Su Claudio

Al congresso della Fillea, a Rimini 1977

               In missione per un ideale laico

Ecco la nostra storia di inviati comunisti in missione.

Mio marito, Claudio Truffi,  nel 1948  è stato destinato a Novara per volere della  direzione  nazionale del Partito Comunista, su richiesta dei dirigenti locali di quel partito.

Questa decisione non era nata per caso. Bisogna fare un passo indietro.

Claudio si era distinto a Reggio Emilia subito dopo la liberazione come indipendente nell’organizzazione giovanile del Fronte della Gioventù . Era poi entrato nel PCI,  e, nel 1947,  chiamato a dirigere la commissione stampa e propaganda della federazione provinciale.  In questa veste, a  suo merito è ricordato il primo grande Festival dell’Unità al Parco Terrachini, dove venne anche  Togliatti. Nell’autunno del ’47,   fu inviato  alla scuola nazionale del PCI,  vicino a Roma, alle Frattocchie. Era una scuola convitto prestigiosa che doveva durare sei mesi. Secondo gli orientamenti di allora, le scuole di partito intendevano creare una forte schiera di dirigenti preparati, cioè la nuova classe politica. Vi si studiava seriamente, soprattutto vi si imparava a studiare.

Claudio in quella scuola  si è distinto, tanto che ha avuto i giudizi più alti. Prima della scadenza dei sei mesi, vennero indette  le  elezioni politiche, quelle  del 18 aprile ’48. Perciò  gli allievi di quella prestigiosa scuola furono mandati in varie parti d’Italia   a dare  manforte agli attivisti del posto. Quella battaglia  era  giustamente ritenuta importantissima ed ottimisticamente creduta vincente. A  Claudio venne assegnata Novara, una provincia vastissima, che andava dalle risaie  alle Alpi. Comprendeva ancora l’attuale provincia del Verbano Cusio Ossola, i laghi D’Orta e Maggiore e le valli  fino alla Svizzera.

L’impegno di Claudio in quella battaglia è stato grandissimo, e non solo per quantità.

Quella campagna elettorale fu molto dura ed anche avventurosa. Mi è stata descritta da lui e da altri. Erano gli anni della guerra fredda . In Italia, dopo l’esclusione dei comunisti dal governo, sia la Democrazia Cristiana che la Chiesa conducevano una lotta  durissima contro  le sinistre. Era la stagione del Fronte Popolare, comunisti e socialisti uniti sotto il simbolo di Garibaldi. .

In quella campagna elettorale Claudio aveva percorso in lungo e in largo tutta la provincia, fino a Domodossola. Tutti i paesi, paesini e frazioni avevano dovuto ascoltare i suoi appassionati comizi. Mi raccontava di quelli buoni, nei grandi e bei paesi di fondovalle, quelli dove era stata vissuta l’epopea della Resistenza, quelli delle grandi fabbriche metallurgiche o tessili , dove c’erano  tradizioni e persone di sinistra .Lì c’era folla,  entusiasmo e attivismo. Altrove,   nei centri minori o nelle campagne, potevi trovare un  grigiore depresso, poca gente o addirittura nessuno.  Lì ci  andavi col camioncino e gli altoparlanti, facevi gli annunci e attaccavi i manifesti, poi  qualche ora dopo, mettevi un tavolo nel punto migliore  oppure salivi sul camioncino e facevi il comizio alla piazza vuota, sperando che da dietro le finestre o le porte ti ascoltassero ugualmente, a dispetto del prete,  del  signorotto e dei loro  anatemi.

Claudio non soltanto era bravo a parlare, ma sapeva trascinare e soprattutto sapeva organizzare, sfruttare tutte le opportunità e mobilitare gli altri.

Conseguenza  logica, quindi, che i dirigenti del posto, dopo averlo visto all’opera,  facessero di tutto per tenerselo, per  strapparlo via  da Reggio, specialmente dopo la batosta di quel 18 aprile. La direzione del partito accolse la richiesta e iniziarono le trattative.

Furono trattative, perché Claudio sollevò il problema mio e nostro.

Avevamo già deciso di sposarci, non prestissimo, ma entro l’anno.

In quel momento   io insegnavo in montagna, a Vaglie di Ligonchio. In precedenza, dopo aver fatto la guerra partigiana con tutta la mia famiglia, ero stata eletta negli organi dirigenti provinciali  del partito e avevo organizzato e diretto l’associazione delle ragazze, l’ARI, che a Reggio era la più forte d’Italia.. Mi ero fatta  conoscere anche  in campo nazionale.  Così la richiesta di sradicare Claudio da Reggio coinvolse anche me. Si disse che mi si recuperava alla politica.

Mi fu fatta la proposta allettante, forse sollecitata da Claudio, di  affidarmi la redazione del giornale settimanale della federazione. Fu così che  nel giro di qualche mese, terminato l’anno scolastico, ci siamo sposati e il giorno stesso ci siamo trapiantati in quella  città  che allora sembrava tanto lontana.

                 Il distacco e i disagi

Il nostro emigrare  non è stato privo di dolori. Non solo nostri, ma anche delle famiglie d’origine

Il 12 giugno del  1948,   dopo la cerimonia di matrimonio  in Comune a Bibbiano e dopo il pranzo in casa,  il “comandante Ciro” e il segretario  “Willy” Schiapparelli, ci hanno portato a Novara con la macchina  della  federazione comunista.  “Ciro”, cioè Eraldo Gastone, già eroe della resistenza in Valdossola, guidava la macchina un po’ distrattamente, per strade statali interminabili

Posso dire che ero felice, piena di entusiasmo e di speranze per quel percorso nuovo di vita che ci aspettava. Ma pensavo ai miei e a mia madre. L’avevo lasciata in lacrime. Un pianto così grande che non le conoscevo.  Non era un pianto di commozione, ma di vera angoscia. Lei, più consapevole di me, intuiva già i dolori e i sacrifici che avremmo trovato in quella città lontana e con quel tipo di impegno. Questo nuovo distacco  era l’ultimo  per lei  di una serie di dolori e di tensioni. Dopo aver tanto sacrificato per farmi studiare e dopo tutte le sofferenze della guerra, dopo essersi impegnata lei stessa con tutti noi in famiglia nella Resistenza, mi vedeva andar via, lontano, quando avrei potuto restare , avendo la prospettiva quasi sicura dell’ insegnamento. Era per la mia famiglia  un periodo di particolari difficoltà economiche.  Invece, sia lei che mio padre hanno condiviso da subito le nostre decisioni. Non hanno sollevato obiezioni e tantomeno divieti,  anche se avrebbero potuto, dal momento che per la legge ero ancora minorenne.

Che a Novara ci aspettassero sacrifici lo sapevamo anche noi. Ma un conto è pensarlo, altro conto è viverlo

Accampati in  due stanze in coabitazione con altre due famiglie, avevamo solo i mobili della camera da letto, acquistata a rate da un artigiano di Novellara, smontata e rimontata malamente da compagni volonterosi e ancora quasi tutta  da pagare.  Per cucina c’era un tavolo preso nella ex casa del fascio, cioè  casa del Popolo e  federazione del PCI. Aveva  un piede mezzo rotto sostenuto da una stecca. Poi avevamo due sedie pieghevoli, di quelle a listelli da osteria di una volta, molto traballanti.  Sul tavolo un fornellino elettrico a spirali, e,  per i pochi piatti e padelle,  un piccolo mobile a scaffali,  da ufficio.  Il  bagnetto assegnato a noi era piccolissimo con un minuscolo lavabo,  un water e  una finestrella verso le scale. Era il bagno destinato alla donna di servizio in quel grande signorile  appartamento.

Mangiavamo alla mensa dell’UNRRA, che era una specie di mensa dei poveri, da dopoguerra.

Dopo un bel po’ di anni siamo  passati alle stanze vicine, sempre due, ma una era la cucina, con un  vero lavandino,  un fornelletto a gas e un armadio a muro. Però, grande passo avanti, il bagno aveva la vasca, ma niente riscaldamento, ne’ acqua calda.  Infatti l’appartamento, grandissimo,  che andava fino all’ala opposta, aveva una caldaia autonoma e un impianto adeguato, ma noi non avevamo il carbone ne’  la cantina. D’inverno si moriva di freddo, quasi come a Bibbiano, col solo vantaggio di buoni  muri  e di piccole stufe elettriche da usare con parsimonia.

Altrettanto di fortuna era il trattamento economico. Per lunghi periodi si andava avanti ad acconti di cinquecento  o mille lire , senza sapere quando se ne poteva ricevere  altri. Era festa grossa se  l’acconto superava le cinquemila lire. Inoltre noi eravamo talmente senza vestiti,  scarpe e  persino biancheria personale, che  dovevamo spesso  affrontare spese di  emergenza. Non c’era spazio, certo, per pensare a mobili o attrezzature casalinghe.

A  questo quadro logistico assomigliavano molto anche le condizioni di lavoro.

A Novara nel 1949, con Togliatti, Scarpa, Schiapparelli e Zampieri

Eravamo arrivati a Novara di sabato. La domenica l’abbiamo trascorsa a conoscere compagni e a regalare confetti. Il lunedì  eravamo già in federazione a darci da fare col lavoro.

Il sabato e la domenica successivi   siamo andati ad Omegna e Domodossola in treno. C’era  un convegno e siccome avevamo dormito in albergo, ho scritto a casa che  mi serviva  un certificato di matrimonio, per  evitare future contestazioni.

Claudio è  stato nominato quasi subito vice segretario della Federazione.

