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Posts Tagged ‘Donne’

Perle all’indietro

(da Agenzia Dire)

Attorno al 25 aprile emergono delle divertenti perle all’indietro. Mi ero dimenticata della avveniristica proposta di ripristinare la leva obbligatoria.  Con la scusa di levare dalla strada i troppi giovani nullafacenti, perché demotivati o disoccupati.

Al contempo mi viene agli occhi una scena. Il 25 aprile al Quirinale il nostro Presidente ha onorato di medaglia d’oro per la Resistenza un bel gruppo di Comuni italiani, grandi e piccoli, tra i quali Roma. Meritatissimo, il riconoscimento alla resistenza romana, perchè vi si è combattuto veramente e non solo a porta San Paolo o via Rasella, ma alla Montagnola, a Valle Aurelia, a Monteverde, a Garbatella, a san Lorenzo, poi nelle borgate Quadraro Centocelle Quarticciolo, e tutto attorno, fino ai Castelli.
A prendere le medaglie erano presenti i sindaci.  Per Roma, giustamente era presente la Raggi.  Ed ecco la mia visione, che in un certo senso mi fa ancora sorridere. C’è il Presidente, col suo mezzo sorriso, che è l’espressione di uno sforzo istituzionale. Vorrebbe sorridere a tutto tondo, ma il Presidente  ha un obbligo di riservatezza o rispetto della forma. Non riesce del tutto ad essere solenne. Resta umano, si concede e ci concede quel prezioso piccolo sorriso.
Ma non è lui che consegna le medaglie e le unisce agli stendardi dei Comuni. E’ un compito che spetta al Ministro della Difesa, che è una donna!  Ancora una donna ministro della difesa, una donna che comanda un esercito. Dopo Roberta Pinotti, Elisabetta Trenta.
Se me l’avessero detto in quell’esaltante 25 aprile 1945 o anni limitrofi, non ci avrei creduto. Una donna che guida i soldati. E’ vero che dicevamo che se le donne fossero state al comando nel mondo non ci sarebbero state più guerre, ma questo era illusione. Ci sono anche le donne nemiche delle donne e della pace.
Ritorno a quella scena. Una donna ministro della Difesa e una donna sindaco della città capitale e città medaglia d’oro per la Resistenza. E penso alle tante donne che hanno fatto la resistenza a Roma, la Carla Capponi, la Lucia Ottobrini, la Marisa Musu, la Teresa Regard, la Maria Michetti, la Marisa Rodano, che sono quelle che conosco io, senza contare le tante altre.  E penso al mio attestato di combattente. Al Distretto Militare di Modena, il dattilografo che l’ha compilato, era tanto abituato a scrivere le qualifiche al maschile, che mi ha trasformato in “partigianO” combattente.  Impensabile, forse, il termine o il  concetto “partigiana combattente”!
Chiusa la parentesi, ritorno alla proposta di ripristinare la leva obbligatoria. Cara nostalgica immagine della sacrosanta “naia”! Tutti in divisa, tutti con un fucile a imparare a difendere la Patria!
Per fortuna, la donna che è Ministro della difesa, ha prontamente ribattuto che oggi l’esercito può essere composto soltanto da personale altamente qualificato. Cioè gente con competenze, con cultura, con preparazione alla tecnologia.
Quando mio padre è stato chiamato, diciottenne, alla prima guerra mondiale, non aveva gran che da imparare. Se c’era un fucile era facile caricare e sparare. Una bomba da lanciare, una baionetta da infilzare alla pancia del nemico. Non serve saper leggere ne’ scrivere. Tant’è vero che mio padre è stato promosso sergente solo perchè era l’unico che sapeva leggere e scrivere.
La proposta di ritornare alla leva obbligatoria è cascata un po’ nel dimenticatoio, anche perchè ridicola.  Ma è un segnale, la spia di un pensiero all’indietro, come sono all’indietro tante altre allucinanti proposte di cui ho già parlato. Non mi meraviglierei se ritornasse fuori il ripristino della pena di morte.
Sapere che siamo in campagna elettorale per l’Europa, queste perle all’indietro dovrebbero far riflettere.
E si dovrebbe ritornare a proposte vere per veri passi avanti in Europa e quindi in Italia.Per esempio la bellissima proposta di un servizio civile europeo,  forse obbligatorio o in ogni caso molto agevolato. Penso ai miei nipoti, che fanno volontariato. Penso ad un servizio civile per aiutare e collaborare, un servizio civile che diventa anche scuola, cultura, educazione, conoscenza. Alcuni mesi, vicino o lontano, ma in quella Patria nostra grande che è l’Europa. Essere europei è molto di più che essere soltanto italiani. Se poi si riuscisse ad essere cittadini del mondo sarebbe ancora meglio. Un augurio per i nipoti.
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Come si guardano le donne

