Guerra. 25 aprile

Guerra!  Da non credere. Eppure continua. Eppure ci riguarda.

Non solo per solidarietà o per simpatia, ma per quello che possiamo o vogliamo fare in concreto. I fuggiaschi ucraini che accogliamo, Gli aiuti in armi e in sanzioni con etichetta Europa che mandiamo.

Poi è appena passato il 25 aprile. Da ricordare e da reinterpretare.

Da sopravvissuta quale sono ho dovuto esserci. A ricordare, a commentare, a riflettere.

Mi è piaciuto parlare con tanti scolari e studenti.

 La mia diffidenza sulle tecnologie dei contatti a distanza si è modificata un po’ a favore. Con i collegamenti in video si perdono le strette di mano, gli abbracci e moltissimi sguardi diretti. Magari anche qualche occhio lucido o qualche sbadiglio. In compenso si arriva a molti e a moltissimi. Mi si dice che ho parlato, o che mi hanno ascoltato, migliaia di ragazzi, quasi tutti di Reggio Emilia, ma anche infilati dal milanese, senza contare quelli di Roma, condotti da insegnanti mie amiche o da comitati Anpi.

L’eco più grande, di fatto, è quello degli schermi televisivi. Mi hanno conosciuto su LaSette per i ripetuti brevi collegamenti e inaspettatamente anche su ReteQuattro in alcuni spot in omaggio alla data della liberazione.

 E soprattutto, la sera di domenica 24 aprile, nel programma di Fabio Fazio su RaiTre a “Che tempo che fa”.

Non mi sono ancora rivista con calma, ma i moltissimi commenti mi fanno credere di essermi espressa con i miei pensieri.

Ero molto preoccupata, perché in diretta è sempre possibile zoppicare. Anche perché sono enormemente dispiaciuta per le troppe polemiche e i troppi  azzecca garbugli che ancora imperversano.

A me credo spettasse l’onere di dare ai giovani una briciola di informazione e suscitare curiosità, su quella “stagione di dolore armato” che è stata la Resistenza.

Nonostante mi siano stati lasciati molti minuti, credo si sia compreso soltanto qualcosa.

Qui, con più tempo e spazio, mi va di aggiungere o illuminare.

Intanto che non sono stati pochi mesi, ma ben diciotto, cioè quattro trimestri. Sempre chiedono  cosa abbiamo provato in quel 25 aprile.  In trasmissione ho detto sollievo, grande sollievo, sollievo gioioso.

Realisticamente non poteva essere felicità. Noi siamo arrivati a Reggio città il 24 e gli alleati ancora arrancavano con i loro grossi automezzi dalle disastrate strade del nostro appennino, interrotte fatte saltare in più punti dai nostri stessi bravissimi sabotatori, cioè gli esperti di esplosivi. Eravamo stanchissimi per la lunga camminata, per le ore non dormite, per i piccoli  scontri e per il dolore  degli ultimi morti o feriti, a volte saltati sulle mine disseminate dai tedeschi in fuga.  Eravamo   sporchi di polvere e sudore, spesso tormentati dai pidocchi o dalla scabbia, con le gengive doloranti e gonfie a causa del cibo buonissimo ma sbagliato di quelle ultime settimane che era  sempre  e soltanto formaggio grana reggiano strappato ai tedeschi dalle gloriose faticosissime rapine dei partigiani di pianura, i cosiddetti SAP, cioè squadre, cioè contadini o lavoratori anziani oppure giovanissimi, con accanto  e alle spalle e in vedetta le loro donne, le tante donne.  Donne sempre doloranti ma sempre accorrenti e fantasiose.