Segretario era Stefano Schiapparelli, “Willy”, personaggio notevole, simpaticissimo, straripante e molto autoritario. “Willy” aveva un biografia sorprendente, di cui però non si vantava. A otto anni era stato a lavorare   in fornace, a tredici  era operaio tessile a Biella, poi ,  dal ’23 esule o fuoruscito in Francia,  in Belgio ed anche Olanda, ove collezionava lotte,  arresti ed espulsioni, fino ad approdare a Mosca nel ’34 e ’35 e infine a Marsiglia e Cannes   nella guerra nel “Maqui”.

Non era facile lavorare con questo dirigente, attivissimo, pletorico, facile agli attacchi di collera e dal linguaggio colorito e dissacrante. Claudio era riuscito a conquistarlo, forse perché come carattere era tutto l’opposto. Claudio era sempre calmo, riflessivo, corretto e molto determinato. Le sue intuizioni e le sue iniziative avevano alla fine il consenso e il sopravvento sull’attivismo un po’ caotico e improvvisato di “Willy”:

Devo dire che in quella città Claudio era molto in sintonia con altri dirigenti del posto. Direi che chi gli assomigliava di più come personalità, era Eraldo Gastone,  “Ciro”. Anche Vincenzo Moscatelli,  il comandante “Cino”, era una  bella persona. Entrambi erano al Parlamento,  deputati o senatori. Poi c’era Sergio Scarpa, detto”Geo”, anche lui ex ufficiale partigiano e deputato.

Ci siamo affezionati ben presto non solo a questi personaggi di primo piano, ma anche a persone umili,  che costituivano l’apparato, come un certo Paglino, che era portiere o custode, uomo molto modesto ma molto rispettato, per i lunghi anni di carcere che si era fatto assieme a quasi tutti i capi del partito,  Paietta, Terracini e non so chi altro. Od anche il “vecchio” Filopanti, molto male in arnese, che aveva una ugualmente gloriosa aureola di carcerato politico di lungo corso, che sorrideva sempre e raccontava barzellette.

Io ero molto affezionata a Gisella Floreanini, bellissima donna, valorosa ministra della Repubblica partigiana di Domodossola, prima donna in Italia a ricoprire tale carica, quando ancora il voto alle donne era di là da venire. Gisella, partigiana, quando si sentì proporre il Ministero “della carità” si arrabbiò per quel termine avvilente e pretese che quel ministero fosse chiamato Ministero dell’Assistenza.  Fu lei, che nel momento della peggiore crisi di quella Repubblica, portò in salvo in Svizzera  non so quante centinaia di bambini di quelle valli e di famiglie di partigiani.

Tra le donne devo ricordare con affettuosa riconoscenza la dottoressa Marcella Balconi, deputata a furor di popolo, e pediatra, che si è occupata anche dei miei figli. Da noi spesso veniva anche mamma Paietta, Elvira, che era zia di Marcella, donna di grande fascino personale e politico. Elvira aveva incarichi di partito nella regione Piemonte e veniva a farci appassionanti riunioni.  I partigiani di Novara le volevano molto bene, anche in ricordo del suo giovanissimo figlio Gaspare, morto in battaglia in quelle valli, compianto e  ammirato. Per tutti noi, Elvira aveva anche il prestigio di essere la madre di Giancarlo e Giuliano,  così estrosi e amatissimi.

               L’ attività politica in una provincia vasta e difficile

Nemmeno un mese dopo il nostro arrivo,  a metà luglio, c’è stato l’attentato a Togliatti,  che a Novara ha visto l’occupazione  di tutte le principali fabbriche e imponenti manifestazioni. Io sono stata poco in piazza, soltanto per dare un’occhiata e poi correre a scrivere e  mettere insieme i numeri straordinari del giornale della Federazione, raccogliere notizie  per  telefono o con portanotizie in bicicletta. . In Federazione avevamo soltanto un telefono, perciò si stava in contatto con la Camera del Lavoro che aveva la sede nella stessa casa del popolo e  si utilizzavano  i pochi telefoni di casa dei dirigenti. Poi mi aspettavano le nottate in tipografia  o alla macchina da scrivere.

Sono state giornate campali per Claudio che aveva la responsabilità dell’organizzazione e  si è anche  assunta la fatica di contenere certe esasperazioni insurrezionali a imitazione di alcune vicende  della vicina Milano. Questo grosso avvenimento è stato per Claudio l’occasione per farsi conoscere ed apprezzare in campi e realtà più vaste e non solo comuniste,  come autorità  ed  esponenti  di campo avverso.

Togliatti ha poi scelto di passare la convalescenza  a Toceno, in Val Vigezzo, insieme a Nilde Iotti. La federazione di Novara ha organizzato e assistito questo soggiorno con molto affetto e molte visite. In quella circostanza è stata scattata la foto dove Claudio compare con Togliatti, Schiapparelli,  Sergio Scarpa, il partigiano  “Angin” e “Ciro” Gastone.

Altro impegno  importante  per Claudio, è stato il primo grande Festival dell’Unità, in settembre.  Vi ha trasferito  tutta la sua esperienza e la sua inventiva per un avvenimento che non s’era ancora visto da quelle parti.  Al Parco dei Bambini e sui grandi  viali detti dell’Allea sono sorti tutti gli stand possibili immaginabili ad opera delle cosiddette “brigate di lavoro” inventate già  a Reggio l’anno prima.  Fu un avvenimento imponente durato una intera settimana, che si ripeté in tutti gli anni successivi. Ne ricordiamo uno particolarmente riuscito,  forse nel ’61 oppure ’62,  un po’ disturbato dalla pioggia, con un enorme concerto di Rita Pavone, allora quasi bambina ma già molto popolare. Claudio ci disse che la cosa fu possibile perché  si ottenne un ingaggio particolarmente favorevole per intercessione del padre della cantante, allora iscritto o simpatizzante del partito. Le feste dell’Unità, che erano un vero avvenimento,  si  ripetevano negli anni  non solo a Novara, ma anche in provincia,  perchè, secondo le direttive, tutto settembre era definito ” Mese della stampa comunista”.

Gli anni seguenti sono stati per Claudio, e per tutti i funzionari comunisti di Novara, gli anni della costruzione del partito e dell’ampliamento del consenso politico. Il contributo di Claudio è stato determinante proprio per il suo incarico  di organizzatore e per il suo impegno senza limiti. Aveva  il dono di rasserenare tutti e  infondere fiducia, trascinare con l’esempio. Era infaticabile.

I  risultati sono arrivati  nel 1951, quando è stato rotto il monopolio politico della Democrazia Cristiana. Con le elezioni amministrative del 27 maggio  le sinistre  hanno conquistato  56 comuni della provincia mentre la DC perdeva  oltre 40 mila voti. Le città di Novara e Domodossola sono andate  alle destre soltanto grazie alla legge degli apparentamenti, ma  con  il  sorpasso  dei  voti di  sinistra.

In quello stesso anno  ci fu  l’arrivo in Italia del generale Eisenhower  che veniva a  comandare il patto Atlantico. A Novara e provincia ci furono scioperi e grandi manifestazioni, non solo perché Ike veniva visto come messaggero di guerra, ma anche per il concomitante arrivo nelle case di molti giovani  di centinaia di  cartoline precetto, motivo  di  allarme e costernazione.

Si era acceso il conflitto in Corea e  il governo italiano aveva fatto questo passo delle cartoline precetto preventive che oggi ci sembra assurdo.  Si  era  nella guerra fredda  che  rischiava di diventare calda.  Il governo italiano, schierato con l’America,  voleva mostrare il polso di ferro contro l’opposizione. Ci fu in Novara e in provincia una ondata di arresti pretestuosi. Fu arrestato anche Claudio, con Schiapparelli e altri dirigenti comunisti, senza altro motivo  se non di intimidire o di  decapitare il movimento. Altrettanto accadde a dirigenti sindacali o di altre associazioni considerate di sinistra.

In provincia gli arresti erano motivati come “istigazione a respingere le cartoline precetto” ma per lo più  avevano lo scopo di  frenare non solo le manifestazioni di piazza, ma soprattutto  le lotte in fabbrica. C’era in atto, infatti, una offensiva padronale di massicci licenziamenti o chiusure totali.  Alla SIAI Marchetti di Sesto Calende erano in pericolo 4500 posti di lavoro. Se ne salvarono soltanto   mille. L’anno seguente alla Valle Ticino di Cerano si minacciavano 350 licenziamenti.   A Omegna furono chiuse  la De Angeli, la Cardini e la Piemontesi. Altra ondata di 900 licenziamenti alla S:Andrea di Novara. Con vari pretesti vennero licenziati  dirigenti di commissioni interne,  arrestati attivisti  comunisti e sindacali,  collettori di  firme per la pace oppure tutti quelli che  diffondevano volantini non autorizzati o stampa di opposizione.

In quegli stessi anni molti comunisti ex partigiani, furono  incriminati per fatti di guerra  definiti delitti o crimini. Per sfuggire al carcere dovettero riparare all’estero Moranino e   “Angin”, Fernando Zampieri,   già valorosi  partigiani  e  dirigenti comunisti. Due giovani compagni novaresi , Menghi e Galassi, colpevoli di aver lottato per la pace, cioè istigato a  respingere e far respingere quelle famigerate cartoline precetto, tornarono liberi  dopo aver sofferto 28 mesi nel carcere di Gaeta.

