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Compleanno

Sono arrivata ai novanta anni !

Novanta.  Non ci credo. Del resto sono pochi, visto quanti centenari ci sono in giro.
Tutti voi che venite dopo passerete questo traguardo meglio di  me e andrete avanti.
Sembra una bella notizia, ma per i tanti che hanno passato i sessanta e cominciavano a sognare anni liberi in pensionamento, sono invece costretti a mandare quell’arrivo un po’ più avanti , addirittura con il timore che quella meta venga spostata ancora più in là.
Per chi ha un lavoro che piace e lieve da sopportare, restare in servizio potrà farli sentire ancora giovani, pienamente inseriti nella società, ricchi della dignità di chi ancora dispensa doveri in misura preponderante rispetto ai diritti goduti.
Non voglio entrare nella dolorosa riflessione che riguarda i giovani senza lavoro o con lavoro precario e discontinuo. Mi sembra che questo prezzo  doloroso sia dovuto in minima parte alle scelte politiche e in massima parte al fatto che tutta l’umanità si trova in una fase di passaggio tecnologico e ideale che sarebbe bene far passare rapidamente.  Dovranno venire altri equilibri sociali e materiali, altre professioni, altre abitudini ed altri rapporti umani e familiari.
Nonostante i novanta, sono più che mai ricca di sogni. Per i miei nipoti che sono ancora agli ultimi anni di studio o ai primissimi incerti passi nel lavoro, vorrei vedere tanti coraggiosi, anche se difficili, tavoli di accordi.  I conflitti, gli interessi economici, la sete di potere, le diseguaglianze sociali, le guerre,  sono tutte cose che possono essere oggetto di trattative e di accordi.  Qualcuno li chiama inciuci.  Negli accordi c’è sempre un passo indietro di tutte le parti.  Io penso che è sempre meglio un passo indietro che lo scontro. Basterebbe ricordare un po’ di storia.  Quella nostra di settanta anni fa e quella quasi incredibile delle guerre ancora in atto nel mondo.  Soltanto pensare al massacro che è costato lo sbarco in Normandia rievocato ieri sera in TV.  Alle sofferenze di tutti nelle stagioni di guerra e alle sofferenze personali di chi la guerra l’ha combattuta o patita. Per esempio dalle  mie compagne e compagni partigiani torturati nelle prigioni nazifasciste. E ovviamente a tutti i morti, tutti gli orfani, tutte le lacrime.
Il prezzo di un passo indietro in una trattativa non potrà mai essere più grande di una sola di queste sofferenze.
E ci potrebbe essere spazio e beni per tanti bambini nuovi e di ogni colore, per maggior cura della terra e dei suoi tesori, per rinnovato rispetto verso noi vecchi, che non sempre siamo rimbambiti.
(qui di seguito un po’ di foto delle due feste che mi hanno voluto dedicare, a Bibbiano e a Roma)
Buon compleanno TERESA
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Con Sergio Staino a Bibbiano

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Il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti 

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La torta, a Bibbiano

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Musica

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Roma – Antonio Parisella, direttore del Museo della resistenza di via Tasso a Roma

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Roma -Alberta Campitelli, storica dell’arte, che ricorda anni di didattica dei beni culturali

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Roma, qualche ex alunno a festeggiare i 90 anni della sua antica maestra. Qui, Marina con sua mamma

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Roma, alcune amiche dell’associazione Fabrica, che ha contribuito ad organizzare la festa

A Roma la festa, nella sala di via Aldrovandi delle Biblioteche di Roma, è stata organizzata da Fabrica, e in particolare da Rita Cerri, con l’aiuto di molte amiche, fra cui Alberta Campitelli, Titti Laudenzi, Raffaella Cortese, Vittoria Maturi e Rosella Tappi.

Grazie davvero a tutti i presenti alle due feste, che non posso nominare tutti, ai bravissimi musicisti che hanno suonato a Bibbiano e ai ragazzi, incluso mio nipote, che hanno suonato a Roma. Grazie ai rappresentanti dell’ANPI di Bibbiano e Reggio e Roma, a mio fratello Orio, al sindaco di Bibbiano Andrea Carletti e alla preziosissima Elena, al PD del VII Municipio e a Valeria Vitrotti e, infine, ai miei ex alunni di Roma Marina Tintori e Franco Sollazzi che hanno trovato il tempo di venire a trovarmi.

