Guerra. 25 aprile

Guerra!  Da non credere. Eppure continua. Eppure ci riguarda.

Non solo per solidarietà o per simpatia, ma per quello che possiamo o vogliamo fare in concreto. I fuggiaschi ucraini che accogliamo, Gli aiuti in armi e in sanzioni con etichetta Europa che mandiamo.

Poi è appena passato il 25 aprile. Da ricordare e da reinterpretare.

Da sopravvissuta quale sono ho dovuto esserci. A ricordare, a commentare, a riflettere.

Mi è piaciuto parlare con tanti scolari e studenti.

 La mia diffidenza sulle tecnologie dei contatti a distanza si è modificata un po’ a favore. Con i collegamenti in video si perdono le strette di mano, gli abbracci e moltissimi sguardi diretti. Magari anche qualche occhio lucido o qualche sbadiglio. In compenso si arriva a molti e a moltissimi. Mi si dice che ho parlato, o che mi hanno ascoltato, migliaia di ragazzi, quasi tutti di Reggio Emilia, ma anche infilati dal milanese, senza contare quelli di Roma, condotti da insegnanti mie amiche o da comitati Anpi.

L’eco più grande, di fatto, è quello degli schermi televisivi. Mi hanno conosciuto su LaSette per i ripetuti brevi collegamenti e inaspettatamente anche su ReteQuattro in alcuni spot in omaggio alla data della liberazione.

 E soprattutto, la sera di domenica 24 aprile, nel programma di Fabio Fazio su RaiTre a “Che tempo che fa”.

Non mi sono ancora rivista con calma, ma i moltissimi commenti mi fanno credere di essermi espressa con i miei pensieri.

Ero molto preoccupata, perché in diretta è sempre possibile zoppicare. Anche perché sono enormemente dispiaciuta per le troppe polemiche e i troppi  azzecca garbugli che ancora imperversano.

A me credo spettasse l’onere di dare ai giovani una briciola di informazione e suscitare curiosità, su quella “stagione di dolore armato” che è stata la Resistenza.

Nonostante mi siano stati lasciati molti minuti, credo si sia compreso soltanto qualcosa.

Qui, con più tempo e spazio, mi va di aggiungere o illuminare.

Intanto che non sono stati pochi mesi, ma ben diciotto, cioè quattro trimestri. Sempre chiedono  cosa abbiamo provato in quel 25 aprile.  In trasmissione ho detto sollievo, grande sollievo, sollievo gioioso.

Realisticamente non poteva essere felicità. Noi siamo arrivati a Reggio città il 24 e gli alleati ancora arrancavano con i loro grossi automezzi dalle disastrate strade del nostro appennino, interrotte fatte saltare in più punti dai nostri stessi bravissimi sabotatori, cioè gli esperti di esplosivi. Eravamo stanchissimi per la lunga camminata, per le ore non dormite, per i piccoli  scontri e per il dolore  degli ultimi morti o feriti, a volte saltati sulle mine disseminate dai tedeschi in fuga.  Eravamo   sporchi di polvere e sudore, spesso tormentati dai pidocchi o dalla scabbia, con le gengive doloranti e gonfie a causa del cibo buonissimo ma sbagliato di quelle ultime settimane che era  sempre  e soltanto formaggio grana reggiano strappato ai tedeschi dalle gloriose faticosissime rapine dei partigiani di pianura, i cosiddetti SAP, cioè squadre, cioè contadini o lavoratori anziani oppure giovanissimi, con accanto  e alle spalle e in vedetta le loro donne, le tante donne.  Donne sempre doloranti ma sempre accorrenti e fantasiose.

 In città è stata fotografata la corsa festosa che ci è venuta incontro, con molte donne in abiti corti e sandali ortopedici- autarchici – poveri. Io ricordo solo la stanchezza, il sollievo di entrare in quella sede Gil dove da studentessa andavo a far ginnastica perché alle magistrali non c’era la palestra.  Ricordo di essermi seduta per terra, e di aver respirato, respirato, respirato. Di sicuro avrò aggiustato sulle ginocchia la gonna del mio vestito corto di cotone e mi sarò rannicchiata in quel golfino sferruzzato a mano da lana ricavata disfacendo qualcos’altro. Non ricordo se pensavamo a festeggiamenti. Ricordo solo la voglia di dormire e la volontà di andare a casa, cioè venti chilometri oltre, appunto per dormire ma dopo aver abbracciato mamma e fratello e soprattutto dopo un ricco ritorno all’acqua, al sapone e a biancheria pulita.

Mio padre non era lì con me. Lui era sceso a est, dalla provinciale con la brigata centoquarantaquattro, e da quella parte erano passati già i cingolati , o carri armati, accolti festosamente e omaggiati con mazzetti di fiori di campo dalle ragazze felici, emozionate e curiose di vedere per la prima volta persone di colore. Abbiamo saputo dopo che erano soldati brasiliani, entrati in guerra come alleati degli Stati Uniti.

Subito dopo, stordimento per disordinata pioggia di notizie vicine e lontane. Sollievo per aver scampato chissà come l’assalto dei pidocchi ma non una sospetta irritazione della pelle, prontamente aggredita e fermata da polveri o pomate molto diffuse in quei tempi.  Invece non ho scansato una stranezza sopportata e superata senza medico e medicine. L’abbiamo definita “orticaria” perché prudeva. Ma se osavi grattarti o massaggiarti, la zona si gonfiava mostruosamente, dura e tesa. Se era un occhio diventavi un mostro.  Mi difendevo con occhiali da sole e me ne stavo a casa. In pochi giorni il fenomeno è passato. Tutti in famiglia abbiamo creduto che la colpa fosse di quel troppo formaggio e che il rimedio fosse stato quelle scorpacciate di radicchi e verdure che a casa potevo godermi.

E finalmente è arrivato il primo maggio, con la grande festa in paese, piazza del municipio, balcone con l’altoparlante e io che con voce tremante annunciavo gli oratori, che erano i miei comandanti e persino mio padre che con tre sole parole, credo abbia ringraziato per essere stato incaricato di reggere il comune come “sindaco della liberazione”.

Ecco, se potete, immaginate quei giorni della fine della nostra guerra. Non riesco ad essere fiduciosa in un nostro prossimo primo maggio altrettanto festoso e ottimista. Questa di adesso, è una guerra inaspettata, assurda e addirittura cattivissima, forse più velenosa di quella di allora.

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Guerre

Non volevo scrivere più di coronavirus che pure non è per nulla scomparso, e stavo mettendo a fuoco tante  riflessioni sulla scuola.  Invece mi ritrovo  nell’incubo di  dover pensare e parlare di guerra. Guerra di oggi, vera, presente, sanguinosa, disperata.

Chiediamo, pretendiamo, invochiamo trattative, accordi, incontri, mediazioni, intese di pace. Aspettiamo che  capi di stato ,  capi di eserciti, capi di diplomazie trovino punti di incontro, che poi chiameremo accordi.

Pretendiamo e chiediamo che queste persone potentissime con in testa  Putin trovino l’accordo, cioè l’incontro, cedendo su qualcosa di grandissimo per ottenere qualcosa  di  altrettanto grande, e noi, nel nostro piccolo troviamo il modo di non andare d’accordo sul dare o non dare le armi agli ucraini. Come dire ” fate gli eroi, fatevi massacrare a mani nude” perché noi possiamo avere la pace. Sono stata al congresso romano dell’Anpi. Non ho voluto intervenire, non per mancanza di argomenti ma per non aggiungere fuoco al fuoco.

Com’è che le sinistre trovano sempre il modo di dividersi, di separarsi, di trovare il pelo nell’uovo, di beccarsi come i polli di Renzo? e com’è che le destre, vedi SalviniMeloniBerlusconi, trovano sempre la lucidità di compattarsi?

Dopo queste parole amare voglio fare una piccola riflessione sui comici, cioè quelle persone che scelgono di farci ridere o sorridere. Parto dalla Litizzetto, che a volte può sembrare esagerata nei temi, che ha scritto ai semplici soldati russi una lettera che sembra terra terra ma che punge terribilmente. E ripenso al sarcasmo di Gigi Proietti  e ancora più indietro a Totò, che nessuno ormai definirebbe soltanto come comico.  Non so abbastanza della figura del presidente ucraino, ma quando lo sento dileggiato perchè ex comico mi vien da pensare a questi nostri personaggi e per di più mi risulta che nel curriculum di questa persona c’è anche una laurea in materia pochissimo comica, cioè legge.

E qui mi fermo. Il dolore è troppo forte. Tutto è così assurdo, così fuori dal tempo e dalla storia che sembra un incubo, un brutto sogno.  Speriamo di svegliarci e di tornare a sorridere.

4 novembre

Giorni fa, precisamente il 4 novembre, ho visto a sorpresa, e non dall’inizio, un’emozionante ricostruzione del trasporto lungo l’Italia della salma del milite ignoto. Lascio da parte le scene ricostruite con attori e dialoghi, e commento subito le incredibili meravigliose riprese filmate all’epoca. Quel treno così allestito e addobbato per emozioni e lacrime, ma soprattutto quelle enormi folle che lo aspettavano e lo onoravano, è stato per me un terribile  specchio del nostro passato. Tutta quella folla modesta malvestita, dolorante di suo oltreché commossa per quel corpo sconosciuto,  simbolo di un insensato macello e di inutile immenso dolore, mi ha veramente sconvolta. Per di più era l’anno 1921, cioè il tempo delle squadracce fasciste, degli assalti alle case del popolo e delle violenze contro amministrazioni comunali socialiste o contro singoli avversari. La guerra del 14-18 è stata un vero crimine mondiale. La retorica di quell’Italia monarchica e misera ha reso possibile nel dopoguerra la realizzazione di quel simbolo che è il Vittoriale, cioè l’Altare della Patria, che ancora  noi oggi rispettiamo e onoriamo. C’è però differenza di sentimento e di significato. Ogni volta che un Presidente della Repubblica o qualsiasi altro dignitario sale quella grande scalinata, dovremmo tutti pensare all’orrore all’insensatezza e alla inutilità delle guerre, che ancora permangono attorno a noi e ancora sono possibili. Per di più, oggi si avvalgono di tecnologie e strumenti micidiali,  subdoli e invisibili. Oggi ci sono i morti diretti e indiretti, i morti subito e quelli che muoiono dopo o che restano colpiti a distanza. I combattenti non sono soltanto i militari in divisa, oggi eccezionalmente pochi. Ma combattenti inconsapevoli sono interi popoli, donne e  bambini, persino bambini ancora da nascere che ne restano menomati o annientati. Non solo la tecnologia, ma persino la scienza, viene ancora purtroppo usata non per il bene ma per il male. E il pensiero va  alla forza atomica. Ci può salvare solo la pietà e l’onestà, gli accordi internazionali, la forza della ragione.

Detto  questo mi resta un dubbio e un  dolore. Mi spaventa l’ignoranza e la sopravvivenza della retorica. Non avrei mai creduto di trovare su facebook tanti commenti vuoti retorici e insensati a quel programma. La ricostruzione filmata, benché volonterosa, non poteva evitare la retorica. Quella figura di madre, quegli ufficiali sopravvissuti erano pur sempre attori di quel tentativo di sublimare come eroico e utile alla Patria quell’insensato massacro. E’ facile giocare sui sentimenti. C’è il pericolo di tirar  fuori il peggio. L’ho pensato leggendo con meraviglia e dolore decine e decine di commenti insulsi o velenosi inseriti quasi sempre, purtroppo da donne, in coda alla notizia e al ricordo. Certo, molti ripensavano a padri o nonni morti al fronte o mutilati. Molti, incredibilmente, finivano con  insulti al Presidente Mattarella, con retorico amordipatria che è odio ad indistinti nemici, addirittura una pretesa di patriottismo nel rifiuto al vaccino, che dovrebbe essere rifiuto a farsi cavie dei governanti che dal Covid ci guadagnano!  Messaggi che portano l’impronta di autori  quasi analfabeti e irresponsabili. E pensare che hanno perso tempo a scrivere, si sono sentiti sicuri di avere qualcosa da dire agli altri.  Non oso pensare a quelli che pensano cose peggiori ma che non hanno saputo o voluto scrivere. Ecco cosa è la rete. Ecco come può essere usata la tecnologia.  Può essere come i droni, i supermissili o la chimica che si mette a servizio della guerra. Scienza e tecnologia che invece di aiutare, annienta.

Anche i cervelli umani possono diventare micidiali, nemici, distruttivi. La riflessione, la conoscenza e la generosità sono difficili ma più che mai necessari, più che mai da coltivare.

I “no tutto”, la storia e il dolore

Comincio dall’ultimo. Dal colpo al cuore nel vedere quell’assalto alla sede della CGIL nazionale. Ero qui da sola e gridavo no no, nooo  !!! , e cercavo tra quella folla intorno qualche segno diverso, di qualcuno che esprimesse sorpresa o dubbio o un logico dissenso. Nessuno che gridasse “cosa fate, non si fa” o qualcosa di simile. O che cercasse di allontanarsi. Non sapevo che poco prima da piazza del Popolo era stata annunciata e preordinata l’eroica azione dei redivivi squadristi. E mi sono ricordata dei racconti antichi sull’assalto giusto cento anni fa alla cooperativa del mio paese Bibbiano, sede dei sindacati e leghe bracciantili.

Ci metto le foto. 

L’edificio era sorto con i soldi dei cittadini, piccole quote, famiglia per famiglia, poi lavoro non pagato dei muratori, edificio dignitoso, tre piani più l’interrato, cantina, spaccio cooperativo, sedi e uffici, e all’ultimo, in alto, le stanze per albergo o locanda. Le sedi e uffici erano quelle delle organizzazioni sindacali o leghe bracciantili, partiti di sinistra o molto vigorose entità cooperative.

Questi, appunto, i veri obiettivi dell’assalto, i veri oppositori,  cioè i nemici del nascente fascismo. Un  edificio alto come il palazzo del municipio, che era ed  è un bell’esempio della edilizia nobiliare ottocentesca.  Anno 1921, esattamente cento anni fa,  assalto e  devastazione , opera di una squadraccia arrivata da altrove.  Seguono divieti di qualsiasi attività,  sostituzione violenta dell’amministrazione comunale, poi la volontà di distruggere quell’edificio troppo significativo.

In un primo tempo persino più della metà dei nuovi consiglieri comunali si esprime contro  quell’assurda decisione demolitoria . Soltanto nel 1925 riescono a deliberare in quel senso e i due consiglieri che  ancora votano contro vengono costretti a dimettersi con accompagnamento di insulti e gogna pubblica. La demolizione è portata a termine nel 1926. I materiali ricavati sono dati al miglior offerente. Ovviamente nessun risarcimento a nessuno, anzi esaltazione per una così significativa impresa.

Per chi l’avesse dimenticato o fingesse di non saperlo, il fascismo ha preso il potere e se lo è mantenuto con tre modalità di violenza. La prima è la distruzione, assalto e devastazione delle sedi sindacali o case del popolo o cooperative. La seconda modalità di lotta è il “valoroso” uso del manganello, cioè le bastonate ai singoli oppositori. La terza modalità di lotta è  invenzione, continuata  negli anni, il famigerato uso dell’olio di ricino, cioè umiliazione pubblica, dispetto e sberleffo.  Tutto questo accanto agli arresti, cioè galere e confino per chi non ha potuto fuggire all’estero prima delle chiusure delle frontiere.

La scena dell’assalto alla sede CGIL in Corso d’Italia è stata  una triste replica di violenze decisamente fasciste per modalità, stile, odio. 
Dobbiamo  chiederci come è potuto accadere.

Le risposte sono tante. A me sembra che manchi la conoscenza storica e il giudizio morale-culturale. Troppa sottovalutazione e troppa tolleranza verso gruppi nostalgici e mistificatori. Quanti pellegrinaggi a Predappio, quante curve di tifosi negli stadi, quante Casa Pound e Forza Nuova, quanti manifesti evocativi, addirittura marce con saluto fascista, addirittura monumenti a Graziani. Tutta  una sottocultura o leggenda di un fascismo bonario e affascinante, un Mussolini grande capo virile e volitivo, nessuna violenza in Africa, Grecia o Balcani. Equiparazione tra foibe e campi di sterminio, paralleli impossibili con le esecrabili violenze di sinistra o con la estranea Unione Sovietica. Fastidio e ostilità contro il grande e inedito fenomeno della Resistenza partigiana. E tutto questo in mancanza di qualcosa che certamente si doveva fare. Ho già detto che nelle scuole non è arrivata la storia degli ultimi cento anni. Non per responsabilità degli insegnanti ma a causa dei programmi e dei tempi, Qualche volta per mancanza di competenze o di fonti. Qualche volta anche per timore della reazione di genitori apertamente nostalgici e intolleranti.  Tutti noi ex partigiani negli anni siamo andati nelle scuole, ma la nostra testimonianza non poteva riempire tutto il vuoto perché personale, ristretta ai luoghi e alle persone.  Mi sono chiesta come mai in Italia non ci sia un Museo della Shoah, come c’è a Berlino dove ho visto quella fantastica bellissima grande costruzione culturale severa ed emozionante che è una vera e completa lezione di storia. Un museo della Shoah e della Resistenza a Roma lo aveva in programma  Veltroni, ma non ne ho sentito parlare più.  In giro per l’Italia non so. A Roma abbiamo quelle piccole stanze di via Tasso, che sono testimonianza più che museo. Abbiamo una piccola dignitosa e utilissima Casa della Memoria, sede di associazioni e luogo di incontri. Più importanti e grandiose, le commoventi  Fosse Ardeatine, che sono monumento e ricordo, ma non possono spiegare tutto. E io ritengo non abbastanza frequentate.

