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Sono felicissima di far conoscere una vicenda straordinaria che mi è successa.

Con Lorenzo Cantatore

La consegna dell’archivio

Il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre, ha accolto nelle sale del suo Museo storico della didattica, la documentazione del mio insegnamento, raccolto nei numerosissimi giornalini scolastici.
Si tratta di otto voluminosi raccoglitori coi lavori di otto anni di insegnamento, che testimoniano la validità  del giornalino scolastico, la didattica dei beni culturali, la eccezionale esperienza delle “settimane di scambio”.
Li ho consegnati martedi 26 febbraio scorso, accompagnata dai miei figli e da uno dei nipoti. Ad accogliermi il Direttore del Museo Lorenzo Cantatore, e i professori Francesca Gagliardo, Giampiero  Maragoni, Carmela Covato, Chiara Meta, Francesca Borruso ed Elena Zizioli.  Non poteva esserci miglior atmosfera di interesse e di condivisione. Lunghe ore di dialogo e di progetti.
E’ un riconoscimento che mi ha emozionato anche perché inatteso.  E’ quasi incredibile che le mie fatiche possano essere a disposizione dei laureandi e dei curiosi, accanto ai documenti della grande Maria Montessori, e di Giuseppe Lombardo Radice, Antonio Labriola, Mauro Laeng, Ruggero Bonghi. Accanto alle foto e agli oggetti degli eroici pionieri delle scuole dell’Agro Romano e delle paludi pontine con Sibilla Aleramo e Duilio Gambellotti. E vicino all’archivio ricchissimo di  Mario Alighiero Manacorda, come di Albino Bernardini e di Marcello Argilli.
Visitando le ricche raccolte di oggetti libri arredi  fotografie che fanno la storia della scuola dall’unità d’Italia in poi, si è catturati dall’interesse, dall’emozione e dalla sorpresa.  Il nostro diritto allo studio sancito dalla Costituzione, ha un cammino difficile e purtroppo relativamente breve. Ci si accorge che  va di pari passo con i grandi diritti sociali e politici e al principio di eguaglianza.
Mi sono chiesta da dove ho attinto per insegnare in quel modo. Cioè che nessuno deve rimanere indietro. Che ci si deve aiutare, cioè la classe è una comunità dove il successo di uno è il successo di tutti.  Dove il mondo esterno ci interessa e ci riguarda. Dove il passato è da conoscere partendo dalla storia dei genitori e dei nonni. Dove la comunità più grande, cioè l’Italia ha il suo cammino leggibile nei suoi monumenti , nella sua civiltà e per fortuna nelle sue bellezze. Dove il valore più grande è la comprensione reciproca e quindi la pace tra i popoli, e la  comunione con gli stati vicini nell’area europea.
Pensandoci a posteriori sono gli ideali della Resistenza come l’ho vissuta io. Del pacifismo di mio padre, reduce della prima guerra mondiale.  Dei sogni del “sol dell’avvenire” di novecentesca memoria. Della ribellione di mia madre donna che si sentiva sminuita e limitata. Del mio doloroso ricordo della miseria anteguerra e dopoguerra, dell’umiliazione delle mie coetanee impossibilitate ad andare a scuola e quindi giudicate inferiori perché non istruite. Delle ingiustizie e delle prepotenze che le donne e gli uomini più poveri, nelle campagne o nei borghi, dovevano sopportare da parte dei potenti, padroni o caporioni fascisti.
E senza parere mi hanno aiutato anche le esperienze lavorative che ho affrontato con  maggiore o minore buona volontà negli anni prima dell’insegnamento, cioè negli anni in cui a Novara, con spasmodico impegno e un po’ di presunzione, sono stata redattrice di un giornale settimanale.  Forse mi hanno servito anche gli anni che chiamo “di purgatorio” o di “penitenza” trascorsi al Ministero della Pubblica Istruzione, dove ho potuto imparare leggi e regolamenti.
Gli anni di scuola sono stati per me i più  belli, anche se sofferti, faticosi, problematici. Anni, anzi mesi, settimane e giorni da inventare strada facendo, con l’aiuto della mia bellissima famiglia e con l’ossigeno dello sguardo dei miei allievi, del loro sorriso, della loro allegria, dei loro sforzi.
Ora quegli ex scolari sono grandi, sono padri e madri. Gli ultimi, quelli delle settimane di scambio,  hanno 46 anni. In qualche modo siamo ancora in contatto, come con molte delle loro madri o padri. Genitori che non solo ho coinvolto, ma li ho fatti tanto collaborare che si sono create amicizie tuttora vive, con episodi di aiuto reciproco in momenti difficili.
Li sto informando e già vedo che anche loro condividono la mia emozione e la mia felicità.
Cercherò di avere ancora l’energia per  accompagnare questa avventura in incontri e iniziative già programmate, ma di cui ancora non è il momento  di parlarne.