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Il reato di tortura

Avevo scritto per l’Unità questo commento  in data 29  maggio,  quando, appunto, l’Unità non è uscita più.  Ora la legge  è passata, e su di essa, come su ogni atto o iniziativa del governo, si sono abbattute critiche feroci e livorosi distinguo.
Io sono contenta che sia passata, nonostante tutto. E vorrei vederla attuata e interpretata con saggezza, contro i torturatori della Diaz, quelli di Cucchi e i tanti altri in Italia e fuori d’Italia.
Se si potesse  vorrei anche che fossero puniti quelli che hanno torturato i partigiani e le partigiane nei lontani anni 1944 e 1945.
Di problemi e urgenze questo governo e questo parlamento ne ha veramente tanti e dovrebbe far paura anche la semplice ipotesi di decadenza anticipata.   Personalmente sono colpita e preoccupata per il progetto di reato di tortura.
 Va avanti e indietro tra camera e senato da quattro anni e qualcuno esulta perchè lo vede finalmente in dirittura di arrivo.
 A me l’argomento  preme perchè non dimenticherò mai il tono della voce e l’espressione della mia cara staffetta partigiana Francesca Del Rio, torturata a Ciano d’Enza da tedeschi e fascisti quando, a sessant’anni dalla liberazione, lamentava che  ” per i feriti è stato riconosciuto qualcosa, ma per i torturati no, niente !”
Per i torturati partigiani non si è fatto nulla.  Con maliziosa tristezza mi viene da pensare che l’Italia del dopoguerra, ancora maschilista, abbia accantonato il tema perchè la maggior parte delle persone torturate (e violentate) dai nazifascisti erano di genere femminile. Tra l’altro loro stesse, sempre per quel maschilismo o riservatezza, non volevano raccontare, volevano solo dimenticare.
Ora, dopo tanti anni, siamo ancora costretti a mettere sotto attenzione uomini in divisa che, sentendosi tutelati proprio da quella divisa, cedono alla tentazione della violenza.
Non sono competente in materia legislativa, ma alla lettura del testo proposto mi sono ricordata di una lezione di  uso della lingua.  Un testo di legge deve essere scritto in modo limpido, con parole esatte,   cioè da poter essere  interpretato in un solo modo. Un articolo di legge non è una metafora, non è poesia, non è letteratura.  A me, da incompetente, quel testo mi è sembrato contorto, oscuro, cavilloso.  Cioè di oscura interpretazione.
Riconosco che è difficile definire cosa è tortura. Ci possono essere torture che non lasciano nessun segno. Francesca legata nuda gambe e braccia ai 4  piedi di un tavolo, dopo essere diventa   spettacolo,  dopo ore di  schiamazzi  e risatacce, era tutta un immenso indicibile dolore, di corpo e di pensieri, ma non credo con tracce visibili. Esistono danni psicologici documentabili? Secondo me esistono danni psicologici inevitabili, intuibili, immaginabili.
Quando, aperti gli armadi della vergogna, i carabinieri l’hanno individuata e raggiunta, Francesca nell’apprendere quali ricordi volevano da lei, è semplicemente svenuta! Dopo tutti quegli anni impegnati a dimenticare!  E non solo quella tortura a cui ho accennato, ma a tutte le altre, ben più cruente e visibili, come quel capezzolo frantumato.
 Riconosco che mentre si arresta un presunto moderno terrorista gli si può storcere un braccio o  sgomitare un occhio.   Però se si arresta uno che sta male, per droga o altro,  non lo si può fare massacrandolo di botte. calci e pugni compresi.  Mi sembra di sapere che esistono abilità orientali, tipo Karatè, per questi casi, per immobilizzare un avversario senza distruggerlo.
Così scivolo nell’altro lato di questo tema. Prima di fare un testo per condannare la tortura, cosa si è fatto o  cosa si può fare per dettare regole sulle modalità e tecniche in caso di arresti e soprattutto in condizione di detenzione?  Cosa si può fare e cosa si fa per preparare, educare  chi è addetto  al prezioso mestiere di forze dell’ordine?
Ripensiamo tutti alle vicende di Bolzaneto e ai casi privati di Cucchi, Aldrovandi, Uva e ultimo Regeni.  Che una legge sia utile, anche per le aspettative europee e ONU, ma per favore, che sia chiara e scritta in una bella e precisa lingua italiana.