Ultima riflessione. I moderni fascisti, tipo Casa Pound che si dicono essere quelli del terzo millennio, spesso cercano un parallelo con violenze di sinistra. Io penso che gli eterni bastian contrari di estrema sinistra sono quelli che per  volere tutto e subito  . ottengono il nulla o addirittura  fanno andare indietro la storia. Tanto per rinfrescare la memoria chiedo di ricordare le vicende degli anni di piombo, delle brigate rosse che con le loro follie hanno fermato un possibile percorso di condivisione e pacificazione, forse simile  alla mitica  e sognata “democrazia progressiva” di togliattiana definizione.  E come battuta finale, ricordo che oggi,  fuori dal governo Draghi c’è solo la Meloni a destra e la sinistrasinistra a sinistra. 

Non più coronavirus

Non più diario del coronavirus, ma diario di rabbia, dolore, delusione, paura.

Mi sembra che ci sia poco da stare allegri. Nel mondo con l’Agfanistan e simili, si va indietro di vent’anni e credo in sostanza di secoli. Da noi vediamo alla luce del sole degli autentici fascisti mascherati da antigreenpass e da paladini della libertà. Che si permettono di manifestare e di menar le mani, che imperversano in rete con minacce e falsità colossali, senza che nessuno li metta in galera o li faccia stare zitti. Nel privato due lutti e non per covid. Una cara amica che vedevo poco ma che invidiavo per l’irruenza combattiva, ancora troppo giovane e forse troppo sola. E l’altra, così originale anche nella musica, che muore in pochi giorni non lontano da suo padre, che ha superato da un pezzo gli ottanta anni ed ha in dura sorte di veder morire una figlia. 

Dolore e rabbia anche per il fuoco, che è divampato violento, improvviso e vicinissimo, in quel prezioso corridoio  verde di cui andavamo fieri e che avevamo difeso a suon di assemblee e a  forza di firme per ottenerne la inedificabilità. Le fiamme arrivavano e arroventavano  anche le mie finestre al settimo piano e ci son voluti molti getti di idrante molti voli di elicotteri per impedire che fossimo arrostiti anche noi, o le nostre cose, come quei poveracci del palazzo di Milano. La rabbia è pensare che ci sia stata una mano criminale o forse degli interessi di qualche grosso progetto, per mirare a questi sessantaquattro ettari liberi che credevamo preziosi per questi due quartieri, Don Bosco e Romanisti,   che non è giusto definire periferia. La rabbia cresce se si pensa che proprio qui vicino, a pochi chilometri, abbiamo le due più grandi caserme e sedi dei vigili del fuoco, tra Capannelle e Don Bosco. I chilometri sono pochi, ma la burocrazia ha la millemiglia, per tutti i minuti che al telefono ti risponde solo una voce registrata che dei tuoi strepiti se ne fa un baffo, mentre  il fuoco si avvicina  ai nostri pioppi non nostri, così frondosi ma che nessuno viene a contenerli nello strepitoso sviluppo.  Così che io, sebbene mi senta poco paurosa, mi vesto in fretta e  furia in vista di un possibile ordine di sgombero. Per di  più, eccezionalmente sono in casa da sola. I ragazzi sono in macchina, abbastanza vicino, e  stanno tornando. Devono affrontare il fumo nero che non ci fa vedere le case di fronte e che è arroivato fino alla via Tuscolana, portando cenere e frammenti di vegetali bruciati.   Intanto,  quei poveri “pompieri” devono scalare la spianata delle canne, così appetitose per il fuoco,  aprirsi un varco per spruzzare quell’acqua e liquido speciale che poi, a fine lavoro, lascia del bianco sul nero, come se fosse  cenere,

Ora abbiamo un panorama tristissimo, cioè tutto marrone scuro e marrone chiaro e ancora volano i frammenti di foglie bruciate o disseccate che stanno provvisorie su quelle che erano belle fronde verdi ed ora sono stecchi. Molta solidarietà e contatti coi vicini di casa. Ultima ironia. L’ala destra del nostro palazzo è nata come cooperativa dei vigili del fuoco, e ancora qualcuno ci abita. E’ una fetta di Roma e una fetta d’Italia. Dovremo persino votare per il comune. Votare per cambiare, visto che in questi ultimi anni non c’è stato  sviluppo. Il grande Renzo Piano, architetto, chiede la cura delle periferie. Pure i quartieri mediani hanno bisogno di attenzioni. Il verde, sia per gli allarmi che per i problemi ambientali è certamente una delle priorità. Concretezza, efficienza, opere minori ma anche visioni  alte . La grande vela di Calatrava che si vede dal mio balcone, ha bisogno di essere completata secondo quel  progetto dell’Università di Tor Vergata che era addirittura messo in modellino in mostra alle scuderie del Quirinale, che non ho potuto  fotografare. Occorre gente concreta, poco chiacchierona, molto pronta al sacrificio.  Perché guidare una città, e in più guidare una Roma, è  opera per gente coraggiosa che sappia lavorare e penare non solo individualmente, ma in squadra.

Quindi auguri al quartiere, auguri a Roma, auguri a noi. E a Roberto Gualtieri che mi sembra il più giusto.

Diario del coronavirus n. 9 (nove!!!)

Da non crederci. Ancora qui a parlare di coronavirus! Dopo un anno e mezzo? Invece sì, e ancora più arrabbiati. Nonostante il vaccino. Colpa dei troppi cretini che se la prendono con quelli che ne sanno più di loro perché si permettono di salvargli la vita.

Questo virus così sfuggente e carogna, che scappa anche dall’assedio del vaccino e ci fa dubitare ancora su tutto. Infatti   vedo tantissimi girare tra parco e giardino ancora con la mascherina. Questo dev’essere un quartiere di gente virtuosa. Molti sono già andati nelle seconde case. Molti hanno ripreso un po’ a lavorare. Lo vedo dal movimento delle auto in cortile. Anche qui, come in molte strade di Roma, si sono formate quelle montagne di immondizia attorno ai cassonetti stracolmi. E io me la  prendo con la ragazza straniera che non mette la non riciclabile nel cassonetto giusto!

Mi chiedo come siamo diventati. Ora che ci concediamo di  sostare un po’ in giardino a leggere il giornale con sorpresa ci troviamo degradati, ingobbiti, tremolanti. Il pensiero reciproco è ;”Mamma mia, come si è ridotto!” Io lo penso degli altri e gli altri lo pensano di me. Anche negli appartamenti ci sono novità dolorose e novità curiose. Nuovi abitanti, figli o nipoti di chi se ne è andato. Qualche straniero, addirittura indiano che va e viene.

E un arrivo di molti cani. In questi otto piani ce ne sono sette, tra cui uno bianco e grande che deve essere molto malato perché quasi non cammina. Poi ci sono i gatti, tre. Il più grosso lo vedo stravaccato in balcone con accanto il suo topolino-giocattolo, quasi sempre ignorato. Ecco come siamo diventati.

In compenso i volontari del giardino  tagliano  l’erba e le siepi, attivano l’irrigazione, riverniciano le panchine, non rimproverano più quelli che passano dai vialetti con i cani al guinzaglio. Tagliando l’erba tagliano i tappeti di margherite e ultimamente anche una iniziale invasione di fragoline, piccole e rosse e chissà se sono saporite. Nei mesi scorsi abbiamo avuto i tappeti di viole, che ormai hanno raggiunto tutti gli spazi. Rimasto interrotto il rinnovo dei giochi per i bambini e il rifacimento del relativo tappeto erboso.

Tra aprile e maggio ho avuto il riconoscimento della medaglia d’oro per Mimma. Tutto molto ridotto e soffocato dall’attualità dolorosa e litigiosa. Dovremo riprendere il discorso perché c’è ancora troppo da sapere della storia passata, delle sofferenze delle donne, del cammino ancora lungo e accidentato che ci aspetta. Di scuola, di cultura, di storia e di storie ne abbiamo ancora bisogno. Chissà. Vorrei che questa fosse la mia ultima nota col titolo di coronavirus.

Diario del coronavirus n.8 (otto)

Ecco, sono ancora qui a parlare del coronavirus. Il numero uno era del 2 aprile 2020  e il numero sette era del 21 marzo 2021. Sembra di essere in un film di fantascienza o dell’orrore o di favola. Invece stiamo ancora qui a fare bilanci, considerazioni, tristezze. Ormai siamo in tanti già vaccinati, anche perché in questi quattro palazzoni siamo ancora in molti che ci abitiamo fin dall’inizio, cioè dagli anni settanta. Allora eravamo giovani coi figli piccoli. Quindi è logico che, se ci siamo ancora, dobbiamo per forza avere un sacco di anni. I figli sono andati altrove, lontano poco o tanto. Nella mia scala due coppie di genitori ce li hanno in  Inghilterra e gli altri a Parigi, ma tutti e due i figli e addirittura con nipoti. Con un mondo così grande e così vicino, noi qui, in queste scale prigionieri in casa, ostaggi di un esserino piccolissimo e cattivissimo e non del tutto conosciuto. Per fortuna portiamo ancora tutti  la mascherina a causa delle incognite e  dei pericoli possibili. Ho detto per fortuna perché sono contenta di nascondermi di non dovermi truccare per quel po’ che ancora mi concedevo.  Mi meraviglio che se ne vadano all’altro mondo quelli che sono più giovani di me! Proietti, Battiato, la Fracci ! Ma erano ancora giovani, potevano ancora dirci qualcosa, raccontare, parlare cantare, ballare. Ora noi che siamo del loro secolo possiamo solo riattingere alle loro parole, ai loro esempi. E sperare che i giovani siano abbastanza curiosi per andare a scoprire quelle vite ormai concluse, ma che  parlano ancora,  sostengono ancora.

E’ passato l’8 marzo, il 25 aprile e tra pochi giorni sarà il due giugno. Tutte date che “prima” erano importanti. Ora tutte ridotte a tristi passi solitari per andare ad accarezzare una corona o sotto una lapide dimenticata nel traffico o nella campagna. Ci sarebbe da ricordare anche Marzabotto, cioè Montesole, e Sant’Anna di Stazzema, così maltratta e malcompresa da un brutto film americano.  Tutte cerimonie e riti che dopo la pandemia sono sicura che non ci saranno più, o meglio, ci saranno ancora in forma diversa, meno  calda purtroppo,  e con meno ricordi. E’ giusto che sia così. Ma non sarà giusto ignorare o dimenticare. Dovrà esserci la memoria migliore, cioè la conoscenza storica, la riflessione, la consapevolezza e la distinzione tra il giusto e l’ingiusto, tra i carnefici e le vittime, i colpevoli e gli innocenti. In questa prospettiva devo chiedere scusa a chi in rete si sarà imbattuto nella mia faccia antica e nelle mie parole. Siamo rimasti in pochi a poter testimoniare o raccontare. Qualcosa ho rifiutato, ma altro ho accettato.

Mi è stato chiesto il ricordo del voto nel 1946 per la Repubblica. Qualcuno si meraviglierà di sapere che molti partigiani che avevano combattuto e rischiato la vita in quel sogno di Italia non più comandata dai Savoia, al momento decisivo non  hanno potuto votare. Diritto  negato. Bisognava avere 21 anni. Anch’io non ho potuto votare. Ancora più strano, visto che già dal 45 andavo per paesini e casolari a cercare di far capire la bellezza e la giustizia del voto, specialmente per le donne, così storicamente neglette e mortificate.  Mi è venuta la curiosità di controllare. C’è un elenco completo e ufficiale dei combattenti della 144^ Brigata Garibaldi dove risulto anch’io con mio padre. Ci sono 614 nomi, seicentoquattordici nomi con data di nascita. Su quei 614 ne ho contati 101, centouno, che non hanno potuto votare perché troppo giovani. E non sono tutti, perché non ce l’ho fatta a considerare anche quelli nati nel 1925, ma nei mesi successivi, cioè nel secondo semestre che di sicuro non hanno potuto andare alle urne.  Abbastanza maturi per morire ma non per votare! Altre stranezze ormai dimenticate. Si votava in due giorni, la scheda era da ripiegare e da incollare, quindi alle donne niente rossetto per rischio annullamento del voto, poi conteggio lunghissimo e attesa angosciosa fino alla sera del 10 giugno, arrivata ai più  nella giornata dell’11 e confermata in Cassazione il giorno 18 , Non ricordo i pensieri, di certo le preoccupazioni di tutti. Ma tutti, giovani e vecchi, impegnati a ricostruire  e quindi a dimenticare. Tutti, però, con la certezza che tutto doveva cambiare, che tutti i sogni cioè tutti i bisogni, non potevano più essere ignorati.  In qualche modo, con grandi dolori e con grandi pericoli siamo andati avanti.  Non si risolve mai tutto. Nel pubblico e nel privato si fanno passi avanti e talvolta passi indietro. Chissà dopo questa pandemia. Si spera nel passi avanti. E che i giovani abbiano la vista lunga e larga come l’intero mondo. Larga. diversa e sempre un po’ più giusta.

Mimma medaglia d’oro

Questo ultimo 25 aprile è stato particolarmente emozionante.   Pochi giorni prima, il Presidente della Repubblica, a nome dello Stato italiano, ha onorato con medaglia d’oro, la partigiana Francesca Del Rio, nome di battaglia Mimma.
Non vi so dire la mia emozione.
E’ dal 2007 che mi ci sono impegnata.  E avrei dovuto farlo dal 2005, sessantesimo anniversario della liberazione. Perché soltanto in quell’anno, Francesca ha trovato la forza di raccontare. E soltanto dal 2007 abbiamo cominciato a cercare documenti.  Quell’abbiamo è per includere la cara Raffaella Cortese De Bosis , autrice e ricercatrice della Rai, che ha frugato negli archivi, scritto e interrogato questure, prefetture e ministeri  a Roma e in giro per l’Italia.   Nel 2017, al mio novantesimo compleanno, ho potuto promettere in pubblico che mi sarei dedicata a far conoscere e onorare questa donna, morta nel 2008, simbolo ed esempio veramente unico.
Soltanto nel febbraio 2018 abbiamo potuto presentare la domanda ufficiale al competente Ministero dell’Interno.
Prime firmatarie siamo state io e la cara Raffaella.  A noi si sono aggiunti i sindaci dei tre comuni ove Mimma ha vissuto e operato, cioè Bibbiano, San Polo d’Enza e Ciano che ora si chiama Canossa. E ancora si sono aggiunti le Anpi di questi tre paesi e provinciale, più Istoreco e Casa Cervi. In allegato ben otto documenti corposi e straordinari,  di cui uno rintracciato tra gli “armadi della vergogna” in un fascicolo che prometteva elenchi di persone fucilate. Solo l’intuito diffidente di Raffaella ha potuto scovare quel  nascondiglio.
Finalmente, evviva!  In tempo per questo 25 aprile, arriva  il diploma con la medaglia d’oro  a Mimma,  ai suoi figli e nipoti ed anche a noi, che l’abbiamo voluta ricordare e ringraziare.
Ora, dopo aver  raccontato  la burocrazia vorrei raccontare la poesia, cioè episodi e sentimenti, dolori e forza di una donna, una ragazza del secolo scorso, una che sta all’inizio del nostro vivere liberi.
La storia comincia quando Mimma si dispiace con mio fratello. “Tua sorella si è dimenticata di me”.
Infatti nel mio libro lei non c’è. E’ vero, mi ero dimenticata.  Lei trasferita a Parma e io a Novara. Più facile dimenticare. Oppure volevamo proprio cancellare certi ricordi.  Mimma dice che sempre cercava di dimenticare. Eppure conservava ancora, rappezzata e sbiadita, una lettera che proprio io le avevo scritto in data 18.aprile 1945 da “zona”, che era Vetto d’Enza sede della 144^ Brigata Garibaldi.   Le chiedevo di prepararmi degli incontri con donne e popolazione di sette frazioncine del comune di Ramiseto, zona libera partigiana, Tutti posti distanti da Vetto di oltre sedici chilometri, cioè stradine e sentieri,  montagna che più montagna non si può. Lettera scritta a macchina, su fragile e malconcia carta riso, che forse non si fabbrica più.
Solo nel 2006, a  sessanta anni dalla liberazione, Mimma ha accettato di raccontare anche a noi,  con fatica e dolore. Con dolore e  pudore l’aveva dovuta raccontare al medico che la stava curando e che aveva preteso di sapere la causa di quel seno disastrato e mutilato.
Lei era una delle mie staffette. Abitava a qualche chilometro e tra campi e carraie e se avevo altri impegni le mandavo mio fratello ragazzino a portarle volantini o comunicazioni, tutto fin  dalla primavera del 1944. Lei aveva in quella frazione un bel gruppo di donne collaboratrici  e un giovane fidanzato arruolato in montagna tra i partigiani. Nel dicembre del 44, quando tutto è diventato drammaticamente difficile, Mimma è stata arrestata e imprigionata a Ciano che era centro tedesco antiguerriglia.  Da quel paesino ai piedi della montagna, partivano i feroci rastrellamenti e si cercavano spiate, informazioni e confessioni. Si torturava senza pietà. Mimma racconta di sé, ma anche delle torture al giovane Iones Del Rio, un partigiano di Montecchio che operava col gruppo di mio padre. Iones è stato poi portato sulla strada di Rossena e lì fucilato, sorte toccata a molti altri.  Da quella caserma non è uscito nessuno vivo, salvo un personaggio forse collaboratore, che di fatto fu lasciato andare. Soltanto Mimma si è salvata. Torturata tutti i giorni, per un lungo mese. “Non piangevo, non  volevo dargli soddisfazione. Chiudevo gli occhi , non  guardavo. Loro sghignazzavano, avevano dei grembiuli tutti insanguinati, sembravano macellai”.
L’ inverno quell’anno è stato particolarmente freddo e nevoso. Mimma era incinta ma molto magra. Torture tutti i giorni. Fino alla notte del 9 gennaio, quando riesce a fuggire. E in che incredibile modo! Sa che stanno per mandarla a Mauthausen come d’abitudine da quel presidio.
In piena notte si fa forza.  Nella latrina c’è un finestrino alto e stretto, e all’esterno  il tubo discendente della grondaia. Mimma si arrampica a fatica, passa a stento, si attacca a quel freddo tubo di latta e cade nella neve. E’ scalza e le sanguinano le mani. Aveva pensato :” Se muoio almeno potranno farmi il funerale”. Invece, nonostante le orme e le gocce di sangue, riesce a farsi aiutare da contadini amici. Quasi subito c’è l’azzardo di raggiungere le formazioni, cioè noi e il suo compagno, padre del bimbo che portava in pancia e suo futuro marito. Ha i piedi congelati. Racconta tutto il dolore di quei piedi. Racconta dei vestiti e delle scarpe che la madre le ha portato.  Ed anche del cavallo, col quale, di notte, passa  tra i boschi e lungo il torrente fino alla zona partigiana. Dice che con la neve e la luna, ci si vedeva come di giorno, e che quel cavallo contadino scivolava sul ghiaccio. Eppure ce la fa. Arriva a Vetto dove c’ero anch’io. All’inizio è assegnata al gruppo informazioni diretto da Laila, Anita Malavasi.  Poco dopo risulta destinata alla polizia partigiana, che operava spesso ai confini della zona libera. C’è un episodio riferito da mio fratello sui ricordi di mio padre. II 7 marzo 45 Mimma è con un gruppo di partigiani addetti alla spola tra la pianura e la montagna. Lo comanda  Saetta, cioè Dante Notari. In località Cerredolo dei Coppi, il gruppo si scontra con un posto di blocco tedesco e il comandante Saetta perde la vita mentre gli altri riescono a passare. Nel gruppo c’era anche mio padre Prospero, nome di battaglia Aroldo. Lui era scampato alla fucilazione assieme ad altri 14 ostaggi e conosceva  bene Saetta. Era stato lui a convincere quel giovane, figlio di contadini amici, ad aderire alla resistenza. Ricordo anch’io il  lungo dolore di mio padre per quella morte, che li aveva salvati. Mimma, appena giunta in zona partigiana, si mette subito a fare ciò che serve, fino al parto, disastroso, senza assistenza qualificata, concluso drammaticamente con la morte del bimbo. E’ il 9 aprile.
Non sono tempi di giusti riposi. Soltanto nove giorni dopo, il 18 di quel mese, le scrivo quella lettera della quale dolorosamente mi meraviglio. Io avevo poco più di  17 anni e  quasi nulla sapevo su sessualità gravidanze e nascite. Nella lettera le chiedo di organizzarmi delle riunioni di donne e di popolazione in sette frazioncine del comune di Ramiseto, tutte località distanti almeno 16 chilometri da Vetto dove era attestata la 144^ brigata Garibaldi e dove eravamo noi,  io e il gruppetto di addette alla propaganda.  In vista della liberazione era sembrato giusto parlare ai montanari e ai partigiani su cosa si voleva per dopo, cosa significava votare, organizzarsi in sindacati, avere un sindaco e non un podestà, voto e diritti  alle donne. In quella lettera c’è anche scritto “come l’altra volta” e altri riferimenti sul lavoro passato. Vuol dire che Mimma aveva già svolto quell’incarico, prima del parto, ma chissà se anche in quei nove giorni.
Quelle riunioni previste attorno al 25 aprile, non le abbiamo fatte, perché è iniziata la battaglia finale. Io ero fuori zona, verso la statale, e tutto il caos e il pericolo di quelle tappe l’ho condiviso con brigate e distaccamenti che conoscevo poco, con incarichi strani e diversi, quasi sempre insieme alla cara Carmen Zanti. Invece la mia 144^ scendeva dalla provinciale della Val d’Enza ad est, confine con Parma. Ciano, sede di quel presidio tedesco dove Mimma era stata torturata, era già liberata dal 10 aprile per azione congiunta di gruppi reggiani e gruppi parmensi. Dalla Val d’Enza i partigiani sono scesi in squadra, quasi sempre a piedi. Ancora c’è chi ricorda che tra loro c’era una partigiana a cavallo. Di sicuro era Mimma, e non per stupire, ma per quei piedi congelati.  Mimma è andata a cavallo anche alla sfilata del 5 maggio a Reggio, quando gli alleati hanno concesso gli onori militari e ottenuta la consegna di tutte le armi.
Dopo, per Mimma, tutto è silenzio e fatica di vita.  Fino al 7 febbraio 2007 quando ai ragazzi della terza media di Bibbiano, riesce a raccontare. E’ allora, che fa vedere a mio fratello quella mia lettera, scritta fitta fitta col nastro rosso di una vecchia Olivetti M40.  Ora conosciamo  la sua vita non facile, coraggiosa e sofferta. Tre figli allattati con un seno solo, titoli di studio conquistati alle scuole serali, interventi a quei piedi congelati, percorso lavorativo in progressione, dolori e riconoscimenti.  Anche nel privato, Mimma è un esempio per il percorso di vita non sempre fortunato ma  coerente con gli ideali di quella “stagione di  dolore armato” chiamato Resistenza, che nessuno mai dovrebbe dimenticare o sminuire.       

