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Domenica 23 al Quadraro, un bel gruppo di cittadini ha accolto festosamente un bel prete scomodo, don Roberto Sardelli, del quale si può sapere molto andando a cercare su  www.nontacere.eu.

Questo  è il quartiere riassunto nel simbolo Q44, che significa Quadraro 1944, cioè precisamente 17 aprile 1944, data in cui i tedeschi, dopo aver bloccato dai quattro lati degli antichi acquedotti la povera borgata operaia, hanno rastrellato un migliaio di uomini deportandone poi settecento, quasi tutti scomparsi di stenti e di oblio in fabbriche schiaviste o lager di Germania. Il quartiere era stato così duramente punito perchè definito dai tedeschi “nido di vespe”, per i continui attacchi e attentati alle colonne che andavano verso i castelli   per contrastare l’avanzata degli alleati sbarcati ad Anzio.

Questo  è uno dei quartieri di Roma dove negli anni del boom c’erano i baraccati. A Roma avevamo  anche il borghetto Prenestino, una vera bidonville, che a noi arrivati dalla civile Novara ci aveva sconvolto di angoscia e incredulità. C’era l’altro insediamento di Via del Mandrione, anch’esso addossato agli archi e alle mura degli acquedotti che vanno verso Porta Maggiore e San Giovanni. Qui al Quadraro, dilagato poi colle nuove costruzioni  fino  alla Cinecittà dei palazzinari, i baraccati erano installati sotto le arcate dell’acquedotto Felice, quello che ora si snoda maestoso accanto alle più  alte campate  dell’acquedotto Claudio e di quello dell’Acqua Marcia, da cui passa ancora la nostra buonissima acqua pubblica.

Sotto quegli archi, chiusi e rabberciati, ci si era installato un popolo di emigrati dall’entroterra abruzzese, marchigiano, napoletano o calabrese. Sotto quegli archi c’era anche don Roberto Sardelli, ora scavato e secco ottantenne, allora giovane aitante e  barbuto. Don Roberto, come ancora tutti qui lo chiamano, raccoglieva i ragazzi  in una scuola tutta speciale, somigliante a quella di Don Milani. Era  la scuola 725, aperta nel 1978, baracca tra le baracche, dove lo stesso don Sardelli aveva scelto di vivere. Vi raccoglieva ragazzi di tutte le età, quasi tutti confinati in quelle che nelle scuole statali si chiamavano classi differenziali. Erano classi  ufficialmente destinate ai disabili o ai disadattati, nelle quali era facile rifilare come disadattati i figli dei poveri o di quelli che conoscevano soltanto dialetti lontani. Ragazzi,  che per non far sapere di abitare agli acquedotti, facevano lunghi giri nel ritorno da scuola. Ragazzi che ora, da grandi, si guardano indietro e ringraziano don Roberto, anzi, Roberto, che li ha accompagnati al  successo  nella battaglia della vita. Molti di loro si sono laureati, qualcuno  è imprenditore, molti artigiani, alcuni all’estero.

C’è un bellissimo filmato in parte in bianco e nero, dove gli ex scolari ripercorrono la memoria e ne trasmettono l’eredità morale e culturale, che è quella di “non tacere” rivolta ai nuovi emarginati,  che ora sono gli stranieri, gli zingari, i  neri. Perché purtroppo ancora ci sono le baracche, a Roma,  sotto i ponti e a ridosso dei fiumi. Ci sono anche i villaggi-ghetto dove vengono “sistemati” i rom dopo gli eroici ed enfatizzati “sgomberi” di Alemanno.

Nel filmato è sorprendente sentire i ragazzi di allora esprimersi con tanta efficacia e precisione di linguaggio.  Sono quelli che Don Roberto  ha guidato a scrivere una memorabile lettera al sindaco  dove si  rivendicava  il diritto alla casa.  Quella lettera, costata mesi e mesi di riflessioni e limature,  ignorata in un primo tempo,    ha  poi fatto scalpore,  sottoscritta  da altri 14  parroci e  da un grande favore popolare. Quella lettera non è servita nell’immediato a far avere la casa,  ma ha dato un bell’aiuto a  svoltare  la storia della città aprendo l’ epoca politica nuova del grande sindaco Petroselli  e delle amministrazioni di sinistra, cioè quelle amministrazioni  che hanno via via cancellato la vergogna delle baracche, con i parchi dove devono esserci  i parchi e le case dove devono esserci le case.

Nel discuterne  eravamo tutti commossi, non solo per il filmato, ma per il bel dialogo tra i cittadini, gli anziani pieni di ricordi e questo prete sempre energico e combattivo.

 Ce ne vorrebbero altri, di preti così. Purtroppo io conosco solo un Don Ciotti e un don Gallo. Se ce ne sono altri, – e lo spero – qualcuno me ne parli per farmi contenta.  Io che non sono credente.

L’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia si è ristrutturata e trasformata. Da due Congressi si è aperta ai giovani, visto che le file dei partigiani riconosciuti, cioè quelli che hanno fatto davvero la guerra di liberazione, si vanno sempre più assottigliando per ragioni naturali.

Gli ultimi rimasti hanno ormai passato l’ottantina. Anch’io, che ero sempre la più giovane, sono ormai agli ottantaquattro. Eravamo i ragazzi, cioè tra i sedici e i diciassette anni. I miei diciotto sono arrivati sei mesi dopo la liberazione.

Voglio sorvolare sul dolore di tante recenti perdite. Giorgio Bocca, Laila, la Piera Manni, la Mimma Del Rio. Ogni giorno cade qualcuno.

Ora l’Associazione cosa fa? Cosa deve fare?

Sono andata all’ultima riunione del direttivo di Roma e Lazio. Un direttivo tutto nuovo, dove noi “vecchi” non siamo inclusi ma abbiamo diritto di partecipare e ovviamente di intervenire. Ad occhio trovo che manca un equilibrio di rappresentanze.  Spero di sbagliarmi, ma ho l’impressione che si siano aggrappati all’Anpi molti di quelli che all’estrema sinistra hanno visto svaporare le loro strutture politiche, ora escluse dal parlamento. Ho anche l’impressione che per esempio il PD non abbia troppo a cuore l’eredità della Resistenza, sebbene proprio da questa ci sia venuto il dono della nostra Costituzione. L’ultimo dei dirigenti attento a questi valori e alla funzione dell’ANPI è stato Veltroni, a cui dobbiamo la Casa della  Memoria, le molte attenzioni al Museo Cervi e alla valorosa Maria Cervi, così come ai viaggi ad Auschwitz e al ricordo dell’olocausto.

Dunque, questa nuova Anpi, che funzione deve svolgere? Ho visto e sentito appoggiare e aderire a scioperi, manifestazioni e cortei vari. Ho visto la giusta protesta contro le manifestazioni parafasciste o fasciste sui morti di Acca Larenzia, sulla via da intitolare ad Almirante e sulle schifezze degli scalmanati di Casa Pound.  Tutto giusto, tutto ovvio.  Ma una ragazza graziosissima che guida una delle nuove sezioni Anpi si è detta orgogliosa del fatto che mentre i neo fascisti mettevano la nuova lapide e facevano il saluto romano, a qualche strada di distanza si è svolta una affollata manifestazione contraria. Lei non l’ha detto, ma sappiamo che da quelle file si è alzato il grido di “dieci cento mille Acca Larenzia”. Sappiamo anche che in quella folta manifestazione c’erano alcuni Centri Sociali.

Non ho potuto intervenire, ma mi si gela il sangue. Vogliamo che sia questa la funzione dell’Anpi?  Cioè giusta protesta contro il risorgente fascismo e poi scivolare nel pericolo della violenza uguale e contraria? Vogliamo tirare la volata a nuove disgraziate brigate rosse?

Mi sembra che sia il caso di fare delle riflessioni storiche e un aggiornamento sui metodi di lotta.

Non abbiamo una guerra, non abbiamo un’Europa di paesi nemici. Abbiamo un mondo globale dove la guerra la fanno le centrali della finanza.  Contro questi nuovi mostri o spettri che si aggirano  da un capo all’altro del globo, se vogliamo lottare ancora per un po’ di giustizia, un po’ di uguaglianza e un po’ di pace, non ci possiamo fermare all’arginare nuove forme di risorgente fascismo, né alla pur giusta e obiettiva rivalutazione  storica della nostra lotta, ma dobbiamo  fare un passo avanti.

Il passo deve essere culturale e ideale. Una carenza di questo ultimi decenni, da cui è derivato il disastro attuale viene proprio dalla mancanza di un progetto ideale. Noi a suo tempo siamo stati spinti a tante sofferenze e coraggio non solo dalle drammatiche circostanze oggettive, ma da ideali fortissimi anche se un po’ approssimativi. Ora persino i partiti, almeno quelli di sinistra, sono poveri o nebulosi in fatto di ideali. Avere ideali e sostenerli è anche mezzo di contrasto al qualunquismo, all’egoismo  e al disincanto democratico.

Nella nostra Resistenza c’erano già questi ideali, ma ristretti, nazionali.  Ora sono da allargare all’Europa e al mondo, sia pure partendo da qui.

C’è bisogno di ridurre le diseguaglianze enormi e non più sopportabili tra persone categorie popoli e nazioni. Di assicurare la pace, perché le guerre si sono dimostrate disastri  inefficaci  in ogni parte del mondo.  C’è da ottenere che la politica imponga regole di interesse pubblico anche ai potenti e alla finanza. E c’è da salvaguardare il pianeta, nell’interesse di tutti gli uomini, dei cui tesori nessuno si deve più impossessare per profitto privato.

Di questo dobbiamo parlare ai giovani. Sia quando andiamo nelle scuole che quando li chiamiamo a contrastare qualche schifezza neofascista o razziale. E se vogliamo valorizzare la nostra storia passata, mettiamo in luce le più belle idee, gli  esempi migliori, quelli di Calvino, Fenoglio, Enzo Biagi o Giorgio Bocca .  Nelle loro pagine, non solo c’è alta letteratura che certo è preziosa, ma ci troviamo appunto quei valori di giustizia, uguaglianza, pacifismo e amore per il bello che troppo abbiamo sepolto sotto il consumismo e la smania del prevalere e del possedere.

Queste saranno riflessioni su una cronaca.