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Un disegno dal giornalino scolastico “senza paura”, 1978

In questi giorni si parla del rapimento di Aldo Moro. Tanto per ricordare che di brutti momenti in Italia ne abbiamo passati tanti.
 Oggi soffriamo per una deriva egoistica e miope dell’opinione pubblica, che  enfatizza i problemi e le difficoltà, dimenticando  le conquiste e i passi avanti,  forse  insufficienti ma preziosi. I mai-contenti sono diventati dei capofila pericolosi.
Io desidero ricordare quel momento con gli scritti e i disegni dei miei scolari di allora. Che credo non commuovano soltanto me e gli autori. Tutti sono ormai grandi, molto spesso laureati, padri e madri di famiglia, ancora attenti al mondo che li circonda. Molti di loro ancora in qualche modo in contatto con me.
E vi aggiungo una mia amara riflessione. Gli autori di quella strage hanno pagato il loro crimine? Se ne sono pentiti? Hanno fatto tornare indietro il nostro paese, interrompendo una strada di pacificazione e convivenza civile di cui oggi sentiamo più che mai il bisogno. La civiltà democratica dovrebbe prevedere l’ascolto e il rispetto reciproco, l’alternanza logica e responsabile nei ruoli di guida, in sostanza una convivenza umana. Che era negli intenti di Moro e di Berlinguer.
Alcuni di quei crudeli protagonisti se la sono cavata abbastanza bene. E questo mi mette in crisi. Voglio aver fiducia nella giustizia, perchè lo scopo della pena deve essere sempre la rinascita, la ricostruzione della coscienza. Ma una pena vera dovrebbe esserci. Forse una pena di lavoro a vita, lavoro utile alla società, lavoro controllato e vero.
Non vorrei che di fanatici finto-idealisti e finto-rivoluzionari di quel tipo ne spuntassero ancora, oggi, su quell’onda di cattiveria, insulti, intolleranza, volgarità,  che abbiamo vissuto in campagna elettorale e che non so se finirà presto.
Ricordiamo pure Moro e i morti della sua scorta.  Ricordiamo cosa abbiamo perduto negli eventi successivi. E’ stata interrotta la strada ideale della civiltà democratica. E oggi sappiamo di quanto ne avremmo bisogno.
Per  scoprire  una emozione e un  sorriso,  ammiriamo  quei disegni e ascoltiamo, oggi, quelle parole semplici e vere.
Tutti i giornalini scolastici dell’epoca sono digitalizzati e raccolti nel sito https://ilgiornalino-scolastico.blogspot.it
Qui la versione completa del giornalino sul rapimento di Aldo Moro, da cui sono tratte le immagini qui sopra.

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Sono felice di poter raccontare che è uscito, in tempo per il 25 aprile, il libro per ragazzi con tre miei racconti partigiani. Ne potete vedere qui la copertina con il titolo “Non era una notte buia e tempestosa”

Non era una notte copertina

In questi giorni è stato portato alla fiera del libro per ragazzi di Bologna dagli amici Vagaggini e Detti, che sono lì con la loro rivista “PepeVerde”.

Il libro non è in vendita, ma lo mandiamo in omaggio alle biblioteche scolastiche, ai nostri insegnanti e ad alcune sezioni Anpi che ci hanno aiutato.

Questo libro, o libriccino, è nato in modo strano. Si sono offerti di stamparlo i miei amici e compagni di Cormòns, Gorizia, quando hanno saputo che qui da Roma né io né il “PepeVerde” avevamo il modo di realizzarlo in cartaceo. Me ne hanno regalato una modesta quantità di copie, mentre da parte loro stanno provvedendo a farle avere alle scuole del loro Friuli Venezia Giulia.

E’ un volumetto molto ben fatto, 48 pagine, carta patinata, quattro colori, bei disegni di tre diverse illustratrici, rilegatura a prova di entusiasmi giovanili.

