nei vari governi e in Europa, ma quelle del sindacato come Carla Cantone o della scienza come Elena Cattaneo o Lucia Votano,e la tenace Ilaria Cucchi    o le scrittrici come la Maraini o giornaliste  come Concita De Gregorio, o registe come la Comencini.
La lista dovrebbe essere lunga e variegata. Una lista di persone diversissime, ma unite contro un pericolo comune e incombente. Un po’ come abbiamo fatto noi durante la guerra partigiana.  A dimostrare che le differenze si possono superare se il traguardo è condiviso.
Un abbraccio

 

La delegazione di Bibbiano al Cimitero Militare di Firenze

Venerdì scorso, 29 giugno, il quotidiano “La Repubblica” ha dedicato sette pagine, tutto il suo inserto culturale, alla fatica della mia amica Raffaella Cortese De Bosis, ricercatrice.  Questa fatica le è costata tre anni di impegno, su tracce d’archivio, per lo più oltre mare, per la ricostruzione di una vicenda di guerra. Un plotone di quindici ragazzi figli di italiani,  venuti dagli Stati Uniti a combattere in Italia e scomparsi non solo dalla vita ma anche dalla memoria.

Raffaella ha ricomposto tutti i tasselli, inseguito i parenti al di qua e al di là dell’oceano, recuperato immagini e documenti,  illuminato tutti i dolori e le fatiche dei nostri  migranti che fino all’inizio del secolo scorso fuggivano verso il nuovo mondo a ricerca di una nuova vita meno povera e dolorosa.
Raffaella,  in quelle sette pagine, assieme al giornalista Marco Patucchi, ha rifatto la storia di una missione di sabotaggio che dal mare della Liguria doveva far saltare un tunnell sotterraneo della ferrovia Genova-Pisa.  Missione fallita per l’ostilità del mare e per la pochezza delle strumentazioni dell’epoca.
E’ ricostruita la storia di tutti i quindici ragazzi,  ma anche dell’ufficiale nazista che li ha fucilati  subito, nel marzo del 1944, a dispetto di tutti i trattati, quando le vittime indossavano ancora le divise statunitensi. Ed è ricostruita la storia di tutte le quindici famiglie di origine, approdate alle varie latitudini degli Stati Uniti, tutte storie di fatiche e povere di successi, quasi sempre affollate di  figli.
Ciò che sul giornale non si dice, è la fatica e la strategia che la mia amica ha dovuto mettere in atto per raggiungere tante famiglie. Me ne ha accennato sorridendo. Strategie di  approccio per non  essere scambiata per una strana scocciatrice, dialogo e documenti per  aiutare a ricostruire le memorie perdute, antenne per intuire l’emozione e la meraviglia di una vicenda sconosciuta,  dare notizia del luogo di sepoltura, sorreggere la riemersione di un dolore. Guadagnare fiducia per Gabriella è cosa facile, così dotata di simpatia e delicatezza. Così si spiega come abbia potuto farsi dare fotografie e documenti, molti dei quali compaiono sulla ricostruzione di Repubblica.
Questi quindici ragazzi italo-americani riposano nel cimitero militare di Firenze.
Proprio quest’anno mio fratello Orio,  per l’Anpi e assieme al sindaco di Bibbiano, ha guidato una bella delegazione di studenti a quel cimitero militare, dove  riposano  due aviatori americani che lui ragazzo ha visto cadere nei campi verso Montecchio.
E il 25 aprile scorso Raffaella è stata invitata a Postiglione, provincia di Salerno, dove il Comune ha scoperto una lapide in memoria del ventitreenne John J, Leone, matricola 32577443, figlio di Emilio Leone , emigrato da quel piccolo delizioso  paese nei primi anni del secolo.
Non buttate quelle pagine , o se potete recuperatele. Raffaella ha al suo attivo un altrettanto prezioso lavoro sulla strage di Sant’Anna di Stazzema e una ricostruzione anche documentaria sul lager sotterraneo di Mittelbau Dora in Germania.  Per me e per i Comuni di Bibbiano, Canossa e San Polo d’Enza ha scovato i documenti sulla straordinaria storia di Francesca Del Rio “Mimma”, partigiana torturata a Ciano d’Enza dai tedeschi per la quale abbiamo in corso la richiesta di una onorificenza.
Il reportage di Repubblica si conclude con questa frase :
“Ricordare è essenziale in questi anni di smarrimento della memoria e di strisciante ripresa di fascismi più o meno espliciti, più o meno consapevoli. Gli uomini e le donne che hanno vissuto in prima persona anni sconvolgenti e decisivi per la libertà di tutti noi, uno alla volta ci lasceranno per sempre: ed allora il ricordo diventa risorsa preziosissima per non confondere vittime e carnefici, per non cancellare come una linea di gesso spolverata dal vento il confine tra il bene e il male. Oltre settanta anni fa quel confine era chiarissimo, senza se e senza ma. Ricordiamolo e rintracciamolo, affinché quanto è accaduto non si ripeta mai più.”