Ero contenta di aver indovinato, nel fare le proposte per il governo dei professori, a segnalare Marco Rossi Doria, il maestro di strada napoletano ottimo conoscitore dei problemi scolastici, nominato meritatamente sottosegretario all’istruzione. Vi pensavo ieri, rammaricandomi che non ci fosse stato il tempo di invitarlo ad una scuola di Roma, quartiere Corviale, periferico, così discusso e noto.

La scuola, istituto superiore “Colomba Antonietti” vi celebrava e  festeggiava i suoi cento anni e i centocinquanta dell’unità d’Italia.

Nel grande salone anfiteatro, sede del Municipio XV, una sventagliata di esperienze, lavori,  ricerche, filmati,  faceva vibrare di orgoglio una bellissima moltitudine  di ragazze e ragazzi, veri protagonisti-autori della giornata.

Il nome Colomba Antonietti, è ora ricordato finalmente nella storia del Risorgimento. La giovane ventitreenne morta sul Gianicolo nella difesa disperata della Repubblica Romana i ragazzi la conoscevano già. E ne raccontano  in due filmati, dove vanno alla riscoperta di quella storia e di quella identità,  nel luogo di quelle vicende,  attorno al busto chissà se somigliante, nei pressi delle mura, nell’immagine di quell’assurda palla di cannone,  forse la stessa, che ha colpito a morte la giovane Colomba.

Questa scuola, con questo nome, nasce nel 1811 non a caso, quando sindaco della città era Ernesto Nathan, figlio di una generosa e capace protagonista del Risorgimento, Sara Levi Nathan.  Anche lei è una delle donne finora dimenticate che combatterono con Mazzini e Garibaldi non solo nella scia di legami privati ma per autentica sete di  libertà , di emancipazione e di conoscenza.  Una scuola nata per l’istruzione delle ragazze. Così un altro tassello della storia  è messo in una luce più giusta.

Riassumerò rapidamente.  Un professore che illustra un  filmato con tutte le tappe le mappe e le foto, che in questi cento anni ha accompagnato i trasferimenti dell’edificio scuola Antonietti:  da Corso Vittorio ai pressi di Campo dei Fiori, poi a via dei Papareschi e infine, negli anni ’70,  l’aggiunta della succursale nuova qui a Corviale. Anche i luoghi, i quartieri e gli edifici, oltre alle aperture a agli arricchimenti didattici, hanno il loro peso. Ci si riassume lo sviluppo urbanistico e industriale della città negli ultimi cento anni, il Gasometro, il ponte di ferro per la ferrovia papalina, la Centrale Montemartini, la periferia agreste divenuta quartiere.  Un altro professore, sempre con due allegri filmati, riporta esperienze di teatro, due commedie che come attori coinvolgono anche i docenti. Poi una toccante cronaca di un viaggio ad Auschwitz in collaborazione con la comunità ebraica di Roma.

Ecco un altro passaggio, il legame della scuola con il tema del razzismo. Da qualche anno le curiosissime e brave docenti avevano scoperto dagli antichi archivi della scuola, di aver avuto una preside – o direttrice – di religione ebraica, cacciata via nel 1938 proprio dalle leggi razziali. Si chiamava Adele Foà, anche lei, come Colomba, donna d’avanguardia nel perseguire il riscatto femminile e l’educazione del popolo. Ne hanno ricercato le tracce e l’hanno ritrovata sempre attiva e sacrificata, insegnante in  uno sperduto centro della Sicilia, con una sorella scienziata benemerita nella lotta contro le malattie della vite. Anche di questa figura storica ne ha parlato brevemente una delle insegnanti. Brevemente, perché nella scuola è una storia già nota.

Ancora una serie di esperienze educative, tutte promosse in gara collettiva.  Premiata una giovanissima per un ironico e profondo testo di diario scolastico. Un ragazzo per il bozzetto di un nuovo logo della scuola, semplice ed efficace tra i molti altri validi presentati.  Altro riconoscimento ad  una ragazza, primo premio per un bel video  che affronta il tema della violenza sulle donne,  riccamente documentato.  E ancora l’allegra brigata di una intera classe, felice di mostrare un ironico e compiaciuto documentario della loro vita scolastica, multietnica e multisportiva.  Con rammarico per le ragioni di tempo, si preannuncia che più tardi, all’aula magna della scuola, continuerà la visione di altri lavori filmati e grafici.

Concludo la cronaca con noi invitate. Elena Doni, la scrittrice che ha messo in luce la storia e la figura di Colomba nel bel libro collettivo “Donne del Risorgimento”. Lia Levi, scrittrice che in questa scuola ha ripetutamente portato la sua testimonianza sull’olocausto e infine anch’io, che qui ho avuto molti incontri sulla memoria partigiana.

Unica autorità istituzionale presente, il giovane presidente del Municipio, Sergio Paris, che non solo riconosce a parole l’importanza dell’istituzione scolastica, ma l’aiuta in mille modi, purtroppo non più monetari a causa delle casse vuote, Alemanno imperante.

Ultima scena, significativa dell’impegno e dell’entusiasmo. All’atrio della scuola, una grandissima tavolata accoglie la folla allegra e affamata dei ragazzi e dei docenti con mille scelte, salate o dolci, frutto del lavoro dell’inventiva e della generosità di ragazze ragazzi e famiglie.

E’ una realtà. Docenti malpagati e frustrati, finanziamenti quasi zero, preside entusiasta ma in difficoltà, istituzioni lontane. Eppure la passione e la condivisione fanno ancora miracoli. Che la scuola “Colomba Antonietti” continui a volare alta e i suoi ragazzi a non perdere entusiasmo e fiducia.

Dovremmo esserci preparati, invece quando qualcuno se ne va, restiamo intontiti per il dolore, o per il vuoto, o per il rimorso. Tristezza, malinconia.

Invece ricordando Laila mi sorprendo a sorridere. Ecco, voglio ricordarla con qualche sorriso.

Ci siamo parlate circa un mese fa. La volevo a Roma, alla nostra conferenza su Donne della Resistenza, dalla memoria all’attualità. L’avrei ospitata. Ha rifiutato con la scusa della fatica del viaggio, mi ha parlato del suo polmone che ormai non reggeva più. Io le ho ricordato un suo discorso simile di diversi anni fa, quando proprio si era sentita alla fine. Invece, “vedi quante altre cose importanti hai fatto”. Incontri nelle scuole, conferenze, interviste, arrabbiature e battaglie con i “vecchi marpioni”, cioè gli scettici e i disamorati che non hanno più voglia di impegnarsi mentre bisogna dare speranza,  pensare ai giovani, al futuro. L’impegno nella nuova ANPI, la presenza in primavera a Torino all’ultimo congresso, sempre vivace, sempre pimpante.

In quelle chiacchierate dell’ottobre passato mi aveva detto di aver già dato le disposizioni ultime, accanimento terapeutico compreso. L’ho contraddetta con convinzione. Credevo davvero che fosse ingiustamente pessimista. Forse perché la rivedevo e ripensavo com’era questa estate, sulle montagne della nostra resistenza, la nostra antica storia.

Mi aveva detto. “Se vieni alle terme, ti ospito io, nella mia casa al Ventasso”. Sapevo che ci fuggiva ogni estate, via dal caldo della pianura. Sempre generosa voleva darmi il passaggio in macchina, orgogliosa di guidare ancora.

Mi sono organizzata diversamente. Avrei voluto girare tra quelle montagne con lei, su quei sentieri partigiani conosciuti dai nostri passi giovani, quando non avremmo mai creduto possibile tornarci in auto e per di più al volante.  Ci siamo incontrate perché Laila è venuta a trovarmi a Cervarezza. Ho ancora la sua immagine al momento dei saluti. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima. Me la terrò negli occhi per sempre. Ecco Laila, così semplicemente elegante, pantaloni perfetti, figura alta, dritta, capelli curati non bianchi. Ho notato la sua schiena e le spalle, degne di un’ex atleta. Quei polmoni traditori non l’hanno ingobbita. Non è mai stata vecchia. Nemmeno nel corpo, del quale nessuno ha colpa.

Con tutto l’ottimismo di chi ha il coraggio di progettarsi un futuro, avevamo concordato di ritrovarci in quei luoghi in primavera, insieme a “Gloria”, Piera Galassi, e alla partigiana “Aide”, Anna Torre, un’altra montanara straordinaria e dimenticata. Nel progetto, loro ancora ricche di memorie, avrebbero ricostruito in buona parte le storie delle altre  che non ci sono più, cioè Kira, Barbara, Mimma, Maruska. Tatiana. C’è tutto un patrimonio di storia delle donne che non è giusto lasciar svanire.

Non voglio credere di essere in ritardo. Con le giovani, Fiorella, Margherita e Ilaria, aiutate dall’Istoreco di Reggio e dall’Università di Parma, dobbiamo realizzare quel progetto. E credo proprio che lo dedicheremo a Laila,  la  dirigente sindacale, la consigliera al Comune di Reggio, la animatrice delle battaglie di parità, cioè la mia cara compagna, la sempre vincente partigiana Annita Malavasi.

Pubblicità

Voglio divertirmi a parlare di pubblicità. Ridicolizzarla, smascherarla, anestetizzarla.  Come facevo spesso  in allegria con i miei scolari. Di solito non la guardo, oppure non la ascolto, ma in questi giorni mi ci sono imbattuta un po’ per caso e vi ho trovato qualcosa  da obiettare.

Gli strumenti musicali che arrivano col barcone pericolante e poi, probabilmente per digerire il concerto, bisogna buttar giù un amaro. C’è poi il gruppo numeroso con oggetto banche, argomento scottante di questi tempi. Come sono buone le banche, come sono per te le banche, quelle del cerchio e quelle del disgraziato appeso alla fiancata dell’autobus. Ma la più bella è quella che è una perfetta metafora  di questo tempo di passaggio di governo. Siamo nella tempesta, assaliti da acqua vento e giornalacci volanti, ma finalmente ecco un luogo asciutto, luminoso, forse caldo, dove sedersi con tè o caffè. Nella pubblicità c’è il pubblicitario che ti cattura. Nella nostra realtà immagino di  poter metterci un attimo seduti, speranzosi.

Ancora e fortissimo è il gruppo promozione auto. Se tutti l’abbiamo già, dovremmo comprarne altre. La seconda, la terza, la nuova. Anche quella che prima sapevi le regole e poi butta via le regole. Educazione civile, insomma. Mi sembra che abbiano tolto dai cofani  le donnine con le gambe nude, se non altro.