 In città è stata fotografata la corsa festosa che ci è venuta incontro, con molte donne in abiti corti e sandali ortopedici- autarchici – poveri. Io ricordo solo la stanchezza, il sollievo di entrare in quella sede Gil dove da studentessa andavo a far ginnastica perché alle magistrali non c’era la palestra.  Ricordo di essermi seduta per terra, e di aver respirato, respirato, respirato. Di sicuro avrò aggiustato sulle ginocchia la gonna del mio vestito corto di cotone e mi sarò rannicchiata in quel golfino sferruzzato a mano da lana ricavata disfacendo qualcos’altro. Non ricordo se pensavamo a festeggiamenti. Ricordo solo la voglia di dormire e la volontà di andare a casa, cioè venti chilometri oltre, appunto per dormire ma dopo aver abbracciato mamma e fratello e soprattutto dopo un ricco ritorno all’acqua, al sapone e a biancheria pulita.

Mio padre non era lì con me. Lui era sceso a est, dalla provinciale con la brigata centoquarantaquattro, e da quella parte erano passati già i cingolati , o carri armati, accolti festosamente e omaggiati con mazzetti di fiori di campo dalle ragazze felici, emozionate e curiose di vedere per la prima volta persone di colore. Abbiamo saputo dopo che erano soldati brasiliani, entrati in guerra come alleati degli Stati Uniti.

Subito dopo, stordimento per disordinata pioggia di notizie vicine e lontane. Sollievo per aver scampato chissà come l’assalto dei pidocchi ma non una sospetta irritazione della pelle, prontamente aggredita e fermata da polveri o pomate molto diffuse in quei tempi.  Invece non ho scansato una stranezza sopportata e superata senza medico e medicine. L’abbiamo definita “orticaria” perché prudeva. Ma se osavi grattarti o massaggiarti, la zona si gonfiava mostruosamente, dura e tesa. Se era un occhio diventavi un mostro.  Mi difendevo con occhiali da sole e me ne stavo a casa. In pochi giorni il fenomeno è passato. Tutti in famiglia abbiamo creduto che la colpa fosse di quel troppo formaggio e che il rimedio fosse stato quelle scorpacciate di radicchi e verdure che a casa potevo godermi.

E finalmente è arrivato il primo maggio, con la grande festa in paese, piazza del municipio, balcone con l’altoparlante e io che con voce tremante annunciavo gli oratori, che erano i miei comandanti e persino mio padre che con tre sole parole, credo abbia ringraziato per essere stato incaricato di reggere il comune come “sindaco della liberazione”.

Ecco, se potete, immaginate quei giorni della fine della nostra guerra. Non riesco ad essere fiduciosa in un nostro prossimo primo maggio altrettanto festoso e ottimista. Questa di adesso, è una guerra inaspettata, assurda e addirittura cattivissima, forse più velenosa di quella di allora.

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Attorno al 25 aprile

Che strana atmosfera, in queste settimane.  Ricordi di resistenza e di 25 aprile, campagna elettorale per l’Europa. discorsi e fatti  addirittura incredibili.