Nel 1953 il governo tentò la famosa legge truffa, che non scattò grazie ai risultati ottenuti dall’opposizione. Tra Novara e provincia il Partito Comunista organizzò milleseicento comizi, più di tutti gli altri partiti messi insieme. Dopo i risultati,  ad Omegna la polizia caricò la popolazione  festante  e il Prefetto destituì  il sindaco di Castelletto Ticino colpevole di  aver   fatto suonare le campane a festa.

               Il privato

Prima della nascita dei bimbi  – e sono stati sei anni,  – io e Claudio non abbiamo quasi avuto spazi per il privato. Il nostro ritmo di vita era a dir poco caotico. Uno andava e l’altro veniva. Tutto il nostro tempo era destinato al lavoro.  Abbiamo  vissuto come se fossimo fidanzati,  senza orari e senza regole, con molta fantasia e improvvisazione per ritagliarci  piccoli spazi nostri.

Un  ripiego per stare vicini era  di tipo organizzativo. Cercavamo  di convocare  le riunioni in provincia in modo di fare il viaggio insieme. Si andava con una macchina carica di almeno cinque persone da seminare in luoghi diversi, da  raccogliere poi a notte fonda, con ritardi inevitabili tra una tappa e l’altra.

Nessun divertimento, all’infuori di qualche film. Niente feste o balli o musica.  La radio l’abbiamo comprata a rate nel ’50, ma non potevamo attardarci ad ascoltarla, anche perché dovevamo dare spazio alla  lettura di giornali e libri, essenziale al nostro lavoro.

Quando Claudio andava nei paesi, nelle attese e nei ritagli di tempo, qualche volta riusciva a fare una partita a bocce. Era bravo in quel gioco. Succedeva quando  le riunioni erano convocate nei “Circoli”, cioè associazioni ricreative poi divenuti ARCI, che avevano sempre  i campi da bocce. Ricordo anche che in quei circoli ci si poteva cimentare, tanto uomini che donne, nel gioco della rana.  Su una specie di tavolo erano fissate  delle belle rane metalliche con la bocca spalancata.  Non ricordo le regole, ma  bisognava lanciare un disco dentro a quelle bocche. Per pochi minuti tornavamo bambini in quelle sfide.

Altri momenti allegri  erano le cene collettive, sempre promosse da Willy, attorno ai fornelli della “bagna cauda” o al vassoio  dell’anitra alla grappa. Erano grandi e festose tavolate, che spesso si concludevano con le partite a scopa o a scopone  scientifico, altra arte nella quale Claudio era molto bravo. Noi mogli e donne, assistevamo ammirate e silenziose.

A Novara c’era una specie di tradizione per uomini soli. Ogni inverno  qualcuno organizzava la cena che ora io chiamo delle animelle. Era la cena dove si gustavano  le “palle del toro”, cioè i testicoli di bovini.  Claudio vi partecipava  un po’ riluttante, e non mi riferiva granché, perché immagino che la conversazione in quelle tavolate fosse piuttosto pesante e allusiva.

Quando  aspettavo mio figlio Alberto eravamo in piena battaglia elettorale contro la legge truffa.  Ricordo che avevamo paura di un colpo di mano  se quella legge  fosse passata .  Temevamo  la messa al bando  del nostro partito e  di finire tutti in galera. Non so se il nostro timore fosse fondato, ma pare che  il pericolo ci sia stato, come ipotizzano recenti studi storici. Anche  dopo aver allontanato questo incubo, per noi di sinistra, la vita   non fu facile , perché si accentuarono  gli scontri  e  le durezze del governo Scelba.

Come ho già detto, in quello stesso anno Claudio prendeva su di se il gravoso compito di dirigere il Sindacato CGIL. Un anno veramente rivoluzionario a casa nostra.

Io sono tornata al lavoro in Federazione che il bimbo aveva quaranta giorni. Era il più piccolo del nido ed andavo , di corsa, ad allattarlo. Pochi mesi dopo, in quell’estate del ’54,  ho dovuto staccare per un po’ ed approdare  a Reggio dai genitori di Claudio. E’ stato il loro medico a risolvere la mia mastite con un ricovero lampo  alla Villa delle Rose.

Poi di nuovo al lavoro, sempre con l’aiuto del nido.  Claudio mi aiutava sempre, nonostante l’accresciuto impegno del suo  lavoro al sindacato. Era un padre felice e affettuoso.  Quando poi  è nato Corrado,   se c’era da stare svegli,  ci dividevamo la notte, un primo turno e un secondo turno.  Uno stava alzato e sveglio, l’altro poteva dormire.

In certi periodi cruciali  abbiamo dovuto chiedere aiuto a mia madre o a sua madre, che venivano per un po’, abbandonando uomini e lavoro. In alcuni casi è venuta in aiuto persino la mia  zia Dirce. Periodi cruciali  sono stati alcuni  traslochi, una  campagna elettorale, e , più dolorosi,  i malanni stagionali dei figli bambini.

               Al  sindacato

Il passaggio di Claudio alla direzione della Camera Provinciale del lavoro ha significato  un cambiamento e un avanzamento  molto importante.

La sua elezione è stata la conseguenza naturale del prestigio che Claudio si era guadagnato anche come Consigliere alla Provincia,  senza contare che nel partito si era molto  dedicato ai problemi dello sviluppo industriale ed agricolo di quel vasto  territorio. C’è una bella foto  della presidenza di quel congresso, con Giuseppe Di Vittorio.

Per una provincia così grande dirigere il sindacato era una impresa enorme.

Io le ho viste da vicino  le sue fatiche. Significava  alzarsi prima delle quattro per andare alle cinque davanti alle fabbriche se c’era uno sciopero o una lotta in corso, magari in Valdossola.  Questo succedeva spesso, ma la giornata normale di lavoro era  di almeno  dodici ore.  C’erano  industrie a Domodossola, Omegna, Villadossola, Intra,  Crusinallo, Trecate, Romagnano Sesia, Prato Sesia,  Castelletto Ticino e Novara città.

In quella provincia erano presenti i principali gruppi monopolistici italiani. Il  settore chimico contava la Montecatini, la Bemberg e la Rumianca con dieci aziende  e più di 4mila occupati, più le fibre tessili artificiali con 3 aziende di circa 5mila  occupati. Nel settore elettrico  nella sola provincia di Novara esistevano  34 centrali idroelettriche  e tre centrali geo e termoelettriche  per una produzione totale 544mila kilowattore. Il tessile contava 130 aziende  con i gruppi Riva-Albergg, Furter,  Rossari e Varzi, Snia Viscosa, Crespi, Cucirini Cantoni Coats, Cotonificio Wild, Filatura Cascami Seta, Cotonificio Valle Ticino, Manifattura Rotondi, Filatura di Grignasco. In questo settore  gli addetti erano più di 50mila, in maggioranza donne.

A questo lungo elenco, vanno aggiunte  anche le aziende medie con un totale di circa 25mila dipendenti e quelle piccole con altri circa 10mila, più le piccolissime  e le  artigianali  per altri 22mila circa addetti.

Molto importante era poi il settore agricolo e agroalimentare, con la risicoltura, il lattiero-caseario col tipico gorgonzola,  il dolciario con la Pavesi. In montagna c’erano anche i cavatori del marmo e a Pestarena una miniera d’oro. Sul lago e in alta montagna si profilava lo sviluppo del turismo.

Questo lungo elenco credo renda l’idea del gravoso compito che Claudio aveva sulle spalle con la responsabilità  del sindacato CGIL, rimasto largamente maggioritario nonostante le scissioni degli anni precedenti.

Gli anni ’50 videro gli attacchi più duri sia in campo politico  che nei luoghi di lavoro contro le sinistre. Si licenziavano o si declassavano i membri della commissioni interne, i collettori delle quote sindacali e i  diffusori della stampa avversa. Nel ’53  si inventavano alla Fiat i “reparti confino”.

Proprio per  garantire le libertà previste dalla costituzione, iniziava la lotta per lo Statuto dei diritti e delle libertà dei cittadini nelle aziende, lanciata dal  congresso CGIL  a Napoli e  affrontato in una specifica conferenza a Milano nel giugno del ’54. Si dovrà aspettare e lottare  fino al 1970 per vedere la trasformazione in legge dello Statuto dei Lavoratori.

Contro il sindacato e i movimenti di sinistra, si inventavano  in quegli anni anche azioni persecutorie.   Lo scontro si materializzò a Novara   con lo sfratto dalla Casa del Popolo, – ex casa del fascio,- di tutte le organizzazioni che vi avevano preso sede,  in primo luogo la CGIL e il Partito Comunista. Agli inizi del ’51 si era preteso il pagamento dei mobili, sopravvalutati vessatoriamente con un sopraluogo-inventario dell’intendenza di finanza. Superato lo scoglio con una sottoscrizione tra i lavoratori, arrivò il vero e proprio sfratto, preceduto e accompagnato da una campagna dei giornali locali di destra e governativi, “Corriere di Novara” e “Gazzetta di Novara”.

Il Partito trovò in affitto dal dottor Achille Lampugnani una serie di stanze in via Canobbio, dietro al tribunale.

La Camera del lavoro,  invece,  decise coraggiosamente  di avere una sede propria. Il merito, riconosciuto da tutti, fu proprio di Claudio Truffi, che diede fiducia ed organizzò le iniziative per la raccolta dei fondi necessari all’acquisto.