Altro argomento, la vecchiaia. Quanto mercato ha la vecchiaia, scusate, la terza o quarta età. Montascale, carrozzine a motore, congegni per entrare in vasca, sono la novità che si aggiunge ai tradizionali temi su  dentiere e auricolari. Queste ultime due,  in verità  sono utili alla sopportazione della vita, così come gli occhiali, che per parte loro sono resi importanti solamente se sono di marca, strani ed esagerati, costosissimi e scuri,  e quindi per  giovani e  belle ragazze.

Infine c’è la pubblicità per le donne. La più ovvia e falsa è quella sui cosmetici. Se fosse   veritiera saremmo tutte delle star, giovani o vecchie, magnifiche senza rughe, senza ciccia, senza cellulite, senza macchie.  Lasciamo stare la roba del trucco. Induce delle buone signore a esagerare nei luoghi meno opportuni. La madre piangente o la giovane vedova che batte lunghissime ciglia finte e sfavilla  perfetti colpi di sole. Senza contare che poi le lacrime devono prevedere il prodotto speciale, idrorepellente.

Le pubblicità che mi infastidiscono di più -  e vorrei che le donne vi si ribellassero,-  sono alcune che invadono e offendono la femminilità. Le donne perdono sempre urine maleodoranti, hanno i pruriti o bruciori intimi fastidiosi, tanto le madri quanto le figlie. Devono sempre farsi i lavaggi rinfrescanti calmanti o chissà che. Anche in forma di  spray., salviettine, disinfettanti, saponi, creme. Non parliamo degli assorbenti, vecchia conoscenza ,  più  infiniti salvaslip di ogni forma e tipo, materiale ed efficienza. Non ho visto i pannoloni, ma di certo arriveranno. Insomma, dalla culla alla tomba dovremmo sempre avere addosso quella specie di protesi dell’intimità.

Mi chiedo, i maschi non hanno mai nulla da suggerire al mercato attorno alle loro  parti segrete?Via, che diamine! Ci metto anche la carta igienica, colorata profumata, decorata,  resistente, morbida e morbidissima. Un suggerimento, non parlatene più, tanto la dobbiamo comprare. Fatela se mai un po’ più spessa e se possibile ecologica.  E a proposito di carta igienica ricordo sempre l’invettiva di Michele Serra contro le signore milanesi  in suv che andavano al supermercato lontano  molti chilometri, perchè lì, la carta  igienica  era offerta a prezzo speciale..

A proposito di supermercato, da me le buste ecologiche le fanno pagare dieci centesimi. Bene. Infatti vedo che sono sempre di più quelli che se ne portano da casa di migliori. Io ho sempre quella di pezza della manifestazione delle donne, dove la Piccoletta di Beatrice Alemagna grida il suo “ora basta”.  Che è anche il mio, di “ora basta”.

Sondaggi

 

Tutti ora fanno sondaggi.

 

Anch’io, nel mio piccolo, ho una specie di bacino di opinioni.  Il gruppo di ginnastica, più di quaranta  donne e un solo uomo. Quelle dell’università popolare, che negli anni sono diventate tante. Le più aristocratiche di “Civita”, i vicini di casa, gli ex del comitato di quartiere, qualcuno del PD, gli sparsi dell’Anpi, le mamme e gli ex ragazzi delle mie scolaresche. Poi una amica di Centocelle, sola, sensibile, immersa nel volontariato e nel chiacchiericcio del mercato e della farmacia, che riesce sempre a stupirmi.

 

Io le dicevo di temere che la gente non avesse coscienza di quanto si rischia con questa oscura parola default. Mi ha smentito con veemenza. Lei si confessa paurosa, emotiva e sempre in allarme. Ne ha motivo, perchè è lei che si preoccupa per gli altri ma nessuno, credo, per lei. Ha raccontato di essersi precipitata in banca a ritirare duemila euro. “ Se all’improvviso mi devo ricoverare o devo  fare una cura,  o  controlli  urgenti; se mi viene un guasto in casa, se ho il pericolo dei denti, che faccio se la banca non  mi dà più i miei soldi?” Infatti lei, che pure è capace e attiva, chissà per quale allergia alle novità, non ha né il libretto degli assegni e tantomeno il bancomat.  Dice che credeva di essere esagerata, invece alla banca ha trovato una fila che non finiva più, e tutti a ritirare soldi.

 

L’ho  fatta sorridere, perchè le ho raccontato che, da parte mia, ho cominciato a pagare col bancomat anche le spese piccole o piccolissime. So bene che è solo simbolico, il gesto. Ma mi sento più a posto con la coscienza e spero che si vada in quel senso. Contanti il meno possibile. Con lei abbiamo parlato a lungo dell’effetto evasione e sommerso. A proposito,  io so che  lei si è affezionata ad un giovane artigiano che da anni le fa lavori e favori. Per pagarlo, oltre agli inviti a cena e  ai  regalini,  vorrà usare sempre le banconote. Spaventata più del bancomat che del blocchetto assegni, mi dice “ Ma sono sempre somme piccole. E poi se mai lo pago un po’ per volta”.

 

Più che sondaggio, questa è una piccola scheggia di verità. La “gente”  non è stupida, sospira e sa di doversi accollare qualche dovere. Lo ricordino quelli del pelo nell’uovo e quelli del non è mai abbastanza. Saranno percepiti come frenatori e disturbatori,  impiccioni  indesiderati. Senza contare che le cure possono essere proposte in varie forme, con i giusti contrappesi. Lasciamo a questa squadra di salvataggio qualche ora per lavorare , poi cercheremo di capire.

 

Respira, respira!

Forza, forza, respira! Respira!

Siamo stati tirati su, ma forse in ritardo, troppo in ritardo. C’è il rischio di polmoni allagati  o di embolia o  qualcos’altro di letale. Queste maledette dimissioni dovevano aver data molto più indietro, due mesi, un mese, un anno fa. Intanto ora bisogna fare respiri profondi, respiri  in piena aria, aria migliore, disintossicata, pulita.

Che differenza!  Come aver varcato un confine. Oltre una barriera cambia il clima.  Dopo la galleria di Bologna il treno quasi sempre sbuca in un’altra stagione. Basta fare il confronto, come dice Serra. Avete un dubbio? Fate il confronto. Avete un altro dubbio? Pensate a cosa rischiamo, uno per uno e tutti insieme.

Già questo ci fa respirare meglio: Respirare forte, respirare profondo.

Non ci saranno quelli dei grembiulini e del tunnell e nemmeno quelli che credono siano poche le pratiche del riscatto lauree o del servizio militare. Gente che non solo non sa, ma non sa di non sapere e si guarda bene dal circondarsi di qualche pericoloso competente. Gente che va a caccia di qualsiasi schermo per fare la ruota del pavone, del simpatico, dell’ammazzaproblemi, dell’io meglio degli altri.  E quelle delle calze autoreggenti, delle  filastrocche strillate  e rimasticate, sempre ad  artigli sguainati,  o con chiome  sventagliate a spray.

Pensavate forse che non parlassi delle donne?

Sulle nuove Signore-Ministro ha  già ha detto tutto Natalia Aspesi,  una di quelle che non ha bisogno di autoreggenti o artigli.

Io avevo proposto in fretta alcuni nomi in queste mie riflessioni. Ne avrei potuto fare un lungo elenco. Non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Mi  era venuta da lontano una antichissima battuta dialettale. Dalle mie parti, quelli che volevano vantarsi di avere successo con le donne, dicevano: “ Mi basta dare un calcio a una siepe che ne vengono fuori almeno sette!”  Mi sono chiesta fin da bimba  perchè mai le donne dovessero essere nascoste nelle siepi. Ci ho ripensato quando ho conosciuto Olga Di Serio D’Antona e Rosa Calipari.  Loro erano nella siepe e il calcio l’ha sferrato il destino, anzi la guerra e il fanatismo.  Nascoste in quella siepe c’erano donne di valore. E chissà quante altre ce ne sono,  donne che magari nella siepe ci stanno, come loro due, operose ed efficienti. In una accorata chiacchierata Olga mi aveva sussurrato: “Non puoi immaginare quanto vorrei  esserci ancora,  in quell’ombra!”

Ecco, forse ora comincia la stagione nuova dove le donne  non devono stare più nella siepe, ma  fuori, alla luce. Forse è in arrivo  il calcio di “se non ora quando”.

COMUNICATO  STAMPA

Oggi,17 novembre, sciopero dei mezzi pubblici nella capitale. Indetto da Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugltrasporti, Faisa Cisal e Sul, prevede il fermo dei mezzi pubblici dalle 8,30 alle 17,30. Dalle 8,30 alle 12,30 a rischio blocco anche il trasporto regionale.

CRONACA

Ecco, il comunicato lo trovo.  Oggi per oggi.  Ieri forse c’era, ma tanto in piccolo che non l’avevo visto.  Era arrivata M.  trafelata e trovandomi col quotidiano in mano mi ha chiesto se era veramente programmato lo sciopero. Lei l’aveva intravisto nei titoli dei giornaletti gratuiti, quella mattina esauriti prima del solito. Confermata per altre vie la notizia, aveva abbozzato i rimedi. Si alzerà ancor prima, mollerà il figlio da portare a scuola alla vicina pietosa, sperando di ricambiare. A fine mattinata per recarsi al secondo lavoro se la farà a piedi, che è una bella sgambinata, sbocconcellando il panino.

Non so come se la sia cavata, se si è fatta insegnare le stradine più brevi. Non poteva perdere un altro giovedi di lavoro.

Giorno di sciopero e giorno di insediamento del governo Monti. Scendo presto per i giornali. C’è S. tutta agitata che ferma C., l’amica del piano di sotto. “ Per favore, vai incontro a E. ?  Sta uscendo da scuola. C’è lo sciopero e mancano anche i bidelli, perciò li mandano a casa. Ecco le chiavi. Digli di fare il bravo e che nonna gli telefonerà”. La  madre di Eduardo stamattina è  al call-center . Deve tenerselo stretto, quel po’ di sicurezza.

S. va via verso la macchina dove F. la raggiunge. Lui deve farsi portare al San Giovanni per una analisi prenotata tre mesi fa.  Io penso :“Ecco uno di quei pensionati che non ha quasi mai bisogno dei mezzi pubblici, e quindi ieri non poteva trovare la notizia alle bacheche o sui giornaletti del metrò”.