Teresa Vergalli (Annuska)

Il segnalibro, di Giuseppe Mariuz

Carissimo , finalmente mi è arrivato e tutto d’un fiato ho letto il
tuo ultimo libro
, definito in copertina “una grande  saga familiare”.
Certo, come romanzo ci sta bene l’immagine di saga familiare. Ma come
ripercorrenza di un cruciale periodo storico, ci starebbe bene la
definizione “la storia da vicino sugli anni tra le due guerre e poco
dopo”. Concretamente tu collochi il racconto nelle tue terre, il
Friuli, , confine e sentiero verso la futura Europa, confine imposto
ma che non riesce ad impedire che le persone, ricche di anima sangue e
sentimenti, trovino la forza e i modi per intendersi e per legarsi.
Intanto osservo subito che in queste tue nuove pagine ci sta dietro un
tuo grandissimo e profondo lavoro di documentazione. Hai letto e
studiato, hai parlato con anziani, sei andato sui posti. Per uno che
nella vita è stato insegnante di matematica direi che non c’è male. O
forse è proprio la matematica, con la sua razionalità e verità, che
induce e prepara a tanto altro. Insomma, lo voglio sottolineare anche
perché nella mia vita di insegnante ho sempre vista molta importanza e
interdipendenza tra questa branca del sapere e tutte le altre.
Ora il mio commento al libro.

Quando parli della prima guerra mondiale mi ci sono rivista mio padre,
quasi le sue stesse  parole nel raccontare proprio quei posti nel tuo
Friuli, quelle sofferenze, quelle assurdità, quelle segrete furbizie
nel cercare di sopravvivere. Mio padre non è stato fatto prigioniero,
quindi non  ha potuto conoscere da vicino quello che gli era stato
dipinto come il nemico. Ricordo che lui, dopo Caporetto, aveva trovato
chissà come una bicicletta ed  aveva pedalato fino a casa, profonda
pianura padana. Forse pensava che tutto fosse finito, cioè sconfitta e
ritorno a casa. Non so come ha fatto a non farsi considerare disertore
e a riprendere quella assurda guerra-carneficina.
Gli anni del fascismo, dopo le illusorie e infantili azioni dei gruppi
cattolici e di quelli meno numerosi e più arrabbiati di stampo
para-sovietico, scivolano piatti e sviliti nelle tante fatiche della
sopravvivenza e della persecuzione. A stento affiora il desiderio e
bisogno di libertà, di sguardo largo sul mondo e sulle differenze.  La
nuova generazione che ha voluto studiare è sensibile al dubbio. I più
anziani non sanno fare gli eroi e sembrano un po’ opportunisti o
vigliacchi. Mi è piaciuto come hai descritto Rico negli anni del
ventennio. Non mi piace che i cosiddetti antifascisti di quell’epoca
vengano tutti dipinti come eroici, coraggiosi, sicuri di se. La realtà
era molto dura, le minacce molto concrete. Non è umano né normale fare
gli eroi tutti di un pezzo quando si ha una famiglia da sfamare, dei
figli da lanciare  nell’ostile mondo, una piccola nuova sicurezza
sociale da difendere.
Anche gli eroismi dei due giovani al di qua e al di là dei confini,
non sono da urlo. Sono umanissimi sentimenti di dubbio, istintiva
avversione alle ingiustizie,  orizzonti diversi appena appena
abbozzati, ma che con tutta evidenza hanno radici in una antica onestà
contadina,  in una generosa umanissima e trattenuta capacità di amare,
addirittura bisogno di amare.

Ultimo pensiero. Quegli episodi della resistenza tra pianura altopiano
e montagne del Cansiglio mi sembrano copiate da ciò che ho visto o
vissuto tra le nostre montagne in val d’Enza. Niente retorica, niente
grandi comandanti strateghi,  soltanto eroi per caso, modesti o
involontari. Molta tragedia, molto dolore, inevitabili errori, troppi
morti.  Ma alla radice di tutto, sia nelle guerre che nelle pause di
pace, c’è sempre e sempre ci sarà una insopprimibile volontà e bisogno
di giustizia, di amicizia, di comprensione e di generosità.
E’ di questo che anche oggi, in Europa e nel mondo, abbiamo bisogno
per uscire con meno dolore possibile da questa terribile guerra alla
pandemia.

Diario n. 7 del Coronavirus

Siamo ancora qui. Dopo un anno, più stressati e meno fiduciosi di
prima. Eppure la ragione ci dovrebbe assegnare pensieri più positivi,
visto che  è stato trovato il vaccino e che da qualche settimana è in
funzione la grande battaglia, cioè  piccole siringhe contro invisibile
assassino.
Un anno fa avevamo bandiere e cartelloni alle finestre, c’era il
problema di fare la spesa, ma abbastanza pazienza, forse curiosità del
nuovo, fiducia nei governanti e nei professori. Adesso è diverso.
Siamo stremati e impazienti. I politici ci hanno deluso o fatto
arrabbiare. Gli scienziati ci hanno stancato con dubbi e distinguo.
Ora possiamo solo aggrapparci alla speranza che la macchina
vaccinatoria prosegua senza altri cavillosi intoppi, che almeno in
estate i già vaccinati  possano incontrarsi o muoversi, che i ragazzi
possano ancora andare a giocare al pallone e prepararsi per la scuola
com’era prima.
Sono andata a fare la seconda dose del  vaccino. Eravamo tutti lì, in
quel retro della clinica dove erano state messe delle panchine.
Avrebbe dovuto essere primavera, ma faceva freddo. Quelle panchine
sapevano di frigorifero. In compenso organizzazione perfetta, ancora
più veloce dell’altra volta. Qualche persona chiamata risultava
assente o in ritardo, ma avanti in fretta con chi c’è, in grande
anticipo per me.  Foglio di via con le istruzioni per il dopo. Cioè
non ritenetevi al sicuro, non ritenetevi inoffensivi almeno per un
po’.  Io ho pensato e l’ho detto all’infermiera: ” Ormai non morirò di
covid, ma certamente di qualcos’altro”. Tutte due abbiamo aggiunto :”
Più tardi che si può”.
Infatti ho ancora troppe cose che mi aspettano. Un matrimonio troppo
rimandato, ancora due lauree imminenti, le possibilità di lavoro del
più grande, un altro traguardo di pensione. E’ proprio vero che non si
è mai contenti.  Non dovrei lamentarmi. E’ vero che sono diventata un
po’ un rudere, ma sto ancora in piedi, faccio cappelletti e tortelli,
mi meraviglio del nipote  ormai forzuto e villoso ricordandolo così
burroso e morbido nei suoi anni primi. E la ragazza, sempre un po’
trattenuta, ma magnifica anche da grande  e ammirevole per capacità e
traguardi raggiunti, che forse mi darà la gioia di diventare bisnonna.
Quindi, di che mi lamento? Tra l’altro, domenica, ultimo giorno di
zona gialla quindi di una certa libertà, mi sono piombati in due con
grandissimo scatolone e altri fagotti. Non avrei mai creduto che quel
desiderato  estrattore fosse  così grande e ingombrante, più adatto ad
un bar che a una cucina di casa. Poi tutti e due, figlio e nipote, a
montare quell’aggeggio, a studiare le istruzioni e addirittura  a fare
quell’estratto che mi porgono trionfanti, quale aiuto al mio bisogno
di vitamine e vegetali. Siamo in tre ad apprezzare il risultato. Io ci
sento la prova di affetto, la cura, la preveggenza.
Tra i vicini di casa, so che alcuni  sono andati al primo appuntamento
per il vaccino. Alcuni per età e altri per professione, insegnanti e
forze dell’ordine. Tutti mi dicono dell’organizzazione perfetta, della
amorevolezza degli operatori, della fiducia. Chi è stato alla “nuvola”
ha commentato la bravura. ” Ma allora anche noi siamo capaci di  fare
le cose per bene!” Peccato che, poi, per due o tre giorni, quella
perfetta organizzazione sia rimasta sigillata e muta per la stupida e
inutile polemica sul vaccino Astrazenica. Per cui, intanto siamo in
ritardo.
Ormai  non c’è che da aspettare la primavera, sia quella geografica
che quella economica-sociale. E  prepararci ai cambiamenti che di
sicuro dovranno investirci e ai quali dobbiamo far fronte. Ognuno per
quel che sa e per quel che può. Io, intanto penso e mi preoccupo per
la scuola, come sarà e come dovrebbe essere. E spero poter dare
qualche aiuto.

Diario del coronavirus n. 6

Evviva! Ho fatto il vaccino, prima dose. Ieri l’altro, martedì.
In famiglia siamo già quattro ad aver fatto questo primo passo. Mio
fratello a Bibbiano la scorsa settimana, sempre prima dose,
all’ospedale di Montecchio, circa cinque chilometri da casa sua, dove
c’è andato da solo in macchina. E lì ha trovato anche qualcuno che
affettuosamente lo ricordava per i suoi nove  anni da sindaco. Non ha
dovuto prenotarsi, l’hanno convocato credo in base all’età. Lui dice
che in Emilia in sanità tutto funziona al meglio, anche per scelte
degli anni passati.
Qui a Roma, dove per i vaccini andiamo abbastanza bene, ha aperto la
serie dei vaccinati la nonna di mio nipote che mi ha preceduto nella
clinica Villa Aurora.
Secondo caso,  sabato scorso all’ospedale san Gallicano ha avuto la
convocazione la suocera di mio figlio. Tutto è filato liscio, tempo
mezz’ora o poco più. Anche per lei, nessun problema  successivo.  Noi
facciamo parte della categoria degli ultraottantenni .
E gli altri, quelli un po’  meno giovani? E’ già prenotata tra due
settimane mia nuora nella categoria insegnanti, indipendentemente
dall’età.
Aspettiamo, sia le decisioni che gli arrivi delle  fiale.
Ed ora vi racconto.
Ero abbastanza preoccupata, perché avevo visto i filmati di Milano
Niguarda, con tutti quegli anziani in attesa o in sosta all’aperto,
stretti nei cappotti, molti in piedi e qualcuno seduto, compreso un
centenario  intervistato.  Se avessi trovato una situazione simile
immaginavo già una bella scena di protesta  tipo non avete rispetto
dei vecchi, non sapete come sono piccole le loro forze,  non ricordate
che siamo stati noi a costruire il vostro benessere , eccetera,
eccetera.  E addirittura il rifiuto, il ritorno a casa, viaggio
inutile.
Non conoscevo quella clinica, molto lontana dal mio quartiere scelta
da mio figlio per molte e giustissime considerazioni.
 Devo raccontare che ieri mattina Roma era non nel Lazio ma in pianura
padana. A proposito di cambiamento climatico, la nebbia nascondeva
tutto, campagna e profilo della città.  Anche dal raccordo il
paesaggio sfumava in quella nuvola di fumo bianchissimo ma
impenetrabile.  Soltanto dopo molti chilometri, poco accosto allo
svincolo dell’  Aurelia ci ha raggiunto un po’ di sole.  Traffico
pazzesco, come se non fossimo in quasi quarantena tutti quanti.
Alla clinica, immersa nel quartiere Boccea, problema parcheggio,
previsto. Per questo siamo venuti in tre. Io e la ragazza amica
seguiamo i cartelli. Siamo in leggero anticipo. Corridoio attorno
all’edificio, quindi piccolo spazio tra le mura con già un gruppetto
in attesa, compreso un signore in sedia a rotelle. Gli altri
vecchietti, me compresa, visibilmente in ansia e in curiosità. Primo
sollievo, nessuna scala o scalino. Abbastanza presto si affaccia una
giovane infermiera che chiama i convocati secondo un elenco.
Abbastanza presto e addirittura in anticipo sul previsto chiamano
anche  me. In un ingresso abbastanza piccolo ci sono due ragazze in
camice e casco su due tavolini che prendono i documenti fanno le
domande, mi chiedono di firmare su uno schermo col dito! E che
orribile firma mi è venuta! Ma è andata bene lo stesso. Quindi avanti
in un corridoio con alcune porte. Sono le stanzette dell’iniezione. Un
lettino una sedia, un computer. Parole cortesi, affettuose,
rispettose. Non sento nemmeno la puncicata. Quindi l’attesa nel
corridoio, dove le sedie distanziate permettono la sosta di quindici
minuti.  Sono senza orologio, ormai soppiantato dal telefonino,
rimasto nella borsa affidata alla mia accompagnatrice. Ma c’è
l’orologio alla parete. Con noi ultra eccetera, vengono anche due
giovani donne. Di certo sono due infermiere o  persone che lavorano
qui con qualche  mansione. Alla fine  si va nell’ufficio spalancato di
fronte, per le formalità di addio, consegna del certificato con la
convocazione tra quattro settimane per il richiamo, nessuna
raccomandazione o allarme di effetti collaterali.  E via, fuori, nel
sole, a rintracciare la macchina che ci riporta a casa, sollevati,
riconoscenti, e non troppo stanchi.
La ragazza, che è una intraprendente amica, mi fa la foto-ricordo. Nel
mezzogiorno e nel pomeriggio, a casa, tutto normale. Nessun effetto
collaterale. Mio figlio, senza motivo apparente  si ferma sia a pranzo
che  tutto il pomeriggio a lavorare  al suo pc.  Non ho chiesto, ma
immagino volesse accertarsi dell’assenza dei tanto chiacchierati
effetti collaterali.
 Ora alcune riflessioni.
Per vaccinare un numero più alto possibile di cittadini occorrono le
fiale, occorrono i posti e occorrono molti operatori. Qui c’erano due
persone all’inizio e due alla fine addette esclusivamente ai
documenti. Burocrazia, ma assolutamente necessaria. Mi sembra che
addette all’iniezione fossero tre in tre stanze-ambulatorio. In tutto
sette persone.  Di quante ore sarà il loro turno? Per quanti giorni
alla settimana?  Questa è una clinica privata ma convenzionata. Hanno
scelto al meglio ciò che avevano. Spazi limitati, impegno prezioso.
Ma  quante persone possono raggiungere in una settimana, in un mese?
Sempre che la materia prima, cioè le fiale, arrivino regolarmente. E
come si organizzeranno nel caso di assenze dei convocati,  per
utilizzare al completo tutte le dosi così preziose?
Si fa preso a dire di fare in fretta.
Si fa presto a criticare ed anche a pontificare. Forse  i luoghi si
trovano si adattano, si  sanificano.  Non so le persone. Vorrei
sentire un bel coro di volontari, giovani o anziani,  liberi
professionisti o pensionati. Un coro di generosità e di altruismo, un
bel coro umano,  non troppo intristito da discorsi di paghe  e di
compensi.

