Il segnalibro, di Giuseppe Mariuz

Carissimo , finalmente mi è arrivato e tutto d’un fiato ho letto il
tuo ultimo libro
, definito in copertina “una grande  saga familiare”.
Certo, come romanzo ci sta bene l’immagine di saga familiare. Ma come
ripercorrenza di un cruciale periodo storico, ci starebbe bene la
definizione “la storia da vicino sugli anni tra le due guerre e poco
dopo”. Concretamente tu collochi il racconto nelle tue terre, il
Friuli, , confine e sentiero verso la futura Europa, confine imposto
ma che non riesce ad impedire che le persone, ricche di anima sangue e
sentimenti, trovino la forza e i modi per intendersi e per legarsi.
Intanto osservo subito che in queste tue nuove pagine ci sta dietro un
tuo grandissimo e profondo lavoro di documentazione. Hai letto e
studiato, hai parlato con anziani, sei andato sui posti. Per uno che
nella vita è stato insegnante di matematica direi che non c’è male. O
forse è proprio la matematica, con la sua razionalità e verità, che
induce e prepara a tanto altro. Insomma, lo voglio sottolineare anche
perché nella mia vita di insegnante ho sempre vista molta importanza e
interdipendenza tra questa branca del sapere e tutte le altre.
Ora il mio commento al libro.

Quando parli della prima guerra mondiale mi ci sono rivista mio padre,
quasi le sue stesse  parole nel raccontare proprio quei posti nel tuo
Friuli, quelle sofferenze, quelle assurdità, quelle segrete furbizie
nel cercare di sopravvivere. Mio padre non è stato fatto prigioniero,
quindi non  ha potuto conoscere da vicino quello che gli era stato
dipinto come il nemico. Ricordo che lui, dopo Caporetto, aveva trovato
chissà come una bicicletta ed  aveva pedalato fino a casa, profonda
pianura padana. Forse pensava che tutto fosse finito, cioè sconfitta e
ritorno a casa. Non so come ha fatto a non farsi considerare disertore
e a riprendere quella assurda guerra-carneficina.
Gli anni del fascismo, dopo le illusorie e infantili azioni dei gruppi
cattolici e di quelli meno numerosi e più arrabbiati di stampo
para-sovietico, scivolano piatti e sviliti nelle tante fatiche della
sopravvivenza e della persecuzione. A stento affiora il desiderio e
bisogno di libertà, di sguardo largo sul mondo e sulle differenze.  La
nuova generazione che ha voluto studiare è sensibile al dubbio. I più
anziani non sanno fare gli eroi e sembrano un po’ opportunisti o
vigliacchi. Mi è piaciuto come hai descritto Rico negli anni del
ventennio. Non mi piace che i cosiddetti antifascisti di quell’epoca
vengano tutti dipinti come eroici, coraggiosi, sicuri di se. La realtà
era molto dura, le minacce molto concrete. Non è umano né normale fare
gli eroi tutti di un pezzo quando si ha una famiglia da sfamare, dei
figli da lanciare  nell’ostile mondo, una piccola nuova sicurezza
sociale da difendere.
Anche gli eroismi dei due giovani al di qua e al di là dei confini,
non sono da urlo. Sono umanissimi sentimenti di dubbio, istintiva
avversione alle ingiustizie,  orizzonti diversi appena appena
abbozzati, ma che con tutta evidenza hanno radici in una antica onestà
contadina,  in una generosa umanissima e trattenuta capacità di amare,
addirittura bisogno di amare.

Ultimo pensiero. Quegli episodi della resistenza tra pianura altopiano
e montagne del Cansiglio mi sembrano copiate da ciò che ho visto o
vissuto tra le nostre montagne in val d’Enza. Niente retorica, niente
grandi comandanti strateghi,  soltanto eroi per caso, modesti o
involontari. Molta tragedia, molto dolore, inevitabili errori, troppi
morti.  Ma alla radice di tutto, sia nelle guerre che nelle pause di
pace, c’è sempre e sempre ci sarà una insopprimibile volontà e bisogno
di giustizia, di amicizia, di comprensione e di generosità.
E’ di questo che anche oggi, in Europa e nel mondo, abbiamo bisogno
per uscire con meno dolore possibile da questa terribile guerra alla
pandemia.

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Su memoria, archivi, musei

Sulla memoria è necessario ritornare, visto che qualcuno distorce la storia e troppi non si vergognano di rivalutare o rivendicare il fascismo.

 