Penso a  M. che deve andare al liceo Visconti, ben lontano. Partirà anche lui presto oppure se la farà a piedi, come altre volte, zaino dei libri affardellato, passo da CAI-giovani su percorso pianeggiante, ricco di smog o benzene o polveri sottili. Madre e padre anche loro all’alba. No, mio figlio, lui va in bicicletta, forse quattro chilometri e speriamo che non lo arrotino e metta la pettorina rifrangente.

Io e V. abbiamo l’incontro a Civita alle 18,30, fuori della fascia nera, dentro fascia protetta. Possiamo andare, perché il ritorno, a rischio black-out trasporti, ci è assicurato da R., che ha una  terapia nel pomeriggio, e viene in macchina. Posteggerà. Hanno tolto la ztl, grande regalo.

La metro è quasi vuota, perché ha appena ripreso le corse. Ma sul 60 e sul 40 c’è da sfrittellarsi. Nella folla della fermata un signore distinto commenta amaro: “ Non capisco contro chi sia questo sciopero. Il governo non è ancora nato del tutto, gli diano almeno il tempo di respirare!” E’ un miracolo che tra questa gente ingrugnita ci sia qualcuno che sa di Monti e del nuovo governo.  Tutti cupi e impazienti scrutano a sinistra speranzosi di veder arrivare il loro bus.

Per qualche ora sembra di tornare a un giorno qualsiasi, salvo il ritorno con la macchina di R., che dà un passaggio ad altre due corsiste, e rischia spesso il contropelo con le altre macchine, e sconfina nella corsia del tram sulla Labicana. Ci mettiamo un’ora abbondante rispetto ai soliti trenta minuti.

Approdo a casa, voglio le notizie. Bene la RaiNews, che in tempo reale mi dà la replica del Professore e la votazione. Poi mi ricordo di Piazza Pulita sulla Sette. Vediamo se ci sono novità. C’e una faccia nuova del PD, efficace nella esposizione, bravo, giovane, forse meno di 40. Non appare la scritta col nome, e resto con l’incognita sulla sua identità. Chi c’era d’altri? In collegamento c’è Cacciari, il barbuto professore di Venezia; di persona c’è un giornalista di Libero o del Giornale. Devo fare l’areosol e non seguo bene. Mi telefona R., per chiedermi dov’è Santoro. Già, stasera c’è anche Santoro. Passo da Santoro. Meno gridato e arrabbiato del solito, dove il solito bravissimo Travaglio fa la sua sparata contro Corrado Passera tirando dentro anche Monti. Travaglio è  bravissimo, quello con i ricchi dosser e ce ne ha per tutti. Se non attacca qualcuno non è più lui. Ha un’etichetta, è sempre contro. Tra poco dirà come i Ferrero, i Bertinotti, i Diliberto, i Turigliatto e i Rizzo, che questo governo è uguale o peggio di  quello di prima. Anche a Prodi l’avevano detto.

Ecco, mi sono imbattuta la mattina dopo in Ferrero ad Agorà. Da un’altra parte si replicava Santoro.  Allora devo proprio dire che non ne posso più. C’è Ballarò, L’Infedele, Piazza Pulita, Servizio Pubblico, Agorà e me ne sfugge qualcun altro.

Vi prego, vi prego, state zitti, state zitti tutti. Basta questi teatrini furibondi!  Magari imparate ad ascoltare. State zitti e lasciateci soffrire in pace. Dateci solo la cronaca. Lasciateci riflettere da soli, sperare da soli. E se qualcuno è fortunato, sospirerà soltanto.

Sulla gara al toto-ministri non vedo quasi nulla di nuovo.

Voglio partecipare alla gara delle proposte con questo piccolo elenco, non completo.

Alla Pubblica Istruzione  ricerca e cultura:

I^ proposta: Dott.ssa   Rita Bernabei, docente di fisica all’Università di Tor Vergata,  già    ricercatrice ai laboratori del Gran Sasso, dove ha condotto il progetto Dama-Libra a caccia della materia oscura, con risultati degni di premio Nobel

II^proposta:  Marco Rossi Doria, insegnante di strada, napoletano, esperto di organizzazione scolastica.

Alla  Sanità

I^ proposta:  dott.ssa  Elena Cattaneo, coordinatrice consorzio europeo “NeuroStemcell”, autrice delle ricerche anti Parkinson e sulle cellule staminali

II^ proposta:  Dott. Paolo Zamboni, ricercatore con risultati in corso di conferma sulla cura della sclerosi multipla

Agli Esteri e commercio con l’estero

I^ proposta. Barbara  Spinelli, studiosa, europeista

II^ proposta.  Federico Rampini

Alla Economia e Welfare

I^ proposta:  Carla Cantone, dirigente sindacato pensionati, già dirigente sindacale, con grande esperienza di salvataggio aziende in crisi, già candidata alla pari con Susanna Camusso alla guida della CGIL

Per ora  mi fermo qui.  Sono sogni.

Mi chiedo.  Possibile che i politici e anche i giornalisti non sappiano guardare appena un po’ più in là del  loro naso?  Anche i sogni possono , incredibilmente, aiutare  al  risveglio.

Ho sentito Mario Rizzo, il comunista. Mi arrivano anche delle email che suonano su  quelle stesse corde.

Qualcuno ha già accennato al ricordo del CLN, cioè  Comitato di Liberazione Nazionale. Io c’ero e mi  tornano alla mente quelle stesse polemiche. Nei miei diciassette anni ero molto più attenta ai discorsi e alle circolari che non alla cronaca. Infatti ricordo meglio le litigate sugli ideali che non i singoli episodi.

Qualcuno diceva. Siete matti a chiederci di rischiare la vita a fianco dei monarchici? Non vi ricordate chi è il re? Cosa ha firmato? Leggi razziali, entrata in guerra….ecc,. E dei cattolici? Non ricordate che il Papa ha benedetto……… e la faccenda  “uomo della provvidenza” ?

E  ora, noi sento dire.  Siete matti a condividere un programma lacrime e sangue con Fini e Casini? Non ricordate cosa hanno firmato? La  Bossi-Fini, il “porcellum”….. ecc.

Ma c’è o non c’è una guerra e una Italia da salvare?

La guerra di allora erano bombe, morti, fame.  Veramente lacrime e sangue, ma in misura gigantesca e generale.

Ora le bombe sono economiche. Sono i ragazzi che non trovano lavoro né casa, gli anziani che non ce la fanno, gli artigiani che impazziscono nei guai, i sudati risparmi che possono andare in fumo, l’incubo dei licenziamenti, la mortificazione delle intelligenze, i mutui cappio al collo.

Allora arrivò la circolare di Ercoli-Togliatti. Diceva. Prima di tutto, ora, subito, bisogna uscire dall’incubo della guerra. Dopo libertà e ognuno le sue  proposte. Quanto ci abbiamo discusso! Qualcuno ci ha anche pianto. Ma eravamo candidi e fiduciosi, abbiamo accettato. A fianco abbiamo avuto monarchici e  cattolici degni di riscattare le ombre del re e del papa.

Oggi ci sono da allontanare le fortezze volanti del fallimento che non tutti sanno che arriverà proprio sulle teste  nostre. Quelle sì, che le vedo come lacrime e sangue. L’ho detto prima, il lavoro di donne giovani e anziani, la salute, il futuro negato. Ci sarà di certo da soffrire, spero che non si morirà. Ma se ci siamo tutti nella battaglia,  le lacrime e  il sangue dovranno, ho detto dovranno, arrivare anche nei piani alti, perchè la parola equità, tradotta in pratica,  significa che i dolori vanno ripartiti in modo giusto. Con lo scopo, progettato, di risalire in lavoro e produzione.

Dopo, ognuno libero con le sue proposte. Penso che chi si sente veramente “compagno” o “fratello” o “amico” del “popolo o  della “gente” dovrà , dopo, ancora combattere contro le mitragliate o gli spezzoni o le mine residue , che a mio parere sono i nuovi  idoli o miti, gli  oggetti, i ruoli di meteorine o di grandi fratelli, la furbizia egoistica, la disonestà, le posizioni di troppo potere,  il disimpegno, l’ignoranza, l’indifferenza.

Chi è nostalgico delle lotte di classe, secondo me, può stare tranquillo, che di battaglie ideali ne abbiamo ancora tante da combattere. E tra queste ce ne sono persino alcune che risalgono,  tuttora irrisolte, a quegli antichi tempi del CLN.

Ribelli!

E’ in uscita, il 3 novembre, il documentario di Massimo D’Orzi e Paola Traverso, da un’idea di Domenico Guarino e Chiara Brilli, sui Ribelli.  Dove anch’io porto una testimonianza.

Lividi e botte

Un momento pacifico del 15 ottobre

Un momento (ancora) pacifico del 15 ottobre

Da ieri sono tutta un livido. Ho preso botte nel morale, nello spirito, nella speranza.

Mi ci vorrà un po’ per ritornare agli incontri convegni e conferenze per aiutare la riflessione e far intravedere una rinascita.

Due domande e due risposte.

Perché da noi gli indignati sono enormemente più numerosi che altrove? Non solo per l’orizzonte nero e per le colpe della finanza. Noi abbiamo un di più. Siamo nelle mani di due persone veramente speciali. Il primo che si pavoneggia playboy. E mi fa venire simpatici i playboy di una volta. Penoso, flaccido pieno di soldi e di processi. L’altro, vincitore del campionato mondiale di sbadigli, che viene definito dalla Santanchè – che lo conosce bene -  un maalaatoo, un maalaatoo!  Un maalaatoo!  Ammetto anch’io che questi due motivi aggiungono un bel carico sulla bilancia dell’indignazione.

I giovani indignati, però, hanno poca esperienza, sanno pochissimo di politica e di manifestazioni. Bisogna lasciare loro la piena autonomia, anche di riflessione. Ma qualcuno si  diverte a inserirsi. Allora io parlo ai belli della Fiom che sono andati lì in vetrina,  a fare i primi tra gli  indignati. Non avevano niente da proporre o da offrire in fatto di servizio d’ordine? E Rifondazione, con tutte quelle bandiere rosse?

E vengo ai neri.