meriam

Sono abbastanza infastidita da tutta questa commedia al Senato. Con questi supposti perfezionisti o supposti adoratori della democrazia che nascondono, secondo me, ben altre ragioni.   Io  credo che un Senato non  eletto e  con poteri ridotti  non  tolga libertà ai cittadini, non sia un pericolo per la democrazia. Questo spreco di tempo e di fatica allontana soltanto decisioni più concrete sui nostri problemi, cioè  il lavoro, l’economia, le famiglie.

Mi salvano da questo fastidio, alcuni episodi che sembrano minori.

Per esempio il trasporto della Concordia,  conferma  di competenze e di organizzazione.

Ancora di più l’arrivo oggi a Roma dal Sudan di Meriam, a sorpresa. Tanto che nemmeno i giornali hanno fatto in tempo a darne notizia. Mi piace che si sia lavorato in silenzio. Mi piace che la Mogherini abbia cambiato la sua agenda di ministro degli esteri per accogliere questa donna, coi suoi due bambini e il marito.  Mi piace che Meriam venga proprio in Italia, capitale della cristianità e ora anche capitale d’Europa. Mi piace che l’aereo per arrivare a Ciampino sia passato sul mio cielo,  come tutti quelli che vedo e sento passare sopra le case di fronte alla mia finestra. Mi piace che il Papa l’abbia ricevuta tanto presto, proprio  mentre scrivevo questa pagina. Mi piace che all’arrivo ci sia stato Renzi  con accanto, stavolta, la moglie Agnese.

Tutti segni di come da noi stia cambiando il modo di guardare le donne. Vi sembra poco? Vi sembra forma o sostanza risarcire una donna di tante crudeli sofferenze, inflitte non solo per intolleranza religiosa, ma in omaggio alla proclamata inferiorità della donna?

C’è una immagine che mi fa rabbrividire. Questa piccola bimba, che la madre ora così dolcemente tiene tra le braccia, è venuta al mondo in un film dell’orrore. La scena è un carcere, ma la madre non solo partorirà con dolore, ma dovrà partorire incatenata. Con le gambe incatenate!  Invito tutte le donne che hanno messo al mondo un figlio a sentirsi come Meriam. A immaginare i suoi pensieri, i suoi muscoli e la sua volontà perché quelle catene non diventassero tragico ostacolo a quella vita. Mettetevi al suo posto, chiedetevi  quanta forza  bisogna avere.

Anche da noi, nonostante le tante donne salite al giusto incarico per merito, non tutto è a posto. Abbiamo un piede nel futuro, ma un tallone nel medioevo. Il femminicidio, le violenze in famiglia, le discriminazioni sono i nostri guai. Eppure è giusto voler essere alla testa della lotta mondiale per il riscatto di genere. Le ragazze nigeriane rapite, le spose bambine, le bimbe condannate all’infibulazione, le piccole e meno piccole costrette alla prostituzione, ecco i vari film dell’orrore di qua e di là nel mondo contro cui combattere.

 

Sul tema del rapporto con le donne non posso tacere un pensiero che mi stringe la gola da qualche settimana. La assoluzione di Berlusconi sull’affare Ruby. Decine di riviste colorate con immagini ridenti dell’ex Cav con la sua bella!   Evviva.  Assolto.  Innocente ! Tutto un tripudio.

Innocente? Forse per la legge sì. Assolto? Il fatto non costituisce reato.