Enrico Sacchi, che dopo Claudio divenne segretario responsabile di quella Camera del Lavoro, scrive (2 aprile 1987):

Con l’arrivo di Claudio Truffi alla Camera del Lavoro, che, senza far torto a nessuno  ritengo sia stato il dirigente sindacale più positivo che operò a Novara, cominciò a prendere corpo l’idea di acquistare il fabbricato di via Mameli 7, nel quale era alloggiato il circolo Archimede…”

Operativamente fu creata la Cooperativa Casa del Popolo, con il coinvolgimento  personale di Gianfranco Bighinzoli che dirigeva il movimento delle cooperative.  A  furia di quote sottoscritte, si raggiunsero i primi 14 milioni necessari all’acquisto, concluso  tra la fine anno 1956,  inizio 1957. Furono poi necessari altri interventi di restauro e ampliamento, poiché nella struttura, divenuta veramente Casa del Popolo, oltre alla Camera del Lavoro,  trovò posto non solo il preesistente Circolo Archimede, ma anche l’INCA e altre associazioni. Con una valanga di azioni da 500 lire e con un opportuno mutuo, si arrivò nel ’63 alla costruzione di un nuovo corpo di fabbricato su progetto dell’architetto Ludovico Meneghetti. Claudio Truffi è stato in prima linea in questa impresa ricoprendo anche  il ruolo di  Presidente della Cooperativa stessa, dal ’58 al ’60.

Nel 1960 ci sono stati i grandi scioperi per i contratti, tra i quali quelli dei metallurgici che, in ottobre, sfociarono in grandi manifestazioni cittadine  di piazza, una delle quali, particolarmente importante  si svolse a Novara. E ancora,  alla fine dell’anno, contro l’offensiva padronale nel clima politico caratterizzato dal governo Tambroni, Novara si distinse  con un grande sciopero e la sospensione degli straordinari.

Alla Camera del Lavoro Claudio si era  circondato di molti collaboratori  che lo stimavano, compresi quelli che operavano nel sindacato già prima della sua venuta. C’era molto affetto, anche sul piano personale, tanto che ne ricordo molti, di questi amici e compagni. Oltre ad Enrico Sacchi che dirigeva il settore Federterra,  ricordo  Rolando di Prato Sesia , Maulini di Omegna, il “capitano Bruno”, cioè Albino Calletti, poi Mario Caccia e Diego Fortina ed altri, anche  non comunisti, come Cornelio Masciadri  ed Ernesto Licari. Alcuni di loro ci facevano anche regali curiosi e preziosi, come un grosso pesce pescato nel lago Maggiore, una lepre presa in riserva. un fagiano pieno di pallini.

               Un cenno sulla famiglia Truffi

I genitori di Claudio e i due fratelli, avevano un modesto negozio di alimentari a Santa Croce, all’inizio di Mancasale. Il negozio bastava appena alla famiglia.  Nel libro “La memoria dei rossi” Claudio racconta di loro e del padre, fervente socialista prampoliniano. Io aggiungo qui, perché mi sembra giusto, che nei lunghi mesi dell’occupazione delle Reggiane, il loro negozio ha venduto a credito ai  clienti operai,  riempiendo libretti  e libretti  di note.  Alla fine della lotta,  abbiamo saputo che quei libretti   sono stati strappati e il saldo dei  conti mai preteso. E’ stato il contributo concreto e silenzioso  che la famiglia Truffi, povera anch’essa,  ha voluto dare a quella gloriosa e importante battaglia sociale.

Claudio soffriva di colite dal tempo del suo servizio militare e ne ha sofferto sempre. Ha fatto tutto quel che ha fatto tra i giovani, tra i reggiani, tra i novaresi, tra gli alimentaristi, tra gli edili e per il funzionamento dell’INPS, accompagnato spesso da questo tormento. Qualcuno avrà pensato che fosse un suo atteggiamento abituale quell’infilare  una mano nella cintura, all’altezza dello stomaco. Ci sono anche delle foto di riunioni o convegni che lo sorprendono in quel gesto. Erano i  momenti di colon dolente che lui cercava di mitigare col calore della mano.

Colite ricorrente, a volte attenuata e a volte silente, ma sempre in agguato. Colite che la medicina  di quegli anni,  non sempre accessibile  per  i funzionari comunisti, non ha mai saputo identificare con certezza e curare con efficacia. Con l’infarinatura scientifica che abbiamo oggi, io  faccio una ipotesi che altri, a suo tempo hanno ventilato ma mai accertato. Cioè che quel disturbo, Claudio l’abbia contratto in Africa, in Tunisia, durante la guerra.

Claudio è stato  tre anni sotto le armi. Era del ’22, ed è stato  arruolato nel 42,  sette mesi prima di compiere i vent’anni. Era in aviazione, addetto alle telecomunicazioni, cioè radiotelegrafia e radar.

Ha peregrinato molto per l’Italia.  Poi in Africa, quattro mesi, dal 4 dicembre ’42 al 28 aprile ’43,  certamente i più duri e cruciali. Sappiamo  che vi  è arrivato in volo sbarcando ad un certo areoporto di Castel Benito e poi, con la sconfitta, rimpatriato in aereo  da Tunisi per Pantelleria e Castelvetrano.

A quei quattro  mesi si riferiva Claudio quando mi raccontava l’Africa dei paesaggi, dei tramonti, del freddo della notte,  delle stelle, della sabbia bollente , della sete, del cosiddetto “mal d’Africa”. E’ stato in quei mesi e in quei posti, tra la Libia e la Tunisia che Claudio ha cominciato a soffrire tutti i dolori di pancia, con vere crisi ricorrenti e febbre, sempre sottovalutate o ignorate dagli ufficiali in  quell’emergenza di guerra e di sconfitta.

               Gli  impegni a Roma

Da Novara siamo venuti a Roma con tutta la famiglia nel ’64.

Dall’anno prima Claudio era stato chiamato  al sindacato degli alimentaristi, che allora si chiamava FILZIAT (Federazione italiana lavoratori zuccherifici industrie alimentari e tabacco)  divenendone quasi subito Segretario Nazionale. Come si intuisce dalla denominazione, era uno dei sindacati più numerosi e importanti.

Nella FILZIAT confluivano gruppi professionali differenziati, tanto che nel ’64 esistevano nel settore  addirittura 23 diversi contratti di lavoro. Claudio  ha portato il sindacato a  lottare contro questa frammentazione fino a giungere all’accorpamento dei 23 contratti , conquistando così le basi per il contratto unico nazionale. Fu una grande intuizione, non solo perché in tal modo si rafforzava il potere contrattuale del sindacato, ma anche perché  ha potuto essere intrapresa la lotta per annullare la disparità dei trattamenti salariali, disparità  che  era addirittura  del 30 per cento  tra il livello più basso e quello più favorevole. Ci volle tempo, addirittura molti anni,  ed altre lotte, ma alla fine si arrivò al contratto nazionale  portando tutti al livello salariale più alto.

Sotto la direzione di Truffi, nella FILZIAT  si mette a fuoco fin dal 1968  il problema del collegamento con i produttori agricoli, che doveva confluire in un sistema agroalimentare più avanzato. In quegli anni si intraprende  l’intesa con la Federterra, che in seguito,  soltanto vent’anni dopo,  nel 1988,   porterà alla fusione dei due sindacati nell’attuale  FLAI ( Federazione Lavoratori Agroalimentari  Italiani).Pasquale Cascella sull’”Unità” del 30 marzo ’86 : … se gli alimentaristi possono compiere il salto di qualità verso il sindacato dell’agro-industria, ciò è dovuto al contributo di idee, di passione e di valori di uomini dalla tempra di Claudio Truffi.”

Nel  settembre  1969 Claudio Truffi è chiamato a dirigere la FILLEA ( Lavoratori  legno, lapidei, edilizia e arredamento) con la qualifica di segretario Nazionale.

Se il sindacato degli alimentaristi era particolarmente frammentato come professionalità, questo degli edili, cioè lavoratori delle costruzioni, del legno e delle cave, era ancor più frammentato come dislocazione dei posti di lavoro, oltrechè come varietà di qualifiche professionali.  Quindi maggiori difficoltà per il sindacato di raggiungere i lavoratori e di trovare le forme organizzative per rappresentarli. Qui non c’erano luoghi di grande concentrazione produttiva  come ad esempio nell’industria metalmeccanica.  Qui c’era da lavorare innanzitutto  cantiere per cantiere, cava per cava, mobilificio per mobilificio, quasi tutti medio-piccoli.

Tra il ’69 e il ’70 sotto la guida di Claudio è stato siglato un vero contratto nazionale fondato su diritti e salario, un secondo livello contrattuale, il  riconoscimento dei delegati come agenti contrattuali. Inoltre,  per la prima volta, si metteva  fine alla divisione tra operai e impiegati. Ma la novità vera fu,  allora , l’eliminazione dei contratti di zona, cioè delle gabbie salariali. Il contratto, che entrava in  vigore dal 1 gennaio 1970,  fu siglato il 3 dicembre 1969 per gli operai e il 19 successivo per gli impiegati, cioè  a soli tre mesi dall’arrivo di Claudio in FILLEA.

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Con Claudio segretario nazionale  il sindacato FILLEA  non si è limitato a difendere i diritti della categoria,  ma si è giustamente aperto ai problemi generali dell’Italia e  della sua economia.  In quegli anni il sindacato FILLEA è stato assoluto protagonista della battaglia per la legge sulla riforma della casa, cioè per il diritto alla casa, che è culminato nello sciopero unitario e nella grande manifestazione dei duecentomila a Roma del 19 novembre 1970. [1]

Non solo. Nelle relazioni di Claudio ai congressi FILLEA e alle Conferenze a tema,  hanno grande spazio argomenti  ancor oggi tremendamente attuali.  Entrano i problemi della scuola, cioè la indicazione del necessario  adeguamento del patrimonio edilizio scolastico in funzione della formazione delle nuove generazioni. In quelle relazioni  Claudio dà inoltre  notevole spazio  alla necessità della tutela del territorio e dell’ambiente,  del recupero e della ristrutturazione dei centri storici, della pianificazione urbanistica, del riequilibrio tra città e campagna e tra nord e sud, nonché  della  conservazione dei beni architettonici e culturali.