Che strumenti abbiamo per confermare i fatti storici, per approfondirli nella loro complessità e quindi per giudicarli? Abbiamo gli archivi. Che di solito sono di carte, fragili, deperibili, precarie.  Ora dovremmo avere anche tutto il registrato, cioè quella cosa mostruosa e infinita che è la rete.
Qualche giorno fa, cioè il famoso 8 marzo giornata internazionale della donna, è andata “in rete” sul sito di Repubblica, la storia di una partigiana emiliana, Mimma, di cui già ho scritto e che mi sta molto a cuore. Il merito di questa pubblicazione va al giornalista Marco Patucchi che lavora per quella testata, e alla cara Raffaella Cortese De Bosis, ricercatrice  storica e amica.  A loro  sono molto grata e riconoscente per questa messa in rete, che ha avuto ben quattordicimila e cinquecento visualizzazioni. Cioè 14.500 lettori!
Su Mimma ho già scritto.  Con settanta anni di ritardo stiamo chiedendo per lei un riconoscimento dallo Stato, cioè una medaglia alla memoria. Il ritardo è stato causato  proprio dalla difficoltà di ritrovare documenti di archivio, a conferma della tardiva rivelazione dell’interessata sulle  torture subite.
E qui c’è da fare un discorso sugli archivi.
Il più conosciuto è il caso degli “armadi della vergogna”.  Armadi risalenti al dopoguerra, che contenevano i fascicoli con i dati sui delitti  compiuti dagli occupanti tedeschi e dai fascisti durante gli anni del conflitto.  E’ proprio da quegli armadi, rinvenuti negli anni, che è venuta fuori anche la storia di Mimma, imprigionata torturata e fuggita da una caserma tedesca, quella di Ciano D’Enza.
Qualcuno ha voltato verso il muro quegli armadi per nasconderne il contenuto. Cioè un archivio nascosto, annullato!  E per fortuna non distrutto, come forse è accaduto o può accadere!
Ma non è tutto. Quando Mimma, sessanta anni dopo la fine della guerra ha raccontato con fatica e dolore la sua storia, ha ricordato che i carabinieri l’avevano raggiunta a Parma per chiederle di quella vicenda.  Era successo che nel frattempo il Tribunale Militare si era attivato per ricostruire i fatti di quella caserma.  Mimma ha risposto alle domande con fatica, fino a sentirsi male. Dice:” Loro scrivevano e scrivevano e io mi sono sentita male”.
Da allora, dal 2005, in noi, suoi concittadini, è nata la volontà di chiedere un doveroso riconoscimento, una onorificenza. Ma serviva una documentazione,  non bastavano i  racconti.  E’ stata  Raffaella, commossa da questa storia ed allenata alle ricerche più difficili, – tipo Sant’Anna di Stazzema, delitto Moro, o fucilazioni di soldati alleati, – a mettersi alla ricerca.  Le difficoltà non ce le ha raccontate. E’ andata ad intuito, sulla traccia di competenze territoriali ed ex tribunali militari, carabinieri ed esercito, finché ha trovato un documento, proprio il verbale di quella visita dei carabinieri che si è conclusa con il malore di Mimma.
E qui ritorna il discorso sugli archivi. Perché quel documento di Mimma si trovava dove non doveva essere!  Era in un fascicolo il cui titolo indicava persone fucilate.  E’ stato per caso o per malizia che quel verbale è stato messo fuori posto? O per semplice e solita incuria, incapacità, trascuratezza?  E’ soltanto merito di Raffaella, certamente esperta di archivi e di tranelli,  se quel foglio prezioso è stato recuperato!
Purtroppo ci sono archivi che non sono degni di questo nome. Cioè sono accozzaglie di faldoni, forse in attesa di sistemazione, oppure di rottamazione. Anche quelli raccolti e ordinati possono essere in pericolo per muffe, umidità, insetti  o addirittura topi.
E ciò che viene raccolto in rete, che futuro avrà?  Ci saranno archivi telematici?  Ci si è già posto il problema della tutela, della conservazione, della accessibilità?  O basterà un clic per distruggere tutto?
Da questa esperienza mi viene un’altra riflessione.
Anche i Musei sono archivi di memoria. Ne sto conoscendo i segreti e le strutture  da quando frequento quello della didattica, il MusEd di Roma.  Proprio da come sono strutturati  ne viene garantita e resa fruibile la funzione. Che appunto è funzione di memoria storica.  Nel nostro caso,  accanto al “cartaceo” c’è anche la versione in rete.
Forse è questa la strada.
Infatti i valori custoditi in un Museo devono essere non solo attraenti e visitabili, ma anche accessibili a chi vuole o deve ricostruire la storia, accertare avvenimenti e rifletterci.  Essere bravi archivisti è una professione di tutto rispetto e di natura intellettuale.
La stessa riflessione vale anche per le biblioteche,  di volumi antichi o di opere più vicine.  Di solito hanno schedari ed elenchi, cioè mappe di percorso.  Ci pensavo  vedendo in TV  “Il nome della rosa” e riflettevo che  tutti noi abbiamo le case piene di libri, ed anche per noi a volte esiste il problema di come ritrovarli se non abbiamo adottato qualche criterio nel collocarli.  Cioè se non abbiamo reso fruibile e utilizzabile il nostro “archivio” privato.
Perché i libri e i documenti diventano qualcosa di vivo e di prezioso soltanto se il nostro interesse o la nostra curiosità li fa diventare preziosi e utili, strumenti di conoscenza,  non oggetti e non arredamento.

Ho finito di leggere il libro del mio amico Giuseppe Mariuz dal titolo “Sangue tra le primule“. Il romanzo si svolge nelle terre friulane negli anni attorno alla prima guerra mondiale.  E’ regione di confine,  luogo della tristissima Caporetto, mondi contadini, povertà e rinascite.

Oggi, con le votazioni regionali,  siamo chiamati a guardare a quelle  terre.
Mariuz fa un affresco avvincente di personaggi che si muovono realisticamente nel loro tempo storico con  pensieri e  scelte, pregiudizi e speranze  che ci fanno comprendere fin nel profondo quel tempo e quegli abbagli che hanno reso possibile il passaggio al fascismo.
Contadini mezzadri talmente dominati da ottusi proprietari  latifondisti da sopravvivere a stento. Donne previste senza voce né volontà,  paesani senza nulla indotti a sotterfugi e piccole illegalità. In mezzo, alcuni sognatori che seguono le speranze socialiste e il mito dei soviet  pronti a pagare duramente il prezzo di quel sogno.  Donne operaie nelle filande che si fanno serve o schiave, ma che a volte si alzano in piedi in dignità o ribellione.
Commentare un libro non si riesce mai a descriverlo. Perciò racconterò le  impressioni che ne ho ricavato.
E’ un romanzo, quindi vi si trovano personaggi coi loro problemi e i loro amori, intrecciati tra loro e immersi nei luoghi e nel tempo.  Mi ha colpito il fatto che proprio seguendo le vicende personali  diventino veri e chiarissimi i fatti storici friulani italiani e mondiali.  Il sogno socialista del sol dell’avvenire si rivela velleitario, nebuloso, con seguaci indottrinati all’obbedienza acritica e votati alla sconfitta anche personale.  La nascente ideologia fascista, mascherata da affascinanti promesse sociali, è abbracciata dai possidenti, dagli arrampicatori e dai violenti, che se ne servono per i loro piccoli traguardi privati.  Il clero povero che vorrebbe stare con i deboli ma che poi si inchina alla gerarchia, più don abbondio che mai.  In mezzo mi piace che emergano due donne, una contadina e una borghese abbastanza colta, che si ribellano alle convenzioni e alle autorità paterne, aiutando e spingendo i loro uomini a scelte più sensate e realistiche, scelte di ribellione e di salvezza.
La molla ideale non può essere che il sentimento, cioè l’amore. Devono passare un po’ di decenni perché al posto dell’amore o accanto all’amore, ci possa essere una consapevolezza e una maturità che si chiama emancipazione o cultura.
Insomma, è un bel libro. Ben scritto, con intrusioni dialettali  intuibili, dove sembra di vedere i sentieri e i guadi sul Piave dove il fronte è passato e ripassato con i suoi morti e i suoi residuati bellici  da occultare o rivendere e coi quali  si può continuare morire dilaniati.
La tristezza è che questo libro, come tanti meritevoli, arriverà a pochi lettori. Sappiamo tutti che il successo dipende dal mercato, cioè dagli editori. Se l’editore lancia o non lancia, se accetta il testo, cioè se lo legge o lo fa leggere,  se trova l’autore affascinante e valorizzabile come immagine, allora il libro va.  lo si può persino candidare a qualche premio.
Chissà mai che qualcun editore leggesse questo mio scritto, suggerisco alcuni dettagli. Mariuz è un professore in pensione che a scuola insegnava matematica.  Non è questo il suo primo libro, ma soltanto il suo primo romanzo. Finora aveva scritto saggi e ricerche su Pasolini, su personaggi partigiani, su lotte operaie ai cantieri di Monfalcone, programmi radiotelevisivi,  raccolte di poesie e racconti. E’ impegnato politicamente ed ha diretto l’Anpi provinciale di Pordenone. Ha collaborato con Cormons libri.
Ha lo svantaggio di avere un piccolo anche se affezionato editore, che si chiama Gaspari Editore, via  Vittorio Veneto 49, 33100 Udine.

Non era una notte buia e tempestosa

Sono felice di poter raccontare che è uscito, in tempo per il 25 aprile, il libro per ragazzi con tre miei racconti partigiani. Ne potete vedere qui la copertina con il titolo “Non era una notte buia e tempestosa”

Non era una notte copertina

In questi giorni è stato portato alla fiera del libro per ragazzi di Bologna dagli amici Vagaggini e Detti, che sono lì con la loro rivista “PepeVerde”.