Invece il fatto costituisce colpa. Colpa civile, colpa morale,  colpa politica, colpa verso le donne.  Non per essere moralista alla vecchia maniera, ma per l’ostentazione, la boria di chi, potente e ricco, si crede in diritto di impunità. Tutte quelle ragazze attorno a un anziano elargitore di doni.  A gratis?  Tutte  quelle scuse che in privato ognuno è libero di fare il comodo suo.

In privato un politico non può fare il comodo suo.  Se vuole il mio voto per mettersi alla guida, significa che vuole decidere di me e della mia vita, perché è dalla politica che dipende la nostra condizione e il nostro benessere. Tutti dovremmo ricordarlo.

Allora, se debbo affidarti il  mio futuro e quello dei miei figli e nipoti, non mi basta sentire i tuoi  programmi. Per darti il mio voto pretendo che tu sia onesto in tutto, anche nel privato. Pretendo che tu sia migliore di me.

Ecco perché non sopporto questi strilli  di assoluzione e di oblio. Il Caimano resta un maschio spregevole, che le donne non le rispetta, che se ne fa trastullo e basta.  Quella “fidanzata” poi, che si è assunta il ruolo della smacchiatrice, non so come giudicarla. Penso soltanto che sulla strada dell’emancipazione femminile,  certe donne siano proprio  come  grandi massi o viscide barriere.

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L’otto marzo incombe

Ladies_tailors_strikers

L’otto marzo incombe, anzi ci casca addosso. Con tutte le stupidaggini che fa dire, con la inconsistenza della polemica, con la storia della parità di genere, che mi sembra l’antica diatriba delle quote, quasi previsione di una prossima estinzione della specie.

Mi sembra che nessuno conosca le donne, salvo loro stesse e non sempre. Io vorrei l’estinzione delle difficoltà, delle barriere e dell’ignoranza. Perciò desidero  mandare un po’ di messaggi di saluto a donne veramente esistenti, che conosco di persona.

AUGURI DELL’ OTTO MARZO :

A QUELLA CHE in oltre trenta anni ha fatto di Villa Borghese e di Villa Torlonia  piene di edifici in rovina, non solo parchi pubblici con fiori e piante, ma costellazioni di luoghi vivibili, case del cinema,  museo Bilotti, ludoteca. E ancora museo di sculture antiche e museo delle vetrate liberty, una technotown,  biblioteca, accademia delle scienze,  ristorante e teatro. Con tenacia e competenza e con cuore di donna.

A QUELLA CHE appena ventenne vince una delle pochissime borse di studio per andare in Cina a  imparare il cinese. Con lucidità avventurosa.

A QUELLA CHE ha un braccio solo e non te ne accorgi. Scrive, guida, cucina,  cresce un  amatissimo figlio nel percorso di formazione tra  scuole romane e scuole d’America. Laureata, giornalista, va in giro per il mondo, conosce tutti e non se ne approfitta. Con semplicità operosa.

A QUELLA CHE pure un po’ acciaccata, va una volta alla settimana alle sette del mattino a fare volontariato in ospedale fino all’una e oltre. E ancora   una domenica ogni mese in un altro ospedale. Con generosità di madre e di nonna.

A QUELLA CHE si accontenta di  una  pensione  ridotta, per assistere la mamma anziana, così fragile e così  menomata, ma tanto bisognosa di carezze, di letture, di dialoghi. I  valori immateriali al posto della   sicurezza economica.

A QUELLA CHE vicina ai sessanta studia per laurearsi, fiera dei bei trenta, in equilibrio tra famiglia e lavoro d’ufficio, in gara col figlio più grande che già  è alle prese con la tesi di laurea. Con spirito di rivalsa contro le vicende che l’hanno impedita in passato , con grinta  di ragazza.

A QUELLA CHE da decenni fa volontariato non solo contro il cancro ma anche contro l’ignoranza nell’università della terza età. Quella che ha fatto di un giovane badante straniero, il capofamiglia di tutta una famiglia adottata, moglie e soprattutto figlio, abbracciato alla nascita e diventato fratello adottivo delle due figlie grandi.