Diario del coronavirus n. 5

Immagine

Siamo  ancora qui, segregati e in solitudine. Da un pezzo  è passato
il Natale senza  belle tavolate e il  capodanno,  poi a febbraio
niente festa dei quattro compleanni, niente nipoti e progetti. Unico
lumicino l’appuntamento per il vaccino, fissato tra due martedì.
L’ultimo diario del coronavirus era del 15 novembre. Il primo era del
2 aprile 2020 e vi raccontavo la morte per coronavirus  di una vicina
amica.  Ora posso raccontare che qualche settimana fa quello stesso
maledetto  virus è arrivato anche nel mio palazzo, in casa di due
famiglie. Guaio ora  per fortuna superato. Avevo visto l’ambulanza
davanti al cancello, ma non mi sembrava giusto telefonare a casaccio.
Soltanto dopo molto tempo ho potuto sapere che c’è un altro aspetto di
questa tragedia di cui non si parla. I malcapitati si sentono in
colpa, moderni untori, forse appestati e colpevoli. Si sono circondati
di silenzio, hanno rifiutato ogni aiuto, hanno  voluto fare da soli.
Ancora  si chiudono nel silenzio.  Che ho rotto  io, in continuità con
gli scambi di dolci e cibi che avevano colmato un po’ tutto quel
vuoto. Ho saputo con sollievo che hanno avuto  a casa una assistenza
continua e qualificata da parte della sanità pubblica, addirittura
persino dallo stesso  ospedale Spallanzani, ossigeno compreso.
Tuttavia quel silenzio lo confermano e lo mantengono, come una specie
di difesa. Ne ho sentito il peso e il pudore, come una sofferenza
definitiva.
Non mi sembra una bella cosa.
Questo mi porta a pensare agli effetti che questa tragedia mondiale
avrà sulla nostra mente, effetti non superficialmente emotivi , ma
forse più profondi, sociali, forse addirittura morali, definitivi
verso gli altri.
Mi chiedo. Sconfitta l’epidemia, ci ritroveremo più generosi o più
egoisti?  La logica direbbe che dovremmo già da ora essere più
generosi, visto che siamo tutti coinvolti, sia  vicino a casa e nei
confini, che oltre casa e oltre confini.
 Ma c’è anche l’altra possibilità. La banalità del male. Cioè la
tentazione di arroccarsi nella piccola trincea, nella speranza
egoistica di essere tra gli eletti, cioè i risparmiati, e buttarsi
alle spalle tutto il resto, come se non ci riguardasse.
La storia,  in questi tempi con le varie giornate della memoria o del
ricordo, ci dice che spesso la “massa” cioè il popolo, sceglie la cosa
peggiore perché è la più comoda, la più egoistica. Quasi mai l’egoismo
va d’accordo con la solidarietà, con la condivisione, con un progetto
a lunga scadenza cioè per chi verrà dopo.
E’ naturale e quasi automatico  collegare questo pensiero alle vicende
politiche di questi giorni.
Personalmente sono  molto preoccupata e delusa . Possibile che ci sia
bisogno di un San Michele che ci salva dal drago, il vero drago, cioè
la pochezza, la miopia, il personalismo dei nostri partiti che non
sono capaci di trovare dialogo intese incontro. Mi riferisco a
quelli di sinistra, quelli che dovrebbero  perseguire i sogni che
hanno illuminato l’inizio della nostra libertà.   Sono ancora, dopo un
secolo di storia,  ammalati di divisionismo, bravissimi in scissioni e
in  egoismi. Di sicuro  ci salverà per ora il nostro nuovo San
Michele venuto da fuori, ma in realtà resteranno  le macerie ideali, e
le dissoluzioni  organizzative. I partiti spariranno o quasi. Non
resterà  nessuna entità collettiva che possa condurre la battaglia per
i diritti degli ultimi e per un più giusto ed equilibrato ordine
sociale.  Vorrei poter sperare in  una orgogliosa riscossa,  una bella
ribellione al degrado civile,  all’incultura,  all’individualismo,
all’egoismo. Una riscossa collettiva   con forme nuove, strade nuove,
generosità nuova, sogni e progetti alti, cioè il rinnovo  di qualcosa
che non è concreto, ma che può avere conseguenze più che concrete,
concretissime. Qualcosa che si chiama  visione ideale, programma di
lungo respiro, progetto politico. Non si può stare tutti dalla stessa
parte. Sinistra e destra non sono la stessa cosa, anche se
necessariamente andranno ad un confronto,  ad una competizione e a
scelte e accordi lungo la strada.

Ancora sulla scuola

 

Voglio tornare sull’argomento scuola per non cascare nell’argomento
covid19. Ma non si scappa. La pandemia c’è sempre, c’è ancora e lo
sarà per molto.
I giovani e i ragazzi hanno sofferto il taglio di due anni scolastici,
perchè a causa DAD o a causa dei distanziamenti e dei turni alternati
quello che è stato un rattoppo non può essere definito scuola. Non so
se si può dire che sia stato un rattoppo accettabile oppure, come si
dice in veneto che sia “pegior del buso”. Direi che è poco, piccolo,
meglio di niente, meno buono, più ingiusto.
Marco Campione, che di scuola si è molto occupato e si occupa, leggendo quello che avevo scritto ha osservato:

[…] questo contingente sta durando da un anno e ha attraversato due anni scolastici. Questo tempo a scuola non tornerà più. E questa perdita non produrrà effetti uguali su tutti gli studenti. E non parlo solo delle conoscenze o delle competenze, ma anche di tutta la parte relazionale. Per tutti gli adolescenti e per molti dei più piccoli che hanno avuto la sfortuna di vivere in regioni e/o comuni governati da pusillanimi irresponsabili che han chiuso anche le scuole del primo ciclo.
Alcuni hanno avuto e avranno strumenti per « recuperare », molti altri no. E saranno sempre gli stessi a pagare il prezzo. Per me, che intendo la politica come servizio, in particolare servizio per gli ultimi, questa cosa è intollerabile. In senso letterale, nello scrivertelo (ogni volta che lo scrivo o ci penso) mi vengono quasi le lacrime agli occhi. È una ferita alla mia coscienza. E constatare che nessuno lo considera importante mi fa star male.

Ecco, la didattica a distanza ha creato o rafforzato la diseguaglianza.
Va a farsi benedire l’obiettivo di formare dei cittadini consapevoli,
aperti al nuovo e all’intero mondo. Dall’interno di una cella o
casa-prigione, o separati da invisibili ma durissime pareti, bisogna
essere degli Antonio Gramsci per restare legati al mondo e mandare
oltre quei muri pensieri  e ideali alti e generosi. Ragazzi o
ragazzini, senza confronto, senza sorrisi, senza orgoglio, possono
cadere nella indifferenza, nella noia, o addirittura nel rifiuto. A
meno che ci sia una famiglia a supplire.
Voglio sperare che a pandemia superata la scuola tutta affronti con
forza il problema degli svantaggiati, delle vittime. E non  dovrà
occuparsene solo la scuola, perchè ci saranno i dispersi, quelli che
hanno concluso un ciclo e dovranno essere accompagnati nel campo
successivo o nella vita concreta.
Probabilmente sto sognando. Ma credo di sapere che nel prossimo futuro
nemmeno il muratore o il bracciante agricolo potrà fare a meno di
cultura, cioè competenze. Intanto  servirsi appunto delle tecnologie
esistenti, poi la capacità e necessità  di inserirsi in una categoria,
di conoscere e difendere sia i diritti che i doveri. E in aggiunta
saper guardare anche il mondo, che ormai non è più lontano, ma ci
avviluppa e ci condiziona.
In un altro passo della sua lettera,Campione accenna al fatto che non tutti gli insegnanti si ispirano a Montessori, Don Milani e Rodari.  Certo. lo so. Ma allora che ci fanno i sindacati, le facoltà universitarie  e tutte le associazioni ed enti che si occupano di didattica, che stampano riviste e organizzano convegni o corsi di formazione-aggiornamento?  Li vorrei più invadenti, più agguerriti. E siccome non smetto mai di sognare, vorrei che anche la politica mandasse segnali forti, tanto dai seggi di comando quanto dagli avamposti dell’opposizione.

Una ultima annotazione.
Se fin dall’inizio del percorso scolastico fosse  chiesto agli
insegnanti di servirsi della tecnologia per l’insegnamento, sarà più
naturale e più autorevole, poter  addestrare alla scelta, alla
diffidenza e alla pericolosità che vi si nasconde. In rete c’è tutto,
ma quel tutto non è tutto buono e tutto utile. La cronaca recente,
purtroppo ci mette in guardia. Bisogna abituare fin da piccoli a
pretendere di sapere se gli autori o le fonti siano onesti, affidabili
e conosciuti.
Il pericolo ora non può  venire dallo sconosciuto che ti  offre le
caramelle, ma da un piccolo schermo, colorato musicale e sorprendente.

 

Pensieri sulla scuola dopo la pandemia

Il mio primo pensiero  è stato: questa pandemia distrugge la nostra
didattica. Nostra intesa non  la mia, ma a partire da Montessori, Don
Milani e Rodari. Queste ultime di più, perché hanno aggiunto al
rispetto della individualità del bambino, l’obiettivo di preparare il
cittadino democratico, Cioè con i valori della solidarietà, della pace
e della collaborazione. Cioè non solo preparare l’individuo singolo,
preparato e competente, ma il cittadino inserito nella collettività,
consapevole e partecipe del destino di tutti e dei problemi di tutti.
E per preparare alla coscienza collettiva, la classe deve diventare
una comunità, dove si cammina insieme, ci si aiuta e ognuno dà il
massimo che può.
La didattica a distanza è proprio l’opposto. Ognuno è solo,
prigioniero della sua strumentazione a volte nemmeno adeguata. Già è
stato detto e soprattutto si è visto, che per imparare occorrono anche
le emozioni, i sentimenti. Cioè la vicinanza, gli sguardi, le
amicizie, le collaborazioni.  Mancano ai ragazzi e mancano agli
insegnanti. E si è visto che i più deboli sono rimasti indietro,
distanziati o addirittura perduti.
La didattica a distanza ha lasciato troppe vittime, ma non si può
tornare indietro.
Cioè, si può ripartire utilizzando anche ciò che abbiamo dovuto per
forza adottare.

Cerco di riflettere.
All’inizio c’era la matita, la penna e il calamaio, poi la
stilografica la biro i pennarelli.  Accompagnati sempre dalla carta
del quaderno e dal libro di testo stampato , in più gessetti  e
lavagna. In tempi abbastanza  vicini,  avrebbe potuto esserci la
macchina da scrivere. Ripenso a quella vecchia e scassata che mi sono
fatta regalare e a quanto è stata utile nel caso di dislessia e per
altre lievi carenze.  Sarebbe stato bello che su ogni banco, per un pò
di ore al giorno, ci fosse stata una piccola Olivetti 22 o 44 ! Per la
scuola primaria nessuno ci ha pensato e nemmeno io, che forse avrei
potuto. E’ mancata la capacità rodariana di saper sognare  e ancor più
la volontà di lotta contro la storica miopia politica.
Ora, dopo questo disastro della pandemia la grande voglia di risalire
dovrebbe comprendere anche la scuola, non solo per rimediare, ma anche
per scalare qualche nuovo e alto gradino.
I  ragazzi oggi, anche piccolissimi, sanno maneggiare i telefonini e
non sempre solo quelli dei genitori ma anche personali. E tutti
sappiamo che i telefonini, ormai, sono capaci di tutto. Comunicano e
creano amicizie. Ci si può conoscere e addirittura,  mi risulta che
ci si può persino fidanzare, salvo poi mandare tutto in fumo dopo il
contatto diretto.
 Quando si potrà tornare a scuola io credo che non si potrà tornarci
senza questa meravigliosa dote di strumentazione. Anzi, credo che i PC
a scuola non debbano essere relegati nell’aula a parte da usare a
turni, ma debbano trovare posto sui banchi o tavoli e addirittura  a
partire dalle prime classi, dai sei anni.
Voglio entrare nel concreto. Le nuove didattiche indicavano anche
l’utilità della corrispondenza interscolastica, cioè i gemellaggi tra
singoli, tra classi di luoghi vicini o lontani. Versione nobile del
famoso “amico di penna o di matita” di un allegro periodico degli anni
“60-70. Ripenso alla mia faticosissima e bellissima corrispondenza con
una classe dell’Australia, città di Adelaide. Occorreva spedire per
posta aerea e a peso, dei grossi pacchi, poi aspettare giorni e
settimane per le risposte. In più il calendario non corrispondente,
cioè quando noi avevamo le vacanze natalizie, loro erano in vacanza a
tuffarsi in mare.  Oggi coi telefonini o coi pc basterebbe guardare
l’ora di qua e quella di là e in  più il calendario.  Addirittura
anche guardarsi in video, ridere insieme, fare le smorfie o le risate!
E niente vieta di completare l’esperienza con qualcosa di scritto e di
disegnato.
Ho letto di Don Milani, che  la sua famosa e bellissima lettera ad una
professoressa voleva che fosse scritta da tutti, secondo i nuovi
metodi dei pionieri del MCE( movimento di cooperazione educativa) . Se
ho capito bene, dopo aver scelto lo scopo e indicato la traccia. ogni
allievo scriveva l suo testo che poi veniva tagliato in striscioline
da ammucchiare per argomenti. Quindi ognuno esprimeva il suo giudizio
sull’espressione più efficace . Immagino il molto tempo necessario ed
anche la grandissima emozione e gioia.
. Non ho bisogno di  molte parole per ricordare che ora  col pc o i
telefonini, la frase di  ognuno può essere inviata a tutti gli altri,
e  in breve tempo ognuno può esprimere la  propria preferenza.  Ed,
eventualmente, suggerire una integrazione. Penso stesso percorso per
il resoconto di una visita esterna o una ricerca collettiva.
Sarà difficile?
L’esperienza c’è. Gli strumenti forse sono soltanto da integrare, se è
vero che ci sono i soldi. Io credo che ci vorrà più tempo scuola, cioè
più ore e forse  più giorni. Magari più insegnanti e meglio
valorizzati e pagati.
Insomma, andare al passo coi tempi. Il computer non serve solo agli
architetti o ai chimici. Anche un poeta può scegliere tra la penna e
la tastiera.

Diario n° 4 del coronavirus

Hai un bel dire parliamo d’altro, guardiamo avanti. Non si scappa. Siamo circondati, assediati, inseguiti. La pandemia è troppo invasiva, incombente, spaventosa. Non si può parlare d’altro o ascoltare d’altro. Tristezza. E meno male che non è angoscia, che secondo il filosofo Galimberti sarebbe la condizione più pericolosa per la salute mentale.  L’angoscia è il buio, la tristezza accompagnata dalla speranza è il sentiero sottile e forse lungo per passare dall’altra parte del baratro. Nella piccola chiesa del mio cortile chiamato piazza, a diverse date, ci sono stati due funerali al giorno.  Passano sempre autoambulanze.  Sono arrivati quegli uomini-fantasmi tutti bianchi da capo a piedi a sanificare le scale del palazzo accanto. Sanificare, ecco una parola nuova, oppure disseppellita. Siamo tutti compresi nell’esercito dei sottoposti a tampone. In coda sull’auto per la postazione al San Giovanni, mia nuora insegnante, ha fatto attesa di cinque ore per il tampone, esito giunto in serata. Invece l’amica che mi ha telefonato ieri sera in coda al Santa Maria della Pietà, se l’è cavata in due ore.  A me  l’hanno fatto al pronto soccorso del san Giovanni, per controllo generale.  Altri in famiglia , sono ancora in lotta per ottenere il vaccino contro l’influenza, causa intoppo generale a tutta la macchina sanitaria. Mi risulta che sui mezzi pubblici c’è poca gente. Una curiosità, sono arrivati anche qui, davanti al mio portone, alcuni esemplari di monopattini.  In verità avevo già visto due ragazzi andare avanti e indietro attorno alle macchine in questi cortili, per gioco, credo. Anche questo è un segno dei tempi. A est, oltre l’area verde del pratone, è spuntato un grandissimo pallone bianco, tensostruttura credo si chiami. E’ tanto grande che potrebbe coprire tre o quattro palazzi. Invece deve essere stato installato  per i tamponi dalle auto, forse collegato o intestato agli ospedali di Tor Vergata oppure del Casilino. Non sono riuscita a fotografarlo bene. Ricordo che in quella zone c’erano ancora dei terreni agricoli o comunque liberi. Il pratone è ancora ricco di colori. Il verde resiste, ma sta scolorando in giallo, arancio, ruggine, marrone, olivastro. Nelle prime ore del giorno, spesso ha una lunga collana di nebbia che abbraccia e nasconde gli alberi cancellando e nascondendo le forme, al di sotto e  in contrasto col profilo sbiadito delle montagne lontane. Il mondo vegetale non è attaccato dal covid diciannove. E’ ancora un sorriso per gli occhi e un po’ di consolazione per il cuore. Mi sto organizzando un po’ di terapia……. dei fiori ! Li sto fotografando, per non farmeli scappare. 