I racconti sono suggeriti da episodi realmente accaduti, dei quali alla fine si aggiungono le note storiche, luoghi, date e nomi.

Oltre ad intuire che nel campo dell’editoria le cose sono molto complicate e difficili, vi chiederete la ragione del mio entusiasmo, che non è solo di soddisfazione personale.

Poche copie, non in vendita, eppure la considero una bella possibilità di arrivare ugualmente ai giovanissimi, dovere primario per educare alla democrazia e alla consapevolezza storica le nuove generazioni.

Sia io che tutti noi che vi abbiamo lavorato pensiamo che possa arrivare ugualmente nelle scuole e nelle case. Infatti, tra poche settimane sarà messo in rete in formato ebook e quindi potrà essere scaricato da scuole insegnanti e genitori. Gli stessi ragazzi, che ormai se la cavano benissimo con palmari e pc, potranno accedervi facilmente. Per ottenere questo risultato ci sarà l’impegno divulgativo della rivista “PepeVerde” che si occupa di letteratura per ragazzi. Da parte mia cercherò di coinvolgere molti amici dell’Anpi e i tanti insegnanti che in questi anni di incontri di memoria mi sono diventati amici. Inoltre ne diffonderà notizia il sindacato CGIL dei lavoratori della Conoscenza, di cui Ermanno Detti e Luciano Vagaggini sono rispettivamente direttore e grafico. Sarà “PepeVerde” a curare i dettagli tecnici in rete. Mi risulta anche che via via vi si potranno aggiungere i commenti dei ragazzi, i filmati delle drammatizzazioni, i disegni, le fotografie reperibili, i dati storici aggiuntivi, i documenti ritrovati. Mi risulta che ci sono già scuole e insegnanti che progettano letture pubbliche, ricerche di episodi analoghi, dialoghi coi nonni, approfondimenti su realtà di vita, dolori problemi case e costumi degli anni di guerra.

Insomma, qualcosa di buono per preparare alla libertà e alla concordia i nuovi giovani potrà arrivare anche da queste poche pagine.

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@Archivio del Lavoro, Sesto San Giovanni.- Fondo Silvestre Loconsolo

 

Fermarsi a pensare e riflettere serve a prender fiato per andare avanti.

Succede anche di trovare dei sentieri imprevisti.

I professori e gli studenti sono in subbuglio, arrabbiati o indignati. Ne hanno molti motivi. Non so, però, se certe  lotte targate cobas o altro, siano portatrici di risultati concreti o scivoloni verso il basso. Gli assalti urlati ad un ministro, anche se hanno qualche motivo, mi provocano una specie di allergia. Non mi sembra la strada giusta. La vedo troppo simile a quella dei fascisti schiamazzanti.

Un problema di genere

Una cara amica insegnante, molto impegnata professionalmente e innovatrice nei metodi e nei temi, mi ha chiesto se ho conosciuto da vicino Rinaldo Scheda. È stato un dirigente sindacale degli anni ’70- ’80 che ha condiviso con mio marito molta storia della CGIL. Non l’ho conosciuto direttamente, ma so che tra loro due c’era un ottimo rapporto di stima e di collaborazione. La mia amica l’ha conosciuto anni fa assieme ad altre giovani colleghe insegnanti, discutendo i problemi della categoria e della scuola.

Da quei loro incontri  ne è uscita, sorprendente, una riflessione, sollecitata dallo stesso Scheda.  Che i problemi della categoria docente – sia di remunerazione che di prestigio sociale – sono in fondo problemi di genere. Cioè, siccome la stragrande maggioranza del corpo docente è composto da donne, il tema dei diritti delle competenze e dei riconoscimenti diventa di secondo livello, di minore istintiva importanza. Un problema di donne è un problema minore. Inevitabile che ne discenda che anche la scuola – specialmente primaria –  è un problema minore.

Mi ricorda le operaie delle Reggiane che in tempo di guerra, lavorando allo stesso bancone e negli stessi turni di giorno e di notte, prendevano quasi la metà della paga dei compagni maschi, magari ragazzi quattordicenni o sedicenni. La mentalità è ancora la stessa. È il pregiudizio preistorico della inferiorità. Un modo di pensare, magari inconscio, che diventa di fatto un problema di genere.

Chiedo a tutti di rifletterci. E onore a Rinaldo Scheda, che ha interpretato in modo tanto originale e forse esatto la natura di un problema. E con un bell’anticipo. Visto che questa intuizione è antecedente al 1990, che è la data del suo totale distacco da ogni impegno politico.