A QUELLA CHE nemmeno una brutta influenza con brutte complicazioni riesce a fermarla negli studi verso la seconda laurea, coi i suoi bei trenta e trenta con lode. Alla faccia  di chi crede alla gioventù  disimpegnata.

A QUELLA CHE da straniera eurozona fa i servizi a ore e così  tampona alla meno peggio  i bisogni di casa, perché  la ditta del marito, pure in regola, è in arretrato di tre mesi con le paghe, tredicesima compresa. Ha strappato uno sconto sull’affitto, che le basterà per i due abbonamenti metrebus e per la palestra di basket del figlio. Di corsa sempre,  e col sorriso pure.

A QUELLA CHE  non si stanca di seguire e curare il secondo figlio con tutte quelle pillole e tutti quegli orari dalla nascita e per sempre, senza dimenticare il più grande e gli studi di tutti e due, col marito che se ne è andato ma che lei coinvolge civilmente. E come se niente fosse insegna alle superiori non solo la storia la lingua e la vita, ma anche la poesia e la bellezza. E le sue  dolci poesie ce le regala.

A QUELLA CHE con oltre vent’anni di carriera, è penalizzata dall’insegnare una materia scientifica cioè la chimica, che da quest’anno ha le ore in tre scuole diverse, tre percorsi, tre collegi dei docenti, tre  incontri coi genitori, tre riunioni di scrutinio. Con triplo amore per la bistrattata chimica e triplo rispetto per i bistrattati studenti.

A QUELLA CHE da giornalista di Rai storia , ha studiato tutto sulla tragedia di Sant’Anna di Stazzema,  e ne ha fatto un preciso e dolente documentario, che tutti dovrebbero rivedere.   Sempre   indignata per quel film papocchio americano, è diventata zia sorella e nipote di quegli straordinari superstiti,  che segue in privato con costante solidarietà. Sembra una ragazza, ma ha un figlio grande, naturalista. Nella speranza che la RAI voglia servirsi del suo talento e della sua sensibilità.  Erede e dispensatrice di storia.

 

E   PER  FINIRE, SPIACENTE  DI  NON CITARNE  TANTE  ALTRE………

A QUELLE  TRE CHE HANNO I MIEI ANNI  e voglio chiamare  per nome, cioè Lorenza Mazzetti, Cecilia Mangini e Serena D’Arbela.  Lorenza e Cecilia incontrate alla casa della Memoria e a cena da Gabriella. La prima che pubblica ancora sulla sua esperienza londinese di regista d’avanguardia e ristampa il suo Il cielo cade, dove rivive la tragedia dell’uccisione nazista in Toscana delle sue cugine e di sua zia, colpevoli di essere ebree e di essere figlie e mogli del cugino di Einstein , lo  zio tedesco morto suicida subito dopo la strage.  Cecilia, già documentarista negli anni del dopoguerra, che non ha mai mollato e ancora oggi, alla tenera età oltre gli ottantacinque, realizza documentari, guida la macchina e non sta mai ferma.  Serena invece, la vedo più spesso, perché è moglie di Primo, che viene con me nelle scuole a raccontare la Resistenza. Serena è appassionata di cinema e riesce a non perdersi mai i migliori film  e poi  ne scrive  bellissime e lucide recensioni che vanno su una rivista troppo poco diffusa, che è Patria indipendente, mensile dell’ANPI.

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Breve lampo nel buio

Nel nostro giardino è stato piantato un bellissimo ulivo, con tronco secolare e ciuffo giovane di fronde. Ci verrà fissata alla base una bella roccia con una targa con dedica alla memoria di Agostino Medelina, scomparso un anno fa, alla tenacia del quale si deve la ristrutturazione attuale del giardino. Agostino è stato una persona speciale. Classe 1922, prigioniero in Francia ha collaborato col Maquis, poi dirigente sindacale alla Fatme, sempre impegnato nel Pci, Ds e PD, nell’amministrazione del condominio,  attivo nel comitato di quartiere e promotore del comitato di gestione del giardino. Autodidatta come scrittore, in due libri ricordo, vivacissimo nel creare sonetti in italiano e in romanesco. Le sue rime ci rallegravano dalla bacheca davanti alla sezione e alla fermata dell’autobus.