Il libro non è in vendita, ma lo mandiamo in omaggio alle biblioteche scolastiche, ai nostri insegnanti e ad alcune sezioni Anpi che ci hanno aiutato.

Questo libro, o libriccino, è nato in modo strano. Si sono offerti di stamparlo i miei amici e compagni di Cormòns, Gorizia, quando hanno saputo che qui da Roma né io né il “PepeVerde” avevamo il modo di realizzarlo in cartaceo. Me ne hanno regalato una modesta quantità di copie, mentre da parte loro stanno provvedendo a farle avere alle scuole del loro Friuli Venezia Giulia.

E’ un volumetto molto ben fatto, 48 pagine, carta patinata, quattro colori, bei disegni di tre diverse illustratrici, rilegatura a prova di entusiasmi giovanili.

I racconti sono suggeriti da episodi realmente accaduti, dei quali alla fine si aggiungono le note storiche, luoghi, date e nomi.

Oltre ad intuire che nel campo dell’editoria le cose sono molto complicate e difficili, vi chiederete la ragione del mio entusiasmo, che non è solo di soddisfazione personale.

Poche copie, non in vendita, eppure la considero una bella possibilità di arrivare ugualmente ai giovanissimi, dovere primario per educare alla democrazia e alla consapevolezza storica le nuove generazioni.

Sia io che tutti noi che vi abbiamo lavorato pensiamo che possa arrivare ugualmente nelle scuole e nelle case. Infatti, tra poche settimane sarà messo in rete in formato ebook e quindi potrà essere scaricato da scuole insegnanti e genitori. Gli stessi ragazzi, che ormai se la cavano benissimo con palmari e pc, potranno accedervi facilmente. Per ottenere questo risultato ci sarà l’impegno divulgativo della rivista “PepeVerde” che si occupa di letteratura per ragazzi. Da parte mia cercherò di coinvolgere molti amici dell’Anpi e i tanti insegnanti che in questi anni di incontri di memoria mi sono diventati amici. Inoltre ne diffonderà notizia il sindacato CGIL dei lavoratori della Conoscenza, di cui Ermanno Detti e Luciano Vagaggini sono rispettivamente direttore e grafico. Sarà “PepeVerde” a curare i dettagli tecnici in rete. Mi risulta anche che via via vi si potranno aggiungere i commenti dei ragazzi, i filmati delle drammatizzazioni, i disegni, le fotografie reperibili, i dati storici aggiuntivi, i documenti ritrovati. Mi risulta che ci sono già scuole e insegnanti che progettano letture pubbliche, ricerche di episodi analoghi, dialoghi coi nonni, approfondimenti su realtà di vita, dolori problemi case e costumi degli anni di guerra.

Insomma, qualcosa di buono per preparare alla libertà e alla concordia i nuovi giovani potrà arrivare anche da queste poche pagine.

Un diario degli ultimi incontri

Quasi a richiesta, pubblico diario e foto degli ultimi incontri a cui sono stata chiamata.
E’ anche un modo per ingraziare tutte le amiche e tutti gli amici che lavorano con impegno nel mondo difficile di oggi, a tutela dei  nostri valori civili e liberi ispirandosi  alla storia e al coraggio di ieri.
14 novembre 2015, sabato
A   CASA CERVI,  Gattatico di Reggio Emilia, nel  71°anniversario della morte di mamma Genoeffa, convegno su “ La resistenza delle donne tra memoria e nuove prospettive di ricerca”.
Era l’indomani degli attentati a Parigi, ai quali è stata dedicata una commossa attenzione.
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Nella foto sono presenti Gemma Bigi, ricercatrice, che mi intervisterà sulla traccia del libro “Un cielo pieno di nodi”. Alla mia sinistra la on Giancarla Codrignani, giornalista e storica, che è risalita alle origini del terrorismo islamico prima di commentare con favore e competenza  il mio vissuto e  i miei scritti.
Accanto alla Codrignani, c’è Albertina Soliani, senatrice e presidente dell’Istituto Alcide Cervi e infine la giovane Roberta Mori, consigliera regionale  e presidente della commissione “Parità e diritti delle persone” di Emilia Romagna.  La Mori e la Soliani hanno dato inizio ai lavori con toccanti interventi.
Tra il pubblico confluito alla sala Genoeffa Cocconi erano presenti anche  familiari stretti e  meno stretti delle famiglie Cervi e Cocconi.

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Nel pubblico….

Casa Cervi Biblioteca Emilio Sereni con Emma Bigi

Davanti alla Biblioteca “Emilio Sereni” a Casa Cervi, con Emma Bigi

17 novembre 2015, martedì
ROMA, “Casa della memoria” in via Francesco De Sales. è stato presentato il libro “Compagni” di Elvira Pajetta, figlia di Giuliano, che ha ricostruito la storia di questa straordinaria famiglia, recuperando anche documenti e scritti di notevole importanza. Vi ero invitata e coinvolta con un intervento a chiusura,  sul  ruolo delle tante donne in quelle vicende e sulle ramificazioni familiari e geografiche di quei fatti, tra le famiglie Pajetta, Berrini, Balconi e Banchieri e tra la Francia, la Spagna, URSS,  il bellunese, la Valsesia e la Jugoslavia.
27 novembre 2015, venerdì
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A   ROMA, quartiere del Quadraro, organizzato dal circolo ANPI “Nido di vespe” sono invitata per presentare il libro “Un cielo pieno di nodi”. L’incontro, affollato, si svolge nella sede di “Officina Via Libera”.
Nella foto c’è il presidente Loris Antonelli che ci ospita e apre i lavori.  La dottoressa Aurelia Celliti fa un interessante commento al testo con scambio di interventi. Si aggiunge anche Walter De Cesaris, studioso della resistenza del Quadraro, che si collega alle esperienze di lotta partigiana in questo luogo, chiamato anche “La borgata ribelle” o definito dagli stessi tedeschi come “nido di vespe”, da cui il drammatico rastrellamento e deportazione  di settecento persone.

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Officina culturale via libera, al Quadraro

28 novembre 2915, sabato
CAVRIAGO  (Reggio Emilia) presso il centro culturale “Il Multiplo”, il coordinamento donne della Val D’Enza, nel  quadro di  incontri mostre e spettacoli, partite dal  21 novembre  con tema  contro la violenza alle donne, mi hanno inserita per riflettere sulla violenza alle donne in guerra, ieri e oggi. Pubblico numeroso prevalentemente femminile, saluto del sindaco Paolo Burani, conduzione di Amedea Donelli, poi dialogo e letture sul mio libro con Maria Teresa Laudenzi, scrittrice e insegnante di Roma.  Seguono interventi di Alessandra Campani dell’associazione “Nondasola” con i racconti tragici di volontariato per le stuprate della Bosnia. Quindi il racconto  della prof. Brunetta Partisotti che con i suoi studenti ha ricostruito e pubblicato la storia di una partigiana di Cavriago, “Seida”.  Si sono poi aggiunti contributi al dibattito  di Eletta  Bertani  per l’ANPI nazionale e di Annalisa Magri dell’ANPI Val D’Enza.
Il tutto con il piacevole inserimento di canzoni, voce e chitarra di Giovanni Gilli, figlio di un mio comandante partigiano e di madre staffetta.