L’orchidea che è il regalo di Mariana ha portato a fioritura altri cinque boccioli, senza perdere i primi fiori. E credo che ce la farà ad aprire anche gli ultimi due.  La margherita ha fatto una seconda fioritura che è una vera esplosione di giallo e di bianco, con sorpresa di qualche esemplare violetto spuntato più sotto, chissà come.  I garofanini ce la stanno mettendo tutta per non essere da meno.

Poi quelle strane forme che qualcuno chiama lingue di suocere, si sono riempite di boccioli e tra poco saranno una nuvola mezza bianca e mezza rosa, fiori vistosi, peccato, solo una volta l’anno. Anche le mie piante verdi si stanno comportando bene. Quella di caffè arabico che mi ha regalato Fernando è cresciuta moltissimo, lucente e spessa. L’altra che è regalo di Cinzia splende coi suoi rossi ventagli e la sua tranquilla sicurezza, seguita dalla sorella che dall’angolo del carrello  sotto la finestra, da molti anni mi  espone il suo verde lucente e i suoi rossi cuori da cui spunta quella specie di pannocchia punteggiata e gialla. Consoliamoci con l’aglietto, si dice a Roma. A dire il vero, ci sono ancora e più che mai, gli affetti. Li teniamo vicini da lontano, con quel meraviglioso oggetto che è il telefono. Qualcosa anche col PC, posta elettronica, facebook. Anche noi siamo sotto didattica a distanza, abbreviata in DAD !  Tratteniamo il respiro, tratteniamo le forze, lasciamo che il tempo passi e  che si dimentichi di noi. 

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Parliamo d’altro, guardiamo avanti

Ma che brutto settembre!  Date piene di ricordi, belle e brutte, private e pubbliche.  Intanto parlo della “nostra” . Se non c’era il covid, noi sabato 12 saremmo stati tutti in festa e con i lucciconi agli occhi alle nozze della  mia valorosissima e bellissima nipote. Supplemento di tristezza. Chissà come sarà tra un anno!
Per di più ecco le date pubbliche:  le torri gemelle, la presa di Porta Pia, la morte di Allende, l’ignobile armistizio e la battaglia alla Piramide e alla Montagnola…. Ne dimentico qualcuna altra?
Poi c’è l’oggi, il mio.
Un amico di Valenza Po mi ha chiesto un saluto da leggere ad una cerimonia per ventisette ragazzi uccisi dai tedeschi proprio un  12.settembre. Ci stavo pensando quando ho controllato le date e mi sono molto arrabbiata. Perché io, oltre a essere vanitosa come dice mio figlio,forse sono anche permalosa. Ho constatato che mi si scriveva il giovedì, mi si lasciava soltanto il venerdì per rivolgermi a una cerimonia programmata per il sabato.  Grande scatto di indignazione, furiosa decisione di non risposta. Non sono una macchina sputa luoghi comuni, non sono una che non ha nient’altro da fare! E dire che mio figlio aveva detto che con l’opportuno aiuto avrei potuto inviare un videomessaggio!
Invece la sera, prima di dormire, pensavo a quante cose avrei voluto dire proprio in questi giorni di cronache terribili. L’uccisione a botte di un ragazzo colorato, stupri e omofobia, polemiche ingenerose sulla scuola e offensive per gli insegnanti, stupidaggini sui banchi a rotelle o meno. E tutto in tempo di perdurante pericolo e di ignorantissime esternazioni antimascherine eccetera.
Insomma, il mattino del sabato, ancor prima delle otto, ho scritto e inviato il saluto che qui credo giusto trascrivere.

Carissimo Gio, carissimi tutti,

    grazie per ciò che state facendo. Ricordare queste tragedie è giusto e doveroso. Dovrebbero farlo  i Comuni, le associazioni, le famiglie. E non solo l’8 settembre, il 25 aprile  e il due giugno, Non solo a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, ma in tutti e tantissimi luoghi piccoli e piccolissimi dove ci sono state stragi, battaglie, fucilazioni. Dove tanti ragazzi sono morti.
A questi vostri giovani della Banda Lenti è stata rubata la vita. La loro vita affinchè noi sopravvissuti potessimo vivere la nostra, in libertà e in pace. Occorre  ricordarli affinché non torni mai più da noi e nel mondo qualcuno che governi in nome dell’odio, della discriminazione, della presunzione di superiorità.
Ormai noi combattenti e protagonisti non possiamo più raccontare. Del resto i nostri racconti anche se veri ed emozionanti possono essere soltanto circoscritti e limitati.  Perciò credo che  sia  venuto il momento di fare un passo avanti.
Io  chiedo a voi di diventare promotori di un cambiamento profondo. A voi dell’Anpi e a tutti i democratici di iniziare questa nuova lotta di liberazione.
Da ora in avanti occorre che la storia del novecento e della Resistenza venga studiata oggettivamente e profondamente in tutti i cicli scolastici, oltre che dagli storici, dagli artisti e dagli scrittori. Perché il fascismo comincia dove attecchisce l’odio e l’odio comincia dove manca la conoscenza e la cultura.
Nella storia della Resistenza si può trovare tutta l’avventura, tutto l’imprevisto, tutto il bene e tutto il male per  affascinare cuori giovani e meno giovani.  L’indifferenza il più delle volte nasce proprio dalla non conoscenza.
Di nuovo grazie e buon lavoro !
            Teresa
Non so se mi è riuscito bene e se merito le lodi che il dirigente Anpi di Valenza mi ha telefonato poco dopo. E non so ancora che accoglienza ho avuto tra il  pubblico della cerimonia nel pomeriggio.
Ma credo di dover integrare e completare le mie riflessioni e le mie proposte.
Come osserva Liliana Segre, il fascismo è ancora tra noi. Perché l’odio razziale è  sostanza fondante del fascismo, così come la glorificazione della forza legittimata a diventare violenza specialmente contro i più deboli, definiti inferiori.
Nel messaggio ho proposto che venga sollevato con forza il problema dell’insegnamento nelle scuole.  Vogliamo ricordare che la cinguettante Gelmini, di destra Forza Italia, da ministra dell’istruzione ha fatto togliere lo studio della storia ? e tra l’altro anche della geografia, in un tempo dove , senza il Covid, si poteva andare in poche ore nell’altra faccia del pianeta, alle più sconosciute e diverse foreste,deserti, ghiacciai, arcipelaghi e circoli polari! Insomma, in giro per il mondo da analfabeti in geografia e in giro per la vita da  analfabeti in storia, cioè sul cammino preparato da idealisti che ci hanno indicata la strada nobile di progresso condiviso e universale.
A scuola, rotelle o non rotelle, mascherine o distanziamenti, ci sono gli insegnanti  che salvano sempre tutto, sia quando piove nelle aule, cascano i cornicioni, mancano libri o sapone. Saranno ancora loro a rimediare a tutto, a tamponare tutto. Ma se nei programmi non c’è spazio per ore di storia, se non ci sono eventuali corsi di aggiornamento, se non si prevedono visite esterne ai luoghi dove quella storia è stata fatta, se sui testi scolastici non ci sono i capitoli giusti ricchi e obiettivi sulla storia del novecento, passa tra i giovani la bufala che il fascismo ha fatto anche qualcosa di buono ! E tra i cretini che corrono a Predappio, la fantasia di un Mussolini affascinante, decisionista, super.
E’ un fatto che in Italia non c’è stato il taglio col passato. A Berlino c’è un bellissimo e grandissimo Museo della Shoah che è una commovente lezione di storia. A Roma solo Veltroni aveva in mente un museo sull’olocausto di cui nessuno ha parlato  più.  Sulla resistenza c’è quel piccolo museo di Via Tasso, che in sostanza è solo la conservazione di quelle stanze di tortura dove i tedeschi si dilettavano sui corpi di ragazzi, di ufficiali e di intellettuali impegnati nella Resistenza e non tutti comunisti.  Ci sono, tenute benissimo, le Fosse Ardeatine comprovanti la incredibile disumanità nazista. Ma uno degli aguzzini, l’ineffabile Priebke ancora qualche anno fa poteva passeggiare per Roma, ormai centenario, senza essere ne’ insultato ne’ scalfito.
E quelli di Casa Pound cosiddetti fascisti del terzo millennio, sono ancora tranquilli in giro e magari li ritroviamo tra i no-mask e i no-vac e i nazionalisti di Salvini.
Vorrei che l’ANPI il Partito Democratico e tutti gli altri partitini gruppuscoli, transfughi della pietosa galassia di sinistra si unissero almeno su questa battaglia, piccola e indolore. ma essenziale.  Vogliamo che la storia dell’ultimo novecento , fascismo e guerra, resistenza e costituzione, trovino posto nella scuola, in tutti gli ordini e gradi, in tutti i percorsi.
Questo per preparare le generazioni future proprio a quella pace e libertà della filastrocca di Rodari.
E ancora io torno a chiedermi: sarà sufficiente l’insegnamento a fare dei buoni cittadini?  La conoscenza della storia, le riflessioni che ne derivano sono di sicuro indispensabili ma credo occorra anche coltivare la coscienza sociale.
Ho detto in alcune occasioni che il buon insegnante deve anche preparare il buon cittadino, e cioè che nella scuola l’amicizia e la vicinanza non rimangano un fatto privato, ma  possano generare una comunità solidale e collaborativa. Il successo di uno è il successo di tutti, nessuno deve rimanere indietro, ognuno ha un prezioso corredo di possibilità magari nella diversità.  Su questo spero di tentare un approfondimento in sede più opportuna.
Intanto aggiungo un pensiero dedicato alla gioventù delle movide, dello smarrimento e delle deviazioni piccole e meno piccole.
Ho detto: cultura, socializzazione.
E aggiungo : educazione alla solidarietà.  Cioè proposta purtroppo accantonata di cui forse nessuno si ricorda più. ma che in tempo di epidemia si vede subito quanto potrebbe essere decisiva. Parlo del Servizio Civile obbligatorio per tutti, ragazze e ragazzi.
E’ vero  che proprio in questa sfortunata stagione di pericolo, sono molti quelli, giovani e non giovani, che di fatto fanno servizio civile. Una ragione in più per riprendere la proposta e portarla avanti, non solo in Italia, ma intanto in tutta l’Europa.
Ecco. ho finito.
Come si vede, forse sono vanitosa, forse permalosa, ma sicuramente sognatrice.

Diario n. 4, stagione del Coronavirus

Questa lunga stagione di pericolo, questa quarantena prolungata e stiracchiata, ci fa diventare cretini. Ci comportiamo da scemi o da ragazzini.
Ieri è venuto a trovarmi Francesco Maria, che è il ragazzo che ha fatto la tesi sul mio lavoro scolastico meritandosi un bel 110 e lode. Abbiamo fatta una bella chiacchierata. Ci siamo rivisti dopo la sua laurea, sostenuta in stagione di pandemia, quindi senza corona di alloro, senza festeggiamenti e abbracci. Chissà se e  quando avremo la voglia di  rimediare a distanza. o semplicemente di mangiare insieme una pizza o un piatto di cappelletti.
Sembravamo persone serie, fino alla foto al momento del commiato. Come  vedete sembriamo  persone normali. Invece abbiamo giocato come ragazzini o come minorati mentali sulle nostre mascherine!  Come è bella la tua! Me l’ha fatta un amico straniero. Uno dei rifugiati coi quali lavoro. Ne ho una bella anch’io, Me l’ha cucita la mia amica del primo piano. Aspetta che mi tolgo questa bianca e indosso quella rossa a fiorellini. Eccoci qua, documentati come persone normali, ma non c’è nulla di normale.
Non è normale avere sul muso una mascherina, non è normale sceglierla diversa, non è normale pavoneggiarsi per un colore, per una fantasia. O forse tutti cerchiamo di sfuggire alla tristezza, all’angoscia con un tuffo nella leggerezza.
Anche al supermercato o al giardino o per strada e soprattutto nei notiziari televisivi, ci appaiono mascherine di tutti i colori, di tutte le fantasie, simboli e scritte. E’ una gara o una rivalsa contro la sfiga.
Purtroppo abbiamo notato che i politici espongono mascherine manifesto, con strazio di tricolori e di simboli vari.  La
Meloni il tricolore se  l’è messo in verticale, in orizzontale, a destra e a sinistra. Non parliamo di Salvini ch la mascherina   la rifiuta, ne contesta l’utilità e la definisce una limitazione della libertà personale.  E quando la mette, anche lui fa spreco di tricolore, di simbolo del carroccio, di slogan. Ciò che mi ha colpito, l’ho trovato su facebook completo di foto, è un particolare inquietante.  Su una mascherina nera spiccava nettamente la prima parte dello slogan della Decima Mas di Junio Valerio Borghese, proprio quello del golpe fascista fallito. Non so se Salvini è preparato in storia e con lui i  suoi accompagnatori.  Ma il messaggio è chiaro ed è rivolto a quella parte di  nostalgici, tra  i quali Casa Pound e i più ripuliti Fratelli d’Italia .
Ecco un altro uso della mascherina. Come manifesto, anzi come minaccia.
Io sto cercando e usando quelle lavabili, per non intasare i cassonetti.  Mi auguro che la mascherina serva alla fantasia allegra, alla condivisione di propositi, alla vivacità della fantasia. In attesa che il virus diventi meno insidioso, più curabile, e finalmente vaccinabile.
 Quel giorno saremo tutti in strada a gridare di gioia.

Cronaca numero tre, stagione del coronavirus

Siamo ancora qui, bloccati dalla pandemia.  Qualcosa per forza o per fortuna si è mosso, ci sono lavori riavviati, mestieri ripresi. Qui nel piazzale è abbastanza visibile un movimento di auto,cioè gente che va di nuovo al lavoro e non solo vigili del fuoco, autisti atac o poliziotti. Nei nostri palazzi sono in corso lavori ai solai, alle cortine, agli ascensori.  A fare la spesa ci andiamo senza code, guanti e mascherine ormai d’abitudine.  Nelle ore fresche bambini e nonni  riempiono il giardino.
In famiglia e dintorni abbiamo avuto avvenimenti grandi.  Da sorriso le nascite. La cara nipote reggiana ha messo al mondo un paffuto Edoardo. La vicina ex ragazza del quarto piano ha dato un bel fratellino alla sua  vivace e dolce femminuccia. E qui finiscono le belle notizie.
Tra le brutte, la più nera, il lutto in famiglia. Mio fratello ha perso la sua amatissima moglie. Avrei dovuto intitolare questo scritto a mio fratello per le tante cose che che sto ricordando di lui. Qualcosa ne ho scritto sul mio libro “Storie…” Qui  non lo ricorderò dall’inizio, cioè da quando era piccolo, ma dall’ultimo. Dal suo dignitosissimo dolore attuale.  Dal funerale, iniziato col corteo di macchine dall’ospedale di Montecchio, fino al cimitero di Bibbiano,  affollatissimo. I miei figli, per esserci,  hanno fatto  dall’autostrada la traversata di mezza Italia, andata e ritorno. E non ci si poteva nemmeno abbracciare.  Ma lì, tra quelle lapidi che custodiscono anche le antiche storie della mia famiglia, dei nonni tanto ricordati e amati, è stato visibile e concreto l’affetto e la stima che mio fratello ha conquistato nel suo paese e in tutta la Val d’Enza. Discorsi commossi e motivati,  per primo quello del sindaco carissimo Andrea  e poi di altre e altri,   anche in ricordo di lei, la scomparsa, veramente compagna dolcissima e collaborativa. Alla fine, lui che prende il microfono e ringrazia, distrutto ma lucido e in piedi.
Non c’è solo il covid19.  I dolori e le malattie ci sono ancora. Lei se n’è andata per un ictus,  dopo  una  caduta   e una prima ripresa. Ora mio fratello è solo, perché i figli li ha lontani.  Ha attorno tutto un popolo, che lo stima e lo ringrazia per i suoi nove anni in cui è stato sindaco innovativo e realizzatore e poi per tutto il resto,  prima e dopo, per le scuole, la socialità, la cultura, la memoria.
Il mio dolore è anche per non esserci stata.  Chissà se potrò farlo tra un po’ in Freccia Rossa.
Intanto il virus va avanti e si diverte a prendere di mira i giovani, molti dei quali hanno svoltato in fatalità o in ribellione o in azzardo. Anche noi anziani siamo stanchi, vorremmo qualche giorno di vacanza, o  luoghi nuovi. Il caldo ci limita anche di più. La differenza è che noi siamo consapevoli più che paurosi. I nostri ultimi anni sono  più solitari del giusto. L’altra sera a cena da una cara amica, con un bel gruppetto della nostra preziosa associazione culturale.  Semplicità tanta, giardino fresco, ricordi belli, pensieri nuovi. Allegria poca, ovviamente. Ma si affronta tutto e si resta a testa alta.
Qualcuno dei vicini è in vacanza. Specie quelli che hanno case in montagna o nelle regioni d’origine o genitori nei dintorni.  Gli esperti, gli scienziati, li ascoltiamo e se succede di sentirli un po’ in polemica o in disaccordo tra loro, accettiamo la spiegazione della senatrice scienziata Elena Cattaneo. Lei ci dice che i diversi punti di vista nascono dal fatto che i ricercatori seguono ognuno percorsi di indagine differenti, perchè il virus ha molte facce, molte forze e molte strategie.  Dobbiamo aver fiducia, aver pazienza, aver coraggio.
Verrà il vaccino e avrà il nostro cuore.

