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Posts Tagged ‘25 aprile’

Ho avuto anche quest’anno tanti venticinque aprile.

In anticipo quello musicale, emozionante, affollatissimo, nell’aula magna della Terza Università di Roma. Protagonisti i ragazzi delle quattro scuole primarie a indirizzo musicale, due di Roma e due di Vicovaro e Subiaco. Ne ho scritto sull’Unità di mercoledi 26 aprile.( A proposito, povera Unità, quanti problemi! Col cuore in gola vorrei che si salvasse, che risorgesse !)
Tutti quei giovanissimi, tutti i loro bellissimi insegnanti dei vari strumenti, tutti i loro genitori e amici erano lì per concludere una fatica non solo musicale, ma storico-culturale. Attraverso le musiche imparare la storia, raccordarsi ai sentimenti dei combattenti per la libertà, sentire dolori e terrori della guerra e della dittatura, è questo che si percepiva.
Immagino che negli altri due “concerti” delle altre dieci scuole dello stesso indirizzo ci sia stata la stessa atmosfera, la stessa bellezza.
Curioso che anche in un quartiere di Roma, l’affollato Torre Maura, ci sia stato un 25aprile musicale. Alla sede del Comitato di Quartiere, undici ragazzi e una ragazza, con la loro band di chitarre e il loro maestro, hanno preparato un concerto festoso con una loro Bella Ciao, canzone di Piero e Auschwitz, per un bel gruppo di cittadini e studenti. Maestro arrangiatore e guida, il signor Sandro Ceccarelli, nome dell’orchestra  “Sei corde”.
Finalmente, proprio il 25 aprile, all’inizio della mattinata, ho fatto del mio meglio, intervistata alla vescovile TV2000, dove mi vogliono bene e mi invitano da tempo. Qualche anno fa, proprio Boffo di persona, si è unito ai giovani operatori programmatori e conduttori che mi erano attorno, per salutarmi e ringraziarmi della collaborazione. Questa volta non ha fatto altrettanto Tarquinio, che mi avrebbe messo a disagio e forse in polemica a causa dei suoi troppo frettolosi giudizi sui cinquestelle.
Gli altri miei venticinque aprile sono stati i più belli.
Il frecciarossa mi ha portato nei miei luoghi natali. Prima al mio paese, quel Bibbiano culla del formaggio reggiano e luogo dei 271 combattenti per la libertà ufficialmente riconosciuti con le 32 donne comprese e i compianti 11 morti. Lì mi aspettavano i ragazzi delle scuole medie, in una bella grande aula di musica, molti seduti per terra, tutti già pronti e preparati, coinvolti dai due racconti veri di episodi avvenuti proprio qui settantadue anni fa.  Il mio libriccino “Non era una notte buia e tempestosa”  l’avevano avuto già da tempo e conoscevano mio fratello protagonista del primo racconto  quando aveva la loro verde età. Si sentiva  interesse e la competenza non solo dall’attenzione, ma dall’originalità delle loro numerose domande. Poi eravamo vicini ai luoghi di quelle scene e , curiosamente, vicinissimi alla casa, ora ristrutturata e bella, dove sono nata io, quasi novanta anni fa. Credo che tutto questo diventasse per tutti noi una bella tensione ideale e una bella empatia, grazie anche al sindaco amico, Andrea Carletti, che non ci ha mai abbandonati ed ha aperto l’incontro col suo breve e caldissimo saluto.
Alla fine,  sopra le tante emozioni, un ragazzo dal folto ciuffo dritto colorato di vistoso blu-azzurro, dopo aver fatto la sua domanda e ascoltata la risposta, ha ripreso la parola per dichiarare di essere di tre nazionalità: di padre polacco, madre albanese e lui italiano! E tutto questo l’ha spiegato con essenziale racconto di vicende e particolari degni dell’adulto più navigato in politica o in cattedra.  Non poteva esserci modo più alto e semplice di concludere l’incontro.
L’altro luogo del 25 aprile nella  terra  delle mie fatiche di staffetta è stato Cavriago, dove mi aspettavano gli allievi delle scuole elementari, in due scaglioni, nella grandissima sala consigliare ad anfiteatro, anche qui col sindaco Paolo Burani ad iniziare, le  consigliere-donne, insegnanti e persino un piccolo pubblico di persone legate alla Resistenza. Racconto, dialogo, curiosità e domande a non finire, con insegnanti e amici indaffaratissimi a passare il microfono a quei disinvolti e attentissimi  neo-cittadini . Anche qui l’immagine dei  volti era variegata da incarnati diversi, turbanti e veli, occhi a mandorla, come era stato a Bibbiano. Questa è zona di antica accoglienza, di barriere razziali abbattute da tempo. Non tutti quei bracci alzati hanno potuto ottenere il microfono, ma silenzio, attenzione, curiosità e passione mi hanno dato forza e fiducia. Mi sono sforzata di raccontare di tutti gli altri, quelli che non ci sono più, ma che erano con me, a volte più sfortunati di me, tra quelle campagne e quei vicoli, con quei cognomi e quelle famiglie, impegnati  in  avventure rischiose  che ora riteniamo valorose, ma che allora ci sembravano semplicemente dovute, semplicemente “da fare”.
Grazie a tutti quanti, Mirca, Amedea e Ivan, ed anche a mio nipote Enrico, che mi ha accompagnato e sostenuta, in mezzo ai temi  del suo prossimo esame universitario, ma felice di conoscere finalmente Casa Cervi, su competenza e simpatia di Mirco Zanoni che gli ha fatto da guida.
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Festa d’aprile a Radio Tre Suite