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Anche quest’anno mi chiamano nelle scuole in occasione della giornata della memoria. Naturalmente mi presto volentieri, anche se  testimonianze dirette ne ho ben poche. Eppure c’ero, sedicenne e poco più, dentro quella guerra con quelle sue tenaglie di orrore. La mia amica Luciana racconta della sua compagna cacciata drammaticamente da scuola perché  ebrea.  Io non mi spiego come mai noi di questo sterminio non ne sapessimo nulla, pur essendoci così vicino. Io facevo venti chilometri in bicicletta per andare a scuola a Reggio. Ne sarebbero bastati altrettanti per raggiungere Fossoli, quel campo-carcere di smistamento da dove transitavano tutti i destinati ai lager, Mauthausen, Auschwitz, Primo Levi compreso. Eppure ero nella Resistenza, e c’era mio padre che aveva incarichi e autorevolezza più di me. Io, più di lui, studiavo le “direttive” e le circolari e persino le lezioni ciclostilate che arrivavano dal “centro” e che mi servivano per le riunioni e per le lezioni di storia da impartire ai ragazzi partigiani e alle ragazze staffette. Non ricordo niente che parlasse degli ebrei. Certamente ne parlavano truculenti e bruttissimi manifesti fascisti,ma quelli noi di casa e noi della Resistenza non li degnavamo di uno sguardo. Di tutto quell’orrore, di quella scientifica inesorabile macchina di morte abbiamo saputo soltanto dopo e poco per volta. Tanto orribile da far fatica a crederci. Che oggi, a distanza di sette decenni, vi si presti attenzione è certamente cosa ottima, speranza di una più giusta consapevolezza. Bella la maratona del ricordo, belli i viaggi della memoria, belle le pietre di inciampo. Bello anche il documentario della mia amica Raffaella Cortese De Bosis che ha scovato altra storia di un lager sotterraneo, perché non si finisce mai di scoprire la verità.

Non vorrei però che si finisse di credere che il nazismo fosse soltanto questo, cioè una immensa pazzia, tanto assurda quanto irripetibile, quindi relegata in quel passato. Vorrei che si partisse dall’inizio, cioè da quelle idee razziste e da quella idea di supremazia, di esclusione del diverso, di chiusura egoistica e miope che proprio in questi tempi, e non solo da noi,  si fa strada in tanti movimenti e partiti, in tante associazioni pseudoculturali che si richiamano addirittura apertamente al fascismo e al nazismo.
Vorrei che nel pieno del calendario scolastico, magari a marzo, ci fosse anche un giorno della democrazia e della coscienza, un giorno della libertà e della accoglienza. Per aiutare i ragazzi a diventare cittadini liberi di un paese libero.

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Dopo una pausa

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Dopo una bella pausa dovuta alla battaglia per il SI al referendum, seppure ancora dolorante per la sconfitta, riprendo le mie riflessioni. La cosa più bella di questo dicembre 2016 è stato il mio incontro e la  calda amicizia con Sergio Staino, persona eccezionale coraggiosa e preparatissima, a cui va il mio sostegno nella  battaglia per tenere in vita la storica testata de L’Unità.

A proposito di Unità, ripubblico l’articolo pubblicato il 10 dicembre sul giornale, per quelli a cui fosse sfuggito. E’ passato un po’ di tempo, ma è ancora la mia opinione.