Diario della quarantena n. 2

Qui sorrido, anche se non si vede

Bisogna dirlo. E’ difficile sfuggire alla malinconia.  Avevo detto “non preoccupatevi, sarò paziente e fiduciosa. Intanto il mio tempo è fermo. Non quello della natura. Gli alberi erano scheletri ed ora sono nuvole frementi di tutti i colori del verde,  e ci hanno già invaso i piumini dei pioppi  che chissà come fanno ad entrare nelle stanze. Quando c’è il sole al giardino e al piazzale della chiesa c’è abbastanza gente e molti bambini e ragazzi. Da quando siamo nella seconda fase anche le macchine parcheggiate danno qualche segno di vita, si formano dei vuoti e dei cambiamenti. Nel pratone non ci sono più passeggiatori, forse perché ora non è più proibito o si preferisce camminare per strada un po’ più in là.
Domenica forse c’era la messa in chiesa e si sono viste passare un po’ di persone. Ieri c’è stato anche un funerale e mi sembra che le persone fossero molto più delle quindici consentite e non tutte con mascherina.
A  proposito di mascherine anch’io ora ne sono ben rifornita. I figli mi hanno portato alcune di quelle classiche, bianche e azzurre, lavabili. Ieri me ne è arrivata una di quelle a becco, KN95, istruzioni in inglese e un bel fagottino si guanti azzurri usa e getta. Così sono bardata in caso di evasione in giardino per respiro o scarto di rifiuti o scorta di giornali. Quindi non è vero che le mascherine sono merce introvabile e preziosa.  Anzi, ne abbiamo inventate di strane e diverse. Già io ho aperto la strada creativa con la mia raffazzonata mascherina giapponese spaventavirus. La mia amica Vittoria ne ha una di tessuto a quadri coloratissima, opera di sua figlia che ne ha realizzata una serie. In più a me ne è arrivata una bellissima, rossa a fiorellini che definirei lussuosa e perfetta, da grandi firme della moda. E’ opera della mia amica Mirca, che è stata il mio braccio destro negli anni del Comitato di Quartiere, anzi, più del braccio destro. Eravamo  in tre, noi due e il caro rimpianto Agostino.  Non ce ne siamo mai vantati, ma è nostro merito se abbiamo ottenuto il rifacimento del giardino con irrigazione e viali e area giochi. Quante volte siamo andati dai dirigenti del servizio giardini e quante lettere, telefonate, riunioni. Ebbene, questa Mirca, mi ha regalato la sua bella mascherina, perfetta in cuciture e tasca per la carta da forno, adattabile alle mie misure ! Mi potrò pavoneggiare alla prossima uscita!

Con mio figlio Alberto, io con la mascherina grandi firme e lui
con quella KN95 !

Sempre in tema mascherine debbo dire che ho avuto anche la traduzione delle scritte in giapponese! Una mia amica professoressa che ha letto il mio blog, quasi da non crederci, mi ha proposto di farla tradurre da suo figlio che studia lingue orientali. Ho  mandato la foto leggibile, ed ecco la traduzione. Nel telo dove si vede un treno, la scritta esalta la fine della costruzione di un tunnel ferroviario sottomarino a collegamento con una isola piccoletta. tunnel costruito  dai lavoratori edili. Nell’altro telo dove ci sono facce di giovani e di vecchi, si rivendica un diverso trattamento pensionistico, Di questo mio marito mi aveva parlato. In Giappone la pensione veniva data dal padrone, ma solo dopo molti anni di permanenza fedele  cioè dopo una forma di assoggettamento o servilismo.  Non so se tutt’ora in quel modernissimo paese ci sia ancora questa incongruenza sociale.

Teli giapponesi

Intanto anche là circola e forse impazza questo virus che ci accomuna tutti, imbavagliati da questi rettangolini di stoffa, che con la nostra fantasia incarichiamo di sorridere per noi. Mascherine manifesto, mascherine portafortuna , mascherine vanitose!
Non so se abbiamo ancora voglia di parlarci dalle finestre. Il 25 aprile è passato, e qui non si è sentito il canto promesso. Come previsto sono andata in onda, in RAI, in radio, alla Tv dei vescovi.  E’ stata una faticata. Non credevo che fosse tanto pesante un collegamento telematico, con computer che non si collega, con audio che fa i capricci, con immagine penosa. Non ho voluto negarmi perché la memoria è troppo importante e perché le dittature e i fascismi serpeggiano e  scavano sempre anche nel presente. Speriamo nei giovani, negli
studiosi, negli uomini di buona volontà.  Ora lottiamo contro questo nemico comune, inaspettato.  Chissà se ne usciremo migliori.  In ogni caso credo che ne soffriranno di più gli ultimi, i più poveri, uomini o popoli.  Ancora una volta dipenderà da noi.  Ancora una volta dipenderà dalla nostra lotta e dalla nostra consapevolezza. Non sarà il destino, non esiste destino oltre le nostre azioni.

Padellata di gnocco fritto, anche per i vicini

E più che mai  comprendiamo che abbiamo bisogno di competenze, di cultura, di scienza e di onestà.  Non è vero che uno vale uno, che chiunque magari a sorteggio, possa sedere in parlamento.  Non solo serve più preparazione al basso, ma più si sale nelle responsabilità sociali, più sono necessarie persone con  un ricco  bagaglio culturale, una competenza aperta e non settoriale.  Non capisco come si può stare col fucile puntato a criticare il governo i ministri e i presidenti quando nessuno di noi vorrebbe essere al loro posto di fronte a un cataclisma così grande e complicato.  Inevitabile fare errori, ma è degno  di rispetto il coraggio di fare e di decidere.  Se poi i cittadini , cioè noi tutti  ci metteremo un po’ di inventiva, di buon senso e di solidarietà ne usciremo prima.
E sarà la cultura. cioè la scienza e la ricerca a salvarci da tutto. Sarà qualcuno, uomo o donna,  da qualche parte del mondo e in collegamento con altri uomo o donna, a trovare il  vaccino, l’antidoto, la  cura.  E spero che si vergognino e vadano a nascondersi tutti i no-vax, tutti i no-esperimenti su animali, tutti i fustigatori di aziende farmaceutiche o lobby ospedaliere.  E che nessuno più chiuda gli occhi di fronte alle malavite di ogni risma ed abbia il coraggio di non cedere e la forza di denunciare.
La scienza e l’onestà potranno essere il nostro aiuto. Nella libertà e a braccia aperte.

Diario della quarantena

Mi sono detta che forse bisogna scrivere un diario di questa quarantena. Tanto per ricordare anche i dettagli.

Comincerò dalla parte più triste. Una mia vicina, conoscente e quasi amica,poco più che ottantenne, è  morta la settimana scorsa al San  Giovanni di questo virus. Alla notizia ho tremato, perché l’avevo incontrata e chiacchierata qualche giorno prima. Lo scontrino del supermercato mi ha poi precisato che si trattava di diciotto giorni prima. Piccolo sospiro di sollievo e grande tristezza.
Questa Mina, abitava alla quarta scala o portone alla mia sinistra, Scala disinfettata.  Anche la sua vicina e amica, è risultata colpita e con lei  la giovane  badante.  La scena del loro ricovero l’abbiamo seguita qualche sera fa. Lampeggiava una bella e nuova ambulanza, con tre addetti tutti in tuta bianca dalla testa ai piedi.  Dai balconi li abbiamo applauditi, sperando che portassero a casa qualcuno. Invece una voce ha gridato ” Poi riportatecele !”
Anche questa signora la conoscevo.  Suo figlio andava allo stesso liceo di mio figlio. Aspettiamo.
Per obbligarmi a non uscire i miei figli mi organizzano consegne a domicilio.  Stavano progettando un carico  per il prossimo 27 aprile, ma il sistema integrato dei supermercati romani ha dichiarato lo stop. Basta, non accettano ulteriori ordini.  Pazienza. Non morirò di fame, tanto più che, causa data di scadenza delle uova, ho fatto quadrucci tagliolini e tagliatelle. Tra parentesi è un modo di occupare il tempo e insieme di stimolare un po’ l’appetito che con questa clausura si è molto ridotto.  Suggerisco a chi si annoia di inventare ricette, modi nuovi e lunghi di trattare verdure  uova e pangrattato.  Ne ho un vassoio, variegato e appetitoso, che chissà per quanti giorni mi tornerà in tavola.
Ci stiamo telefonando e messaggiando. Da un balcone all’altro non è bello urlarci, quindi succede di telefonarci e guardarci , con l’aggiunta di gesti e sorrisi. L’ascensore ora funziona, perciò i volontari della protezione civile sono saliti senza problemi per portarmi le medicine.  Sarei imbarazzata ad approfittare di questi generosi ragazzi se non fosse che lo debbo a mia nuora, che con i figli da sempre è volontaria alla Caritas ed è stata lei a farmeli arrivare.
Il telefono ci aiuta. A  volte anche la  videochiamata.  Ho potuto vedere che i miei nipoti si sono tagliati la barba e sono diventati bellissimi.  Invece non ho accettato di farmi vedere da un lontano amico, che forse ha sbagliato a digitare, tanto è vero che non ha ripetuto la chiamata.  E’  vero che ogni giorno mi vesto e mi trucco con cura, cioè come sempre e a “tentoni” cioè quasi alla cieca, causa disimpegno del mio occhio sinistro. Il disastro, invece, è nei capelli, cresciuti e indomabili, che sembrano un pagliaio disordinato, per i quali non trovo più ne’ mollette, né elastici.  Corrado mi direbbe:  ” Ma allora sei vanitosa!”  Sì, per quanto consentito sono vanitosa.  Smalto alle unghie, cipria e rossetto. Risultato scarsissimo, per non dire pietoso.
Si fanno scoperte stando ai balconi.  Quanta gente coi cani!  Riflessioni amare sui cani. Anche a me piacciono i cani e ancora di più i gatti.  Ho paura che molti abbiano più amore per i cani che per i bambini.  Infatti educare un cane è abbastanza facile e poi vale per tutta la vita. Per un bambino bisogna inventare ad ogni stagione il linguaggio l’esempio i modi, mano a mano che l’età cambia e i bisogni diventano più complessi.
Tornando all’argomento cani, debbo raccontare che da diversi giorni vedo cani e padroni camminare in mezzo al pratone.  Per chi non lo sa, qui da me chiamiamo pratone un territorio diventato bosco che misura la bellezza di 64 ettari  tra i quartieri di Cinecittà, Romanisti e Alessandrino.  Non so se dalle foto se ne intuisce l’estensione.   Come siano rimasti verdi questi ettari è un caso quasi miracoloso. Era zona destinata a trasferirci cioè costruirci i vari ministeri, secondo quanto vagheggiato dal piano regolatore romano degli anni sessanta.  E’ di proprietà privata, ufficialmente recintato, ma evidentemente con varie falle, visto i tanti camminatori che lo attraversano, con cani o senza cani.  Spero  che dalle foto si intuisca che si tratta di uno spazio veramente grande.  Nel nuovo piano regolatore, con Veltroni sindaco e grazie alla mobilitazione nostra e alle nostre cinquemila firme, si prevedono poche cementificazioni e tutte agli estremi, dalla parte via Togliatti e dalla parte Cinecittà studios.
Ieri, però, proprio dal pratone mi è venuto un brutto colpo al cuore.  Stava bruciando !  Per caso ho visto il fumo e sentito una sirena. Vedevo bene con  quanta rabbia avanzasse la linea del fuoco verso di noi.  Vedevo un solo automezzo rosso dei vigili del fuoco, e mi prendeva una rabbia, una angoscia.  Ripensavo a tre anni fa, quando a luglio un  grande incendio aveva preso tutti gli ettari, con evidenti tre punti di avvio, Le fiamme erano tanto  alte e vicine che arrivavano quasi al mio settimo piano e i miei vetri diventavano caldi, nonostante tra noi e il fuoco ci fosse la strada e al margine fosse  stata gettata acqua a salvaguardia.  Quella volta c’era anche l’elicottero ad innaffiare, diverse autobotti , vigili urbani, polizia, una piscina gonfiabile riempita con l’acqua del nostro condominio.  Dopo l’intera giornata di tanto lavoro e davanti a quell’orribile disastro. mi è venuto di pensare :  ecco perché bisogna pagare  le tasse !
Ecco perché ieri, quell’iniziale incendio mi ha tanto commossa. Era commozione di rabbia. Perché anche ora, come allora , nessuno mi toglie dalla testa che si tratta di tentativi dolosi.  Come può esserci della gente tanto malvagia o ignorante o stupida,  che fa queste cose. Le leggi non permetterebbero edificazioni lucrose, ma questi che agiscono così non tengono in conto le leggi, pensano di avere la forza e l’abilità di scavalcare  ogni legge, ogni regolamento e ogni diritto altrui.
Così come mi rattrista temere che da questo disastro del coronavirus possa rinvigorirsi e guadagnarci la mafia, cioè tutte le mafie, nuove o vecchie.
Così come non posso credere che ci siano persone  esperte tanto da entrare nei sistemi informatici dell’Inps per sabotare le sacrosante decisioni assistenziali decise dal governo.  E’ troppo triste pensare che competenza e forse cultura possano andare a braccetto con criminalità avidità e odio.
Eppure ce la faremo, perché noi cittadini per bene, noi che le leggi le rispettiamo, noi che accettiamo anche le raccomandazioni,  noi che non crediamo alle bufale, noi che sappiamo anche soffrire, siamo più forti, più resistenti, più generosi.
E da domani, se mi basterà la farina, seguirò l’esempio del  mio giovane nuovo amico laureato. Mi ha scritto che sta facendo dei dolci e che li metterà davanti alle porte dei vicini di casa.
 Magari ci metterò un bel biglietto con scritto TANTI ABBRACCI !!!!

I ragazzi nel carrello!

Da non credere. Ancora un ragazzino che muore nel carrello di un aereo. Un altro!
 E’ stato  l’8 gennaio 2020. Proveniente  dalla Costa D’Avorio, nemmeno un po’ vestito, il cadavere di  un quattordicenne viene trovato a Parigi in quel tragico pertugio.  Si chiamava Ani Guibahi Laurent Barthelemy.  Sperava nell’Europa. Fuggiva dal buio di un futuro e dal dolore  di un presente.
 Certamente non sapeva dei “nostri” due ragazzini trovati morti  a Bruxelles  anch’essi nel vano del carrello di atterraggio di un Airbus.
Era il 28 luglio 1999. Venivano   dalla Guinea, avevano 15 e 14 anni,  si chiamavano Yaguine Koita e Fodè Tounkara.
Ho detto “nostri” due ragazzini.
Nostri perché proprio qui, tra questi palazzi, Roma Cinecittà,  il giardino è intitolato a quei due adolescenti.  Che la storia si ripeta a così grande distanza è veramente terribile.
Nostri perché è dal  2006 che inizia questa storia. Avevamo un attivissimo comitato di quartiere, che tra l’altro ha ottenuto la inedificabilità del grande Pratone di Torre Spaccata . Nel gennaio di quell’anno abbiamo  proposto di intitolare il giardino ai due sfortunati e coraggiosi ragazzi.  La scelta considerava la natura del giardino che ha  una bella area giochi e la vicinanza di ben tre scuole.
Dal 2 gennaio 2006, data della lettera di proposta,  si arriva alla risposta del 5 aprile 2006, dipartimento toponomastica, protocollo 2006/11374, che comunica il parere favorevole alla intitolazione.
Passano ancora molti anni prima che il giardino abbia una targa, una cerimonia di inaugurazione e una lapide esplicativa di ricordo.  In mezzo ci sono stati tutti i cambi di gestione del Comune, la fine del comitato di quartiere e le vicende politiche in Circoscrizione Cinecittà Don Bosco.
Soltanto nella primavera del 2019 è stata messa la targa e finalmente nel novembre è stata fatta una modesta inaugurazione con l’aggiunta di una  lapide nell’aiuola.
Questa  lunghissima storia burocratica è veramente inquietante e  rende ancora più acuta la commozione per questi episodi.  In più c’è da riflettere su quanto sia lunga la sofferenza di quei popoli e quanto tragica la storia delle migrazioni, fenomeno in pericolo di aggravamento poiché alle storiche cause economiche sembra aggiungersi il teatro odierno di conflitti e addirittura di guerre.
Anche guardare la cartina dei due paesi, la Guinea e la Costa D’Avorio.
Il mondo è grande e grandi le sue sofferenze. Quelle delle sue genti, quelle del clima e quelle delle persone inadeguate  o pericolose che stanno al comando.
Sarebbe proprio il caso di diventare tutti, ma proprio tutti, delle guizzanti arrabbiate e consapevoli sardine per pretendere un deciso rinsavimento e un cambio di rotta.

Nella lapide è riportata una frase della bellissima lettera “ai signori dell’Europa” trovata in tasca ai due ragazzi.

Un bel sorriso, i giovanissimi

In questi ultimi anni la passione politica ci ha dato facce tristi, oppure corrucciate o deluse, a volte arrabbiate altre perplesse oppure dure e speranzose. Ma un sorriso, un bel sorriso ce l ‘ha strappato soltanto  la parola “sardine” appiccicata a tante facce giovani, addirittura giovanissime. Grazie di questo sorriso, ragazzi usciti dal silenzio. E che in silenzio dite di più che con mille parole.

Ora, dopo un mese dal primo bellissimo stupore, possiamo vedere anche l’anima di queste guizzanti sardine. C’è l’antifascismo, c’è la Costituzione, c’è il problematico presente.  Qui non vale solo il ricordo, la memoria, la condanna di un esecrabile passato.  Qui c’è il presente, con i suoi pericoli, le sue ombre, le sue barriere.
I ragazzi non vogliono barriere.
I ragazzi imparano le lingue e vogliono il mondo.
I ragazzi ci giudicano e vogliono essere migliori di noi che siamo il passato.
Come il mio giovanissimo amico di Milano,  Lorenzo, che più di un anno fa mi ha scritto perchè voleva preparare la “tesina” della sua terza media sulla Resistenza.  Come mi abbia trovato, non lo so. Certamente in rete. Non compaiono mai genitori o insegnanti. Ha trovato in ebook il mio libro, ha preparato la tesi, me l’ha mandata con il giudizio lusinghiero dei suoi professori. Nel frattempo, specie attorno al 25 aprile mi ha sempre  inviato saluti e pensieri.  Ora credo abbia quindici anni e frequenta un Istituto Tecnico Industriale, il “Primo Levi” di Bollate, indirizzo chimico biologico.
Mi aveva preannunciato che con la sua classe sarebbe andato alla marcia in favore di Liliana Segre.  E ora guardate la foto che mi ha mandato e che mi ha autorizzato a pubblicare! Lui probabilmente è un capo, un trascinatore, ma i suoi compagni non sono da meno coinvolti. Mi ha mandato anche  una pagina de “il giorno” del 11 dicembre,  dove c’è un bel resoconto di Giulia Bonazzi che giustamente parla anche  di loro.
Ecco chi ci consola e ci fa sorridere:  i giovanissimi, sardine o non solo sardine.
Come chiedeva Rodari a un certo babbo natale.Se non puoi darmi niente, dammi una faccia allegra solamente !
Per ora ci basterà.