Altra grande tappa di lotta di cui Claudio era giustamente orgoglioso è stata la imponente manifestazione del ’72 a Reggio Calabria insieme ai metalmeccanici e ai braccianti  per le rivendicazioni salariali e lo sviluppo economico. Si era scelta quella città  significativa per il mezzogiorno e in risposta democratica ai disordini  fascisti dei  “ boia chi molla”. La manifestazione fu unitaria per i sindacati degli edili e per quelli dei metalmeccanici. Per i braccianti aderì soltanto il sindacato CGIL.

A questo proposito debbo correggere quanto scritto in proposito a suo tempo circa l’iniziativa  di quella scelta.  Si è scritto e detto che l’idea partiva dai sindacati metalmeccanici. Invece mi si è confermato da coloro che erano a fianco di Claudio nella Fillea, e ci risulta anche dai nostri ricordi,  che l’idea iniziale partì proprio da Claudio, che coinvolse  le organizzazioni parallele CISL e UIL e conquistò subito la  adesione e mobilitazione  delle strutture sindacali  dei metalmeccanici.

Nel suo ultimo congresso in FILLEA , e siamo nel 1977,  Truffi afferma  che   “ per gli edili il contratto di categoria è insostituibile, mentre il contratto di secondo livello – cioè nel territorio e nei cantieri –  è indispensabile per affrontare  i temi degli orari, dell’organizzazione del lavoro e della sicurezza”. E aggiunge  che bisogna impedire ai singoli costruttori di sfruttare i lavoratori attraverso offerte di salario individuale peggiorative dei contratti che sono stati sottoscritti. Inoltre dice che  occorre  definire  regole precise  sul mercato del lavoro e sul collocamento pubblico per sconfiggere la piaga del caporalato e del ricorso al sistema degli appalti.

Come si vede, sono problemi tuttora  più che mai  sul tappeto.

In quell’anno 1977, la CGIL   superava i quattro milioni di iscritti e la FILLEA rasentava il mezzo milione, era cioè uno dei più numerosi sindacati di categoria.

Un aspetto poco conosciuto dell’impegno di Claudio in quegli anni è l’appoggio dato alla classe operaia spagnola per uscire dal regime franchista. Sanchez Tranquillino, Maria Lorente  e Manuel Burgos,  al  congresso   dell’aprile 1977 affermano  che non sarà mai dimenticato dai lavoratori spagnoli l’appoggio costante e la grandiosa solidarietà dei lavoratori italiani e  della Fillea   per uscire dalla lunga notte del fascismo.  L’impegno in aiuto agli spagnoli risaliva  in verità al periodo in cui Claudio dirigeva il sindacato degli alimentaristi. Quando ancora il dittatore Franco era al potere,  la FILZIAT aveva rapporti frequenti col movimento operaio spagnolo, rapporti tenuti anche attraverso  numerosi viaggi a Barcellona di  Andrea Gianfagna , che in seguito ha preso il posto di Claudio alla guida di quel sindacato.

               Verso l’unità sindacale

Claudio è rimasto alla guida della FILLEA fino al 1980, cioè per  undici anni consecutivi, un record di permanenza a tutt’oggi  per quel sindacato.

Nell’ottobre del 1999 la FILLEA, inaugurando  la sua nuova sede nazionale  in via Morgagni,  a Roma, ha  intitolato a Claudio Truffi  una delle sale di riunione. In quella occasione Sergio Cofferati ha affermato che Claudio è stato un segretario generale importante per tutta la CGIL, uno dei segretari che hanno fatto la storia stessa del sindacato. Ne ha parlato  con affetto ricordando il suo impegno nel formare e valorizzare giovani dirigenti e soprattutto per il suo contributo alla causa dell’unità sindacale.

Erano gli anni in cui tra i tre sindacati confederali si tentava di arrivare non soltanto all’unità di azione  ma anche ad una unità  organica, più stretta.

C’è una foto che documenta un convegno unitario  dal titolo “Unità, riforme, contratti” svolto a Montecatini Terme dal 3 al 5 marzo 1972, con  Claudio accanto ai  dirigenti nazionali della FENEAL, e della FILCA.

Molti altri incontri e partecipazioni reciproche ai diversi congressi hanno caratterizzato quegli anni. Nel maggio del 1975 la federazione unitaria dei lavoratori delle costruzioni FLC, organizzava a Roma un convegno sui lavoratori edili migranti con la partecipazione  di tutti i corrispondenti sindacati europei, aperto con un discorso di Claudio. In quella sede si  partiva dai dati numerici sugli emigranti.  Per chi l’avesse dimenticato, i lavoratori italiani all’estero nel ’73 risultavano essere 5 milioni  247.mila261,cifra che  nel ’75 si stimava accresciuta di 500.000 unità. Pur con una possibile approssimazione, si calcolava   che la presenza italiana nel settore delle costruzioni fosse in Europa di 350.000 unità, di cui 100.000 nella sola Svizzera.

Non solo i tre sindacati lavoravano insieme.  Era stata fondata la unitaria FLC,  che seguiva di poco  l’analoga  Federazione FIM dei metalmeccanici.  Ma  i tre  sindacati edili , fecero un passo più avanti di ogni altro. Per rendere  materialmente più vicina la collaborazione, i tre sindacati edili  si trasferirono tutti in una sede comune, in un palazzo  in via dei Mille, davanti alla Banca d’Italia.   Al primo piano erano collocati i servizi unitari, come l’ufficio stampa e quello per la formazione. La FILLEA occupava due piani e la FNEAL e la FILCA avevano un piano ciascuna.

Sicuramente di questo passaggio Claudio fu protagonista e – mi si dice – promotore. Ricordo che anche  tra gli stessi dirigenti si era creato un clima di reciproca fiducia ed amicizia. Gli altri  segretari nazionali edili di  CISL  e UIL  erano  rispettivamente Silvio Ravizza e Giovanni Mucciarelli

Con Luciano Lama a una manifestazione degli edili nel 1975

               Gli impegni in campo internazionale

Devo anche  sottolineare  gli impegni e gli incarichi che Claudio ha ricoperto in campo internazionale.

Negli anni  della FILZIAT faceva parte  del Comitato direttivo del sindacato internazionale dei lavoratori alimentaristi . Il comitato mondiale di quell’organismo, – la Federazione Internazionale Sindacati Lavoratori  Industrie Alimentari – aveva sede  a Sofia, in Bulgaria, dove Claudio si recava spesso per le numerose riunioni.  Presidente era  un cubano, segretario era un italiano, Alessandro Scuk, bolognese,  dislocato in quella capitale con la famiglia.   Molto stretta in quegli anni è stata la collaborazione col parallelo sindacato francese,  diretto da Julian Livi –  fratello dell’attore Ives  Montand –  insieme al quale è stata appoggiata, tra l’altro,  la lotta dei lavoratori spagnoli per la caduta del franchismo.

Ancora più impegnativo è stato il  contributo di Claudio  in campo internazionale  per la categoria degli edili, la cui struttura era la UITBB ( Unione Internazionale lavoratori Costruzioni e Legno) che aveva sede in Finlandia ad Helsinky.

Da notare che proprio su pressione di Claudio,  la UITBB che in precedenza  come sede internazionale  era collocata a Mosca, venne trasferita in quel paese nordico. Questo passo era significativo di una volontà di indipendenza dall’URSS, poiché  la Finlandia, pur così vicina all’Unione Sovietica,  secondo gli accordi di Yalta rimaneva pariteticamente sotto l’influenza dei due blocchi e quindi non aderiva né alla NATO né al Patto di Varsavia e poteva godere di libere elezioni.

In questa organizzazione internazionale Claudio ha ricoperto per molti anni il ruolo di vice presidente. Presidente era Lidner, un tedesco dell’Est.

La Finlandia è un paese straordinario che Claudio ha molto amato.  Aggiungo un ricordo di quel paese.  Nel 1977 quel sindacato delle costruzioni insieme al suo  governo impostava già  i nuovi insediamenti abitativi secondo criteri di razionalità ecologica. In occasione di una nostra visita ci è stato mostrato con orgoglio un quartiere nuovo di Helsinky  interamente dotato di pannelli solari e di serre condominiali sui tetti. Loro affermavano che per i sei mesi di sole e luminosità l’impianto risultava conveniente sui costi energetici.  In contrasto gli appartamenti erano minimi, ma con tutti gli spazi e gli arredi razionalmente godibili,  dotati anche di sauna individuale, di piccoli alloggiamenti per l’attrezzatura da sci e da neve e di box per le auto.

Un  sindacato straniero con cui Claudio è stato molto in contatto era quello Giapponese. Molte volte è stato invitato in Giappone, dove lo affascinava la natura e  lo emozionava la visita ad Hiroshima, straziante. Del Giappone l’aveva  impressionato  la moltitudine alienata e muta nelle sale dei video giochi, ma anche l’efficienza dei trasporti e la ordinata disciplina del traffico. I confronti con quei sindacati si incentravano sulle innovazioni tecnologiche,  come  i processi  del prefabbricato in edilizia e  il treno ultraveloce su monorotaia. Altra  stranezza giapponese era che le conquiste salariali, ottenute con  le lotte avessero efficacia soltanto per gli iscritti al sindacato. Altra stranezza riguardava la pensione,  erogata dal datore di lavoro limitatamente  agli ex dipendenti che avessero  un certo numero di  anni di fedeltà lavorativa.