Quelli di viva il duce

Gli scalmanati, magari incappucciati, che vanno all’assalto per le scale e i corridoi dei licei romani, ci devono indignare o  sono da compatire?

Direi tutte due le cose. Indignare perché sono sostenuti e  più o meno direttamente foraggiati dal sindaco Alemanno e dalle autorità che non vedono nei loro movimenti l’apologia di fascismo.

Ma  sono anche da compatire, perché non sanno quello che fanno. Compatire e disprezzare. Non sanno cosa è stato e cosa è il fascismo. Forse nessuno glielo ha spiegato e troppi hanno divulgato falsità. Sanno solo esaltare la violenza, l’odio, la sopraffazione. Il mito del più forte. Che poi, appena trova qualcuno di poco più forte finirà a sua volta per soccombere.  Perché quando la violenza va al potere si ritorce anche contro chi l’ha invocata o voluta. Basterebbe cercare di conoscere la storia.

Mi ha commosso incontrare nelle cronache del Liceo Righi, che ha fatto argine a questi assalti di viva il duce, il nome di un giovane Stefano. Credo di riconoscervi uno dei ragazzi che era alla nostra assemblea qualche settimana fa. Uno di quelli impegnati, che intervengono, leggono,  riflettono e  sono  applauditi e ammirati da tutti i compagni.  In quell’incontro credo di avere un po’ raccontato cosa è stato il fascismo e cosa hanno saputo fare  i tanto esaltati ragazzi di Salò. Guerra, dolori, stragi e torture che sono tutte da addebitare proprio  a quel duce, del quale i giovani “fascisti del terzo millennio”   conoscono soltanto la mascella quadrata e i pugni sui fianchi.

Grazie Stefano, grazie ragazzi del liceo Righi. Grazie anche a quei vostri professori che vi appoggiano. Grazie alla vostra voglia di sapere, al vostro bisogno di verità, alla vostra scelta di essere “costanti e di massa”, come dite alla cronista. Cioè inclusivi e democratici, unitari e  propositivi. Tanto diversi dai fascio-teppisti, anche se urlano parole quasi  rubate  a voi stessi.

La marcia su Roma

Perugia è in rivolta, perché da lì i neofascisti vorrebbero far partire le celebrazioni dell’anniversario della mussoliniana marcia su Roma. Già si sta levando l’indignazione e la rabbia da tutta Italia.

Io penso alla mia amica Mirella Alloisio, che abita in quella città. Lei è stata partigiana a Genova dove rischiava la vita accanto ai capi mitici di quella guerra di liberazione, Proprio lei che era staffetta e collaboratrice di quei tenaci genovesi e liguri che hanno messo in ginocchio gli orgogliosi nazisti e ne hanno ottenuto la resa. Un’equipaggiatissima armata con gli altezzosi ufficiali, che si arrende ai capi partigiani, che hanno combattuto con  un  improvvisato esercito  di operai e contadini  donne e ragazzi, male armato e pochissimo equipaggiato, ma tanto forte di volontà e di speranze.

Credo che l’esaltazione della  tragica impresa della marcia su Roma  non potrà essere consentita. Spero anche che questa vergognosa provocazione debba stimolare le istituzioni, la scuola, il cinema e la cultura, a raccontare meglio la storia e la verità di quei tempi e il terribile seguito che ne è venuto.

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Libri, libri, libri, di Misskiki88

In questi giorni di calura i ragazzi stanno affrontando gli esami. Qualcuno ha già finito. In generale è stata una sauna. Penso ai miei ragazzi dei programmi di memoria. Quelli di terza media quasi commoventi nella loro emozione e a volte angoscia. Li immagino con le facce tese in quelle aule in quelle scuole così poco razionali. Le nostre scuole spesso non hanno persiane, quasi mai hanno vetri apribili (per ragioni di sicurezza). Sono feste grosse se l’aula non è esposta a sud. Anche all’università, vedi Tor Vergata, gli esami di questi giorni sono da incubo climatico. Ed è una università costruita di recente.

Quelli delle superiori sono ancora sotto sforzo. I ragazzi dello Scientifico Talete, di esami ne hanno già superato uno. Alla nostra manifestazione finale, al teatro Belli di Trastevere come tesi finale hanno presentato un cortometraggio arguto e scanzonato, intitolato “Virus” dove inventano e recitano di una epidemia di smemoratezza, dove nessuno ricorda le vicende del passato millennio, quando è finita le guerra, quando è nata la Repubblica, cosa sono le istituzioni. Risate amare, bellezza del filmato, idee originali. Purtroppo molto vicine alla verità.