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Per chi se l’è persa, è possibile riascoltare in podcast la bella Festa d’aprile andata in onda il 25 aprile su Radio Tre, con le canzoni di Bella Ciao reinterpretate da bravissimi interpreti e un mio colloquio con Marino Sinibaldi. Questo è il link alla pagina dei podcast, fra i quali c’è quello della trasmissione.

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Per Piazza del Quirinale

Ecco il testo che ho letto il 25 Aprile a Piazza del Quirinale. Potete vedere tutto il bel programma che è andato in onda su Rai 1 qui.

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Il mio nome di battaglia era Annuska. Ero soldato semplice. Facevo la staffetta.

Avevo una bicicletta azzurra che mi avevano regalato mamma e papà perché avevo bei voti a scuola. Una bicicletta sportiva con tre cambi. Il mio compito era accompagnare i capi partigiani per farli incontrare. Inoltre, dovevo anche trasportare i volantini per la propaganda. Li nascondevo nella controfodera dei libri. Quelli più piccoli invece li mettevo alla base delle mie trecce. Allora portavo le trecce e avevo i capelli castani.

Sono stata riconosciuta partigiano combattente.

All’inizio mi mancavano sette mesi ai diciassette anni. Alla fine mi  mancava mezzo anno ai diciotto.

Combattevo per ribellarmi alla guerra. Lo so che sembra strano fare una guerra per ribellarsi alla guerra. O ribellarsi a quell’ordine insensato “credere obbedire e combattere”. Non volevo più credere. Volevo sapere. Volevo combattere per non avere più città distrutte, ragazzi al fronte che muoiono, civili massacrati, donne, bambini vecchi per i quali un pezzo di pane era diventato un sogno.

Non volevo che qualcuno  dicesse mai più “cosa ne vuoi sapere tu che sei una donna”. Le donne… erano “niente, anzi, meno di niente” come diceva mia madre.

In quelle terre reggiane, tra il Po e la Linea Gotica, quei mesi sono stati duri.

Nel mio paese, 6 mila abitanti, 271 partigiani riconosciuti, di cui 32 donne. 11 partigiani morti tra cui una donna, un prete, don Pasquino Borghi, fucilato alla schiena, un caduto a Cassino col corpo italiano di liberazione, 12 morti nei campi di prigionia e tanti feriti e decorati.

Abbiamo ottenuto quello che sognavamo? Sì. I diritti. Abbiamo la Costituzione.

Cosa lasciamo alle ragazze e ai ragazzi di oggi?  Lasciamo la libertà e anche una canzone, “BELLA CIAO”.  Bella Ciao è la nostra canzone.

Lo sapete, lo sappiamo che quelle note sono venute dopo, a guerra finita.

L’abbiamo accolta però come nostra.

Mi sono chiesta perché  l’abbiamo adottata di slancio.

Intanto perché è una canzone TROVATELLA, nata  nel mistero.

E poi perché non è GUERRIERA. Noi non eravamo guerrieri.

E’ una canzone di AMORE . Dice portami via , portami via con te.

E’ una canzone di realismo. Sa che si può morire.