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Con Amedea Donelli, Alessandra Campani, Maria Teresa Laudenzi e il sindaco Paolo Burani

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A Cavriago

4 dicembre 2015, venerdì
ROMA, presso la Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma, in via della Vasca Navale  109,  sono confluite le ultime classi dell’Istituto Superiore “Papareschi” per “Esercizi di memoria, dall’armistizio alla liberazione”    promosso dalla prof. Maria Teresa Laudenzi con la preside Paola Gasperini. La mia testimonianza si è intrecciata con le belle lezioni dello storico Ugo Mancini, insegnante al Liceo di Albano e autore di un libro-ricerca uscito di recente, dal titolo “ 1926-1939, l’ITALIA  AFFONDA, ragioni e vicende degli antifascisti a Roma e nei Castelli Romani”. Molta attenzione dei ragazzi, che hanno aggiunto brevi interventi e formulato domande. Dall’incontro con Mancini e con le scuole, partirà una iniziativa in favore dei Musei e dei sentieri della Resistenza, per non dimenticare la vicenda dei Castelli romani sotto bombardamenti linea del fronte, comandi tedeschi e rappresaglie crudeli.

A Frascati

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

Alla

Alla Facoltà di Ingegneria della Terza Università di Roma

 

 Cattura
7 dicembre 2015, lunedì
A CORMONS, provincia di Gorizia, “CORMONSLIBRI2015” Festival del libro e dell’informazione, iniziato venerdì 20 novembre, ha inserito nel pomeriggio del 7 dicembre “UNA PAGINA DI UNA GRANDE STORIA” incontro con Teresa Vergalli. Presenta Giuseppe Mariuz, presidente provinciale ANPI di Pordenone. Preceduto dalla proiezione di una breve intervista rilasciata il 2 giugno a TV2000 (il video è qui sotto), il dialogo, condotto su memoria e romanzo, cioè sui due libri, quello biografico “Storie di una staffetta partigiana” e su ricostruzione romanzata “ Un cielo pieno di nodi” procede spedito intervallato da letture dai due libri dalle voci di Mariateresa Laudenzi e di Elena Vesnaver.

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A Cormons, con Giuseppe Mariuz

Organizzazione perfetta, in teatro. strumentazioni e luci adeguate ad un evento che ha oltre dieci anni di vita e risonanza regionale e nazionale, premi letterari e di poesia, solidarietà, camminate letterarie, vendita libri usati,  teatro e musica, concorso aspiranti giornalisti, puliamo il mondo, coinvolgimento di tutte le scuole di ogni grado della regione e oltre. Merito del vulcanico bravissimo direttore artistico Renzo Furlano, che sta già anticipando il programma  del 2016. Soltanto quest’anno sono passati da questo festival del libro giornalisti, attori ed editori, storici, sportivi. Tra gli altri Lirio Abbate, inviato speciale dell’Espresso col suo “I Re di Roma”; Marco Tarquinio direttore de L’Avvenire; Moni Ovadia con “Le ceneri di Gramsci”, Piergiorgio Odifreddi su “Il giro del mondo nella conoscenza, un gioco razionale; Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti su filosofia contemporanea; Paolo Maddalena giudice Costituzionale; Antonio Ingroia con  Giorgio Bongiovanni e  Lorenzo Baldo su mafia e mafie; Luigi Manconi su giustizia e carceri; Giacomo Russo Spena di Micromega; Il giorno dopo di me, Vito Mancuso, teologo,  su “aprirsi all’altro, all’etica, al bene”.  A chiusura serale Vinicio Capossela col suo “viaggio nel paese dei coppoloni”.

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Elena Vesnaver legge brani del libro

Nell'occasione dell'incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

Nell’occasione dell’incontro di Cormons, una visita a Redipuglia

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Festa Reggio

Alla festa dell’Unità a Reggio Emilia, il sabato 29 agosto, c’è stata la presentazione del libro “Un cielo pieno di nodi”. nella capiente struttura chiamata Piazzetta delle idee, alla presenza di un pubblico veramente numeroso. Relatore e presentatore, l’amico carissimo Loris Mazzetti, capo struttura RAI, che ha analizzato e valorizzato  la struttura e il linguaggio del testo, affascinando e coinvolgendo i presenti. Ci sono stati diversi interventi e qualche domanda. Particolarmente interessanti quelli di Fiorella Ferrarini dell’Anpi, di Eletta Bertani, e  di Lorena Mussini, che hanno colto nel libro  riferimenti evidenti ai fatti realmente accaduti nella realtà della Resistenza reggiana.
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Non so se è il caso di accennare che  … Per chi non lo sapesse,  la FestaReggio è un grande avvenimento nell’amplissimo CampoVolo,  che si protrae affollatissima per tre settimane,dal venerdi 28 agosto fino al 13 settembre.

Bibbiano

Il libro Un cielo pieno di nodi è stato presentato a Bibbiano il 1 giugno scorso. Qui di seguito un po’ di foto, non solo della presentazione ma anche di altri eventi di quei giorni.

Qui sono col sindaco Andrea Carletti, le maestre e l’assessore alla cultura, nell’aula biblioteca della  scuola elementare ingrandita e ristrutturata dall’ex sindaco Orio Vergalli.

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Qui siamo al nido di Bibbiano il “Barcobaleno”, nella frazione di Barco, una struttura di eccellenza, completa di scuola dell’infanzia a impostazione “Reggio children” dove mi si dice, che sono i luoghi dove “si imparano le regole del vivere civile”. Nella foto l’inserviente taglia il pane prodotto e cotto qui ogni giorno con materie prime di qualità .
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Giochi e strutture all’aperto, nido e scuola di infanzia a Bibbiano.
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Bibbiano, 2 giugno 2015, consegna ai giovani diciottenni di copia della Costitutzione con allegato diploma di Alexander ai  partigiani. Nella foto il sindaco Andrea Carletti , alcuni giovani assessori, un gruppo di diciottenni, la ex ministra Maria Carmela Lanzetta, e all’estrema destra due volontari che assistono i terremotati dell’Himalaya.
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Un abbraccio con una neodiciottenne. Nella foto c’è Elena Grassi e  a destra Maria Carmela Lanzetta che in mattinata aveva partecipato all’intitolazione della piazza a Libero Grassi, presenti tutte le associazioni locali di volontariato e di lotta alla mafia.
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Altro bel momento della consegna della Costituzione ai diciottenni di Bibbiano, con dedica e autografo.
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Giovani e anziani, alti e piccoli, ieri oggi e domani nella difesa della democrazia e nella lotta alla mafia, testimoni e protagonisti, con Maria Carmela Lanzetta.
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Davanti al Municipio i dati del referendum del 2 giugno, con mio fratello Orio Vergalli.
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Un momento della presentazione di “Un cielo pieno di nodi”.
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Ancora un’immagine della presentazione.
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E, infine, un piccolo mosaico della presentazione e delle molte dediche firmate.
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Possa il mio sangue servire e Un cielo pieno di nodi alla Camera dei Deputati