Perché, i “piccoli” delle medie sono stati forse da meno? Loro erano al Teatro Verde della Gianicolense. Teatro strapieno di coetanei e concorrenti. Due rappresentazioni teatrali, protagoniste le classi per intero, compresi i disabili. Questi ultimi addirittura più brillanti e motivati. Poi tre videoclip di altrettante classi, degni di concorrere a qualche premio nazionale. Per gratificazione finale, il regista-attore Ferdinando Vaselli, ha messo in scena un sorprendente atto teatrale quasi in romanesco “A professò, ancora co sta democrazia”, ironica ed efficace lezione sulla libertà e la dittatura. Le scuole medie erano la De Andrè, la Toscanini, la Martellini  la Villoresi e la Morandi,  tutte del Municipio sedicesimo.

Questa è fatica per la cultura.

Metterei sotto il titolo cultura anche una scena colta nel giardino sotto casa mia.

Ho visto un signore dei dintorni che incontro spesso. Molto vecchio, molto curvo, molto traballante. Era in panchina, nella frescura, e si era appisolato – o addormentato – e stava appoggiato o abbracciato alla spalla del suo giovane badante di colore. Il quale lo sorreggeva, con sguardo paziente, dolce e consapevole.

Peccato non aver avuto la macchina fotografica .  Questa è cultura dell’accoglienza, della solidarietà e del rispetto.

Crisi

Della crisi ne sentiamo tanto parlare che quasi ne siamo anestetizzati. Come lo spaventapasseri che dopo un po’ non spaventa più nessun passero e nessun fringuello. Invece la crisi non è un fantoccio di stracci. Basta andare al centro commerciale. Ho visto moltissimi cambi di gestione, ma anche, da un po’, molte insegne scomparse dietro spietati pannelli di legno, senza scritte di affittasi o annunci di nuovi subentranti. Anche le bare sono di legno. Solo che queste non sono verniciate.

Corruzione

Non diamo tutta la colpa ai potenti. La corruzione è un veleno che è arrivato oltre le arterie, le vene e fino ai capillari più microscopici. Una vicina, parlando degli abbonamenti mertrebus, mi rivela che lei ha il cento per cento d’invalidità. Perciò non dovrebbe pagare nulla.  Come sia questa sua invalidità, non so immaginarlo. La vedo sempre di corsa, carica di spesa o dannata dietro al più infimo granello di polvere. È una di quelle che io, crudele, chiamo “madama pezzetta”, perché stanno sempre a pulire, schiave della casa, non padrone.

Altra conoscente ha una pensione Inps al minimo, anche se, confessa, non ha quasi mai lavorato.  I famosi quattordici anni sei mesi e un giorno. Suo marito era impiegato molto vicino a  personaggi importanti.

All’edicola, spaventati dall’IMU, due signori si istruivano a vicenda sul come fare a prendere la residenza nella seconda casa. Forse fidando o ignorando che poi lì si dovrebbe proprio risiedere davvero. Forse contando sull’andazzo della mancanza di controlli.

Diventeremo mai un paese normale?

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Non so se c’è più da ridere o da piangere sull’episodio del Liceo Righi.

Il consiglio d’Istituto ha rifiutato alla centenaria partigiana Giovanna Marturano di parlare all’assemblea. Cinque contrari compresa la preside e quattro astenuti. Onore all’unica prof  favorevole assieme ai cinque studenti.

La cosa più sorprendente è la motivazione accampata dalla dirigente.  Che un’assemblea del genere poteva aver luogo solo “dopo un percorso culturale appropriato”. Gli insegnanti che hanno detto no e quelli che hanno detto ni, non so come possono sentirsi. Che forse non spetta proprio a loro far svolgere ai ragazzi quell’“appropriato percorso culturale”? Che forse non spetta loro il dovere di insegnare?  Tra l’altro sono pagati, anche se non troppo lautamente, proprio per insegnare.  Dove erano la preside e i professori nei mesi passati? C’è stato il centocinquantesimo dell’unità d’Italia, la giornata della memoria, l’anniversario delle Fosse Ardeatine e il 25 aprile. Più occasioni di così, per quell’appropriato percorso culturale, non si possono immaginare. Giovanna ha cento anni di vita da raccontare, sa tutto del fascismo, delle carceri, del confino, della guerra per la libertà, ed anche delle lotte nella democrazia per i diritti. Poteva essere occasione per colmare molti vuoti.