Come la dichiarazione del “gran-capo” di Casa Pound che dice :”fuori dall’Europa, fuori dall’Euro, noi forti e padroni in casa nostra!”  Quel noi che loro si definiscono i fascisti del terzo millennio!  Un millennio all’indietro, dove non c’è la globalizzazione, le nuove tecnologie, i nuovi problemi ambientali, i nuovi sentimenti dei giovani che studiano e si sentono cittadini europei e cittadini del mondo!
Vicino a casa mia c’è una bella scritta sul muro di un liceo: ” Nessun confine, solo orizzonti”.
I confini e il ritorno indietro li sintetizza bene  l’agitatissimo ministro dell’interno. Proposte addirittura allucinanti:  riaprire le case di tolleranza, prevedere la castrazione chimica, dare a tutti licenza di sparare per presunta difesa personale, prima gli italiani contro gli invasori straccioni da tener fuori con il filo spinato e i porti chiusi. E da ultimo, ciliegina sulla torta, la proposta che a scuola sia reso obbligatorio il grembiule!  Ecco come si risolvono i problemi della scuola, cioè della formazione dei nuovi cittadini:  Il grembiule obbligatorio, come anticipazione della divisa obbligatoria?  Quando nella mia giovinezza si andava in divisa alle esercitazioni del sabato fascista ad esaltarsi coi fucilini di legno?
E nessuno si è indignato a quella bella frase ” molti nemici molto onore?”
Sento che si vuole il trionfo dell’ignoranza, della dimenticanza, della cattiveria. Per pescare simpatie  e votii tra i nostalgici  del “si stava meglio quando si stava peggio” e i disinformati del “Mussolini che ha fatto cose buone”.  Cioè si vuole cogliere il frutto della mancata istruzione o informazione storica. Nelle scuole nel dopoguerra, non si è mai insegnata la storia dell’ultima guerra e la verità sociale del fascismo.  Si stringe la mascella, si mettono divise e pugni sui fianchi.  Per mostrare un inesistente coraggio.
Coraggio e forza sono percepiti come valori positivi, ammirevoli, necessari.
 Invece non ci vuole nessun coraggio a dire “non ti voglio”, “fuori da casa mia”, Nessun coraggio e nessun cervello. E’ sufficiente la cattiveria, l’odio, il rifiuto cieco.   Il coraggio è  riflettere,  cercare soluzioni  cercare di capire.  Quel coraggio sarebbe vera   forza. La cattiveria è solamente debolezza, rinuncia ad essere umani. ritorno all’uomo delle caverne.
Creare paura e servirsi della paura . Creare odio e dare le armi a questo odio. Come ha fatto Hitler.
Non  ho voluto chiedermi se le opposizioni combattono abbastanza. Non ne sento la sufficiente forza. Forse perché non se ne parla. In TV vedo tante facce nuove e temo che questi nuovi arrivati al comando, abbiano abbondantemente occupato poltrone e strapuntini, dopo aver tanto tuonato contro gli altri.  Ho voluto chiedermi se potevo io, fare qualcosa. Non posso molto, per forze e per età. Posso però mettere a disposizione le mie riflessioni, in questo blog così esiguo. Sarà poco, ma i tanti “poco” potranno fare “abbastanza”.

Libertà

Ieri mattina, in una breve intervista ad Agorà ho parlato di Libertà e coraggio. Chi vuole può recuperarla qui, cliccando a destra sugli “Highlighgts”. “25 aprile: la testimonianza di chi lo ha vissuto”.

Sempre per il 25 aprile, ho inviato un messaggio all’ANPI di Pomezia per la locale festa della Liberazione, che voglio riportare qui:

Carissimi amici,

vi sono grata di sapervi qui, giovani e meno giovani, per ricordare il 25 aprile, giornata della liberazione,
Chi vuole sminuire e  ignorare questa data significa che vuole nascondere il valore della libertà, perché è proprio da quella data che è avvenuto il passaggio dalla dittatura alla democrazia.
Ed è bene ricordare oggi la differenza tra libertà e non libertà.
Quelli che  tanto tranquillamente cercano di rivalutare il fascismo, si organizzano,  manifestano  o sfilano, possono  farlo perché i partigiani, i resistenti, gli antifascisti, hanno donato anche a loro la libertà,  il diritto di esprimersi. E dovrebbero ringraziarli. E’ stata data la  libertà anche agli oppositori. Con un limite, però.  Il limite di non intaccare i valori fondanti sanciti dalla nostra bella Costituzione. Il limite di non tornare indietro.
Qui a Pomezia si ricorda, anche e giustamente, la fondazione della città e la trasformazione agraria del territorio.  Certamente una città che nasce, una terra che è dissodata, dei cittadini che escono da una atavica miseria e arrivano ad avere un futuro, sono cose da ricordare. E’ un dovere ricordare. Ma è anche un dovere conoscere l’altro lato della realtà.
 In quei tempi chi si opponeva al fascismo, perdeva il lavoro.
Questi coloni venivano dal nord, dal nord povero. Anch’io vengo dal nord, terra padana, provincia di Reggio Emilia.
 Lì ricordo mio padre, cacciato nel 1932 dopo quattro giorni da un posto di lavoro, perché dall’alto si era accertato che non aveva la tessera  del fascio. Anzi, più grave,  che era stato tra i fondatori e difensori della Casa del Popolo e della cooperativa, poi  bruciate dai fascisti.   Cioè era stato  tra quegli gli ex combattenti della prima guerra mondiale che , per pacifismo e voglia di giustizia, avevano militato  nelle file dei socialisti e poi dei comunisti. Ovviamente era stato  “opportunamente” manganellato.
 Questa era la non-libertà.  Nessun giornale libero, nessuna possibilità di libero sindacato o libera associazione, andare in carcere per una barzelletta, non poter ascoltare certa musica o leggere certi libri, non poter espatriare e nemmeno trasferirsi in città, andare in galera o al confino solo per un sospetto, per un nonnulla, per religione diversa, per omosessualità, o per qualsiasi pretesto.
 E torno sulla storia di mio padre, che viene trascinato in galera lo stesso giorno della nascita di mio fratello. Io non avevo ancora cinque anni, ma lo ricordo chiaramente. Tornava dall’aver  denunciato la nascita del figlio e quei due tipi in spolverino se lo portavano via. Era fine giugno , e lui, stranamente, si portò  la mantellina militare che gli era rimasta dalla guerra. Era accusato di aver diffuso volantini, volantini che ricordavano la data del primo maggio e i diritti dei lavoratori.  Quando è tornato per amnistia e per mancanza di  prove, era gennaio e  mio fratello quasi camminava.
Ed ora entra in scena mia madre, rimasta sola con noi due.   Quindi il tema delle donne.
Le donne non avevano nessun diritto. Solo dei doveri. Crescere tanti figli per la grandezza della patria e per le tante gloriose guerre. All’antico maschilismo si è aggiunta un po’ di retorica, con qualche sport per le giovani benestanti, ma poi a casa, a sospirare per figli e mariti in guerra in Africa  o  in Albania,  obbligate a dare la fede d’oro per la guerra.  E nelle necessità di guerra, sostituire gli uomini, figli mariti fidanzati, nelle fabbriche e nei campi, con abilità uguali,  ma con paga quasi la metà.
Ecco perché molte donne hanno partecipato o sostenuto la guerra di liberazione.
Ecco perché, anch’io a sedici e diciassette anni ho scelto di impegnarmi. Con me c’era mia madre, mia zia, due cugine, altre  zie, vicine di casa, tutte non riconosciute come combattenti o patriote. Tutte aiutavano in mille modi  cioè rendevano  possibile  la lotta dei ragazzi partigiani. Le operaie delle fabbriche, le braccianti agricole, le contadine. Nello stesso tempo, tutte volevano quel cambiamento che chiamiamo liberazione, o ancor meglio libertà. E per le donne si sognava quello che, con parola moderna, chiamiamo emancipazione  e che  ancora è da conquistare del tutto.
 Ecco perché è necessario ricordare.
Ricordare tutto, però. Ricordare bene!
Insegnare la storia nelle scuole.  Conoscere per evitare di ricadere in antichi inganni e antichi veleni.
Ricordare che il coraggio non è violenza.  Ci vuole più coraggio ad accogliere che a respingere. Ci vuole più forza a comprendere che ad escludere.  Perciò grazie di essere qui, sotto le bandiere della Repubblica democratica, della pace e dell’Europa unita.

Questi miei 25 aprile

Ho avuto anche quest’anno tanti venticinque aprile.