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Carissimo Sergio,

                         non sono proprio fatta per la politica. Bisognerebbe non arrabbiarsi, non prendersela con gli amici e compagni che hanno scelto il NO: E sì che avevo detto “siete liberi di scegliere” ma poi, con cattiveria, aggiungevo “siete liberi di sbagliare”. E ora, invece di sorridere perchè la democrazia è così: a volte si vince e a volte si perde, faccio fatica a comprenderli ed anche a perdonarli. Anche perchè sono in difetto. Possono sempre pensare che invecchiando mi si è appannato il cervello. Ma allora, come mai, nella mia vita sono sempre stata per il rinnovamento, sempre accanto ai giovani? Nel vecchio PCI io ragazza e insofferente, trovavo spesso da ridire, tanto che mi avevano soprannominato “vespetta”. E con  Occhetto che, in ritardo, tentava di  staccare il PCI dal marchio stalinista, fino a Prodi e a Veltroni, che sceglieva un partito aperto ai cattolici democratici. Ed  ora ho dato fiducia  a Renzi, che vuole riformare, innovare.
   Farò peccato, ma oggi voglio  guardare nella pancia di quelli del NO. A parte i pochi che hanno creduto di difendere la Costituzione, a parte  tutti quei politici  di qualsiasi sfumatura. età o carriera che tra tante poltrone disponibili sperano di raggiungerne una presto o tardi. Ma questi sono pochi, si possono persino contare. Ma la “gente”, quella che ho incontrato al mio seggio, facce mai viste trascinanti vecchi con bastoni e carrozzine? Perchè avranno scelto il NO?
 Ne ho visti  tanti  entrare e uscire dal cancello delle case popolari, un bel quartierone di  appartamenti del comune. Qui tutti sanno che lì dentro, oltre a non pagare nemmeno le duecento euro di affitto, si sono fatte e si fanno le peggiori cose, appartamenti venduti e occupati, pareti sfondate, accurate ristrutturazioni interne e spazi comuni in degrado.
 Poi pensavo alle mie amiche insegnanti e a tanti conoscenti statali. Puoi farli uscire dal precariato e sistemarli anche in sede migliore, ma ti diranno sempre che no, non va bene, perchè il preside può licenziarti e assumere chi gradisce. Non è vero ma ci credono.  Altrettanto gli statali. Quel contratto sbloccato e quegli aumenti non andranno  mai  bene perchè non c’è più quel divieto al licenziamento.Era troppo bello trovarsi una nicchia e addirittura lavorare il meno possibile.
Credo che ci sia troppa gente che ha paura delle riforme. Trova forse che Renzi gli è antipatico proprio perchè giovane energico e determinato. Vogliono fermarlo prima che faccia altre riforme.   Non sia mai che i fannulloni e i disonesti possano essere licenziati o almeno spostati, non sia mai che nelle case popolari si rispettino graduatorie e diritti ma anche i doveri. Non sia mai  che non si possa più costruire sugli argini e sulle spiagge. Non sia mai che milioni di cittadini siano messi nel caos perchè un sindacatino dell’uno virgola indice continuamente scioperi dei trasporti. Non sia mai che non  ci si possa ammalare tutti insieme la notte di capodanno. Non sia mai che non si possa accampare l’assistenza a un familiare senza doverlo dimostrare.
Questo triste elenco potrebbe continuare.
Quelli del CNEL che hanno festeggiato !  E tra loro, non so per quale quota, ha gioito anche qualcuno della grande CGIL, che vi ha qualche entratura.
 Io non lo conosco Renzi, non l’ho mai incontrato. Ma spero che nella sua vita ancora lunga riesca a portare avanti anche tutte le altre riforme, cambiamenti e innovazioni di cui abbiamo bisogno. E che anche gli inquilini delle case popolari, gli statali e gli ultimi della fila, quelli definiti  poveri o quasi poveri, imparino a non bere a garganella le battute grilline, i veleni dei giornalacci di destra, le grida razziste di certi padani.  Perchè sono le riforme che ci possono fare andare avanti, in questo mondo che corre.
E spero che  il partito lo aiuti anzichè bruciarlo e che tiri fuori e sostenga le tante persone eccellenti e capaci che possono con lui fare gruppo e forza. Spero anche  che la tua l’Unità continui con la sua luce a darci una mano.
Ti abbraccio

unita

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l’8 settembre scorso anche a Roma, al Campidoglio, il Ministero della Difesa ha conferito ai partigiani la “Medaglia della liberazione”, in occasione del 70° della liberazione. Ecco alcune foto della cerimonia.

Il diploma

Il diploma

 

Con l'assessore Luca Bergamo e il prefetto Paola Basilone

Con l’assessore Luca Bergamo e il prefetto Paola Basilone

 

La ministra Roberta Pinotti con la partigiana Jole Mancini

La ministra Roberta Pinotti con la partigiana Jole Mancini

 

Mario Fiorentini, protagonista all'azione di via Rasella, a cui partecipò anche  la moglie Lucia Ottobrini scomparsa da poco. Intellettuale e valente matematico.

Mario Fiorentini, protagonista all’azione di via Rasella, a cui partecipò anche la moglie Lucia Ottobrini scomparsa da poco. Intellettuale e valente matematico.