Il 9 giugno si è svolta, presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, la presentazione del libro “Possa il mio sangue servire – Uomini e donne della Resistenza”, di Aldo Cazzullo, Rizzoli editore, insieme al mio libro  “Un cielo pieno di nodi”. Editori Riuniti. Finalmente riesco a trovare il tempo di mettere anche qui il video integrale, che trovate anche sul sito della Camera.

http://webtv.camera.it/embedded/evento/7983?w=500&h=375

 

 

 

 

Una recensione

lemienotizie

Dei libri mi piace leggere e assaporare a volte il titolo, a volte il risvolto di copertina, a volte qualche pagina sparsa qui e là, prima di cominciare a leggerli sul serio, lasciandoli raccontarmi loro stessi, senza fermarmi a pareri diversi da quello che, scrivendo una recensione, è il mio. Stavolta prendo tra le mani un nuovissimo libro, davvero fresco di stampa, e leggo una bella dedica. A chi costruirà un avvenire partendo dal passato raccontato in un grosso pugno di oltre duecento pagine. E comincio una lettura appassionante, pur su una trama inusuale, un tracciato di vita che segue la vita, più che l’impaginazione.

Quello sopra è l’inizio di una bella recensione di Alessia Biasiolo a “Un cielo pieno di nodi”. Il resto lo trovate qui, sul sito Lemienotizie.

Un cielo pieno di nodi a Pane Quotidiano

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Martedì 21 aprile alle 12.45 presenterò Un cielo pieno di nodi nella trasmissione Pane Quotidiano di Concita De Gregorio. Ci sarà anche Giovanni De Luna a presentare il suo nuovo libro, La resistenza perfetta. Buona visione!

PS: nella stessa giornata, dalle 21, parteciperò alla trasmissione sulla liberazione che andrà in onda su RAi Radio 3.

Un breve video della serata di presentazione del mio libro

La  prima presentazione di questo mio nuovo libro  è avvenuta in un modo e in un luogo insoliti ed eccezionali. E’ stata quasi una festa.
Il  luogo è  la sede dell’Associazione Civita, alla quale sono iscritta da diversi anni, in piazza Venezia a Roma, dall’altra parte del famigerato balcone. Qui il balcone è un grande terrazzo che gira tutto intorno all’edificio e  si affaccia all’altare della Patria,  alla colonna  e al foro di Traiano, a via dei Fori imperiali  fino dall’altra parte a piazza Santi Apostoli e via del Corso.
Sul terrazzo  i ragazzi del Macrobiotico hanno preparato i loro speciali assaggini, a festosa conclusione di tutto.
L’incontro è iniziato con una sorpresa, quasi un regalo per me. Le allieve della facoltà di storia della Terza Università di Roma, compresa mia nuora Carla che sta conquistandosi la laurea, hanno chiesto di proiettare una intervista di dieci minuti che mi avevano   registrato non molto tempo fa.
Quindi è partita la vera e propria “presentazione”.
Mimmo Liguoro, che molti ricorderanno ai telegiornali TV, ha messo in luce lo stile di scrittura, la trama e i personaggi. Poi ci sono stati interventi vari e brevi, tra cui quello di mio fratello Orio, venuto dal paese in provincia di Reggio Emilia.  Le parole e gli interventi sono stati  accompagnati da proiezioni di immagini e  dati. Orio, che ha cinque anni meno di me e  ha fatto la sua parte di Resistenza, ha potuto aggiungere particolari su quel periodo.  Di seguito ci sono stati  interventi e letture di brani  da parte di Maria Teresa Laudenzi, insegnante e poetessa, della giornalista Gabiella Gallozzi, di Ermanno Detti scrittore e direttore della rivista “articolo 33” del sindacato scuola CGIL, di un giovane attore Jacopo Neri.
La cosa più bella, che nel filmato si vede poco, è stata la grande affluenza di amici, insegnanti, studenti e amici degli amici, che hanno voluto il libro e giustamente hanno preteso le dediche autografe.
Mi sono sentita coccolata e felice.

Venerdì 20 marzo, la “prima” di Un cielo pieno di nodi

Oggi, anziché scrivere, ho scelto di lasciar parlare le foto. Sono state scattate durante la prima presentazione del mio nuovo libro “Un cielo pieno di nodi“. La sede è quella dell’Associazione Civita, alla quale aderisco da molti anni, posta in un luogo prestigioso, a Piazza Venezia 11, Palazzo delle Assicurazioni. Questa prima foto mostra la presidenza dell’incontro. Da sinistra la professoressa Maria Teresa Laudenzi, vincitrice di molti premi di poesia; il dottor Mimmo Liguoro già giornalista della RAI e docente di Civita; la giornalista di RAI Storia Raffaella Cortese; il professor Ermanno Detti, scrittore e direttore della rivista “Articolo 33” edito dal sindacato scuola CGIL e della rivista “Il pepe verde” su letteratura per ragazzi. Infine ci sono io.

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Scambio di idee e accordi con il relatore Mimmo Liguoro prima dell'inizio.

Scambio di idee e accordi con il relatore Mimmo Liguoro prima dell’inizio.

Sullo schermo a parete si proietta l'intervista raccolta dalle laureande in storia della Terza Università di Roma.

Sullo schermo a parete si proietta l’intervista raccolta dalle laureande in storia della Terza Università di Roma.

La relazione di Mimmo Liguoro

La relazione di Mimmo Liguoro

L'intervento di mio fratello Orio, venuto da Reggio Emilia. Dietro di lui la nipote Valeria Vergalli che studia a Forlì e vive a Piacenza, reduce da un soggiorno  a Mosca con borsa di studio per traduzione simultanea di lingua russa.

L’intervento di mio fratello Orio, venuto da Reggio Emilia.
Dietro di lui la nipote Valeria Vergalli che studia a Forlì e vive a Piacenza, reduce da un soggiorno a Mosca con borsa di studio per traduzione simultanea di lingua russa.

La tradizionale  e gradita cerimonia  delle dediche sui volumi. Nella  foto si vede la dottoressa Alberta Campitelli, sovrintendente alle Ville Storiche di Roma.

La tradizionale e gradita cerimonia delle dediche sui volumi. Nella foto si vede la dottoressa Alberta Campitelli, sovrintendente alle Ville Storiche di Roma.

Un commento della giornalista Gabriella Gallozzi sul tema violenza e pace. Accanto è M.Teresa Laudenzi, che ha letto brani del libro. In sala era presente un bel gruppo di suoi allievi del liceo "Colomba Antonietti" di Roma

Un commento della giornalista Gabriella Gallozzi sul tema violenza e pace. Accanto è M.Teresa Laudenzi, che ha letto brani del libro. In sala era presente un bel gruppo di suoi allievi del liceo “Colomba Antonietti” di Roma

Intervento in risposta alle curiosità del pubblico e a illustrazione delle immagini proiettate.

Intervento in risposta alle curiosità del pubblico e a illustrazione delle immagini proiettate.

Il giovane attore Jacopo  Neri legge brani del libro dai capitoli " Finisce o  non finisce?" e "Il comitato".