In anticipo quello musicale, emozionante, affollatissimo, nell’aula magna della Terza Università di Roma. Protagonisti i ragazzi delle quattro scuole primarie a indirizzo musicale, due di Roma e due di Vicovaro e Subiaco. Ne ho scritto sull’Unità di mercoledi 26 aprile.( A proposito, povera Unità, quanti problemi! Col cuore in gola vorrei che si salvasse, che risorgesse !)
Tutti quei giovanissimi, tutti i loro bellissimi insegnanti dei vari strumenti, tutti i loro genitori e amici erano lì per concludere una fatica non solo musicale, ma storico-culturale. Attraverso le musiche imparare la storia, raccordarsi ai sentimenti dei combattenti per la libertà, sentire dolori e terrori della guerra e della dittatura, è questo che si percepiva.
Immagino che negli altri due “concerti” delle altre dieci scuole dello stesso indirizzo ci sia stata la stessa atmosfera, la stessa bellezza.
Curioso che anche in un quartiere di Roma, l’affollato Torre Maura, ci sia stato un 25aprile musicale. Alla sede del Comitato di Quartiere, undici ragazzi e una ragazza, con la loro band di chitarre e il loro maestro, hanno preparato un concerto festoso con una loro Bella Ciao, canzone di Piero e Auschwitz, per un bel gruppo di cittadini e studenti. Maestro arrangiatore e guida, il signor Sandro Ceccarelli, nome dell’orchestra  “Sei corde”.
Finalmente, proprio il 25 aprile, all’inizio della mattinata, ho fatto del mio meglio, intervistata alla vescovile TV2000, dove mi vogliono bene e mi invitano da tempo. Qualche anno fa, proprio Boffo di persona, si è unito ai giovani operatori programmatori e conduttori che mi erano attorno, per salutarmi e ringraziarmi della collaborazione. Questa volta non ha fatto altrettanto Tarquinio, che mi avrebbe messo a disagio e forse in polemica a causa dei suoi troppo frettolosi giudizi sui cinquestelle.
Gli altri miei venticinque aprile sono stati i più belli.
Il frecciarossa mi ha portato nei miei luoghi natali. Prima al mio paese, quel Bibbiano culla del formaggio reggiano e luogo dei 271 combattenti per la libertà ufficialmente riconosciuti con le 32 donne comprese e i compianti 11 morti. Lì mi aspettavano i ragazzi delle scuole medie, in una bella grande aula di musica, molti seduti per terra, tutti già pronti e preparati, coinvolti dai due racconti veri di episodi avvenuti proprio qui settantadue anni fa.  Il mio libriccino “Non era una notte buia e tempestosa”  l’avevano avuto già da tempo e conoscevano mio fratello protagonista del primo racconto  quando aveva la loro verde età. Si sentiva  interesse e la competenza non solo dall’attenzione, ma dall’originalità delle loro numerose domande. Poi eravamo vicini ai luoghi di quelle scene e , curiosamente, vicinissimi alla casa, ora ristrutturata e bella, dove sono nata io, quasi novanta anni fa. Credo che tutto questo diventasse per tutti noi una bella tensione ideale e una bella empatia, grazie anche al sindaco amico, Andrea Carletti, che non ci ha mai abbandonati ed ha aperto l’incontro col suo breve e caldissimo saluto.
Alla fine,  sopra le tante emozioni, un ragazzo dal folto ciuffo dritto colorato di vistoso blu-azzurro, dopo aver fatto la sua domanda e ascoltata la risposta, ha ripreso la parola per dichiarare di essere di tre nazionalità: di padre polacco, madre albanese e lui italiano! E tutto questo l’ha spiegato con essenziale racconto di vicende e particolari degni dell’adulto più navigato in politica o in cattedra.  Non poteva esserci modo più alto e semplice di concludere l’incontro.
L’altro luogo del 25 aprile nella  terra  delle mie fatiche di staffetta è stato Cavriago, dove mi aspettavano gli allievi delle scuole elementari, in due scaglioni, nella grandissima sala consigliare ad anfiteatro, anche qui col sindaco Paolo Burani ad iniziare, le  consigliere-donne, insegnanti e persino un piccolo pubblico di persone legate alla Resistenza. Racconto, dialogo, curiosità e domande a non finire, con insegnanti e amici indaffaratissimi a passare il microfono a quei disinvolti e attentissimi  neo-cittadini . Anche qui l’immagine dei  volti era variegata da incarnati diversi, turbanti e veli, occhi a mandorla, come era stato a Bibbiano. Questa è zona di antica accoglienza, di barriere razziali abbattute da tempo. Non tutti quei bracci alzati hanno potuto ottenere il microfono, ma silenzio, attenzione, curiosità e passione mi hanno dato forza e fiducia. Mi sono sforzata di raccontare di tutti gli altri, quelli che non ci sono più, ma che erano con me, a volte più sfortunati di me, tra quelle campagne e quei vicoli, con quei cognomi e quelle famiglie, impegnati  in  avventure rischiose  che ora riteniamo valorose, ma che allora ci sembravano semplicemente dovute, semplicemente “da fare”.
Grazie a tutti quanti, Mirca, Amedea e Ivan, ed anche a mio nipote Enrico, che mi ha accompagnato e sostenuta, in mezzo ai temi  del suo prossimo esame universitario, ma felice di conoscere finalmente Casa Cervi, su competenza e simpatia di Mirco Zanoni che gli ha fatto da guida.