Intanto erano non centinaia ma migliaia. Nessuno li ha visti? Eppure si mettono la divisa nera, il casco nero, gli zaini pesanti. (Credo che il necessario per le bombe carta, i petardi o le maschere antigas abbiano un ingombro o un peso). Quanti saranno stati gli stessi di Genova G8? Quanti quelli delle curve sud o nord? E cosa avranno mai, immagino, sotto i caschi, cioè dentro la testa?  Credo che questi neri siano proprio il prodotto della non-cultura, della violenza più gratuita, dell’autoesaltazione. E di non-cultura, purtroppo, in questi anni ne abbiamo lasciata crescere parecchia. Credo che se gli chiedi  il perché si sentano in diritto di prevalere,  direbbero perché siamo i “mejo”, o “ i meglio” in chissà quale altro dialetto. E perché siete i meglio? Credo che direbbero: perchè siamo NOI. Siamo NOI.  Solo questo. Centro del mondo. Egoismo, egocentrismo, prepotenza pura, cioè il nulla. Giustamente gli altri, i ragazzi ingenui e puliti, gli hanno gridato “fascisti”.  Infatti questo è fascismo, perché  fascismo è violenza. Violenza pura, violenza e basta.

Un’altra riflessione. Per salire sulla pensilina dell’hotel di via Cavour, a gesticolare e a bruciare le bandiere dell’Italia e dell’Europa, ho visto una scala a pioli. Dove l’hanno trovata?   Vuol dire che si erano preparati prima. Avevano studiato percorsi e obiettivi, studiato come e dove divellere i sanpietrini e tutto il resto. Forse un po’ di intercettazioni anticipate avrebbero potuto servire.

Come ne usciremo non lo so. Mi viene soltanto in mente la frase “un passo avanti e due indietro”. È dura continuare ad essere speranzosi od ottimisti. È dura aver voglia di impegnarsi ancora.

Mi chiedo chi sono i salvati e chi sono i sommersi, in questo nostro tempo.

Quelle di Barletta

Sommerse di sicuro le quattro donne più la ragazzina finite a Barletta sotto quel crollo. Bianchi i calcinacci e nero lo sfruttamento. Spenti i loro sorrisi, finiti dentro l’urlo della paura, dentro l’affanno dell’aria che manca. Di loro si è parlato pochissimo. Persino Repubblica, la grande Repubblica, sia il primo giorno che dopo, ne parla all’interno e non c’è nemmeno il pezzettino d’inizio in prima pagina. Ci sono troppe cose più succose da mettere in vetrina.

C’è Amanda, per prima. Lei sì, è la salvata. Salvata dal tribunale, salvata dal can can degli schermi e della carta stampata. Salvata dalla tifoseria che presume di sapere e di giudicare e fa teatro qui e altrove, grata che ci sia una controparte avversa,  così da fare più chiasso, più scena.

Steve Jobs

Salvato anche Steve Jobs, il mago, il visionario. Salvato anche se morto. Salvato anche da me, che ammiro il suo genio e la sua vita, per i doni che ha fatto a tutti noi. Che poi sia diventato straricco o che avesse un brutto carattere glielo perdono, pensando a tanti straricchi che lo sono diventati per merito d’altri, di altri che hanno inventato, progettato,disegnato, faticato, sofferto, lavorato. Altri che magari hanno avuto solo le briciole. Senza dire di chi è straricco per furberie finanziarie, per truffe belle e buone e per malaffare.

Le signore della pace

Per nulla salvate e addirittura sommerse le tre donne Nobel per la pace. Perché mai attardarsi a leggere e a pensare a donne così diverse da Amanda, Sara, Melania o Jara, o anche  Ruby e le altre della cronaca al pepe?  Donne d’Africa, per giunta.  O dello Yemen. Dov’è questo Yemen? Ecco, già, quel posto piccolo dove ci sono quegli emiri arabi così ricchi. Forse è importante questo Yemen? E l’Africa è un continente che conta? Si sa solo che è nera, infida, povera. Certo è grande, ma è deserti e foreste. L’Africa di quei bambini neri scheletrici dei richiami a sottoscrivere, che invece ci fanno rabbrividire.  L’Africa che ci butta addosso torme di disperati, se il mare non se li prende prima. Africa con nazioni strane, confini che cambiano sempre, che non ci sono nei nostri vecchi atlanti scolastici.

Sorelle così diverse, che andrebbero salvate e non sommerse nel silenzio e nell’indifferenza. O nel pensiero saccente di qualche femminista con l’aureola, che bolla la scelta come artificiosa, “sessista”, perché a tutti i costi si è voluto pescare donna, meglio ancora se donna moltiplicato tre. Per ciò che può contare, a beneficio dei pochi amici e amiche che vanno su questo blog, voglio trascrivere i loro nomi, difficili da pronunciare e da ricordare, come i loro volti e i loro copricapi o veli. La yemenita, la più giovane, 32 anni, tre figlie, Tawakkol Karman, in lotta contro l’integralismo islamico. La più titolata e la più anziana, 72 anni, Presidente della Liberia, eletta nel 2005, tre lauree di cui una ad Harvard, quattro figli e otto nipoti, detta  “Mama Ellen”, cioè Ellen Johnson  Sirleaf.   Ancora della Liberia è la terza premio Nobel, trentanove anni, madre di sei figli, Leymah Ghowee, che guida le donne del suo paese nella lotta non violenta contro i conflitti e le guerre.

Sorelle diverse e lontane, delle quali dovremmo intuire i pensieri, le fatiche, il coraggio. E impedire che il silenzio le sommerga.

Zingari e no, qui accanto

Tra i sommersi debbo mettere le  tante famiglie rom o zingare che stavano qui accanto, nel malconcio Casale delle Carrozze. Si dice che fossero in tutto venticinque persone. Non davano fastidio a nessuno, mandavano i bimbi a scuola in via Messina, venivano coi carrelli e taniche a prendere l’acqua alle nostre fontanelle, si erano adattati e rabberciati quei muri, tetti, pareti che prima erano una cascina con stalle per i cavalli e depositi per le carrozze. Qualcuno degli uomini, forse non rom, faceva il muratore.  Qualche mese fa abbiamo saputo che sono venuti in forze i vigili  a portarli via. Effetto del programma di Alemanno. Erano rimasti cumuli di macerie maleodoranti, frutto del lavoro delle ruspe spietate e inconcludenti.  Domenica scorsa da quei resti si sono levati fumo nerissimo e fiamme. E’ andato a fuoco tutto. Ora ci sono muri smozzicati e qualche camioncino dell’Ama che fa qualcosa.  Dove sarà ora quella gente? Dove saranno quei bambini? Me lo chiedo io e pochi altri. L’odio e la diffidenza sono il pensiero dominante, anche in persone che non crederesti.

Un esempio? Ero in gruppo al cancello della palestra e passavano le ragazze rom forse verso il supermercato. Ho voluto commentare il loro sobrio normalissimo abbigliamento e soprattutto i bellissimi capelli della più minuta. Erano lunghi sulle spalle, lucidi di shampo e di cure. Dalle mie amiche non ho avuto che un silenzio imbarazzato. Gli occhi diffidenti e ostili tradivano solo fastidio e il segreto pensiero che gli zingari rubano nelle case e invece di lavorare chiedono l’elemosina.

Quelli del giardino

    Tra i salvati e da salvare debbo mettere gli anziani del mio palazzo e dei palazzi accanto che curano il giardino pubblico. Quando il Comune ce lo ha rifatto, coi vialetti, le fontanelle, l’impianto di  irrigazione e le panchine ha preteso che qualcuno assumesse  l’onere della cura e della salvaguardia.  Ora un bel gruppo di pensionati e no, del mio e dei palazzi attorno, si danno da fare alle siepi, al prato, alle luci, all’acqua.  Aprono e chiudono i cancelli dell’area giochi, rimproverano chi non rispetta il divieto per i cani o che calpesta, ripiantano e rastrellano, raccolgono i soldini per riverniciare panchine o comprare il carburante per la falciatrice quando il competente servizio giardini non arriva con le forniture.

Il commento più bello l’ha fatto qualcuno questa estate dal mio balcone guardando giù. Con questo bel verde fresco, sembra d’essere in Svezia.

Il luogo non è grande, ma vi si affolla mezzo quartiere. Le panchine non bastano mai.  Dall’area giochi e dai viali si spande alto il concerto delle voci infantili, musica di futuro e di allegria.

In questi giorni a Cadelbosco, provincia di Reggio Emilia, va in scena uno spettacolo del Teatro dell’Orsa che prende ispirazione da un antico episodio di quelle parti. Un teatro che si fa veicolo di storia.

Noi che abbiamo l’impegno di impedire che l’Italia deragli verso nuovi autoritarismi simili alla dittatura,  non possiamo che rallegrarci che il teatro, così come la letteratura, si faccia strumento per una consapevolezza e una conoscenza ad un tempo storica e culturale.

Cosa si ricorda in quello spettacolo?  Un episodio veramente eccezionale accaduto l’8 ottobre del 1941, a poco più di un anno dall’entrata di Mussolini in guerra.  Episodio tanto più eccezionale perché ne sono state protagoniste le donne. Tante donne, un migliaio almeno. Per quel borgo agricolo che di abitanti ne poteva avere soltanto poche migliaia, quel migliaio fa veramente impressione. Le cronache fasciste dell’epoca hanno definito il fatto come “adunata sediziosa”, quindi illegale, disfattista, da reprimere con durezza.

Erano donne, quasi tutte braccianti agricole, cioè povere. Quelle che come i precari di oggi, andavano rastrellando giornate di lavoro saltuario qua e là, per scampare alla miseria, nera ospite fissa che se non era dentro casa era comunque sempre affacciata sull’uscio.

Andavano alla vendemmia, e anche a mietere il riso, quelle donne. Non so per che paga, ma certamente vicina a quella delle giovani donne schiacciate giorni fa sotto il crollo di Barletta. Qualche storico-economista faccia il confronto fra le paghe di poche lire di allora e gli scarsi euro di oggi. Credo che ci sia un esatto triste parallelo.

Quelle nostre nonne e bisnonne contadine andavano a piedi o in bicicletta verso campi sparpagliati, venivano dai tanti casolari e frazioni,  ma ad un bivio, occasione obbligata di incontro, scambiandosi in dialetto i loro malumori, erano arrivate alla decisione di ribellarsi. Il pane era poco e cattivo. La guerra un incubo. Si mettono d’accordo per l’indomani, cambiare percorso, avvertire le altre, tutte le altre e andare non nei campi ma dentro il borgo, al municipio. A far che? A protestare per i bollini del pane, bollini distribuiti da poco e risultati così insufficienti, così scarsi.  Bollini del pane, cioè fame e bollettini di guerra, cioè dolore. Nel paese è già arrivata notizia di ragazzi morti in Grecia e in Albania. Gli altri ragazzi sono chissà dove a fare forse la stessa fine. Molte di quelle donne se hanno gli uomini in fabbrica alle Reggiane o in qualche altro cantiere avranno rinunciato al pezzo di pane personale per farne il fagottino attaccato al manubrio della bicicletta dei loro uomini lavoratori. Come se anche loro donne non fossero lavoratrici, ma si sa, specialmente allora, come ancora oggi, dalle donne si ottiene sempre un di più di dedizione.