Sul vecchio sentiero

 

Non avrei mai creduto che dopo anni qualcuno ripercorresse il mio vecchio sentiero.

Sono stata ad una scuola qui vicino, due strade più in là, a mezza distanza  tra Cinecittà storica e Cinecittà Est, invitata in una classe terza elementare. Bimbi vivissimi, elettrizzati dalla storia vera della bimba ebrea cacciata da scuola, che hanno letto nel mio libriccino “Non era una notte buia e tempestosa”.
Troppe cose  avremmo dovuto raccontare a quei bellissimi e troppo piccoli bimbi. Alcuni temi assolutamente non possibili. Non si possono raccontare le camere a gas, soprannominate docce. Non si riesce a spiegare perché seminare odio sia tanto utile ai dittatori. Meglio restare sulla sofferenza dell’essere cacciati da scuola, sul diritto allo studio e alla conoscenza, sulla accettazione del diverso, sulla molteplicità degli usi e dei costumi nonché delle credenze religiose.
Sono ripiombata in una atmosfera che conoscevo bene, Molta partecipazione, molte domande, una bella dose di allegra confusione. Ho raccontato della scuola di quando ero piccola e non c’era la libertà, di quando i figli dei contadini e dei poveri si fermavano sì e no alla terza elementare, causa  miseria e necessità di lavorare. Poi  il confronto con i diritti di oggi, da apprezzare e godere.
Due ore però non bastano. Forse buttano un seme di curiosità o fanno da inizio a tanto lavoro educativo e culturale magari lungo cinque anni. cinque classi.
La sorpresa più inaspettata mi è stata fatta dalle insegnanti. Mi dicono che si accingono a realizzare un loro giornalino scolastico. Ne prevedono tre numeri nell’anno in corso. Credevo si servissero della rete, invece hanno deciso di progettare il cartaceo, credo fotocopie comprese. Mi dicono che, così, ogni scolaro avrà la sua copia.
Non ho avuto abbastanza tempo per discuterne o commentare. Ne avrò occasione perché con queste tre insegnanti così entusiaste  potrò ancora confrontarmi. Ma la felicità è grande. Se il vecchio sentiero  è ancora utile come non meravigliarsi? Vale ancora per i piccoli autori poter gioire alla vista del proprio racconto stampato, del disegno riprodotto, sapendo che sarà letto e commentato da genitori  e compagni, da amici lontani, da scolari più piccoli e più grandi.
Sarà come mettere al sicuro quello che si è imparato e certificare la propria crescita di scolari e di piccoli cittadini. Ed anche del loro essere non un gruppo informe, ma una piccola vera comunità che si stringe alle sue insegnanti e ad ogni altro operatore scolastico nel lungo e importante cammino di cittadino consapevole.

Le capitane. Tante, tantissime!

Non c’è solo Carola. Le capitane sono tante,  tantissime.

Una bella schiera l’ ho incontrata martedì 2 luglio a Roma. Vedete la foto di gruppo, scattata  alla fine dell’incontro. Soprattutto donne, giovani, sorridenti, motivate. Sono le ragazze di Save the Children di Roma e dintorni, quelle che si danno da fare per aiutare i bambini, qui e nel resto del mondo. L’organizzazione, la più grande del pianeta, ha cent’anni di vita. In Italia qualche anno di meno, ma ha la giovinezza del fare, del concreto, del coraggio. Salvare i bambini, salvarne il più possibile. Di qualsiasi parte, di qualsiasi dolore o bisogno, di qualsiasi colore o percorso.
Dopo la fine della prima guerra mondiale, la fondatrice, l’inglese Eglantyne Jebb, cercava di salvare dalla morte per fame vere folle di bambini dei paesi  usciti sconfitti , penalizzati dalle brutali condizioni di resa. Studiando la storia non si parla quasi mai del blocco imposto a Germania e paesi centro europei che negava qualsiasi rifornimento alimentare, per cui morivano letteralmente di fame i più poveri e soprattutto i bambini.  Tantissimi bambini.  Testimonianze agghiaccianti, fotografie terribili.  Erano i bambini del nemico !  I bambini dei vinti!
Prime nell’impegno un gruppo di donne inglesi benestanti, alcuni uomini illustri e motivati. Difficoltà d’ogni genere,   la più dura  per me, è quella di chi rifiutava e obiettava ” sono i figli del nemico che tra vent’anni ci faranno di nuovo la guerra”.
Ecco il punto. Anche i figli del nemico vanno salvati.
Io voglio aggiungere: anche i nemici vanno salvati. Non solo per umanità. Non per buonismo. Vanno salvati  per ideale laico, per ideale civile e per chiaroveggenza politica.  Sì, per ideale politico, se si vuole che i figli del nemico e il nemico stesso non siano più nemici domani, o  tra un anno o cinque anni o venti.
Ecco il lavoro difficile, delle tante capitane di oggi,  Quelle sulle navi e quelle nelle strade, negli uffici, nelle scuole, in  campagna e in città. Intanto quelle di questa grande Save the Children,  in Italia e negli altri 125 paesi del mondo e soprattutto dove si soffre di più, come in Yemen e negli altri troppi luoghi dove  la guerra,le guerre, ancora devastano e distruggono, oggi, adesso,   con scientifica intelligentissima crudeltà.
E’ un discorso complesso e difficile.  Anche Emergency e Medici senza frontiere soccorrono senza guardare le divise. Secondo me sono una goccia nel mare anche se quella goccia apre o dovrebbe aprire le coscienze.  La sostanza del problema sta nell’ottenere in concreto la cancellazione di ogni tipo di guerra .
Essere pacifisti è una utopia. Troppe fabbriche  producono armi. Troppi cervelli inventano nuove meraviglie tecnologiche direttamente o indirettamente utili alle guerre. Troppo denaro, insomma!   E’ probabile o addirittura certo che i combattenti per la pace siano dei sognatori fuori dalla realtà, utopisti destinati all’insuccesso.
 Invece no,  Perché si deve lottare. Anche se il successo sembra irraggiungibile. Bisogna lottare per avvicinarlo quel traguardo. E perchè è giusto per il genere umano e per il pianeta.
Quelle donne inglesi che con Eglantyne creavano il Save the Children potevano pensare che il traguardo della parità dei diritti tra uomo e donna fosse lontanissimo, forse impossibile, cioè un bel sogno o una bella utopia. Sono passati soltanto cento anni e in molte parti del mondo ci si è quasi arrivati. Tanto che ci sono le capitane Carola, le presidenti europee, le ministre, le banchiere,le soldatesse, le scienziate, le astronaute.
Per l’ideale della pace i problemi sono tanti e tutti diversi. I problemi delle disuguaglianze e della miseria, altrettanto. Non si raggiungono con atti insensati come nuove Bastiglie o anni di piombo. Ci si può arrivare solo col lavoro costante e coraggioso delle tante capitane o dei tanti combattenti che avanzano a piccoli passi con umiltà, serenità, e coraggio.
Stesso discorso per chi lotta contro la fame, per chi vuole salvare i bambini. Sarà  impossibile salvarli tutti, ma sarebbe imperdonabile non cercare di salvarne  il più  possibile. Sono l’umanità di domani, il popolo del mondo che dovrà continuare il percorso della conquista della pace e della più giusta distribuzione delle ricchezze.
Anche  la distribuzione delle ricchezze  in modo più equilibrato e più giusto per ora è solo Utopia.,  Ma si deve pur cominciare se vogliamo che l’umanità faccia una nuova epocale mutazione. Almeno che ci si provi, accogliendo i disperati e inventando soluzioni.
Che sia Bronte o le badanti o i sik nelle stalle della pianura padana. Non nei centri-prigioni. non nel condannarli in mare per giorni con il grido”non ti vogliamo” “sei il nemico”!
Da quel nuovo essere umano arrivato pieno di illusioni e di speranza che dopo tanto divieto non trova né il pezzo di pane  e nemmeno il sorso d’acqua ci possiamo aspettare amicizia? Ci possiamo aspettare rispetto? O osservanza delle nostre regole?
E’ già tanto se, grazie alle nostre tante capitane e ai tanti veri capitani non  diventano subito nostri nemici.
Accanto alle capitane, per fortuna ci sono anche i coraggiosi, che possiamo  anche chiamare capitani. O solo uomini o ragazzi coraggiosi.
C’è ancora bisogno di coraggio.  I coraggiosi di oggi sono quelli che per aiutare gli ultimi rischiano linciaggi, offese e guai  E quelli  che divulgano verità. Come il giovane Federico Ruffo che vedete nella foto, che mi intervistava. E’ il giornalista di RAITRE, che per una veritiera inchiesta sulle tifoserie violente, ha ricevuto non solo minacce ma attentati incendiari.
Onore e grazie a voi tutti e tutte, capitani coraggiosi, combattenti delle guerre di oggi.

Essere dinosauri, forse

Sentirsi l’ultimo dinosauro in via di estinzione può essere eccitante, divertente oppure tragico. Noi ex partigiani combattenti stiamo tutti per andarcene, qualcuno con la mente se ne è già andato.
Questo pensiero come premessa al racconto della mia visita ad una scuola di Roma-periferia, l’ Istituto ITIS “Verne-Magellano” di Acilia. Chi non lo sapesse, si tratta di una borgata o quartiere non lontano da Ostia.
La scuola grande, non bellissima ma funzionale, che emerge in un ambiente verde tutto di casette piccole e dignitose, stradine quasi campagnole, da traffico familiare. Forse non è un quartiere ma nemmeno una borgata. E’ Acilia, una delle tante variegate fette o mosaico di ciò che chiamiamo Roma.
Dentro la scuola, una vivacità e una attenzione da non credere.
Potete guardare le foto, che forse raccontano più delle parole. Mi è stato riferito che il giorno dopo un ragazzo di quinta ha detto che per lui è stata la lezione più interessante che ha mai avuto. Spero sia vero. In ogni caso è stata sicuramente una lezione diversa.
Ho risposto a tutte le domande di ragazze e ragazzi, mi sono collegata al racconto della dirigente Patrizia Sciarma che ha raccontato di un prete suo conterraneo marchigiano trucidato dai tedeschi, ho risposto sulle paure sui momenti tragici, su cosa in concreto si faceva in pianura e anche in montagna. Ho ricordato il mio prete partigiano Pasquino Borghi fucilato alla schiena assieme al mio comandante Angelo Zanti comunista. E non so quanti altri racconti delle mie compagne arrestate torturate e stuprate, Delle pur presenti allegrie, delle storie d’amore di quella generazione vissuta in tempi così neri e disgraziati.
Grazie alla cara Romina Impera, alla intraprendente e dolce Chiara Rovan e alle nuove amiche insegnanti autrici e protagoniste dell’incontro di memoria. Vi hanno inserito interessanti brevi filmati, qualche lettura e immagini in video. Il tutto,per ricordare un’epoca che sembra lontana ma che è all’origine del nostro presente e per compensare una scarsità di notizie e nozioni. Sono state due ore effervescenti, in una grande aula auditorio, tanta gioventù proiettata a professioni moderne, turistico, sanitario, linguistico, industriale. Ragazzi cittadini d’Europa e del mondo, sia per provenienza concreta sia per mentalità nuova, aperta ad un mondo che non ha confini . Lezione ancora più importante in questi giorni, che ci vedono impegnati a frenare e contenere quei tragici rumorosi e violenti drappelli che osano invocare nuovi confini e nuove esclusioni.

Una aggiunta – e qualche video

 

Ripensando all’incontro al MusEd, devo fare qualche aggiunta e qualche riflessione.

L’aggiunta riguarda il Direttore del MusEd, Lorenzo Cantatore, che oltre a guidare il Museo, è professore ordinario di storia della pedagogia  e letteratura per l’infanzia all’università di Roma Tre.
Forse è per merito del doppio incarico che questo giovane docente ha impresso al museo la caratteristica di museo attivo, in cammino, in corsa.  Niente muffa e nemmeno ragnatele, ma iniziative. Il pubblico non si aspetta, si sollecita, si chiama.
Ecco perché già si pensa a riflettere in grande sulla didattica. Che non riguarda soltanto la scuola dell’infanzia o primaria.  I modi dell’insegnare riguardano tutti i livelli, dalle medie alle superiori e forse  oltre. Ripenso al bel libro della Emma Castelnuovo sull’insegnamento della matematica, che tanto mi è stato utile anche se rivolto alle scuole superiori. Senza contare l’atteggiamento del docente, l’empatia, la fiducia da coltivare. E l’apertura al mondo reale, ai problemi veri, alla società. Formazione, significa formare dei cittadini, non riempirli di nozioni.  Tanto più importante ora, che è in atto un degrado della coscienza collettiva, un fascino della cattiveria e della violenza.  Soltanto i valori alti della democrazia e della cultura ci potranno portare ad una migliore Europa e ad  un più pacifico mondo.
Tutto questo per dire grazie a questi docenti del MusEd e all’intraprendente Lorenzo: Il quale al seminario dell’altro giorno ha parlato poco,  soltanto l’essenziale,  perché già ha lavorato molto e molto ancora ne prepara.
Ancora una riflessione. Da Reggio Emilia arriva un entusiasmo per questa valorizzazione di una esperienza speciale. Questo nell’onda del ricordo commosso di un insegnante speciale quale è stato Sergio Lusetti, tanto rimpianto.  Ed anche perché per la didattica Reggio è al massimo dell’innovazione. Troppo poco si parla di “Reggio Children”, quella metodologia che nasce dalla realtà e serve a creare il senso del dovere e il rispetto delle regole. E ditemi se non ce ne è bisogno!
Ancora arrivano a Reggio dal mondo docenti e studiosi ad imparare. Anche la scuola “Italo Calvino” co-protagonista delle nostre settimane di scambio, è nata come erede e continuazione del metodo “Reggio Children”.  La mia collega insegnante Gina Trezza ci affiancherà nel collegamento. E tutta la scuola, ora con insegnanti nuovi ma con spirito aperto, sarà col MusEd nella stessa missione.
Tanto per dimostrare che le innovazioni in campo educativo arrivano sempre dal basso, da gruppi di intellettuali come i protagonisti delle scuole dell’Agro Pontino,  o da singoli insegnanti di periferia e qualche volta da studiosi come la Montessori, o Lombardo Radice o Mauro Laeng. E persino dalle donne dell’UDI del reggiano che nel dopoguerra hanno inventato gli asili per i figli delle mondine e vi hanno seminato le basi da cui sono partiti Rodari e Malaguzzi  per le più dignitose e complesse scuole di “Reggio Children”,
Guardiamo avanti e guardiamo alto, contro le bassezze del momento e contro la dimenticanza del passato.

La medaglia di cartone

Mercoledi 15 maggio a Roma, Università degli Studi ROMATRE, Dipartimento delle scienze della formazione, nelle stanze del MusEd, Museo della scuola e dell’educazione, è stato illustrato il lavoro dei miei scolari e mio di tanti anni fa.  Sono ancora sopraffatta dall’emozione, ma ho il dovere di completare l’informazione e di rimediare alle dimenticanze.