Motivazione più terra terra, invece, è stato il timore del  ripetersi di quanto successo all’Avogadro, dove il partigiano Bottazzi è stato contestato con gazzarra e insulti. I gagliardi ragazzotti di destra, così aitanti e palestrati, hanno questi di argomenti. Togliere la parola, come la toglieva Mussolini. Usare la prepotenza, pronti a passare alla violenza. Siamo ancora al credere ubbidire e combattere.

Di questi gagliardi nostalgici del gagliardetto si è  avuto paura? Ma quanti sono al Righi? Non mi pare che siano maggioranza, visto che gli eletti nel consiglio sono quelli che hanno proposto l’invito. E non è forse anche compito degli insegnanti pretendere il rispetto e la libertà di tutti, pretendere il rifiuto della violenza? Cioè – parola antica – educare alla democrazia?

Hanno avuto paura di Giovanna.  E qui mi viene da ridere, ad immaginare la scena.

In mezzo agli studenti, sarebbe stato addirittura difficile vederla, quella donnina che ha da poco passato i cento anni. Difficile addirittura vederla. Almeno all’arrivo.  O dietro al microfono.  Così piccola da sembrare una bimba, se non fosse per quella zazzera bianca ribelle e allegra, per il visetto arguto e ridente, lo sguardo  vivo e fermo. Loro così grandi e lei così piccola.  Hanno ragione, in fondo, ad averne paura. Perché se la fanno parlare lei diventa gigante,  mentre loro, – i gagliardi nostalgici del gagliardetto –  diventano piccoli piccoli, bacarozzi. Senza argomenti, o con argomenti triti e fasulli, che hanno la libertà di urlare, proprio perché quella libertà  è stata conquistata e regalata da Giovanna e da quelli come Giovanna.

Diciamo pure che quella preside e quei membri del consiglio di istituto, hanno fatto la scelta sbagliata, inquietante.  Sia per aver ammesso la mancanza di quell’appropriato percorso culturale, sia per essersi inchinati ai violenti, previsti e tollerati.

Spero che presidi e insegnanti ci ripensino. Che Giovanna possa andarci, tra i ragazzi del Righi. Che ci sia un confronto e una riflessione.

Diversamente sono tentata di raccomandare ai genitori romani di non scegliere quel liceo per i loro figli. Almeno fino a quando vi rimarranno questi dirigenti e questi docenti.

Una nota sorridente.

In giardino, qui sotto, mentre andavo a comprare i giornali, alcuni amici mi hanno fatto gli auguri. Hanno detto che è la giornata della mamma.

Io i regali alla mamma li ho avuti, abbondanti, in questi giorni. I miei figli che mi hanno accompagnato a Milano per la presentazione del mio libro “Storie…”. Mi sono sentita coccolata  dai  loro silenzi e dalle loro attenzioni, comprese registrazioni in voce e in video. Lì, alla libreria Claudiana,  ho trovato più amici e solidali che mai i cari Ivan Scalfarotto e Loris Mazzetti, relatori originalissimi e profondi. Una bella signora del pubblico, invitata all’ultimo momento da una amica romana , ha  poi  ringraziato via  email con parole commoventi e lusinghiere. Nei giorni seguenti ci sono state parole speciali  tra me e Loris e tra me e  Ivan, il quale  su “I Mille” ha commentato presentazione e libro con attente riflessioni politiche.

Ancora. Ieri ho trovato una seconda lettera di una mia scolara, che mi racconta di se, di alcuni compagni e compagne e dell’avermi trovata in internet. Dice cose tanto belle che ero quasi tentata di trascriverle pari pari nel blog, ma non sarebbe stato giusto mettere in pubblico tutto quel privato, non facile, assolutamente significativo delle difficoltà attuali dei giovani. Da bimba era brava a scrivere poesie. Dice che ne scrive ancora, per sentirsi meglio. Me ne ha mandata una, gentile, tenera.  Più bel regalo non poteva esserci. Ecco una vera festa della mamma.

Ancora ieri sera, noi tutti insieme a casa di Corrado, semplicemente, una famiglia unita, lietamente e in sintonia.  Ecco un vero regalo. Ecco una vera lunga e grande festa.