Col passaparola il primo gruppetto diventa grande e poi gigante, improvviso, imprevisto, inimmaginabile. Invade la piazza e straripa dentro il municipio. Il grido è “vogliamo pane e basta con la guerra”.  Una di loro dice: “Non chiedevamo il burro, o la bistecca, che nemmeno sapevamo cos’era”.

Prima i carabinieri cercano di farle tornare a casa, ma poi chiamano la polizia. Nascono tafferugli, le donne si difendono, ci sono alcuni fermi, ma è il giorno dopo che avvengono gli arresti. Dieci donne sono messe in cella a Cadelbosco Sopra,  poi mandate al carcere di San Tommaso a Reggio.  Anzi, si va a vedere nelle loro case se ci sono delle provviste di grano o farina, considerati evidentemente corpi del reato o aggravanti, dimostrazione di non povertà, quindi prova per quell’accusa di disfattismo e di bolscevismo per la quale si rischiavano anni di galera o confino.  Inutilmente furono cercati i promotori o le promotrici di quell’adunata “sediziosa”.  Furono arrestate anche alcune che alla manifestazione non c’erano, come la Antenisca Bertani in Rossi, che aveva il torto d’essere sposata con un antifascista già condannato dal tribunale speciale.  In prigione, condizione terribile per donne di campagna abituate agli spazi aperti e angosciate per i figli a casa, ci restano quasi due mesi. Alla fine vengono rilasciate senza processo. Forse i capi fascisti  ebbero la percezione che era meglio far scendere il silenzio per non provocare l’espandersi delle proteste. Forse per l’imponenza della manifestazione un processo sarebbe diventato problematico e dirompente.

Trenta anni dopo quell’episodio, nel 1971,  il comune di Cadelbosco Sotto, ha voluto onorare quelle donne e quell’episodio, dal quale giustamente  si considera partita la resistenza alla guerra e al fascismo.  Alle dieci incarcerate  sono state assegnate medaglia d’oro e diploma. Una bella targa ricordo   stata messa alla parete del palazzo del municipio.

Ora che sono passati altri quaranta anni, allo spettacolo teatrale  di questo 2011  assisteranno  i parenti i nipoti e pochissimi dei contemporanei. Voglio immaginare la loro emozione. In una pubblicazione di quel 1971 trovo le fotografie di quelle dieci incarcerate. Donne della mia terra, facce semplici e pulite che ci guardano negli occhi con il loro racconto di fatiche e di onestà. Immagino facce simili e occhi uguali  per  tutte le  altre, sconosciute , che c’erano in quella folla, in   quel migliaio  di indignate e ribelli.

Credo che sia giusto, nonostante i settanta anni passati, ripetere ancora almeno i nomi delle dieci, le più sfortunate.  Eccoli in ordine alfabetico: Santa Arduini classe 1896; Esterina Bedini, 1909; Antenisca Bertani, 1907; Angela Brozzi, 1893; Silvia Cantarelli, 1916; Giuseppina Codeluppi, 1891; Giuseppina Immovilli, 1913; Anna Lusetti, 1907; Ondina Pederzoli, 1912; Iolanda Spaggiari, 1910.

Da quelle parti, Cadelbosco Sotto, Cadelbosco Sopra, e qualsiasi altro comune della “bassa reggiana” e non solo, questi cognomi sono frequenti, ripetuti. Chi li porta, anche se non è parente o discendente, credo debba essere contento comunque di avere un legame con queste donne, così vago nel nome, ma così profondo nell’esempio.

 

Ho pensato a te, papà, dalla via Francigena a Monte Mario.  Via Francigena a Roma? Certo, se andavano alla tomba di  Pietro una via,  qui,  dovevano averla.

Cosa avresti detto delle pigne o delle ulive, tu contadino nordico,  che  che mi mostravi  i chicchi dell’uva così disponibili e quelli del melograno così nascosti, la perfezione della spiga  e la sorpresa delle arance, da sbucciare con le mani verso quella geometria perfetta degli spicchi.

Qui ci sono anche i tuoi alberi, olmi, querce, alti a galleria gotica con lassù in cima quell’usignolo o cardellino. Se fosse notte anche le stelle sarebbero appoggiate lassù sopra i rami,  a cantarci il loro battito misterioso.

Coi miei abbondanti otto decenni rivivo sentieri antichi, silenzi, ombre, l’affanno dell’arrampicata.

Penso che gli alberi diventando vecchi si fanno sempre più belli. Rivivono a cicli la loro  giovinezza, rifioriscono, rinvigoriscono.  Pagano però di restare sempre lì, – “ l’albero che sa dove nasce e dove morirà”- se non li sradica la prepotenza dell’uomo.  Noi diventiamo rugosi curvi e doloranti. Ma a privilegio abbiamo i piedi, per questi sterrati e salite, ma anche per andare nel mondo. I piedi ci portano perché il pensiero abbia le sue primavere, non cicliche ma perenni, aperte al nuovo, al bello, agli altri, alla generosità.  E perché no, anche ai neutrini o alle galassie.

 

Sono in ritardo nell’annotare queste riflessioni.  Stavo crogiolandomi nella contentezza dell’essere stata sabato passato, il 17 settembre, sotto il Gran Sasso a vedere i grandi laboratori di Fisica Nucleare. Grande emozione quelle enormi gallerie. Bellezza fantascientifica in quei misuratori che sono in sostanza enormi trappole alla caccia di entità tanto piccole quanto uno zero-più-un-quasi niente!

Ecco che proprio ora tutti parlano di quei neutrini così sfuggenti e difficili.

Protagonisti nomi di uomini: Dario Autiero, Antonio Ereditato, Sergio Bertolucci, Roberto Petronzi. Sono bei nomi di scienziati italiani che meriterebbero echi e gratitudine. Sarebbe bello che si parlasse più di loro che dei Tarantini-Lavitola-Milanese-ecc.

Io però aspetto che si mettano in luce anche i nomi di donne altrettanto protagoniste.  Oggi finalmente su Repubblica, Elena Dusi fa parlare anche Lucia Votàno, che dirige i laboratori del Gran Sasso dal settembre 2009 e che racconta delle prove e controprove.  Bisognerebbe parlare anche di Fabiola Gianotti, che sta al CERN di Ginevra,  dove coordina il progetto ATLAS, e da dove vengono sparate le sventagliate di neutrini che il Gran Sasso si dà da fare per catturare.

Altra donna, signora della fisica, è Luisa  Cifarelli,  che da Aprile di quest’anno è alla guida dell’European Physical Society oltre che della Società Italiana di Fisica.  All’elenco c’è da aggiungere Angela Bracco che dal 4 agosto di quest’anno è stata eletta presidente del Nuclear Phisics European Collaboration Committee.

Nemmeno è finito l’elenco. Di un’altra donna ci ha parlato, proprio lì sotto il Gran Sasso, il giovane laureato Marco, che tanto appassionatamente ci illustrava funzioni e risultati di macchine  e persone. Ci ha parlato di Rita Bernabei, attualmente insegnante all’università di Tor Vergata, che  ha condotto con il rivelatore DAMA-LIBRA la caccia alla materia oscura, un vento di particelle che ruota attorno alla galassia. La ricerca ha dato esiti non conformi ai modelli teorici e se sarà confermata da paralleli esperimenti americani, è certamente meritevole di premio Nobel.

Quindi auguri fortissimi a questa Rita, che non solo insegna qui vicino, non solo ha anche una laurea in matematica, è nata nel ’49, gli anni di liceo li ha frequentati all’ ”Augusto”, qui vicino, piazza Ponte Lungo.

Ma chi sono queste altre donne?

Lucia Votàno è poco più che sessantenne, ha un figlio trentenne, laureata a Roma alla Sapienza, percorso di ricerca iniziato a Frascati e poi nel mondo. Ho trovato un’intervista, dove dice che la vita famigliare e la vita lavorativa devono coesistere in ambiti paritari. Quando era a Frascati il bimbo piccolo lo portava al nido dei laboratori, ma ammette che in carenza di servizi, oltre il padre,  hanno aiutato i nonni e le zie.

Luisa Cifarelli proviene dall’Università di Bologna. Era a Ginevra quando le è nata la bimba, nel 1982, e ottenne  di farsi portare a casa un calcolatore connesso al Cern per poter lavorare senza problemi di orario. Racconta che i colleghi maschi cortesemente fissavano le riunioni compatibilmente con gli orari delle poppate.

Di Fabiola Gianotti ho trovato su internet un video con una sua intervista. Ha un aspetto molto gradevole e giovanile. Ho trovato che ha anche un diploma di Conservatorio in pianoforte.

Di Angela Bracco trovo solo una piccola foto sorridente.

Non ho trovato niente sul privato delle altre. A dire la verità ho smesso di cercare. Mi sono chiesta come mai sento il bisogno di queste intromissioni. In altre parole perché non mi viene in mente di cercare quanti figli ha questo professor Antonio Ereditato, o  l’altro scienziato Dario Autiero. O addirittura Carlo Rubbia o Zichichi, che sono i padri creatori di questi progetti.

La mia curiosità, che credo condivisa da molti, è un sintomo di quanto sia profonda la frattura tra il mondo femminile e quello maschile.  Bisognerebbe ricordare di più che mentre nel 1965 le studentesse di fisica erano il 20 per cento del totale, oggi sono quasi il 50 per cento. Che attualmente nell’esperimento del Gran Sasso  le ricercatrici sono il 25 per cento del totale. Ed anche che al progetto Atlas al Gran Sasso stanno diventando numerosi i congedi parentali richiesti dai padri, a controprova che la famiglia deve avere lo stesso peso del lavoro anche per il genitore maschio e scienziato.

Come eravamo

La nipote di Gloria, la giovane intraprendente Irene Licia Melloni, mi ha mandato la foto delle tre partigiane di Cervarezza.   La prima ragazza con la stella  sul berretto è la sua nonna Gloria, cioè Piera Galassi. Al centro c’è  Barbara, cioè Rita Maria Galassi. La ragazza di destra è Kira, cioè Lisena Costi.