Un buon rapporto si era creato anche sul piano personale coi sindacati polacchi e  di paesi non europei, tra  cui l’Egitto e Israele.

Gli anni dell’ I.N.P.S.

Dal  dicembre del 1980 Claudio Truffi, su proposta di Luciano Lama, viene  nominato all’INPS con l’incarico di Vice Presidente.  Presidente era Ruggero Ravenna, nominato dalla UIL.

L’Istituto di Previdenza era in quegli anni veramente nell’occhio del ciclone delle polemiche.

Prima fra tutte quella sul ritardo nell’erogazione  delle pensioni di vecchiaia, ritardo che in certi casi  raggiungeva  addirittura i cinque anni.  Ma già due anni dopo il suo arrivo all’INPS, Claudio  affermava:

il 50% delle sedi liquida tutti i tipi di pensione entro due  tre mesi. Il problema è per nove sedi di grandi città nelle quali i tempi rimangono lunghi. In queste città i ritardi si sono ridotti da 1.500.000 casi agli attuali 700.000. “ ( “Il Messaggero”, Roma 25 gennaio 1982)

Seconda polemica era quella del disavanzo tra entrate e uscite, che veniva imputato all’Istituto e alla supposta cattiva gestione, di cui erano corresponsabili i sindacati chiamati ai massimi livelli dirigenziali.

Su questo disavanzo, che lo Stato doveva poi colmare, Claudio ha dovuto in molte sedi, interviste, articoli e trasmissioni chiarirne la natura e le origini. Con diverse  leggi il governo e il parlamento avevano assegnato all’INPS precisi  obblighi che erano di natura assistenziale, più che di natura previdenziale.

In una  intervista Claudio ricorda che “ l’Ente, il cui bilancio di oltre 100mila miliardi è il secondo dopo quello dello Stato, è regolato dalle leggi, sia sul versante delle entrate, sia su quello delle uscite” ( Intervista di Giovanni Pavone su “La Sicilia” Catania 6.3.1985)

L’INPS in quegli anni aveva 18 milioni di assicurati ed erogava 13  milioni di pensioni, mentre doveva provvedere alla Cassa Integrazione Guadagni, al sussidio di disoccupazione e all’indennità di malattia.  Claudio aggiungeva poi che “ la riforma dell’Ente necessita  di tre punti fondamentali: l’unificazione dei fondi fatte salve le condizioni  acquisite, l’unificazione delle aliquote, il riordino dell’INPS.” ( “Il Giornale d’Italia”,  12 novembre 1981.)

Fin dal suo arrivo a quell’incarico, Claudio ha sostenuto che occorreva  separare i due bilanci, quello delle prestazioni previdenziali e quello degli obblighi assistenziali, separazione indispensabile  per  avere chiarezza e per cercare soluzioni.

Per migliorare l’efficienza ed accorciare quei ritardi in quegli anni Claudio Truffi è stato l’artefice di uno sforzo di riorganizzazione radicale di quell’Ente.  Si è trattato di una profonda riforma strutturale dell’INPS programmata per un arco temporale di quattro anni.. Si intraprendeva,  da una parte la creazione delle sedi decentrate di zona, e dall’altra, anzi  in contemporanea, la  riorganizzazione del lavoro mediante  l’informatizzazione.  .

Fu una vera battaglia, contro il tempo e contro i processi  dell’industria informatica. Claudio era tra quelli che sollecitavano l’ingresso  della Olivetti, italiana, contro i nascenti colossi stranieri. Dall’altra parte c’era la IBM che già possedeva i grandi calcolatori necessari alle strutture dell’INPS. L’Olivetti perse la battaglia, anche per sua miopia o scarsa fiducia o scarso coraggio nell’innovazione produttiva in quel settore dal futuro immenso.

Quella dell’informatizzazione fu una battaglia difficile, con delle discrepanze iniziali tra le sedi di zona e la struttura centrale, ma in seguito si è dimostrato che quella era la strada giusta. L’informatizzazione e il decentramento delle sedi  è stata  la condizione per il progressivo accorciamento dei ritardi nelle corresponsioni delle pensioni.

Voglio ricordare due serie di problemi che Claudio ha incontrato in quella fase. Appena costruite queste sedi decentrate si trattava di  trasferirvi gli impiegati. Per Roma Claudio propose che vi si destinassero quei dipendenti che abitavano nella zona di quelle sedi. Sembrava una scelta logica. Invece ci fu una sollevazione ostile. Quasi nessuno voleva schiodarsi dalla nicchia piccola o grande che si era creato nel grande palazzo dell’EUR in  via Ciro il Grande. Fu una lotta, alla fine mediata a lungo e infine vinta con l’impegno personale di Claudio, che aveva la delega sul personale..

Altra battaglia fu quella degli orologi.  All’INPS , come in molti ministeri e uffici pubblici, in quegli anni, i controlli sull’entrata e sulle presenze erano quanto mai elastici. Nel Consiglio di amministrazione fu approvata la scelta di un controllo più serio, con orologi per l’entrata e l’uscita. Tra l’altro questa era anche una battaglia  contro il diffuso assenteismo,  che  imperversava non solo all’INPS.  Anche qui contestazioni a non finire, assieme a quelle contro una certa regolamentazione delle pause e dell’accesso allo spaccio interno e bar.  Per questi sacrosanti provvedimenti Claudio ha subito addirittura delle minacce da parte di estremisti di sinistra, comitati di base, probabilmente affini alle BR,  così come si diceva in una cassetta registrata fattagli  recapitare misteriosamente.

Altre contestazioni violente  arrivavano alla  gestione INPS da parte del giornale della Confindustria “24 Ore”, e di tutti i giornali della destra. Basta trascrivere alcuni titoli: tutti del 5 febbraio ’85 . “Il Giornale:  Le disastrose previsioni per l’85 – L’INPS verso un disavanzo di oltre 54mila miliardi” ;  L’Avvenire “Nel baratro INPS si sono persi 66 mila miliardi” ; Il Sole 24 Ore “ L’INPS sfonda il deficit ’84 di circa 4 mila miliardi”. Tutti allarmi che non prendevano  in considerazione la puntuale analisi di Truffi che già dal 6 novembre ’84 aveva scritto e spiegato che “Il deficit dell’INPS si sana con la legge di riordino”, ( L’Unità, 6 nov. ’84)  Sul “Manifesto” del 25 settembre ’85, Truffi  precisa quali sono le voci che compongono il tanto sbandierato deficit dell’INPS,. “Da quei 31.000 miliardi bisogna sottrarre circa 10.000 miliardi di fiscalizzazione degli oneri sociali, poi altri 2 o 3.000 miliardi degli sgravi fiscali per le aziende e altri 1.500 miliardi per le indennità di disoccupazione. Infine ci sono 5.000 miliardi per un solo anno di cassa integrazione guadagni. Tutti oneri che non riguardano la previdenza”.

Ad un certo punto, 17 marzo ’84,  il Sole 24 Ore accusava Claudio  di essere responsabile di uno scandaloso  contratto di lavoro flessibile  riservato ai dirigenti dell’Istituto.  Si trattava di un tetto  orario settimanale  che aiutava anche a scavalcare  le  pretese inaccettabili degli avvocati che volevano essere considerati liberi professionisti senza alcun controllo di orario, ma con retribuzione da dipendenti statali.  Entrava in questa vicenda anche l’ostilità dei funzionari,  verso quei famosi orologi.

Oggi di orario flessibile e di contratti flessibili si soffre fin troppo, ma bisogna riconoscere  che,  anche in questo, Claudio è stato un innovatore.

Altra battaglia decisiva di quegli anni ancora più che mai irrisolta, ha riguardato la lotta all’evasione contributiva. C’era da ottenere un provvedimento di legge per rendere efficace l’opera degli ispettori e da avviare adeguati controlli incrociati.  Il  parziale risultato  legislativo della legge 638, frenato da ritardi del necessario decreto attuativo, è stato affrontato direttamente  dall’INPS con corsi di aggiornamento  professionale  per 930 ispettori di vigilanza, ma  ne sarebbero serviti almeno  duemila.

Nel settembre dell’’85 l’INPS aveva un credito per contributi dalle aziende di 12.500 miliardi, senza contare il sommerso.

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Claudio ha affrontato anche i problemi di prospettiva  in modo innovativo.  Si evidenziava già il problema del crescente divario tra giovani lavoratori e pensionati, a causa dell’andamento demografico e dell’allungamento della vita. Incombeva poi  il problema dello sviluppo tecnologico  portatore di una  progressiva  riduzione della mano d’opera.