 

 Il regista Giuliano Montaldo, autore del film "L'Agnese va a morire" e sempre testimone delle vicende resistenziali


Il regista Giuliano Montaldo, autore del film “L’Agnese va a morire” e sempre testimone delle vicende resistenziali

 

molti sindaci della provincia hanno accompagnato i loro partigiani

molti sindaci della provincia hanno accompagnato i loro partigiani

 

Qui la sala con il gruppo festoso al commiato

Qui la sala con il gruppo festoso al commiato

 

Infine, la medaglia

Infine, la medaglia

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Da quel terribile mercoledì 24, tutti i valori sono scossi e sconvolti. Franati come le macerie di Amatrice e di Arquata del Tronto. Il dolore e l’angoscia si annidano nei ricordi di passi compiuti in quei luoghi, faticose camminate, immagini di strade e paesi attraversati, di panorami sempre nuovi ad ogni tornante, della visione al valico dove ci si fermava proprio per riempirsi gli occhi di quei profili e di quei boschi multicolori. Ora, ad ogni cronaca o servizio sembra di riconoscere persone incontrate o soltanto viste o si cerca di immaginare sotto le macerie la stradina stretta dentro il paesino di Monte Gallo dove si passava a turno.

Insomma una bella botta al cuore, un bel terremoto anche dentro i pensieri.  Quello dell’Aquila l’avevo saputo da lontano. Ero a Berlino. Dopo ci sono stata due volte, a vedere macerie e palazzi puntellati. Poi niente più macerie nelle strade, palazzi ancora puntellati, ma molte gru e molti operai in giro, e una bella pala d’altare riconsegnata restaurata. Studenti in giro nei parchi e i bei colori dell’auditorium di Renzo Piano.  Emozioni forti anche quelle.

Ora si tratta di fare tutto il possibile, non solo in opere ma anche in più forte amore per questo nostro Paese, che ha tanto bisogno di raddrizzarsi e ricostruirsi non solo nei muri e nei monumenti. E di concordia. Di stringersi solidale, di riconoscere più lucidamente le priorità e i valori.

 

Uno di questi valori è quello dei rapporti umani.

C’è sempre una parentesi nella vita, addirittura una felicità o una sintonia inaspettata. E’ quello che mi è successo martedì, quando ho potuto conoscere di persona Sergio Flamigni ex partigiano romagnolo, ex parlamentare e non-ex studioso e custode instancabile di atti e documenti della nostra storia repubblicana. Accanto a lui la formidabile compagna Emilia Lotti, anch’essa testimone e artefice del faticoso cammino dell’emancipazione femminile, tra Romagna e Italia, tra sindacato, amministrazioni locali e  Unione Donne Italiane.

Abbiamo parlato di tutto, ci siamo dimenticati orari distanze e affanni. Non finirà con un semplice ritorno e un arrivederci. Sarà una partenza, una ripartenza. Già la vulcanica Titti Laudenzi, se non riuscirà a portare lui a Roma nella sua scuola, porterà in queste campagne viterbesi gli studenti della sua classe quinta a imparare la storia dal vivo, da chi l’ha fatta e ancora la fa.

E la tanto riservata Raffaella Cortese finalmente ci ha parlato del suo faticoso lavoro di ricerca storica per la RAI, fatta tra questi scaffali ma anche di faticosi e dolorosi incontri in giro per l’Italia. Il tutto confluito nei programmi di Gianni Minoli e in documentari e filmati, di cui uno su Sant’Anna di Stazzema, da rivedere e riproiettare nei nostri incontri di memoria. E a Sant’Anna, appunto, entro il prossimo anno, Raffaella ci accompagnerà assieme ad un po’ di giovani e meno giovani per farci conoscere luoghi vicende e a incontrare i superstiti di cui è diventata amica.

Insomma, anche da questo incontro si riparte. Persino con allegria e ironia. Raffaella non è riuscita a farci ballare un liscio romagnolo, a noi ex ragazzi del secolo scorso e della scorsa storia. Ma una foto come selfie ce la siamo fatta ed è proprio quella che voglio mettere qui nel blog anche se è la meno bella. Ci siamo tutti. Si vedono gli occhi e i ricci di Titti, il bel volto di Raffaella, l’arguto visetto di Emilia, io dietro con i grandi occhiali e Sergio Flamigni in primo piano, faccia arguta e vissuta, ancora piena di vita e felice,  a dispetto delle oltre novanta primavere.

Jpeg

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01-00074537000043 - 25 APRILE 1945 LA LIBERAZIONE - SECONDA GUERRA MONDIALE - PARTIGIANI IN MONTAGNA .