Questo mio ritorno sulle montagne della Resistenza non è stato così casuale come all’inizio ho voluto far credere.  Io stessa  avevo cercato di sottovalutarlo,  per  timore della retorica o di cadere  nel  patetico.

Invece ho vissuto una esperienza importante, e non solo per me.  Mi ha rincuorato non tanto vedere strade e piazze e monumenti dedicati a partigiani, a vittime, a stragi,  a battaglie. Ma il ritrovare nella gente l’orgoglio e il ricordo vivo di quella stagione di dolore e di svolta.  Non ho fatto in tempo a chiedere di Gloria e della sua famiglia, che un gruppo di persone, l’albergatore e altri presenti, si accavallavano nelle risposte e nello slancio. In pochi minuti, ancora in ciabatte, venivo trasportata ad entusiasmo a casa della nuora e della nipote, in una via in salita del rinnovato graziosissimo borgo di Cervarezza , intitolata, guarda caso, a  un altro Galassi,  nome di battesimo Alberto.

Gloria era attesa  dopo pochi giorni. Anche lei traslocata altrove, sposata a Genova, fin dal ’46,  l’ anno dopo la liberazione.

Immaginando il nostro incontro dopo tanti anni, qualcuno aveva chiesto se ci saremmo messe a piangere.  Invece no. Emozione tanta,  gioia, sintonia, curiosità. Siamo gente con i piedi per terra e di poca retorica. Stranamente abbiamo parlato pochissimo di quei mesi passati assieme in quella casa delle staffette a Vetto, dove lei, Gloria era la mia “capa” e la mia luce.  Anche lei ricorda soprattutto le interminabili camminate da un paese all’altro, da un distaccamento all’altro. Della responsabilità del dover parlare, del prepararsi a spiegare  tante cose, così nuove e importanti.

Di queste lunghe camminate mi sono meravigliata anch’io. Tornandoci in macchina, mi sono resa conto di quanto fossero notevoli le distanze. Pur immaginando o indovinando le scorciatoie e i sentieri, faccio fatica a credere di aver percorso tanta e tanta strada: da Vetto a Ciano, da Vetto a Ligonchio, da Villaminozzo a Montefiorino. Qui a piedi, con quegli scarponi autarchici. Almeno in pianura avevo la veloce amatissima bicicletta.  In montagna io soltanto tre mesi, Gloria tutti quattordici o quindici o diciotto, visto che era lei che andava a portare i viveri al gruppo dei Cervi nell’ottobre del ’43, in quel rustico in mezzo ai boschi. Per aiutare suo padre,  che come il mio si è fatto due guerre, quella del diciotto e quella da volontario nella Resistenza. A lui è stata intitolata  una piazza, a mio padre una strada, nel paese dove sono nati e dove hanno fatto tanto.

Lei a Genova è stata maestra più a lungo di me, che ho avuto una carriera  multiforme e travagliata. Di questo abbiamo parlato un po’.  E della famiglia, di questa sua nipote così bella e così straordinaria che ne parlerò a parte. Di suo figlio medico, di suo marito giornalista, purtroppo perduto. Ci siamo ripromesse di incontrarci ancora, su richiesta delle ricercatrici dell’università di Parma, allieve del valente professor Parisella, che vogliono scavare ancora nell’universo della partecipazione femminile.  In quella occasione frugheremo nei ricordi, ormai pronte a rinnovare la sofferenza.

Qualcuno si chiederà se c’è ancora qualcosa da sapere o da scoprire, se non  sia già stata raggiunta la saturazione e la noia.  Me lo sarei chiesta anch’io se non  avessi scoperto solo da poco la oscenità delle torture patite da Mimma. E se non avessi sentito da Laila che c’è  ancora tra quei luoghi una partigiana montanara, nome di battaglia  Aide, che finalmente ha voglia di raccontare, anche perchè non c’è più il marito a trattenerla.   Di quelle che non ci sono più, altre che ci sono ancora hanno desiderio di raccontare,  per sentimento di giustizia ed anche per solidarietà di genere.

Lo faremo, perché  c’è da riannodare il filo col presente, per esempio a  proposito di torture in tempi di guerra e non,  nelle carceri  o in caserme. Per esempio  a proposito di stupri e di violenza sul corpo delle donne, di umiliazioni e botte, pubbliche o private, di sopraffazioni domestiche e schiavismo occulto, da noi o altrove. Sperando che possa servire a che non succeda più.

Mercoledì 20 luglio a Cervarezza ho incontrato Gloria.

Non siamo più le stesse persone di tanti anni fa. Ovviamente sessantasei anni nel passare lasciano mille segni. Lei è ancora bella nei suoi 88 anni. Testa bianca rasata corta. Solo il profilo mi ricorda qualcosa.

La nipote Irene trova una foto di quella lontana stagione di dolore armato. Ci sono loro tre ragazze di Cervarezza, Gloria, Kira e Barbara. In primo piano, l’ultima imbraccia un’arma, che io non riconosco per incompetenza e  anche a causa della foto sfocata. Irene me la manderà per email. Le due ragazze, sebbene fossero più giovani, se ne sono già andate. Questo mio viaggio del ricordo è spesso un sentiero di vuoti lasciati, di ragazzi e ragazze che c’erano e non ci sono più, ancora vivi soltanto nel ricordo e in vecchie foto. Anche Gloria, come me, ha soltanto poche immagini in memoria. Anche lei, ritornandoci, non ha riconosciuto Vetto,  dove pure ha passato moltissimi mesi, inverno compreso, di quella stagione armata.

Anche lei non ha mai avuto armi. Anche lei aveva solo volontà e forza sulle gambe e idee nella testa. Andava, a volte nella neve, di qua e di là tra i boschi e le scarpate, a volte inseguita dagli spari e dagli agguati, ma solo per dare allarmi od ordini e il più delle volte per parlare alla popolazione, donne e uomini, su democrazia, libertà, giustizia.

Vorrei riflettere su questa generale opera educativa svolta in quei mesi dalla Resistenza. Infatti anch’io facevo, sia in pianura che in montagna, questa grande battaglia di alfabetizzazione al futuro, compresa l’idea  di repubblica. Come tante altre donne staffette, per esempio Mimma, Maria, Piera, Bruna, le prime che ricordo. Altrettanto facevano i Commissari, sia i comunisti che i cattolici o socialisti.

Ha ben ragione Calamandrei a dire che se volete sapere dove è nata la nostra Italia repubblicana, dovete andare su quei sentieri, su quelle tombe, su quelle valli. Aggiungo io, anche nei vicoli e nei rioni di villaggi e città. Sarebbe bene ricordare sempre, che ci fu allora una vera simbiosi tra pensiero e azione. La guerra e l’ideale. Noi ragazze quasi sempre eravamo il pensiero, cioè le portatrici delle nuove idee, in altre parole  le insegnanti di democrazia.

Gloria era già maestra, io non ancora.

Vorrei dialogare coi giovani e meno giovani che hanno commentato su  “iMille” il mio scritto su “Unità” e  Concita.

Prima di tutto grazie perché mi avete messo di buon umore. Siete scanzonati e ironici e giustamente polemici.

Anch’io sono polemica, lo sono sempre stata, fin da quando ero giovane, tanto che nel dopoguerra e nell’ambito del PCI mi avevano soprannominata “vespetta”.  Per i 90 spero di arrivarci con la testa lucida, ma cosa volete che sia la quisquilia di qualche anno quando la vita la devi misurare a decenni.  Voi arriverete più avanti, visti i vantaggi della scienza e della quotidianità.

Proprio perché mi preoccupo per voi, compresi naturalmente figli nipoti e tutti quelli che nei prossimi decenni arricchiranno i rami del mio albero genealogico, sono così attenta alle vicende della politica, che vorrei fosse proprio la bella politica, la buona politica, onesta, generosa, solidale.

Nello spettacolo tratto dal mio libro, il regista Ferdinando Vaselli mi fa dire “ Sì, è vero, siamo dei sognatori, noi” Quel  noi include i partigiani di allora, i contadini, i ragazzi che volevano studiare. Io ho ancora  la fortuna di saper sognare.

E’ per questo che al Teatro Valle occupato, l’altra sera, era il 15, mercoledì, ho detto pochissime parole, che trascrivo per voi e che giustificano tutto il mio andare per scuole o per incontri a Roma e altrove.

Bisogna che la memoria diventi storia, la storia diventi cultura, la cultura diventi consapevolezza, la consapevolezza diventi rabbia, la rabbia ribellione, cioè lotta. Ma lotta solidale, lotta per appropriarsi della politica, perché come abbiamo voluto fare per l’aria e l’acqua, vogliamo sceglierla noi, la politica a favore di tutti, contro le disuguaglianze e l’ingiustizia.  Le ultime parole non le ricordo esattamente, ma ho accennato all’Italia tutta, all’Europa e al mondo.

Dall'archivio storico dell'Unità

E ora veniamo alla questione “Unità”, che per me significa libertà di stampa.

All’alba della Repubblica noi pensavamo che libertà di stampa fosse cosa facile da fare. Già in quel buco sottoterra nella bassa reggiana si stampava di nascosto quel foglietto “l’Unità” che girava sempre più stropicciato e furtivo, a rincuorare e incoraggiare. Ma la democrazia, con le sue leggi di mercato e di concorrenza, fa della libertà di stampa una questione di soldi e di mezzi. Per questo non posso perdonare i radicali con il loro moralismo fuori posto, che si sono scagliati contro le sovvenzioni ai giornali.  Mi sono ricordata che in quegli anni di dopoguerra, la preziosa “Noi Donne” riusciva ad ottenere dallo stato una dotazione di carta concordata e a condizioni vantaggiose. Era il seme del futuro finanziamento.

Parlo di questo perché ho una proposta a lungo termine per il PD e per la salvezza dell’Unità. Infatti al di là della vicenda Concita o non Concita, mi preoccupa il giornale e la sua funzione.

La mia proposta è che il PD metta chiaro nei suoi propositi, per quando andrà al governo, la revisione e correzione dei contributi pubblici alla stampa. Mi risulta che si danno soldi non meritati a testate fasulle e misteriose. Sapevate che si stampa “l’Avanti”? Vorrei sapere dov’è, e chi lo legge.  Persino ho sentito che una sopravvissuta “Noi Donne” vive di questo finanziamento. Non so dov’è e vorrei che fosse ancora diffusa, educatrice e utile. Anche vorrei sapere se c’è qualcuno che compra il Foglio di Ferrara oltre a quelli che devono fare le rassegne stampa. Insomma, un finanziamento pubblico è necessario, tanto per la stampa come per i partiti, – anche quello da riconsiderare – perché altrimenti soltanto chi ha soldi può competere e invadere la testa della gente. Discorso da precisare con altre complessità e problemi anche sugli altri mezzi di comunicazione.