In proposito su varie interviste e articoli Claudio  ha ripetutamente  avanzato  una proposta che sembrò provocatoria,   ma  sulla quale si potrebbe ancora  riflettere. In data 27 aprile 1985 così scriveva su “Paese Sera” :  “… poiché … si andrà sempre più verso processi di concentrazione produttiva con diminuzione dell’occupazione  ma non sicuramente dei profitti, non è forse venuto il momento di affrontare il tema della trasformazione – inizialmente parziale – del sistema contributivo, attualmente fondato sul numero degli occupati, in sistema correlato al valore aggiunto? … potrà essere, tale scelta, essenziale al risanamento dei bilanci previdenziali senza scalfire il problema del costo del lavoro…”

      Il 27 settembre dello stesso anno  aggiungeva: “ Il sistema di contribuzione pro-capite non regge più. Tutti contestano il sistema: difficile  scovare qualche altro marchingegno. I fondi previdenziali potrebbero essere creati sulla base del sistema fiscale….. base del nuovo sistema contributivo non sarebbe  più solo il lavoratore dipendente, ma il valore aggiunto creato. Vengono in mente le socialdemocrazie europee, ma qui da noi ci sono troppe anomalie, come l’evasione contributiva da parte delle aziende, che è la regola quotidiana”.( “Il Manifesto”,28 sett. 1985)

Non si parlava ancora di pensioni integrative, ma  per molti cittadini che volevano assicurarsi un reddito per gli anni della vecchiaia, le compagnie  private  di assicurazione si lanciavano all’assalto del mercato, anche sull’onda di quella campagna che metteva in dubbio la  solvibilità  futura  dell’istituto pubblico di previdenza. In proposito Claudio  scriveva: “  non sono d’accordo quando si sostiene che bisognerebbe puntare su una generale privatizzazione e una non meglio identificata legge di mercato”. “L’errore sta soltanto nel prevedere, come qualcuno fa, che questo campo sia interamente appaltato alle compagnie private. L’INPS ha tutti i numeri per essere concorrenziale” (La Sicilia,8 marzo 1984).

Da queste citazioni traspare la posizione di Claudio, condivisa peraltro dalla delegazione  CGIL,  sul  tema più grande, quello della riforma delle pensioni che stava fin da allora drammaticamente sul tappeto.

L’INPS stesso in quegli anni aveva  presentato alcuni progetti di legge, rimasti non accolti, perché  in quell’epoca definita di giungla delle pensioni, non si voleva affrontare il problema degli squilibri esistenti tra le varie categorie di pensionati.  Non si voleva affrontare  l’incongruenza dei vari fondi pensionistici di categoria con i relativi diversi trattamenti e diverse norme sull’età del collocamento a riposo. C’era poi  l’anomalia delle integrazioni al minimo concesse giustamente a  molti lavoratori  privi del  numero sufficiente di contributi spesso a causa dell’evasione dei loro datori di lavoro.  Altro  problema era quello  delle pensioni di invalidità, dilatate negli anni  da una politica governativa clientelare e poi  corretta  da migliori  regole e con  la novità dei controlli periodici.

Claudio riaffermava con forza la difesa e l’ampliamento del welfar-state come principio irrinunciabile e concludeva:  “Dobbiamo conservare il concetto della pensione come salario differito, proiezione del contratto di lavoro”

Ancora fino all’ultimo Claudio ha partecipato anche alla elaborazione della linea politica del Partito Comunista. Di questo impegno sorprende che pochi giorni prima della sua morte  sia  comparso un suo articolo sulla rivista Rinascita.   Nell’imminenza del 17° Congresso  del Partito , Truffi affrontava con un articolo dal titolo “ I contenuti dell’alternativa democratica” i temi di prospettiva per il Paese, sostenendo la necessità di  “  un programma   di azione e di lotta fondato sulla alleanza delle forze che puntano realmente al progresso.” La data è  16 marzo 1986.

               Epilogo

Siamo quindi approdati al 1986, dopo che la direzione dell’INPS  era passata  a Giacinto Militello,  designato dalla CGIL,  col ruolo di   Presidente. Claudio conservava nell’Istituto tutti i precedenti incarichi relativi all’ organizzazione e al personale.

Stavamo per  strada, diretti a Reggio dove ci aspettava mio padre che da poco aveva compiuto i 90 anni. Ad una sosta a Bologna, Claudio ha avuto un malore.  Ricoverato all’Ospedale Maggiore in osservazione, sembrava non grave.  Nonostante  gli interventi sanitari  di protezione,  verso sera c’è stato   un secondo collasso,  tragico, che si è concluso all’alba con l’arresto cardiaco.

Era la vigilia di Pasqua.

Stranamente era accaduto  in  un’altra Pasqua, sette anni prima, che un primo infarto, poi superato,  l’aveva  messo a terra. Si era  fermato soltanto lo stretto necessario per la convalescenza. Anche allora era stanchissimo, – era ancora alla FILLEA –  e aspettava quella festività per riprendere fiato.  Stavolta venivamo per la Pasqua  per stare un po’ con mio padre,  ma in calendario c’era anche  una riunione INPS  a Modena per il martedì successivo.

Dalla città di Reggio e dai lavoratori venuti da tutta Italia, Claudio ha avuto un saluto di addio grandioso. Molti ricorderanno i funerali che hanno riempito la città.  Sono venute colonne di autobus da ogni regione, comprese Sicilia e Sardegna. Partito dalla sede dell’INPS, dallo storico palazzo di Via Emilia accanto a Piazza Del Monte, il corteo è confluito  a Piazza del Municipio, dove  hanno parlato  Giacinto Militello e Manlio Spandonaro, Presidente e vice Presidente INPS,  il segretario nazionale degli edili Roberto  Tonini, Otello Montanari  e il sindaco di Reggio, il più appassionato e sincero, che era  Ugo  Benassi, l’attuale Presidente dell’Istituto “Alcide Cervi”:

Tutti i giornali, e non solo quelli locali, ma anche le radio e le televisioni hanno dato notizia di quell’evento.

Ho sempre detto che Claudio è caduto in piedi, in piena attività,  come lui stesso si augurava.  Sentiva di essere pieno di energie e di avere ancora tanto da dare, niente affatto timoroso, anzi felice,  di  confrontarsi coi  giovani.

Come era nei suoi desideri, abbiamo deciso di tumularlo al cimitero di Mancasale, vicino alla  casa della sua giovinezza , dove riposano i suoi  genitori.  Per chi lo volesse salutare,  è ancora là, nella celletta a destra dell’entrata.

Anche dopo molti anni, sia al sindacato che all’INPS tutti coloro che l’ hanno conosciuto lo ricordano con rispetto, ammirazione e rimpianto. Noi della famiglia con dolore.

                 Piccolo  ritratto

La figura di Claudio Truffi descritta esclusivamente  nella qualità di dirigente sindacale e di uomo politico è come vista a metà. Conoscere l’altra parte, quella privata, può far comprendere che non vi può essere disarmonia tra i due aspetti. Anzi l’una parte giustifica e completa l’altra.

Claudio ci è mancato molto. Ci manca molto.

Anche Cofferati nel parlare di lui all’inaugurazione della sede nazionale di via Morgagni, ha ricordato che   i dirigenti sindacali hanno ben poco tempo per se stessi e per le famiglie. Ha aggiunto che le famiglie portano sempre una buona parte del peso di quell’impegno.

Eppure Claudio ha sempre trovato il tempo e l’attenzione per noi. Ho già detto di quando si accollava un turno di veglia per consentirmi un po’ di riposo. Non ha mai mancato  di  ritagliarsi spazi per tutti noi, sia  quando i figli erano piccoli sia dopo a tutte le età per parlare di tutto, per interessarsi ai loro studi, per mandare una lettera di ringraziamento ad un maestro supplente particolarmente bravo, per interessarsi  del mio lavoro, per discutere di politica con tutti o di scuola e  di università, per esigere il massimo da tutti noi. Ricordiamo ancora con un sorriso la sua frase abituale quando uno dei figli tornava da un esame universitario e diceva di aver preso trenta, lui,  invece di complimentarsi,  ribatteva : “E la lode?” E intanto  sorrideva.

Spesso era serio;  sembrava severo. In realtà era un timido ma sapeva anche essere allegro. Scherzava volentieri, specialmente con Cinzia, la moglie di Alberto, che con la sua verve romanesca lo stuzzicava e ne era ricambiata. Ne nascevano gustose botte e risposte, a suggello di un reciproco affetto e di molta stima.

Quando c’era un po’ di tempo le sue passioni erano, oltre alla lettura, il cinema e le bellezze di Roma e dell’Italia: musei, monumenti, chiese. Teneva in gran conto anche la musica. Dai viaggi nei paesi dell’Est portava quasi esclusivamente dischi di musica classica. Probabilmente grazie a quella assiduità e scientificità  di acquisto,  i ragazzi sono entrambi diventati in materia  attenti  e appassionati cultori

Devo a lui e alla sua segretaria e mia cara amica Virginia Cristofari, se ho potuto realizzare i miei primi giornalini scolastici, quando ancora erano indisponibili le attrezzature a scuola,  raccolti poi nel volume dell’editore Giunti.[2] Virginia si fermava fuori orario alla fotocopiatrice  e talvolta me li sistemava a fascicolo.

Non voglio far credere che tutto sia stato rose e fiori. Mi è capitato di dire che con Claudio non sono mai riuscita litigare. Infatti i miei scatti, la mia permalosità, la mia impazienza si scontravano con la sua calma e il suo autocontrollo. Poi, a qualche distanza di tempo, a volte di giorni, mi chiedeva se mi era passata, perché in quel caso si poteva affrontare seriamente l’argomento.