Se ora abbiamo sotto casa questo bel giardino, alberato e attrezzato, lo dobbiamo in gran parte a lui, che ha saputo trascinare tutti noi di questi quattro palazzi nel reclamarlo e nel mantenerlo. Qui vengono nonni e bambini da tutti i dintorni. C’è sempre un bel sottofondo di voci allegre.

Nei giorni scorsi l’anziano signore che rasava i prati, sembrava uno scultore. Rasava l’erba alta risparmiando le zone più folte di margherite, girandogli  intorno con amore e attenzione. Per risultato abbiamo avuto un prato-giardino imprevedibile, poetico e surreale.

 

La montagna è sempre lì

La montagna è sempre lì, da scalare. Presidenza, economia e governo.

Raddoppiare Napolitano è stata salvezza. Ritornati alla casella di partenza.

Siamo ancora lì, con la montagna davanti, ma mezzo sepolti dai detriti, con i tentacoli grillini avvinghiati alle caviglie, sommersi dai detriti che noi stessi abbiamo fatto franare nella dissennata arrampicata. Abbiamo sbagliato il percorso, mancato i giusti appigli, scalciato e sprecato il fiato. Siamo pieni di lividi e ferite,  forse amputazioni.

Aspettiamo squadre di soccorso esterne?  I tecnici ormai non più. Ed anche i saggi, svaniti nella nebbia. Rimangono i giornalisti come categoria di esperti? Che paura, se pensiamo ai Santoro o ai Travaglio! E se qualcuno pensasse alle donne? Una bella squadra di soccorso al femminile, con Barbara Spinelli in testa, Nadia Urbinati, Margherita Hack  e Natalia Aspesi in mezzo.

Ma non c’è da sperare. Delle donne ci si dimentica sempre.

 Barbara_Spinelli_Napolitano

Le madri della Patria

Siamo vicini al 25 aprile. La data, come ha detto un ragazzo, di quando qualcuno ha liberato qualcosa.

Nei miei più frequenti incontri nelle scuole mi va di raccontare delle mie compagne più sfortunate. Quelle che non hanno voluto o potuto raccontare tutto. Quelle che sono state le “madri della patria” senza saperlo. Che dopo settanta anni, attutito il bruciore più intenso e senza più l’assurdità dell’antico pudore, si può tirar fuori dall’ombra.

Parlo delle torturate-violentate.

È risaputo che le donne hanno sempre fatto parte del bottino di guerra. Ma è venuto il momento di raccontare le prodezze dei bravi ragazzi di Salò. Quelli che stupravano Mimma a Ciano con “quei bastoni lì”, per insegnare ai timidi tedeschi come si fa “a far parlare anche i morti” – come diceva quell’Arduini diciannovenne. E Mimma, davvero mezzo morta, occhi chiusi, “non li volevo vedere”,  e  “non ho parlato… non ho mai parlato”. Lei è scappata e scampata.

 Scampata anche Tina, che dice “non si può raccontare, nessuno ti può credere”. E anche lei, sotto quel che non si può dire,  non ha mai parlato. Nel senso di denunciare, di fare la spia.

Scampata anche la nonna di Sara, che si è raccontata con nome e cognome, diciottenne, in tribunale, forse a porte chiuse. Immagine di braccia e gambe legate ai piedi del tavolo, povero corpo nudo, offerto ai cani tra gli sghignazzi e gli urli di un pubblico specializzando in tecniche di torture. Anche  lei “non ho parlato, non ho mai parlato”.

È più eroico quel tacere o la sventagliata di mitra dell’eroe che va all’assalto? Eroismo a confronto. Coraggio a confronto.

Da quell’eroismo, da quel silenzio, qualcuno ha liberato qualcosa.

Mimma taceva per suo padre. Morto per le botte dei primi squadristi. Per la miseria che ne è venuta.  Tina per i suoi congiunti fatti marcire per anni al confino e per il suo uomo in carcere per delitto di pensiero. La nonna di Sara non so, ma certo per i dolori della guerra, i bombardamenti, la povertà, le umiliazioni inflitte ai più deboli, ALLE  più deboli.