Ma se si muore, niente medaglie o monumenti, solo un bel fiore. Fiore di montagna. Quella montagna che ci sembrava ostile ma che si è fatta amica, quasi simbolo di orizzonte senza confini  o  frontiere,  dove tutto è pace , dove la bellezza tocca il cielo.

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E’ appena passato il 25 aprile, che molti non sanno nemmeno che festa è.

A Roma non è stato un bel giorno.

Giustamente il Presidente, il Governatore e il Sindaco, con reparti solennemente schierati, erano   all’altare della Patria a rendere omaggio ai combattenti e ai morti, che nell’occasione sono chiamati caduti. Stavolta non sono i caduti della prima guerra, ma quelli dell’ultima. Quell’ultima che qualche superstite, – e ci sono anch’io – ancora c’è. Tutto giusto, tutto dovuto. Come giusto e dovuto è il ricevimento al Quirinale per i protagonisti o  i rappresentanti di quei generosi.

In contemporanea, alla Piramide, cioè a Porta San Paolo, da dove sanguinosamente tutto è cominciato settantuno anni fa, arrivava il corteo in ritardo causa incidenti lungo il percorso. Dal  palco soltanto letture di messaggi, interventi estemporanei e caotici, canti stonati di Bella ciao. Nella piazza bandiere rosse di rifondazione, bandiere con la stella di Davide delle brigate israeliane, striscioni  pro Palestina, magliette no-tav.

Invece di tutto questo avrei voluto  lunghe file di persone e ragazzi per entrare a Via Tasso, Museo della Liberazione, o alle Fosse Ardeatine, o a Forte Bravetta o a Via Rasella. Un pellegrinaggio di gratitudine e di conoscenza, una lezione di storia, un insegnamento della memoria, un contrasto all’oblio e alle distorsioni di parte. Da farsi anche nei luoghi e nei quartieri dove c’è molto da ricordare e spesso da scoprire.

Non è più tempo di cortei e di comizi, specialmente quest’anno. Cortei e comizi sono riti ormai vecchi, che servono soltanto ad attirare gruppi e gruppuscoli che vi si insinuano soltanto per guadagnare qualche visibilità e creare problemi. Così che stampa e TV parleranno solo di tafferugli e battibecchi   e resterà oscuro il significato di quella data e i valori che rappresenta.

Così è andata. Con spreco di forze e frustrazione.

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Nel frattempo, tra la Pasqua, la grancassa dei quattro Papi, e l’attesa del primo maggio, prosegue la corsa del governo Renzi verso le Riforme e proseguono le polemiche dei tanti azzeccagarbugli e perfezionisti che pretendono modifiche a quei progetti.

A quelli del PD, capeggiati da un  erto Vannnino Chiti, voglio fare un bel complimento. Sono riusciti a rallentare il percorso e a portarlo a dopo la data delle votazioni europee. Sarebbe niente, a confronto dei vent’anni e più che di queste riforme se ne parla senza far nulla. Ma diventa tanto per i disillusi della politica, per quelli che “tutti sono uguali”, per gli indecisi che vorrebbero sperare, per i grillini.  Tutti quelli che in mezzo a tante polemiche oscure capiscono o temono una cosa sola.

Ed è questa. Inutile sperare, tanto anche Renzi non ce la farà, non vedete che  lo fermano persino quelli del suo partito?

Cari perfezionisti, ne siete felici?

E dire che proprio contro il disamore per la politica dovevamo ripartire. Intanto vi siete messi in mostra. Si vede che non vi bastavano le discussioni interne, le commissioni, i gruppi, o  che altro.

Spero soltanto che Renzi e tutta la sua squadra rintuzzino ogni dubbio, non con le parole, ma col ritmo lodevole e straordinario del loro lavoro. Combattenti delle riforme. Ribelli della palude.

Coraggio a  voi e a noi.

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Sulla data del Primo Maggio ho ripensato a mio padre.

Nella registrazione dice. “Sono andato alle quattro di notte a seminarli alla Madonna della Battaglia, quei bigliettini.”

Quei bigliettini erano i volantini che ricordavano i diritti dei lavoratori, nel primo maggio del 1932, decennale della salita al potere di Mussolini.

Per aver “seminato” quei volantini vicino a Canossa , dove quel primo  maggio cadeva in un giorno di Fiera,  mio padre si è fatto sette mesi di prigione durissima. E mia madre, con mio fratello appena nato e me piccola, si è fatta sette mesi durissimi di lavoro fatica e miseria. Che non c’era nemmeno tempo di piangere.

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