Il giovane attore Jacopo Neri legge brani del libro dai capitoli ” Finisce o non finisce?” e “Il comitato”.

L'intervento di Ermanno Detti, che, partendo da una esperienza familiare, ha ricordato la natura anche culturale della Resistenza per  il recupero di conoscenze storiche e di preparazione alla democrazia.

L’intervento di Ermanno Detti, che, partendo da una esperienza familiare, ha ricordato la natura anche culturale della Resistenza per il recupero di conoscenze storiche e di preparazione alla democrazia.

Tanto per vedere dove eravamo. La ragazza è Valeria,  studentessa di lingue, l'unica  nipote che porta il cognome Vergalli.

Tanto per vedere dove eravamo. La ragazza è Valeria, studentessa di lingue, l’unica nipote che porta il cognome Vergalli.

Piccolo sguardo sui carcerati

Foto di Pek_

Lunedì scorso sono entrata nel carcere di Regina Coeli.  Motivazione:  gli autori presentano i loro libri.

Non mi sono sentita ne’ autore ne’ presentatrice. Ero una persona che incontrava altre persone. Però impatto stressante, mascherato con impegno.

Dentro, oltre all’ingresso – quella cupola rovesciata piena di corridoi a inferriate, tante volte ripresa da film e televisioni –  ho visto soltanto la biblioteca, ampia, con le bacheche chiuse e ben titolate. Infine, la saletta attigua destinata agli incontri.

Loro, sono venuti alla spicciolata, sorridenti e curiosi. L’accompagnatrice mi ha anticipato che qualcuno viene per incontrare amici altrimenti lontani di cella. Mi fa piacere offrire questa piccola occasione. In verità ne approfittano con discrezione, nelle file in fondo, molto sottovoce. E sono pochissimi.

Potevo presentare il libro o parlare di me? Sarebbe stato assurdo.  Avrei voluto sapere di loro, perché la domanda più istintiva è sempre la stessa: “come mai  siete qui, cosa avete fatto” . Non era il caso, non sarebbe stato giusto. Forse sarebbe stato come girare il coltello nella piaga.  Queste due o tre ore sono per queste persone un’occasione di evasione. Vorrei proprio che sentissero vere le parole della canzone “questa stanza non ha più pareti”, almeno per un po’. Guardiamo fuori, guardiamo la storia, vediamo se dalla storia possiamo trarre qualche motivo di speranza.

A intuito, con le poche frasi dette da qualcuno, ho cercato la strada del comunicare.  All’estroverso che dice di essere in attesa di giudizio, dispiaciuto della stupidaggine fatta per la prima volta. Al dinoccolato e un po’ astioso che lamenta il trattamento troppo duro e poco professionale. E al gruppetto che mi racconta dell’esperienza di teatro, rammaricato dell’assenza di un pubblico vero, perché qui si accede solo col permesso. Anche qui, come a Rebibbia e come si vede nel film dei Taviani, recitare è liberatorio, forse terapeutico.  Ho dinnanzi diversi volti di colore, sfumature varie. C’è un ragazzo molto giovane.

E’ stata una fatica, ma spero di avercela fatta. Raccontare la situazione di quegli anni di guerra, le nostre motivazioni, l’Italia che ne è scaturita, la bella Costituzione che ha parole tanto preziose anche per ognuno di loro, quel primo articolo sulle uguaglianze e i diritti, quello sulla pace, sulla giustizia, sul lavoro. Mentre parlavo li vedevo attenti, con accenni di condivisione, ma ero sempre dubbiosa, anche sulla comprensione dell’italiano. Con alcuni, in prima fila, un dialogo, quasi dibattito.  Alla fine, siccome l’editore ha regalato i libri, tutti hanno voluto le dediche. E’ stato il momento più toccante. La soddisfazione di sentire che avevano seguito, che l’italiano lo capivano tutti, anche l’originario della Nigeria e il giovane rumeno. Da quanti anni sono in Italia? E perché non hanno trovato la strada giusta?  Il pensiero mi correva ai pescecani della truffa, ai furbetti, ai grandi evasori così comodi e liberi, al massimo ai domiciliari nelle loro belle ville. La cosa più faticosa è stata scrivere quelle dediche, perché non mi va mai di limitarmi alle solite  parole incolori di circostanza. Mi serviva almeno un cenno sulla loro identità. Gli stranieri, per non farmi sbagliare, mi porgevano scritti in chiaro i loro difficili nomi .

Immagino che questi libri faranno parte di un piccolo patrimonio privato e che questa dedica personalizzata li renderà  più importanti.  Ho cercato di scrivere con calligrafia chiara, ma so di non esserci sempre riuscita. Non volevo farlo vedere, ma la mano seguiva a stento, per una vera  angoscia,  senso di  impotenza e  dubbio.

I miei libri

Mi fa piacere comunicare agli amici e amiche di questo blog, che  i miei libri sono disponibili.

Il primo “Storie di una staffetta partigiana” è uscito in terza edizione da Editori Riuniti University press.  Lo si può ordinare, ma potete trovarlo anche  in molte librerie.

Il secondo “L’invenzione della verità” uscito nel maggio 2009,  lo si può reperire dall’editore  www.dedaedizioni.com , ossia  Ded’A Editore srl Roma.

La solitudine dei numeri … diversi

In questi ultimi giorni mi sono sentita meno sola. Quando Fabio Fazio ha detto di fronte alla vedova del sindaco Vassallo che non è vero che siamo tutti uguali. E’ la stessa frase che mi ero detta anch’io. Però che tristezza o che tragedia essere diversi e proprio per questo trovarsi nel mirino e caderci sotto. Ma i “diversi” quanti sono? E diversi da chi? Cioè i diversi da quelli di cui si parla sempre, tanto che siamo rintontiti dalle loro “prodezze” che esattamente dovrebbero chiamarsi malefatte. Tanto da farci vedere nero e temere di essere circondati da tutta melma.

Invece che bello ritrovarsi tra “diversi”!

Al teatro Quirino venerdì passato recitavano i ragazzi di Scampia. Da tre anni con loro e per loro ha lavorato Debora Pietrobono, grande operatrice teatrale e grande idealista. Proprio a Scampia di Napoli, la tanto disastrata Scampia, con le sue Vele e i tanti dolori. Debora e i suoi amici teatranti hanno tirato fuori un miracolo. Quei ragazzi e ragazze, forse una ventina o più, con tutto un grande contorno di sostegno e impegno, sono approdati a quel palcoscenico, allegri, scatenati, efficacissimi, indistinguibili dai due attori professionisti confusi tra loro. Rivivevano e ricostruivano la poetica di Raffaele Viviani e la musicalità della loro lingua che nei passaggi più alti si trasforma in canto. Un vero recupero culturale, una luce oltre la melma.

Ecco anche loro “diversi”. E Debora mi racconta da tempo di una Napoli che vuol essere nuova, rifondata, pulita.