Quella è stata “la prima gioventù” della nostra Repubblica.

Madri della Patria, accanto a tutti gli altri, all’ombra di tutti gli altri.

 Entrata_dei_rifugi_di_Colleferro

Le grotte ritrovate

A Colleferro un gran teatro strapieno di ragazzi delle scuole medie. Sono a indirizzo musicale, quindi c’è una grande orchestra di giovanissimi: archi, fiati, tastiere percussioni. C’è tutto, e soprattutto la preparazione, la serietà e l’allegria. Ci deliziano con tre belle interpretazioni, ad interrompere e sottolineare i nostri racconti e discorsi.

Colleferro era proprio sulla famosa linea Gustav, quella tragica diagonale tra Cassino e Anzio, da Tirreno ad Adriatico. I ragazzi hanno indagato su quella realtà di guerra  e sono arrivati all’amore per la pace, da tentare di descrivere in rime, in poesie.  Ce le hanno donate, coloratissime, illustrate, insolite.

   Ermanno Detti ed io siamo andati lì,  perché  quei ragazzi –  che si sono proclamati “Lettori….resistenti” –  avevano  letto i nostri libri,  volevano conoscerci e dialogare. In più, a sorpresa,  abbiamo fatto una scoperta impressionante. La scoperta delle grotte.

Grotte e gallerie che erano cave di pozzolana quando nasceva il paese in mezzo alla campagna e attorno alla grande BPD, cioè Bomprini Parodi Delfino. Grotte che durante la guerra sono diventate una città sotterranea, con un migliaio di abitanti, in  lunghissima attesa, –  circa un anno, fino al 13 giugno 1944 – di poter uscire a riveder le stelle.  Lì sotto, in spazi recintati  fortunosamente, senza poter accendere fuochi, ha vissuto un paese intero. C’era  un emporio per il mercato a baratto, una chiesetta-cappella, una sala parto e qualche spazio di svago, persino per ballare. Nascite, matrimoni, battesimi. Lì si è creata una comunità  di sopravvivenza e di resistenza.

 A dimostrazione che l’inventiva, la solidarietà e l’organizzazione possono vincere su tutto, compresa la più enorme sciagura che è la guerra.

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@Archivio del Lavoro, Sesto San Giovanni.- Fondo Silvestre Loconsolo

 

Fermarsi a pensare e riflettere serve a prender fiato per andare avanti.

Succede anche di trovare dei sentieri imprevisti.

I professori e gli studenti sono in subbuglio, arrabbiati o indignati. Ne hanno molti motivi. Non so, però, se certe  lotte targate cobas o altro, siano portatrici di risultati concreti o scivoloni verso il basso. Gli assalti urlati ad un ministro, anche se hanno qualche motivo, mi provocano una specie di allergia. Non mi sembra la strada giusta. La vedo troppo simile a quella dei fascisti schiamazzanti.

Un problema di genere

Una cara amica insegnante, molto impegnata professionalmente e innovatrice nei metodi e nei temi, mi ha chiesto se ho conosciuto da vicino Rinaldo Scheda. È stato un dirigente sindacale degli anni ’70- ’80 che ha condiviso con mio marito molta storia della CGIL. Non l’ho conosciuto direttamente, ma so che tra loro due c’era un ottimo rapporto di stima e di collaborazione. La mia amica l’ha conosciuto anni fa assieme ad altre giovani colleghe insegnanti, discutendo i problemi della categoria e della scuola.

Da quei loro incontri  ne è uscita, sorprendente, una riflessione, sollecitata dallo stesso Scheda.  Che i problemi della categoria docente – sia di remunerazione che di prestigio sociale – sono in fondo problemi di genere. Cioè, siccome la stragrande maggioranza del corpo docente è composto da donne, il tema dei diritti delle competenze e dei riconoscimenti diventa di secondo livello, di minore istintiva importanza. Un problema di donne è un problema minore. Inevitabile che ne discenda che anche la scuola – specialmente primaria –  è un problema minore.