Per Piazza del Quirinale

Ecco il testo che ho letto il 25 Aprile a Piazza del Quirinale. Potete vedere tutto il bel programma che è andato in onda su Rai 1 qui.

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Il mio nome di battaglia era Annuska. Ero soldato semplice. Facevo la staffetta.

Avevo una bicicletta azzurra che mi avevano regalato mamma e papà perché avevo bei voti a scuola. Una bicicletta sportiva con tre cambi. Il mio compito era accompagnare i capi partigiani per farli incontrare. Inoltre, dovevo anche trasportare i volantini per la propaganda. Li nascondevo nella controfodera dei libri. Quelli più piccoli invece li mettevo alla base delle mie trecce. Allora portavo le trecce e avevo i capelli castani.

Sono stata riconosciuta partigiano combattente.

All’inizio mi mancavano sette mesi ai diciassette anni. Alla fine mi  mancava mezzo anno ai diciotto.

Combattevo per ribellarmi alla guerra. Lo so che sembra strano fare una guerra per ribellarsi alla guerra. O ribellarsi a quell’ordine insensato “credere obbedire e combattere”. Non volevo più credere. Volevo sapere. Volevo combattere per non avere più città distrutte, ragazzi al fronte che muoiono, civili massacrati, donne, bambini vecchi per i quali un pezzo di pane era diventato un sogno.

Non volevo che qualcuno  dicesse mai più “cosa ne vuoi sapere tu che sei una donna”. Le donne… erano “niente, anzi, meno di niente” come diceva mia madre.

In quelle terre reggiane, tra il Po e la Linea Gotica, quei mesi sono stati duri.

Nel mio paese, 6 mila abitanti, 271 partigiani riconosciuti, di cui 32 donne. 11 partigiani morti tra cui una donna, un prete, don Pasquino Borghi, fucilato alla schiena, un caduto a Cassino col corpo italiano di liberazione, 12 morti nei campi di prigionia e tanti feriti e decorati.

Abbiamo ottenuto quello che sognavamo? Sì. I diritti. Abbiamo la Costituzione.

Cosa lasciamo alle ragazze e ai ragazzi di oggi?  Lasciamo la libertà e anche una canzone, “BELLA CIAO”.  Bella Ciao è la nostra canzone.

Lo sapete, lo sappiamo che quelle note sono venute dopo, a guerra finita.

L’abbiamo accolta però come nostra.

Mi sono chiesta perché  l’abbiamo adottata di slancio.

Intanto perché è una canzone TROVATELLA, nata  nel mistero.

E poi perché non è GUERRIERA. Noi non eravamo guerrieri.

E’ una canzone di AMORE . Dice portami via , portami via con te.

E’ una canzone di realismo. Sa che si può morire.

Ma se si muore, niente medaglie o monumenti, solo un bel fiore. Fiore di montagna. Quella montagna che ci sembrava ostile ma che si è fatta amica, quasi simbolo di orizzonte senza confini  o  frontiere,  dove tutto è pace , dove la bellezza tocca il cielo.

Liberazione, Riforme, primo maggio

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E’ appena passato il 25 aprile, che molti non sanno nemmeno che festa è.

A Roma non è stato un bel giorno.