E a proposito di diversi mi è arrivato un documento su un incontro di memoria su i Pajetta svolto il 13 settembre scorso a Savona. In particolare mi colpisce l’intervento di Elvira Pajetta, figlia di Giuliano, ragazza dinamica e dolce che ha ereditato il sorriso della sua omonima nonna, che noi, tanto tempo fa, chiamavamo semplicemente “mamma Pajetta”. Elvira racconta la fatica che le è costato andare alla ricerca della persona vera di suo padre. La stessa faticosa ricostruzione che ha fatto Benedetta Tobagi trascritta poi nel libro. Che non sono mai ricostruzioni di una sola persona, ma di famiglie, di madri, mogli, figli, fratelli. Per di più Elvira è figlia di una Banchieri, famiglia benestante del bellunese che nell’antifascismo nell’emigrazione e nella resistenza era forte addirittura di sedici persone, compagni compresi. Poi c’è l’altro ramo della famiglia Balconi, originaria del novarese e precisamente di Romagnano in Val Sesia, abbastanza numerosa anch’essa. Tutti questi Pajetta, Balconi, Banchieri erano certamente i “diversi” in quel loro tempo e lotte. Erano comunisti, cioè erano sognatori. Non erano poveri. Avvocato il capostipite dei Banchieri, possidenti i Balconi e benestanti torinesi i Pajetta. I loro sogni erano per gli altri, sogni umani di giustizia e riscatto. Questo bisogna ricordare, anche se qualcuno vuol svalorizzare quegli ideali solo perchè abbinati ad una ideologia ora contestata e scaduta.

Di tutti questi “diversi” di ieri ci sono oggi i figli e i nipoti. C’è ancora la mia amica Rosa, detta Rosetta Banchieri, c’è suo nipote Giorgio che invece di farsi la casa al mare ha lavorato anni per ricostruire tutta la storia della sua famiglia tradotta in un bellissimo allestimento espositivo con ricco catalogo documento. Poi c’è Elvira, che si è unita al cugino per allargare il campo della memoria alle famiglie Pajetta e Balconi. Nel mio ricordo c’è anche sua cugina, la dottoressa Marcella Balconi, che a Novara ha avuto una parte nella nostra vita e nell’infanzia dei miei figli.

Credo che tutti noi, nonni, figli e nipoti siamo i “diversi” di oggi, i sognatori, quelli che pensano agli altri, e che, proprio perché sognatori, lavorano studiano recitano scrivono e si danno da fare per salvare la memoria. Che combattono la dimenticanza per coltivare la consapevolezza verso il futuro. E lottano ancora e non vogliono sentirsi ne’ numeri ne’ soli.

Bologna Children’s Book Fair

Ecco un altro titolo in inglese!  E noi, poveretti, nati nel secolo scorso e non arrivati in tempo per l’inglese o le altre lingue, come ci sentiamo? Dei poveri emarginati, anche se abbiamo già orecchiato questi termini. Persino a Reggio Emilia, la mia città d’origine, per le  sue meravigliose scuole dell’infanzia ha scelto  quella magica paroletta “Children”, cioè  “Reggio children’s”

Mi ci dovrei abituare. Dovrei ricordare che tanto  questa Fiera  che le scuole di Reggio, sono proiettate nel mondo e famose nel mondo, per cui è logico e giusto che  nel titolo parlino la lingua del  mondo .

Sono stata a Bologna, giovedi 25, alla Fiera del libro per ragazzi. (Stavolta lo dico in italiano).

Immaginavo che fosse una fiera bella e colorata, non solo perchè sono belli e colorati tutti i posti dove ci sono molti libri. Qui c’è molta bellezza in più, perchè ci si rivolge ai ragazzi, golosi di figure, di fantasia, di sogno.

Fantasia e sogno, ed anche ironia, non mancano alla casa editrice che mi ha invitato. Lo si vede subito dal nome, che è  “Coccole e caccole”.  Ha sede nel sud, a Cosenza. Questo  libro per cui sono stata  invitata,  per logica avrebbe dovuto nascere al nord, visto che  parla di “Una partigiana di nome Tina”. Quel  nome Tina è un nome vero. Si tratta di  Tina Anselmi, la grande, coraggiosa e modesta Tina Anselmi, la prima donna diventata ministro in Italia. E i luoghi sono al nord, il Veneto, zona del Grappa, Castelfranco, Bassano e vicinanze.

Con Tina ho alcune somiglianze. L’età, solo qualche mese di differenza. L’esperienza partigiana, i chilometri in bicicletta, studentesse entrambe di un istituto magistrale. Anche i pensieri, gli  entusiasmi o i  tremori, la  fiducia nel futuro. Simili anche i pericoli e le scene di guerra nelle mie e nelle sue  colline,   Bassano o Conegliano o  i miei  Bibbiano o Vetto.

Devo parlare come inviata dell’Associazione Partigiani Anpi. So bene quanta differenza c’è tra me formichina e questa grande donna. Cerco di sottolineare la valenza del libro, chiaro e provocatorio, reale e nello stesso tempo fantastico. Mi piacciono le illustrazioni, che volano e fanno volare. Giovane  l’illustratore, Sandro Natalini,  qui  presente.
Giovane anche l’autore  del testo, Anselmo Roveda, che ha trascritto il percorso di quella ragazza in forma lieve,  prendendo per mano chi legge quasi a fargli  sentire quel tempo e i  sentimenti di allora.

Siccome ogni lettura è sempre un seme e una conquista, io immagino che dopo queste pagine ognuno abbia voglia di conoscere meglio il percorso di quella ragazza e vada a scoprire la grande donna che è stata Tina Anselmi. Un percorso fatto di università con laurea, poi di impegno sindacale accanto alle donne delle filande e delle fabbriche tessili, quindi il parlamento, le commissioni, gli incarichi governativi, i ministeri. Più impegnativa e forse sofferta, l’indagine sulla  P2. Nessuno l’ha fatta senatore a vita. Secondo me lo meritava. Sulla sua vita ha concesso soltanto alcune interviste. Credo che di suo pugno abbia  scritto soltanto  la memorabile dimenticata  relazione su quella loggia, che sarebbe ora più che mai necessario tirar fuori.

Il racconto del libro è vero e nello stesso tempo fantastico, in quella fusione tra reale e immaginario di cui  devono essere fatte tutte le opere per i ragazzi. Del resto anche la letteratura per adulti per essere valida deve trasfigurare la realtà senza tradirla. Attraverso l’immaginario, sia i piccoli che i grandi, possono crescere e diventare forti  dentro la vita.

Mi sorprendono le persone che ho davanti. Non solo i protagonisti, l’editore la direttrice editoriale, i due autori. Il pubblico, attento e motivato, è fatto tutto di persone  impegnate in vario modo nella cultura, nella scuola, nella  diffusione del sapere. Libraie, bibliotecarie, autrici, giornalisti,  insegnanti, addetti alla cultura o all’istruzione nelle istituzioni locali o in libere associazioni e nel volontariato. Vengono dal nord e dal sud, Roma, Galliate, Imola, Bologna, Asti e chissà  altro dove.

Mi chiedo sempre come sia possibile che con tanta gente meravigliosa che si incontra dappertutto,  dobbiamo sopportare di avere un governo così squallido, che a noi, nati nella prima metà del secolo scorso,   rievoca angosciosamente troppi segni  di quel  passato totalizzante contro il quale abbiamo combattuto.