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Intervista a domande

Durante il lavoro di staffetta avevi paura?

Qualche volta. Quando mi imbattevo in un posto di blocco e avevo documenti compromettenti. Me la sono sempre cavata con una risposta pronta e per il mio aspetto di ragazzina poco appariscente. Ho avuto veramente paura in montagna, estate 1944, durante un terribile rastrellamento tedesco. Nello spostarci da un monte all’altro sono capitata tra partigiani di altre brigate che non riconoscevano i nostri documenti e ci hanno scambiato per spie. Ero col comandante Marius, suo figlio un po’ più grande di me, e un altro ragazzo più giovane. Abbiamo rischiato di essere fucilati nella confusione e nel dolore di quel momento. Per fortuna, tra tutti quei partigiani c’era un ragazzo che mi ha riconosciuto, perchè ero stata io ad accompagnarlo in montagna. Così ci siamo chiariti e ci siamo uniti a quelle squadre in lunghe marce anche notturne, per sfuggire alla cattura e allo scontro. I tedeschi avevano automezzi e armi pesanti, erano tantissimi, e i partigiani avevano solo armi leggere e insufficienti.

Oltre alla libertà, quale era il tuo più grande sogno?

Io sognavo di diventare maestra. Mi mancavano due classi al diploma. Avrei voluto studiare ancora all’università, ma sapevo che sarebbe stato impossibile perchè la mia famiglia era troppo povera. Anch’io sognavo di poter vivere meglio, con case più confortevoli, con il diritto di conoscere il mondo e tutte le idee diverse, di vedere tutti i film che fino allora ci erano stati proibiti o di leggere i libri vietati. E ovviamente volevo che ci fosse lavoro per tutti e non più sfruttato.

Hai mai visto un tuo compagno morire?

Purtroppo un compagno l’ho visto morto. Dopo una azione sfortunata. Si chiamava Mario, nome di battaglia Folgore. Aveva una gamba di legno. Era rimasto ferito nella famosa battaglia di El Alamein in Africa. Raccolto mezzo morto dagli inglesi, salvato a prezzo di una gamba in meno. Tornato a casa con gli scambi della Croce Rossa, veniva a parlare con mio padre, schifato della guerra e del comportamento dei generali e comandanti fascisti. Era rimasto impressionato dal fatto che i soldati inglesi avevano un giornale murale dove criticavano i loro superiori, cosa che nell’esercito fascista avrebbe comportato la fucilazione. Volle essere partigiano, e fece molte azioni in tutti i paesi della nostra zona, allegro e coraggioso. E’ stato il primo morto che vedevo, e mi ha impressionato quanto fosse diverso, senza il sorriso, senza lo sguardo vivissimo. Gli abbiamo fatto un grande funerale con tantissima gente. Dopo la funzione un partigiano ha gridato “Folgore sarai vendicato! Morte al fascismo! Viva la libertà”. Era a volto scoperto, c’erano militi fascisti e qualche tedesco, ma ha potuto scavalcare il muro del cimitero, fuggire, e sebbene fosse conosciuto, ha potuto continuare fino alla fine il suo impegno di combattente.

La tua famiglia era d’accordo sul tuo lavoro di staffetta?

Sì, la mia famiglia era tutta nella Resistenza. Mio padre era antifascista fin dal 1922, era stato perseguitato, incarcerato e gli avevano tolto un lavoro da dipendente del consorzio di irrigazione. Era nel comitato di liberazione, il CLN, e dirigeva le squadre combattenti in pianura. Non vi ho detto che eravamo in provincia di Reggio Emilia. La nostra zona andava dalla via Emilia fino alle montagne dell’appennino dove c’era il fronte, la cosiddetta Linea Gotica. All’inizio mio padre e mia madre non volevano che mi prendessi quegli incarichi pericolosi, perchè avevo soltanto sedici anni e mezzo. Poi, siccome c’era bisogno e c’era entusiasmo, ho cominciato in bicicletta ad andare di qua e di là, accompagnare persone, portare ordini, raccogliere vestiti e viveri e qualche volta a fare da sponda ai ragazzi per l’assalto a una caserma o per impedire ai tedeschi di portar via il bestiame o il formaggio depositato nei magazzini. Anche mio fratello che aveva 12 anni, aiutava . Altrettanto mia madre. Anche altri parenti e familiari, appoggiavano le nostre azioni.