Ora posso elencare le presenze. Prima di tutto quella che ci collegava a Reggio Emilia, la città delle settimane di scambio. Era presente il professor Roberto Zanoni, che è il nipote del maestro Sergio Lusetti. Il Prof. Zanoni è ordinario di chimica alla Sapienza, ma ancora legatissimo alle radici reggiane e ai protagonisti di quel particolare gemellaggio, anzi settimane di scambio, che abbiamo vissuto. So che ha già mandato le foto e le notizie.
Prima di ricordare gli interventi, voglio elencare le presenze, molte a sorpresa.
Tra  i ragazzi del gruppo “Senza Paura” erano presenti addirittura alcuni genitori. Mi si sono presentati il papà e la mamma di Giovanna Capitanio, impossibilitata a venire. ” Al suo posto abbiamo voluto venire noi, papà e mamma”. Non li avrei riconosciuti, sebbene ancora bellissimi. A proposito,   dovrei anche raccontare qualcosa sui padri dei miei ex alunni, protagonisti anche loro di quella avventura.
Con Liliana Pesoli, che pur di venire ha stravolto un suo già pagato viaggio, si è presentata assieme alla madre e alla sorella. Il suo intervento in poesia me l’ha regalato trascritto  su elegante pergamena, bellissima. Spero di poterla pubblicare.
Erano presenti alcune mamme della classe del viaggio a Reggio,  quelle che tanto hanno collaborato. C’era la mamma di Ernesto, il giovane papà che vive e lavora a Barcellona. Poi la mamma di Nicoletta, Assunta,  esperta e guida nel creare le bambole di pezza per le bimbe reggiane. E ancora c’era la mamma di Raffaella D’Angelo, la dolce e bionda ragazza che ancora mantiene legami e contatti con gli antichi compagni di classe, sia vicini che lontani.
Devi citare le presenze dei ragazzi, cioè quelli non previsti nella scaletta dei lavori.  Mi sono trovata dinnanzi non più ricciolina e ora senza occhiali, la cara Cristina di Pilato, che compare, bimba, nella foto della locandina. E’ impiegata in uno studio legale. Poi Raffaella d’Angelo, la dolcissima e ancora biondissima che la prima notte a Reggio Emilia ha confessato di aver sentito un po’ di malinconia, e che lavora all’aeroporto di Ciampino. Con lei è intervenuta Marianna Rossetti. che se ne è andata un po’ prima della fine per  prendere i figli a scuola. Ed ancora ho potuto abbracciare il fantasioso Gianfranco D’Ingegno, ora autorevole psicologo impegnatissimo e motivato.
Altre presenze, quelle di insegnanti colleghi. Laura Dragoni, che da esperta Isef mi ha sempre aiutato in palestra e, dopo, da insegnante parallela nella didattica al tempo pieno. Ed anche Lina Del Curatolo, insegnante alla scuola Media, con la quale si è lavorato insieme per le ricerche e le mostre di “Roma Barocca” e “Roma come un libro”, con  Alberta Campitelli.
Ed ora dirò degli interventi.
Importante e in apertura, l’introduzione del Direttore del dipartimento di Scienze dell’Educazione, professor Massimiliano Fiorucci.(che poi ha voluto la dedica sul mio libro dei racconti),
Breve e filosofico l’intervento di Sandro Portelli, che ha collegato l’esperienza di guerra con quella di insegnante.
Più didattica e articolata la ricca riflessione di Ermanno Detti, direttore di “Articolo 33” e “Il pepe verde”. Gli sono grata perché è lui che ha segnalato al MusEd la nostra avventura.
Molto profonde, anche se concentrate, le relazioni delle docenti universitarie del MusEd,  Carmela Covato,  Francesca Borruso ed Elena Zizioli. Hanno sottolineato la caratteristica femminile, le pagine di un diario e le potenzialità dei materiali archiviati.
Vivissimo e affascinante il racconto di Alberta Campitelli, che è ancora una autorità nell’ambito dei beni culturali e delle ville storiche italiane europee e del mondo. Ha ripercorso quelle esperienze, quei programmi, quella epoca culturale e innovativa del comune di Roma, con i suoi Petroselli sindaco e Nicolini assessore.
A conclusione ed in cima per interesse e concretezza, i quattro interventi degli ex scolari:  Andrea Borrelli, ingegnere, che ha raccontato il viaggio a Reggio;  Nicoletta Lalli, avvocato, che ha fatto una bella e completa riflessione sui dialetti e il bilinguismo; Liliana Pesoli che  il suo emozionante ricordo ce lo ha letto in rima; e Franco Sollazzi, ingegnere, che a braccio ci ha fatto ripensare al valore formativo ed educativo nell’accostarsi agli amministratori, sindaci o dirigenti locali, che hanno in mano le sorti e le scelte della collettività.
Ed ecco, cicliegina sulla torta, la lettura dei tre messaggi arrivati da lontano. Floriana Corlito col suo bel viso e la sua bella voce da attrice, ha dato vita ai messaggi di Ernesto Monacelli che ora vive e lavora a Barcellona dopo anni di esperienze europee, londinesi e germaniche. Più lontana è la voce di Fabrizio Terenziani, della classe più antica, quella di “senza Paura”,  che scrive dal Lussemburgo, ove vive da oltre vent’anni .  E infine l’emotivo saluto da Bologna dell’ex timido Fabio Pepe, che le sue competenze informatiche le esercita accanto alla moglie maestra e alla figlia preadolescente.
E’ mancato il messaggio di Laura Leucci, dalla provincia di Varese, mamma da pochi anni, che fino all’ultimo ha cercato di venire di persona, ma che all’ultimo non ce l’ha fatta. Ci scriveremo.
Con questi ricordi vivi e caldissimi si chiude questa tappa. I dirigenti del Mused e del Dipartimento ci danno appuntamento per l’autunno, quando si guarderà più in grande, in un convegno sui problemi della didattica, della formazione e della cultura di un popolo. A questo punto mi sono detta felice, ho ringraziato e ho raccontato della “medaglia di cartone”
In quegli anni di così nuove e faticose attività, qualcuna delle colleghe aveva sentenziato che alla fine avrei meritato una medaglia di cartone.
Ho detto che questa di oggi è la mia medaglia di cartone. Quella medaglia, inaspettatamente, è arrivata. Ne sono felice. Avrei dovuto precisare che la medaglia spetta prima di tutto  ai ragazzi e un po’ ai loro genitori, ed anche  a chi ci ha aiutato, a chi ci ha compreso. Forse ce la siamo meritata, ma tutti insieme, nessuno escluso.
Insomma, ora andiamo avanti, ancora senza paura, e ancora con entusiasmo.
Devo aggiungere che nel frattempo sono arrivati due messaggi da Reggio Emilia che solo più tardi ho potuto leggere e che ora trascrivo.
Da Gina Trezza, ex insegnante della scuola gemellata di Reggio Emilia:
Noi insegnanti della scuola Italo Calvino di Reggio Emilia, felici che il lavoro scolastico del maestro Sergio Lusetti, uno dei fondatori, sia conosciuto ed apprezzato, siamo convinti  che la memoria sia un prezioso giacimento culturale che arricchisce il presente e contribuisce a costruire un futuro migliore. Viva la scuola”.

Perle all’indietro

(da Agenzia Dire)

Attorno al 25 aprile emergono delle divertenti perle all’indietro. Mi ero dimenticata della avveniristica proposta di ripristinare la leva obbligatoria.  Con la scusa di levare dalla strada i troppi giovani nullafacenti, perché demotivati o disoccupati.

Al contempo mi viene agli occhi una scena. Il 25 aprile al Quirinale il nostro Presidente ha onorato di medaglia d’oro per la Resistenza un bel gruppo di Comuni italiani, grandi e piccoli, tra i quali Roma. Meritatissimo, il riconoscimento alla resistenza romana, perchè vi si è combattuto veramente e non solo a porta San Paolo o via Rasella, ma alla Montagnola, a Valle Aurelia, a Monteverde, a Garbatella, a san Lorenzo, poi nelle borgate Quadraro Centocelle Quarticciolo, e tutto attorno, fino ai Castelli.
A prendere le medaglie erano presenti i sindaci.  Per Roma, giustamente era presente la Raggi.  Ed ecco la mia visione, che in un certo senso mi fa ancora sorridere. C’è il Presidente, col suo mezzo sorriso, che è l’espressione di uno sforzo istituzionale. Vorrebbe sorridere a tutto tondo, ma il Presidente  ha un obbligo di riservatezza o rispetto della forma. Non riesce del tutto ad essere solenne. Resta umano, si concede e ci concede quel prezioso piccolo sorriso.
Ma non è lui che consegna le medaglie e le unisce agli stendardi dei Comuni. E’ un compito che spetta al Ministro della Difesa, che è una donna!  Ancora una donna ministro della difesa, una donna che comanda un esercito. Dopo Roberta Pinotti, Elisabetta Trenta.
Se me l’avessero detto in quell’esaltante 25 aprile 1945 o anni limitrofi, non ci avrei creduto. Una donna che guida i soldati. E’ vero che dicevamo che se le donne fossero state al comando nel mondo non ci sarebbero state più guerre, ma questo era illusione. Ci sono anche le donne nemiche delle donne e della pace.
Ritorno a quella scena. Una donna ministro della Difesa e una donna sindaco della città capitale e città medaglia d’oro per la Resistenza. E penso alle tante donne che hanno fatto la resistenza a Roma, la Carla Capponi, la Lucia Ottobrini, la Marisa Musu, la Teresa Regard, la Maria Michetti, la Marisa Rodano, che sono quelle che conosco io, senza contare le tante altre.  E penso al mio attestato di combattente. Al Distretto Militare di Modena, il dattilografo che l’ha compilato, era tanto abituato a scrivere le qualifiche al maschile, che mi ha trasformato in “partigianO” combattente.  Impensabile, forse, il termine o il  concetto “partigiana combattente”!
Chiusa la parentesi, ritorno alla proposta di ripristinare la leva obbligatoria. Cara nostalgica immagine della sacrosanta “naia”! Tutti in divisa, tutti con un fucile a imparare a difendere la Patria!
Per fortuna, la donna che è Ministro della difesa, ha prontamente ribattuto che oggi l’esercito può essere composto soltanto da personale altamente qualificato. Cioè gente con competenze, con cultura, con preparazione alla tecnologia.
Quando mio padre è stato chiamato, diciottenne, alla prima guerra mondiale, non aveva gran che da imparare. Se c’era un fucile era facile caricare e sparare. Una bomba da lanciare, una baionetta da infilzare alla pancia del nemico. Non serve saper leggere ne’ scrivere. Tant’è vero che mio padre è stato promosso sergente solo perchè era l’unico che sapeva leggere e scrivere.
La proposta di ritornare alla leva obbligatoria è cascata un po’ nel dimenticatoio, anche perchè ridicola.  Ma è un segnale, la spia di un pensiero all’indietro, come sono all’indietro tante altre allucinanti proposte di cui ho già parlato. Non mi meraviglierei se ritornasse fuori il ripristino della pena di morte.
Sapere che siamo in campagna elettorale per l’Europa, queste perle all’indietro dovrebbero far riflettere.
E si dovrebbe ritornare a proposte vere per veri passi avanti in Europa e quindi in Italia.Per esempio la bellissima proposta di un servizio civile europeo,  forse obbligatorio o in ogni caso molto agevolato. Penso ai miei nipoti, che fanno volontariato. Penso ad un servizio civile per aiutare e collaborare, un servizio civile che diventa anche scuola, cultura, educazione, conoscenza. Alcuni mesi, vicino o lontano, ma in quella Patria nostra grande che è l’Europa. Essere europei è molto di più che essere soltanto italiani. Se poi si riuscisse ad essere cittadini del mondo sarebbe ancora meglio. Un augurio per i nipoti.

Attorno al 25 aprile

Che strana atmosfera, in queste settimane.  Ricordi di resistenza e di 25 aprile, campagna elettorale per l’Europa. discorsi e fatti  addirittura incredibili.

Come la dichiarazione del “gran-capo” di Casa Pound che dice :”fuori dall’Europa, fuori dall’Euro, noi forti e padroni in casa nostra!”  Quel noi che loro si definiscono i fascisti del terzo millennio!  Un millennio all’indietro, dove non c’è la globalizzazione, le nuove tecnologie, i nuovi problemi ambientali, i nuovi sentimenti dei giovani che studiano e si sentono cittadini europei e cittadini del mondo!
Vicino a casa mia c’è una bella scritta sul muro di un liceo: ” Nessun confine, solo orizzonti”.
I confini e il ritorno indietro li sintetizza bene  l’agitatissimo ministro dell’interno. Proposte addirittura allucinanti:  riaprire le case di tolleranza, prevedere la castrazione chimica, dare a tutti licenza di sparare per presunta difesa personale, prima gli italiani contro gli invasori straccioni da tener fuori con il filo spinato e i porti chiusi. E da ultimo, ciliegina sulla torta, la proposta che a scuola sia reso obbligatorio il grembiule!  Ecco come si risolvono i problemi della scuola, cioè della formazione dei nuovi cittadini:  Il grembiule obbligatorio, come anticipazione della divisa obbligatoria?  Quando nella mia giovinezza si andava in divisa alle esercitazioni del sabato fascista ad esaltarsi coi fucilini di legno?
E nessuno si è indignato a quella bella frase ” molti nemici molto onore?”
Sento che si vuole il trionfo dell’ignoranza, della dimenticanza, della cattiveria. Per pescare simpatie  e votii tra i nostalgici  del “si stava meglio quando si stava peggio” e i disinformati del “Mussolini che ha fatto cose buone”.  Cioè si vuole cogliere il frutto della mancata istruzione o informazione storica. Nelle scuole nel dopoguerra, non si è mai insegnata la storia dell’ultima guerra e la verità sociale del fascismo.  Si stringe la mascella, si mettono divise e pugni sui fianchi.  Per mostrare un inesistente coraggio.
Coraggio e forza sono percepiti come valori positivi, ammirevoli, necessari.
 Invece non ci vuole nessun coraggio a dire “non ti voglio”, “fuori da casa mia”, Nessun coraggio e nessun cervello. E’ sufficiente la cattiveria, l’odio, il rifiuto cieco.   Il coraggio è  riflettere,  cercare soluzioni  cercare di capire.  Quel coraggio sarebbe vera   forza. La cattiveria è solamente debolezza, rinuncia ad essere umani. ritorno all’uomo delle caverne.
Creare paura e servirsi della paura . Creare odio e dare le armi a questo odio. Come ha fatto Hitler.
Non  ho voluto chiedermi se le opposizioni combattono abbastanza. Non ne sento la sufficiente forza. Forse perché non se ne parla. In TV vedo tante facce nuove e temo che questi nuovi arrivati al comando, abbiano abbondantemente occupato poltrone e strapuntini, dopo aver tanto tuonato contro gli altri.  Ho voluto chiedermi se potevo io, fare qualcosa. Non posso molto, per forze e per età. Posso però mettere a disposizione le mie riflessioni, in questo blog così esiguo. Sarà poco, ma i tanti “poco” potranno fare “abbastanza”.

Libertà

Ieri mattina, in una breve intervista ad Agorà ho parlato di Libertà e coraggio. Chi vuole può recuperarla qui, cliccando a destra sugli “Highlighgts”. “25 aprile: la testimonianza di chi lo ha vissuto”.

Sempre per il 25 aprile, ho inviato un messaggio all’ANPI di Pomezia per la locale festa della Liberazione, che voglio riportare qui:

Carissimi amici,

vi sono grata di sapervi qui, giovani e meno giovani, per ricordare il 25 aprile, giornata della liberazione,
Chi vuole sminuire e  ignorare questa data significa che vuole nascondere il valore della libertà, perché è proprio da quella data che è avvenuto il passaggio dalla dittatura alla democrazia.
Ed è bene ricordare oggi la differenza tra libertà e non libertà.
Quelli che  tanto tranquillamente cercano di rivalutare il fascismo, si organizzano,  manifestano  o sfilano, possono  farlo perché i partigiani, i resistenti, gli antifascisti, hanno donato anche a loro la libertà,  il diritto di esprimersi. E dovrebbero ringraziarli. E’ stata data la  libertà anche agli oppositori. Con un limite, però.  Il limite di non intaccare i valori fondanti sanciti dalla nostra bella Costituzione. Il limite di non tornare indietro.
Qui a Pomezia si ricorda, anche e giustamente, la fondazione della città e la trasformazione agraria del territorio.  Certamente una città che nasce, una terra che è dissodata, dei cittadini che escono da una atavica miseria e arrivano ad avere un futuro, sono cose da ricordare. E’ un dovere ricordare. Ma è anche un dovere conoscere l’altro lato della realtà.
 In quei tempi chi si opponeva al fascismo, perdeva il lavoro.
Questi coloni venivano dal nord, dal nord povero. Anch’io vengo dal nord, terra padana, provincia di Reggio Emilia.
 Lì ricordo mio padre, cacciato nel 1932 dopo quattro giorni da un posto di lavoro, perché dall’alto si era accertato che non aveva la tessera  del fascio. Anzi, più grave,  che era stato tra i fondatori e difensori della Casa del Popolo e della cooperativa, poi  bruciate dai fascisti.   Cioè era stato  tra quegli gli ex combattenti della prima guerra mondiale che , per pacifismo e voglia di giustizia, avevano militato  nelle file dei socialisti e poi dei comunisti. Ovviamente era stato  “opportunamente” manganellato.
 Questa era la non-libertà.  Nessun giornale libero, nessuna possibilità di libero sindacato o libera associazione, andare in carcere per una barzelletta, non poter ascoltare certa musica o leggere certi libri, non poter espatriare e nemmeno trasferirsi in città, andare in galera o al confino solo per un sospetto, per un nonnulla, per religione diversa, per omosessualità, o per qualsiasi pretesto.
 E torno sulla storia di mio padre, che viene trascinato in galera lo stesso giorno della nascita di mio fratello. Io non avevo ancora cinque anni, ma lo ricordo chiaramente. Tornava dall’aver  denunciato la nascita del figlio e quei due tipi in spolverino se lo portavano via. Era fine giugno , e lui, stranamente, si portò  la mantellina militare che gli era rimasta dalla guerra. Era accusato di aver diffuso volantini, volantini che ricordavano la data del primo maggio e i diritti dei lavoratori.  Quando è tornato per amnistia e per mancanza di  prove, era gennaio e  mio fratello quasi camminava.
Ed ora entra in scena mia madre, rimasta sola con noi due.   Quindi il tema delle donne.
Le donne non avevano nessun diritto. Solo dei doveri. Crescere tanti figli per la grandezza della patria e per le tante gloriose guerre. All’antico maschilismo si è aggiunta un po’ di retorica, con qualche sport per le giovani benestanti, ma poi a casa, a sospirare per figli e mariti in guerra in Africa  o  in Albania,  obbligate a dare la fede d’oro per la guerra.  E nelle necessità di guerra, sostituire gli uomini, figli mariti fidanzati, nelle fabbriche e nei campi, con abilità uguali,  ma con paga quasi la metà.
Ecco perché molte donne hanno partecipato o sostenuto la guerra di liberazione.
Ecco perché, anch’io a sedici e diciassette anni ho scelto di impegnarmi. Con me c’era mia madre, mia zia, due cugine, altre  zie, vicine di casa, tutte non riconosciute come combattenti o patriote. Tutte aiutavano in mille modi  cioè rendevano  possibile  la lotta dei ragazzi partigiani. Le operaie delle fabbriche, le braccianti agricole, le contadine. Nello stesso tempo, tutte volevano quel cambiamento che chiamiamo liberazione, o ancor meglio libertà. E per le donne si sognava quello che, con parola moderna, chiamiamo emancipazione  e che  ancora è da conquistare del tutto.
 Ecco perché è necessario ricordare.
Ricordare tutto, però. Ricordare bene!
Insegnare la storia nelle scuole.  Conoscere per evitare di ricadere in antichi inganni e antichi veleni.
Ricordare che il coraggio non è violenza.  Ci vuole più coraggio ad accogliere che a respingere. Ci vuole più forza a comprendere che ad escludere.  Perciò grazie di essere qui, sotto le bandiere della Repubblica democratica, della pace e dell’Europa unita.