Enzo Biagi e i suoi quattordici mesi

Enzo Biagi ci dice che i quattordici mesi della sua Resistenza sono stati i più importanti della sua vita. Cioè quelli che l’hanno formato uomo, cittadino e maestro di pensiero. Quei quattordici mesi, – marzo 44 aprile 45 aggiunti agli altri sei dall’8 settembre 43, sono i più importanti anche per la vita del nostro Paese. Quello è il tempo in cui è iniziata la nostra democrazia e la nostra Repubblica.

In questo libro , curato da Loris Mazzetti, Biagi ci è ancora maestro di verità, come lo è sempre stato nella sua veste di giornalista.

Raccontare la verità è raccontarla tutta, senza accenti e senza ombre. Con quella sua scrittura così poeticamente piana, ci aiuta a comprendere, addirittura a vedere, quelle bande di eroi per caso e combattenti per scelta, finiti sui monti a lottare e a ragionare.

Dice: “Era uno strano combattere, perchè il fronte era ovunque, e i soldati di Hitler arrivavano di giorno e di notte, da tutte le parti, ben equipaggiati, con tante munizioni, con scarpe che non lasciavano passare l’acqua e cappotti che allontanavano il freddo, e se erano feriti avevano medicine, dottori e ospedali. Invece, se un partigiano cadeva prigioniero era un partigiano morto, e guai se restava ferito. I nostri morti non avevano una croce, toccava a noi ricordarci dove erano rimasti. Dentro un argine, su una balza.”

Biagi in queste pagine non racconta soltanto. Ci fa un affresco di tempi e di luoghi. Non si ferma al suo vissuto come un testimone qualsiasi. Biagi va anche dall’altra parte. Va anche al prima e al dopo.

Da testimone ci descrive la tragedia del massacro di Marzabotto, cioè di quelle frazioncine casolari e chiesette che noi accomuniamo sotto il nome di Marzabotto. E’ un affresco dolente e pietoso che può fare soltanto chi conosce quelle genti, quelle case, i colori, gli odori. E’ il racconto di chi ne ha amato o conosciuto le vittime ed ha ascoltato i superstiti.

Subito dopo, Biagi giornalista ci offre la figura e la versione del colpevole di quell’eccidio, il maggiore Reder, da lui intervistato nel 1969 nel carcere di Gaeta. Ne viene un ritratto agghiacciante, una verità ancora più vera pur se vista dall’altra parte, un soldataccio fanatico messo alle corde dalle semplici domande od osservazioni di un mite e minuto giornalista dalla schiena dritta. A questa intervista si aggiungono quelle a Kappler e a Kesserling , che giustamente trovano posto nel libro. Con Kappler si ricostruisce tutta la concitazione e la fredda ferocia delle Fosse Ardeatine. I fatti, le sequenze, i comprimari, Priebke, Via Tasso, i fascisti, la Roma clandestina e la valle delle cave. Il colonnello Kappler, che ne è l’artefice e capo mai pentito, fuggirà poi dal Celio dentro una valigia nell’agosto dei 77 e morirà libero e riverito in Germania l’anno dopo.

L’incontro con Kesserling, ugualmente raggelante, avvenuto in un piccolo curatissimo giardino di Bad Wiessee, porta Biagi a una severa conclusione. Scrive: “ Guardavo quel generale dai polmoni malati, quel generale così fedele, forse l’ultimo generale di Hitler ancora prigioniero, prigioniero di se stesso, di un mondo che non deve più tornare, di una legge disumana e crudele: la guerra ad ogni costo, fino all’ultimo, l’obbedienza senza dubbi, senza angosce, senza perplessità…..”

Sono pagine avvincenti e da non dimenticare, che ci spiegano meglio di qualsiasi lezione di storia l’assurdità disumana del nazismo e della sua guerra.

Per aiutarci a capire il fascismo e quei giorni, il giornalista Biagi ripercorre anche i mesi del 43, la caduta di Mussolini, le figure dei suoi gerarchi e le sue miserie, la slealtà del re che si vuol pulire le mani e salvare il casato, la piccolezza della repubblichina di Salò, la crudele assurdità del processo di Verona, la tragedia finale e il disgusto di Piazzale Loreto.

Infine, nel libro troviamo anche il dopo, i giorni della vittoria. Biagi ci racconta con immagini sommesse una Bologna irriconoscibile smozzicata nelle mura bombardate, deserta e muta nelle sere dei primissimi giorni di libertà. Così ritroviamo nella memoria le altre nostre città e contrade, ugualmente smozzicate e doloranti e la nostra inconfessata tristezza sommersa dai canti di vittoria. Era il risveglio alla nuova realtà che ci strappava dal tempo della lotta e del dolore per spingerci verso le nuove sofferenze e responsabilità della pace.

Questo spaziare tra gli avvenimenti cruciali di quel tempo, fa di questo libro un vero libro di storia. Qui c’è tutto. Qui la storia arriva al cuore e alla coscienza di tutti. Vorrei che arrivasse nelle scuole, nelle mani dei ragazzi.

Penso che gli insegnanti potrebbero sottolineare diverse frasi degne di essere sottolineate. Al pretino della caserma che “di certo ha benedetto qualche labaro, qualche bandiera” il giovane Biagi dice: “ E i russi, che Dio non ce l’hanno, come andranno a finire?” Ancora:” Noi volevamo salvare delle vite quando tutti volevano ammazzare, noi volevamo consegnare quei prigionieri agli americani. Noi, generazione di condannati, desideravamo solo purezza nell’azione, purezza nelle coscienze, purezza negli intendimenti”. “Siamo stati condannati a soffrire senza colpa.” “ A vent’anni dobbiamo essere già uomini senza conoscere la giovinezza.”

Troviamo molti lampi di umanità. La ragazza rapata, con in braccio il suo bambino, che non si cura degli insulti. La donna vestita di nero che piange in mezzo alla folla festante. Il soldato americano che “non dovrà dire di noi tutti ladri” perchè “non è vero che voialtri siete tutti ubriachi.” Quando la gente ha fame la morale va in crisi.

Voglio aggiungere due note. In questo libro di Biagi ci sono poche donne in primo piano. Mogli e madri si sentono in sottofondo. Ma quella coinquilina signora Ines che ha il coraggio di parlare a Biagi di ingiustizia e di speranza e poi lo avverte e lo aiuta con un documento falso, mi fa ripensare al coraggio di tante donne che hanno parlato, incoraggiato e aiutato, senza alcun obbligo o tornaconto, che poi hanno tanto patito e a volte pagato.

Ultima nota. Ritengo preziosa nel libro, la trascrizione degli articoli de “Il Patriota”il giornale della formazione partigiana di Giustizia e Libertà, redatto in quei mesi da Enzo Biagi. In quelle pagine ci ritrovo un modo di scrivere e di periodare che non ci appartengono più , ma che ci riportano a quella cultura, a quella enfasi retorica che possono strapparci un sorriso, ma che hanno dentro un calore e una passione di cui oggi avremmo nuovamente bisogno.