L’Anpi, che ha ereditato la bellissima parola “partigiani” ha preso una decisione politica profondamente sbagliata. Con la pretesa – o convinzione – di difendere la Costituzione ha voluto guidare la battaglia contro la riforma Renzi-Boschi, iniziando la mobilitazione anzitempo, fino dal gennaio di quest’anno. Col risultato di non raggiungere nemmeno il numero delle firme richiesto.

 

Da tempo mi sono schierata per il sì.

 

Da tempo soffro per la strumentalizzazione della parola “partigiani” che poi non si limita alla parola, ma cade su persone, su protagonisti. Mi viene da dire “lasciate in pace i partigiani”, “rispettate i partigiani e le partigiane”. Quei protagonisti sono ormai fragili, a volte quasi spenti. Sono diventata vecchia anch’io che allora avevo sedici e diciassette anni. I lucidi sono forse molti, ma non ci giurerei. Smuraglia e la Menapace sono sicuramente ancora lucidi, ma ritengo che si curino poco degli altri vecchi partigiani ancora in vita e ancora riflessivi. Tant’è vero che nel preparare il congresso si chiedeva ai comitati di mandare i dati sui tesserati, ma non c’era nessuna richiesta di dati precisi su partigiani combattenti e nuovi partigiani. Nemmeno nelle tessere c’è mai stata distinzione, salvo un quadratino da tra combattenti e no. In una circolare prot.169 del 23 settembre 2015, oggetto “Consegna delle medaglie della Liberazione”, l’Anpi stessa dichiara che ci sono state 5.911 domande pervenute e che “Si può ritenere che non meno di duemila siano NON ISCRITTI ALL’ANPI”. Come ammettere che non ci si è mai curati di farne un conteggio distinto. Io non sono molto per le medaglie e a Roma pare che la Prefettura ce le consegni il prossimo otto settembre. Ma le medaglie sono un segno di rispetto ringraziamento e riconoscimento. Questa Anpi, così pronta a combattere in politica col bel nome “partigiani”, non ha mai, nemmeno nel settantesimo, stampato una tessera leggermente diversa tra iscritti “combattenti” e “patrioti” .

 

Entro poi nel merito della riforma costituzionale. Per dire sì o no bisogna guardare ai risultati che ne possono venire. Ci sono dei risultati importanti e dei risultati meno importanti o addirittura marginali. Se si mette tutto insieme non si capisce più niente.

 

Tra quelli importanti e innegabili, ci sta la semplificazione procedurale che rende più rapido il legiferare e la ugualmente chiara riduzione dei costi. Ci si può arrampicare dicendo che le spese ci saranno ancora e che quando si è voluto far passare certe leggi si è fatto in fretta. Ma non si può negare che duecento indennità parlamentari in meno e un tetto alle retribuzioni in regione porteranno sicuramente un risparmio. E sui tempi del legiferare, visto che si lamenta un possibile accresciuto potere dell’esecutivo, vorrei commentare che non è stato bello dover forzare. Poi mettiamo in elenco tutte le leggi che senza questo ping pong tra le due camere avrebbero potuto essere approvate anziché rimanere nei cassetti.

 

E ancora si critica il fatto che il senato rimane e con compiti complessi. Era meglio fare qualcosa di più semplice? Era possibile fare meglio? Ricordo soltanto che questa riforma è andata in porto dentro un parlamento con due camere e senza una maggioranza. I grandi commentatori in negativo di questa legge sono non solo di destra ma di estrema sinistra e di una parte del PD, quegli stessi che hanno perso le elezioni o non sono stati capaci di afferrare una vittoria che era a portata di mano. Sarebbe stato meglio fare come in passato, cioè dire che non ci sono le condizioni e non formulare nessuna riforma? Cioè far passare altri settanta anni?

 

Ultima e più importante considerazione. Cosa succede se vince il no? L’Europa e il mondo che ci vede immobilizzati, impotenti a seguire il ritmo dei tempi e a riformare persino l’anomalia delle due camere. Quindi ininfluenti, incapaci. E con una possibile crisi, con eventualità di andare ad elezioni con due leggi elettorali differenti per camera e senato con esito di sicura ingovernabilità. Prospettiva di un nuovo governo Berlinguer o Cuperlo o Speranza, oppure avanzata degli xenofobi e delle nuove destre, incattivite dallo spettro degli immigrati?

 

Chiedo ai dirigenti e agli iscritti della gloriosa Anpi – alla quale non mi sono più iscritta – di riflettere meglio sulle conseguenze, sulle ragioni principali o effetti secondari di una riforma sacrosanta.

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