Hai mai combattuto in uno scontro a fuoco?

No, perchè in pianura si facevano soprattutto sabotaggi e assalti di sorpresa. Noi staffette tenevamo i collegamenti o portavamo gli ordini, e aiutavamo dopo, se c’era qualcuno da soccorrere o da nascondere. In campagna non c’era nemmeno bisogno di far portare a noi donne le armi o il bottino, cioè di metterci ancor più in pericolo. C’era molta fantasia per i trasporti. Tutto era utile, un carro di fieno o di fascine, un cassone con delle botti, un carretto con l’erba. Qualcuna delle mie amiche in montagna ha dovuto usare le armi in uno scontro, superando la paura e la incompetenza. Una ragazza è anche morta, perchè passando da un gruppo ad un altro per scambiare gli ordini tra i comandanti , nel tornare si è trovata in mezzo alla sparatoria e non si sa nemmeno da chi è stata colpita.

Come erano vestiti i partigiani?

Andavano in montagna coi poveri vestiti che avevano. Con l’inverno e la tanta neve, il problema dei vestiti e delle scarpe diventava molto serio. Anche perchè dovevano accamparsi o fermarsi in luoghi di fortuna, nelle piccole e fredde scuole di montagna ma soprattutto nelle stalle, nei fienili, nei ricoveri delle pecore o nelle carbonaie. Noi dalla pianura abbiamo raccolto di tutto, ma non bastava mai. I partigiani approfittavano degli scontri per prendersi anche le divise tedesche o dei brigatisti. Ad un certo punto anche gli alleati hanno paracadutato vestiario e divise inglesi. Quando dovevano spostarsi o combattere nella neve, bisognava avere delle tute bianche, che erano poche, oppure si rimediava adattando lenzuola regalate dalle donne. Alle donne partigiane in montagna era stato ordinato di non mettersi i pantaloni, perchè sarebbero sembrate poco serie. Ma quasi nessuna ha ubbidito, sia per il freddo, sia perchè rischiavano la vita e il problema della maldicenza era per loro l’ultima preoccupazione. Io anche in montagna portavo la gonna per il semplice motivo che non avevo nessun pantalone.

Avevi amici ebrei?

No, nemmeno conoscenti. In paese c’era una villa abbandonata dove mi è stato detto che i padroni erano andati via perchè non credevano in Cristo. Certamente erano ebrei catturati o fuggiti, ma all’epoca non l’ho capito. Anche dei campi di sterminio non sapevamo nulla. Anche radio Londra, che qualche fortunato ascoltava di nascosto, pare che non ne abbia mai parlato.

Avevi dei familiari di cui non ricevevi notizie?

Sì, avevo un cugino figlio di una zia di Parma, che era prigioniero dei tedeschi, uno di quei soldati che pur di non combattere coi nazisti, soffriva tra i cosiddetti internati. Ci risultava soltanto che in quella prigionia, tutti avevano molta fame. Mia madre spediva per lui a quel misterioso indirizzo delle pagnotte biscottate di pane e del burro sigillato in scatola. Non abbiamo mai saputo se gli sono arrivati. E’ riuscito a tornare a casa, scavato e allucinato. Non credo che nell’emozione del ritorno gli sia stato chiesto di quei pacchi.

Se potessi tornare indietro rifaresti le stesse scelte?

Credo proprio di sì. Anche perchè ci è sembrato logico e naturale farlo. Volevamo far finire la guerra con tutte quelle sofferenze, fame, paura bombardamenti, morti. Era naturale pensare che da tutto quel dolore e disastro dovesse nascere qualcosa di nuovo, buono e migliore. Cioè la libertà, la giustizia, e che nessuno umiliasse più la povera gente e la sfruttasse senza nessuna regola, che non si andasse più in prigione per un volantino o una barzelletta, che si potessero leggere tutti libri che si voleva, che le donne fossero trattate meglio e non come esseri inferiori, che tutti potessero andare a scuola e che chi voleva e “aveva la testa buona” potesse studiare fino ai gradi più alti, che ci fosse lavoro per tutti. Che poi sono le stesse cose che ancora vogliamo adesso, con la differenza che c’è la nostra legge più importante, la Costituzione, che queste cose ce le assicura, ma che ancora nella realtà le abbiamo solo in parte oppure rischiamo di perderle, se non stiamo attenti e se non continuiamo a sorvegliare e a lottare. Insomma, bisogna essere ancora partigiani.

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