Gli anni dell’INPS, cioè dall’80 all’’86 credo siano stati i più duri per lui. L’atmosfera e i rapporti di lavoro, la struttura burocratica para-ministeriale era certamente molto diversa dall’ambiente e dai tipi di rapporti che caratterizzavano il sindacato. Credo che abbia lottato con tutte le sue forze per smuovere quel pachiderma di incrostazioni funzionali e di ritardi, di confronti  coi ministri, di scontri nel consiglio di amministrazione e con la dirigenza.  Mi sento un po’ responsabile per averlo incoraggiato ad accettare quell’incarico. Quando Lama glielo propose, Claudio non ne era molto convinto. Aveva avuto l’infarto l’anno prima, ma ne era uscito bene e si sentiva nel pieno delle sue energie.  La prospettiva di affrontare un terreno nuovo e difficile lo preoccupava molto. Io che avevo passato dodici anni in un ministero soffrendone ogni giorno le carenze e le inefficienze, mi sembrava bellissimo e pieno di prospettive che qualcuno di sinistra passasse dall’altra parte della scrivania, non più dove si lotta, si contesta e si chiede, ma dove si può concretamente “fare”. Nemmeno io pensavo che sarebbe stata una passeggiata, ma conoscevo la cocciutaggine le capacità e le idee chiare di Claudio. Non so se i miei argomenti siano stati determinanti nel portarlo ad accettare. Credo che abbia  deciso da solo, ma di questo mio parere mi sono rammaricata in seguito, quando ho dovuto constatare la portata della fatica e delle sofferenze vere e proprie che quell’incarico e quell’ambiente gli hanno provocato Anche perché quella sofferenza non è  stata certo estranea alle cause della sua morte.

Sono stata due volte soltanto nella sede  dell’INPS nazionale di via Ciro il Grande. Una volta con Claudio, una vigilia di Natale.  L’ultima dopo la sua scomparsa.

Era una vigilia di Natale e  stavamo in giro per commissioni quando Claudio si è accorto di aver dimenticato  quella mattina in ufficio la busta dello stipendio . Per la prima volta ho visto dove lavorava il vice presidente di un istituto che aveva un bilancio appena inferiore a quello dello stato. Lo studio era vasto, con arredamento normalissimo, di legno chiaro. La busta la ritrovammo  sul bordo del lavandino nel bagno. Voglio ricordare, per chi non lo sapesse, che lo stipendio glielo corrispondeva la CGIL in continuità con quanto percepiva in precedenza al sindacato degli edili, mentre il compenso che gli spettava dall’INPS andava al sindacato. Di queste staffette contabili era portatore Giacomo Tosi, membro del consiglio d’amministrazione che  in precedenza  era stato amministratore  alla CGIL:

Una seconda  volta sono andata all’INPS per le inevitabili pratiche dopo la sua scomparsa. All’entrata ho dovuto dire chi ero e da chi andavo.  Ho visto i visi cambiare e fu come se volessero mettermi un tappeto su cui passare. Diverse persone mi avvicinarono rivolgendomi parole non obbligate di apprezzamento e di rimpianto per Claudio. Tutto il mio percorso – non breve – andata  incontri e ritorno,  è stato avvolto da  questa atmosfera  di cui sono ancora grata e commossa.

Qualche anno fa, forse cinque o sei, mio figlio Alberto è andato alla sede INPS di via Amba Aradam per una sua pratica e dopo aver detto all’impiegato il suo nome si è sentito chiedere se ci fosse relazione con l’ex vice Presidente dell’INPS. A conclusione del tutto, l’impiegato – o funzionario che fosse – tirò fuori da un cassetto una lettera  nella quale Claudio lo elogiava personalmente per qualcosa. Dice Alberto che quel signore era commosso e nostalgico di quel tempo e teneva quella lettera come una reliquia. Vuol dire che anche all’INPS non tutto è andato perduto, se dopo tanti anni ci sono lettere nei cassetti conservate come conforto e incoraggiamento.

 BIBLIOGRAFIA

 – “Per la rinascita della provincia di Novara” – Quaderni de LA LOTTA – 16 giugno 1954

-“Babeuf, Togliatti e gli altri” di Gino Vermicelli – Edizioni TA.RA.RA’ – Omegna, aprile 2000

-“Tre volte trent’anni” Albino Calletti, il Capitano Bruno – Istituto Storico “Piero Fornara” di     Novara – ottobre 1998

– “Prima conferenza consultiva nazionale della CGIL” Ariccia 5.6.7.ottobre 1967 – Editrice Sindacale  – Roma 1968

– “FILZIAT –CGIL” 1944-1984 – Atti del Convegno 40° anniversario FILZIAT – Roma 10-11 dicembre 1984

-“Convegno Lavoratori edili migranti”  FLC, Federazione Lavoratori Costruzioni- Roma,7,8,9 maggio 1975 , Nuove edizioni operaie, 1978

– “Dalla parte dei lavoratori” di A:Bonifazi e G:Salvarani Volume III e Volume IV – Franco Angeli Editore, 1976

– “Storia della politica edilizia in Italia” di Lando Bortolotti – Editori Riuniti, 1978

-“Lavoratori e movimento sindacale in Italia” di Bruno Bezza – Morano editore ,  1972

– “FILLEA CGIL, VIII Congresso Nazionale” Rimini 21-24 maggio 1973- Edizioni Sindacali, 1973

– “IX Congresso Nazionale FILLEA CGIL” Roma EUR Palazzo dei Congressi 26,27,28.,29 aprile 1977 – Edizioni Sindacali. 1977

– “Previdenza integrativa” , Arnoldo Mondatori editore, 1983

– “Sistema Previdenza” 1982, Raccolta della rivista  mensile dell’INPS (dal n.1 al n. 11)

– “Sistema Previdenza” , 1983 – Raccolta della rivista mensile dell’INPS. (dal n. 1 al n. 11, più numero   monografico)

– Registrazione dell’inaugurazione della sede di zona CGIL di Sant’Ilario d’Enza, in via  Coventry ),  del 20 ottobre 2001

– Pagine di Rassegna Stampa dell’ Inps, anni 1980 , 1986.


[1]              “Il sindacato era dunque in quel momento un fronte granitico nei confronti delle controparti pubbliche e private e lo sciopero generale del 19 novembre per la casa, che registrò una partecipazione notevolissima, ne fu la dimostrazione più evidente; mai infatti sciopero generale riuscì con tanta efficacia e il paese tutto ebbe modo di constatare come il movimento sindacale riuscisse a mobilitare e a interessare non solo l’intera classe operaia ma anche a scuotere l’opinione pubblica”. A.Bonifazi – G. Salvarani, in “Dalla parte dei lavoratori, Storia del movimento sindacale italiano” Vol. IV pag. 61.

[2]              “Il giornalino scolastico in Italia” – Ermanno Detti, Mario Di Rienzo, Teresa Vergalli.  Giunti e Lisciani Editori, 1982.

5 pensieri su “Su Claudio

  1. Pingback: Fiori e lumini « Il blog di Teresa Vergalli

  2. ciao teresa vergalli,sono ezio rondolini,forse ricorderai:ho la vorato con te e Claudio alla federazione di Novara negli anni 50 e 60 e con te in quel periodo abbiamo aqnche fatto insieme La Lotta settrimanale della federazione.Poi con il vostro trasferimento a Roma ci siamo perswi di viista.Ho letto con commozione questi tuoi ricordi di Claudio e di Novara.Io nel 71 mi sono trasferito a Torino alla redazione regionale dell’Unità dove ho lavorato sinoi all’84 con la chiusura delle pagine piemontesi,quindi per cinque anni ho operato come uffio stampa del gruppo regionale e infine sono andagto in pensione.Ora ho 82 anni suonati,abitop a collegno ma d’invero ormai da 20 anni,vivo a tenerife.Ho il piacere di inviarti un caloroso saluto ringraziandoti sin d’ora se vorrei darmi un ca nno di risposta.ancora ciao ezio rondolinji

  3. Buon giorno. Sono arrivato al suo blog dall’Unità. Quello che ha scritto su Fassina l’ho trovato pesante, allora mi ha incuriosito entrare e ficcare il naso nel suo blog. Ho quindi letto il racconto “Su Claudio”. L’ho trovato appassionante, bello, umano, rispettoso, sincero e molto affettuoso. E per certi versi commovente. Ho rivisto nelle sue parole una storia analoga, quella dei miei genitori e del loro impegno politico, professionale e sociale, negli anni ’50 in Liguria e poi a Matera in Basilicata con la riforma agraria e poi negli anni ’60 e ’70 a Roma, anni ricchi ma pesanti. Altri tempi, altro stile, altre persone, altra umanità. Altra sinistra, quella che ho amato e ammirato e che non potrò mai scordare. Quella che ha fatto anscere la Repubblica Italiana. In quel partito, in quel sindacato, in quelal sinistra mi sono trovato a casa mia. Oggi non più, quel partito ha perso le sue radici che mi sembravano così solide, indistruttibili, eterne quasi. Se la storia è vita e si muove nel tempo, quello che più mi manca è lo stile, la serietà, lo sforzo, i sacrifici, la conoscenza fonte di studio e lavoro politico. Merce rara, sparita dai banchi del “mercato”. Perdita enorme, non fungibile altrimenti. Saluti cordiali.

  4. Salve,
    ho letto con molto interesse questa biografia del compagno Claudio Truffi, specialmente la parte che riguarda il suo impegno nella UITBB con sede a Helsinki, in Finlandia. È dal 1989 che lavoro nella sede de la UITBB, conoscevo benissimo il suo secretario general Veikko Porkkala (un compagno morto a piu di 100 anni), Lothar Lindner, il ex presidente vive a Berlino, e la sede e per ora ancora a Helsinki.
    Saluti cordiali
    Rino
    secretario amministrativo della UITBB
    Helsinki,6.2.2014

  5. Pingback: La costruzione della memoria | iMille

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