Giustamente il Presidente, il Governatore e il Sindaco, con reparti solennemente schierati, erano   all’altare della Patria a rendere omaggio ai combattenti e ai morti, che nell’occasione sono chiamati caduti. Stavolta non sono i caduti della prima guerra, ma quelli dell’ultima. Quell’ultima che qualche superstite, – e ci sono anch’io – ancora c’è. Tutto giusto, tutto dovuto. Come giusto e dovuto è il ricevimento al Quirinale per i protagonisti o  i rappresentanti di quei generosi.

In contemporanea, alla Piramide, cioè a Porta San Paolo, da dove sanguinosamente tutto è cominciato settantuno anni fa, arrivava il corteo in ritardo causa incidenti lungo il percorso. Dal  palco soltanto letture di messaggi, interventi estemporanei e caotici, canti stonati di Bella ciao. Nella piazza bandiere rosse di rifondazione, bandiere con la stella di Davide delle brigate israeliane, striscioni  pro Palestina, magliette no-tav.

Invece di tutto questo avrei voluto  lunghe file di persone e ragazzi per entrare a Via Tasso, Museo della Liberazione, o alle Fosse Ardeatine, o a Forte Bravetta o a Via Rasella. Un pellegrinaggio di gratitudine e di conoscenza, una lezione di storia, un insegnamento della memoria, un contrasto all’oblio e alle distorsioni di parte. Da farsi anche nei luoghi e nei quartieri dove c’è molto da ricordare e spesso da scoprire.

Non è più tempo di cortei e di comizi, specialmente quest’anno. Cortei e comizi sono riti ormai vecchi, che servono soltanto ad attirare gruppi e gruppuscoli che vi si insinuano soltanto per guadagnare qualche visibilità e creare problemi. Così che stampa e TV parleranno solo di tafferugli e battibecchi   e resterà oscuro il significato di quella data e i valori che rappresenta.

Così è andata. Con spreco di forze e frustrazione.

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Nel frattempo, tra la Pasqua, la grancassa dei quattro Papi, e l’attesa del primo maggio, prosegue la corsa del governo Renzi verso le Riforme e proseguono le polemiche dei tanti azzeccagarbugli e perfezionisti che pretendono modifiche a quei progetti.

A quelli del PD, capeggiati da un  erto Vannnino Chiti, voglio fare un bel complimento. Sono riusciti a rallentare il percorso e a portarlo a dopo la data delle votazioni europee. Sarebbe niente, a confronto dei vent’anni e più che di queste riforme se ne parla senza far nulla. Ma diventa tanto per i disillusi della politica, per quelli che “tutti sono uguali”, per gli indecisi che vorrebbero sperare, per i grillini.  Tutti quelli che in mezzo a tante polemiche oscure capiscono o temono una cosa sola.

Ed è questa. Inutile sperare, tanto anche Renzi non ce la farà, non vedete che  lo fermano persino quelli del suo partito?

Cari perfezionisti, ne siete felici?

E dire che proprio contro il disamore per la politica dovevamo ripartire. Intanto vi siete messi in mostra. Si vede che non vi bastavano le discussioni interne, le commissioni, i gruppi, o  che altro.

Spero soltanto che Renzi e tutta la sua squadra rintuzzino ogni dubbio, non con le parole, ma col ritmo lodevole e straordinario del loro lavoro. Combattenti delle riforme. Ribelli della palude.

Coraggio a  voi e a noi.

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Sulla data del Primo Maggio ho ripensato a mio padre.

Nella registrazione dice. “Sono andato alle quattro di notte a seminarli alla Madonna della Battaglia, quei bigliettini.”

Quei bigliettini erano i volantini che ricordavano i diritti dei lavoratori, nel primo maggio del 1932, decennale della salita al potere di Mussolini.

Per aver “seminato” quei volantini vicino a Canossa , dove quel primo  maggio cadeva in un giorno di Fiera,  mio padre si è fatto sette mesi di prigione durissima. E mia madre, con mio fratello appena nato e me piccola, si è fatta sette mesi durissimi di lavoro fatica e miseria. Che non c’era nemmeno tempo di piangere.