Mi ricorda le operaie delle Reggiane che in tempo di guerra, lavorando allo stesso bancone e negli stessi turni di giorno e di notte, prendevano quasi la metà della paga dei compagni maschi, magari ragazzi quattordicenni o sedicenni. La mentalità è ancora la stessa. È il pregiudizio preistorico della inferiorità. Un modo di pensare, magari inconscio, che diventa di fatto un problema di genere.

Chiedo a tutti di rifletterci. E onore a Rinaldo Scheda, che ha interpretato in modo tanto originale e forse esatto la natura di un problema. E con un bell’anticipo. Visto che questa intuizione è antecedente al 1990, che è la data del suo totale distacco da ogni impegno politico.

Quelli di viva il duce

Gli scalmanati, magari incappucciati, che vanno all’assalto per le scale e i corridoi dei licei romani, ci devono indignare o  sono da compatire?

Direi tutte due le cose. Indignare perché sono sostenuti e  più o meno direttamente foraggiati dal sindaco Alemanno e dalle autorità che non vedono nei loro movimenti l’apologia di fascismo.

Ma  sono anche da compatire, perché non sanno quello che fanno. Compatire e disprezzare. Non sanno cosa è stato e cosa è il fascismo. Forse nessuno glielo ha spiegato e troppi hanno divulgato falsità. Sanno solo esaltare la violenza, l’odio, la sopraffazione. Il mito del più forte. Che poi, appena trova qualcuno di poco più forte finirà a sua volta per soccombere.  Perché quando la violenza va al potere si ritorce anche contro chi l’ha invocata o voluta. Basterebbe cercare di conoscere la storia.

Mi ha commosso incontrare nelle cronache del Liceo Righi, che ha fatto argine a questi assalti di viva il duce, il nome di un giovane Stefano. Credo di riconoscervi uno dei ragazzi che era alla nostra assemblea qualche settimana fa. Uno di quelli impegnati, che intervengono, leggono,  riflettono e  sono  applauditi e ammirati da tutti i compagni.  In quell’incontro credo di avere un po’ raccontato cosa è stato il fascismo e cosa hanno saputo fare  i tanto esaltati ragazzi di Salò. Guerra, dolori, stragi e torture che sono tutte da addebitare proprio  a quel duce, del quale i giovani “fascisti del terzo millennio”   conoscono soltanto la mascella quadrata e i pugni sui fianchi.

Grazie Stefano, grazie ragazzi del liceo Righi. Grazie anche a quei vostri professori che vi appoggiano. Grazie alla vostra voglia di sapere, al vostro bisogno di verità, alla vostra scelta di essere “costanti e di massa”, come dite alla cronista. Cioè inclusivi e democratici, unitari e  propositivi. Tanto diversi dai fascio-teppisti, anche se urlano parole quasi  rubate  a voi stessi.

La marcia su Roma

Perugia è in rivolta, perché da lì i neofascisti vorrebbero far partire le celebrazioni dell’anniversario della mussoliniana marcia su Roma. Già si sta levando l’indignazione e la rabbia da tutta Italia.

Io penso alla mia amica Mirella Alloisio, che abita in quella città. Lei è stata partigiana a Genova dove rischiava la vita accanto ai capi mitici di quella guerra di liberazione, Proprio lei che era staffetta e collaboratrice di quei tenaci genovesi e liguri che hanno messo in ginocchio gli orgogliosi nazisti e ne hanno ottenuto la resa. Un’equipaggiatissima armata con gli altezzosi ufficiali, che si arrende ai capi partigiani, che hanno combattuto con  un  improvvisato esercito  di operai e contadini  donne e ragazzi, male armato e pochissimo equipaggiato, ma tanto forte di volontà e di speranze.

Credo che l’esaltazione della  tragica impresa della marcia su Roma  non potrà essere consentita. Spero anche che questa vergognosa provocazione debba stimolare le istituzioni, la scuola, il cinema e la cultura, a raccontare meglio la storia e la verità di quei tempi e il terribile seguito che ne è venuto.

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