Questo dei contributi ai giornali e della funzione della carta stampata sarà un problema piccolo in mezzo alla vagonata di problemi grandi che le sinistre dovranno affrontare quando andranno alla guida del paese.   Un piccolo problema, ma qualificante di un agire giusto e trasparente. Dovrebbe essere il tassello di un mosaico di correzioni alla nostra vita pubblica, che ha assoluto bisogno di imboccare la strada dell’onestà.

Invito anche voi tutti a essere, con me, sognatori e, perché no, moralisti. Anche la morale ci sta bene dentro questo vento che sta cambiando.

Non ho fatto in tempo ad abituarmi al sorriso che debbo tornare alla ruga dell’indignazione. La vicenda Concita de Gregorio e Unità non mi convince nemmeno un po’.  Prima di tutto perché viene fatta fuori un’altra donna. Dopo la Perina e dopo che dappertutto si vede come le donne giornaliste sono brave sia in TV che in carta stampata. Persino negli anni del Risorgimento c’erano donne giornaliste e scrittrici coi fiocchi, vedi la Margaret Fuller e la Cristina Trivulzio, che già competevano molto bene coi maschi di allora.   Bene, siamo sempre al trionfo del maschilismo.

Secondo motivo, il più bruciante. Mi possono raccontare ogni motivo e ogni cavillo, ma nessuno mi toglie dalla testa che agli occhi di qualcuno Concita ha alcune colpe principali. Primo. L’aver tanto sostenuto la strada delle primarie, anche con iniziativa propria. Le primarie fanno vincere nomi e persone nuove e non premiano le vecchie croste, anche se con ricco passato politico. Seconda colpa aver fatto parlare tutti, anche i Civati, i Renzi e gli Scalfarotto. Terza colpa. Il grande ruolo avuto nell’appoggiare il “se non ora quando”, con tutte quelle adesioni e quei profili  femminili eccezionali. Qualcuno deve avere un sottopensiero ben nascosto  tipo “ Ma cosa vogliono queste donne? Pensano proprio di prendere i nostri posti?”

Ultima colpa, – e ci metterei la mano sul fuoco anche se nessuno l’ammetterà mai, -  è quella invettiva di  Francesco Piccolo contro D’Alema. Subito lo stesso giorno il grande Baffino ha protestato dicendo che “l’Unità” lo aveva attaccato, sebbene ci fosse una bella firma sotto a quel pezzo. Ebbene, ancora è così. Toccare Baffino è come toccare i fili dell’alta tensione.  Aggiungerò che, leggendo quel pezzo mi sarei precipitata ad abbracciare chi l’aveva scritto. Quindi, è ancora proibito pensare in modo diverso, per esempio non aver fiducia in Casini e se permettete nemmeno in Fini, senza poi contare Rutelli.

Ultima considerazione, dopo aver letto su “I Mille” una infinità di commenti.  La carta stampata oggi ha un ruolo ben diverso da un tempo. Non solo perchè c’è la TV, le ormai tante TV, ma internet e radio e varie strade tecnologiche per il passaparola.  Quindi credo sia giusto che i giornali di carta siano sempre un po’ “del giorno dopo”, cioè abbiano approfondimenti e commenti. Se mai inchieste. E su questo la piccola Unità ha fatto la sua parte. Anche con i Reichlin e le Serracchiani.  Per le inchieste ci vogliono soldi e persone, e ci vogliono anche voci di suggeritori, cioè denunce. Chi aveva amici importanti le ha fatte?

Al calo delle vendite influiscono molte cose, anche la concorrenza del Fatto, così urlato e scandalistico. E di Repubblica, che regge, per fortuna,  ed ha una sua forza. C’è chi va su internet, chi non ha tempo di leggere, chi si contenta dei giornaletti gratuiti che a volte fanno pietà e chi non ha gli 1,2 euro ogni giorno. E si fa bastare la TV. Eppure le parole scritte hanno il loro peso e debbono essere difese. Ciò che è nero su carta, resta a testimonianza e a patrimonio per il dopo.

Sul ruolo di Soru non saprei. Forse si è stancato di dare una mano a quelli che non hanno fatto nulla a suo tempo per sostenerlo. Ci ricordiamo la campagna elettorale in Sardegna? Chi è andato all’ultimo momento e a dire che cosa? E faccio una domanda, visto che il comunicato congiunto di oggi tra  Direttore ed Editore non mi è stato chiaro,  adesso chi è il proprietario? Che si fa dei tanti giornalisti e delle tante giornaliste che vi lavorano?

Siccome tutto pare andare tanto in fretta, cioè a precipizio,  aspetto domani.

Unica piccola speranza è la Comencini che vuol portare avanti il movimento delle donne.  Se ancora qualcuno volesse minimizzare, deve ammettere che è grazie a quelle piazze se i nuovi sindaci hanno buttato alle ortiche le quote rosa e hanno abbracciato il pari e pari.  O quasi.

Mi prende sempre un nodo alla gola ogni volta che penso a Maria. Mi manca una amica, mi manca una compagna. E’ vero che ci ha lasciato un’infinità di esempi, di elaborazioni e di atti, ma questo rimane nel passato. Ci manca la sua lungimiranza in favore del futuro. Dobbiamo farlo noi, lo sforzo di elaborazione dell’esperienza sua,  per trasformarla in indirizzo verso il domani.

Maria aveva un vero talento e un’innata sensibilità nel riconoscere le doti dei giovani, meglio ancora se giovani donne. E a motivare le donne. Non solo è stata lei a ripescarmi dalla lontananza romana, ma penso alla ragazza di Lodi Barbara Cassinari, ad Eletta, a Fiorella, a Natascia e Fiorenza,  cioè le nuove attiviste-antifasciste. Poi a tutte le storiche a partire da Dianella Gagliani ed Anna Appari. . Per non dire dell’affetto e della disponibilità verso noi della generazione precedente, noi nate in tempo per entrare in quella “ stagione di dolore armato”.  Quelle di Reggio e dintorni le conosceva una ad una e non le dimenticava mai. Certamente molti fili di amicizia la univano a tante altre lontane.  Com’ero, io, del resto. Mi ospitava a casa  sua, prelevandomi dal treno di Reggio o di Parma, come faceva per Mirella Alloisio, Giglia Tedesco e certamente per altre. Tirava fuori i tortelli di zucca o di spinaci e un po’ di prosciutto ed eravamo già di casa, vecchie amiche.  La sua spontanea semplicità impediva qualsiasi imbarazzo o formalismo.

Credo che le sia dovuto il merito di quel bellissimo convegno dell’ottobre 2004 su donne  tra “Guerra, Resistenza e politica”, preceduto dal suo acuto e struggente ricordo della nonna  Genoeffa Cocconi. Gli studi delle storiche che vi hanno contribuito sono una fonte preziosa per chiunque voglia parlare con competenza di donne in guerra in resistenza e in politica.  Consulto spesso il volume che ne è uscito e mi meraviglio sempre di quanto vi sia ancora di non conosciuto ed esemplare.

A suo tempo so che Maria si è battuta per quella trasformazione dell’Anpi che consente oggi  nuove adesioni per  continuare la lotta contro il fascismo, vecchio o nuovo che sia. Non era scontato che andasse proprio così. So che molti, tra i “vecchi” partigiani, propendevano per l’estinzione lenta. Dopo di noi, finiti i partigiani, finita l’Anpi. Invece è bellissimo – e si è visto – che ci siano tanti nuovi partigiani che portano avanti la nostra lotta.  Noi, fin che abbiamo forza, non andremo in congedo, e loro vanno avanti.  Perché non abbiamo combattuto per un re o per un territorio, ma per degli ideali che se non  difesi e rinnovati sono sempre aggrediti e in pericolo.

Voglio anche ricordare il suo intenso lavoro di testimonianza tra i ragazzi delle scuole. Dopo aver riportato le sue parole, i ragazzi della terza media di Bibbiano scrivono: “Quando Maria finì di parlare il silenzio era totale. Ognuno di noi stava cercando di capire come si possa parlare di cose così terribili capitate alla propria famiglia con commozione ma anche con quel distacco che le permetteva di essere così chiara e precisa”. Ecco, mi sembra un commento che dice tutto.  Ai ragazzi diciottenni del Matilde di Canossa,  Maria invece sottolinea la straordinaria normalità della sua famiglia. “Non c’è niente di normale nel sacrificio di una famiglia, c’è invece tutto di abnorme e inaudito. Ma c’è tanto di normale e naturale nel desiderio di libertà, nel vivere nel solco dei propri ideali e delle proprie convinzioni”.  Questo suo messaggio dovremmo sempre tenerlo presente.

Il cognome che Maria portava era certamente importante, e lei lo ha onorato in pieno. Mi permetto di credere che più importanti ancora siano state le sue capacità e la sua sensibilità. Non per caso attorno a lei si sono raccolte persone che hanno cognomi diversi, ma che l’eredità dei Cervi portano avanti con tanto valore. Prima di tutto suo marito, così discreto e così presente.  Maria vi ha trovato tutto l’appoggio, l’aiuto e la comprensione che  hanno  reso possibile la sua missione. È lui che merita il primo posto  in questo gruppo. Subito dopo ci sono le figlie e le nipoti, da una parte e dall’altra, che affluiscono negli anni.  Poi ci sono tutti gli altri. Da lontano so di una Cantoni e di una Varesi, di  uno Zanoni e di un Notari.  Ma ci sono molti ancora.  Perché più forti dei legami di sangue sono i legami ideali e affettivi che  uniscono  tante persone  a questo luogo, a questa storia.

Mi piacerebbe che la nuova Anpi, uscita dal congresso di questa primavera, adottasse la decisione di far svolgere qui, ogni anno, la Festa Nazionale dell’Associazione. Qui ci sono le strutture, ma c’è anche una moltitudine di motivazioni.  Prima tra queste, nel nome di Maria Cervi, di Genoeffa e delle mogli-nuore Iolanda, Margherita, Verina e Irnes, fare ancora  luce sul contributo delle donne  alla Storia d’Italia,  dal Risorgimento in poi.  Se non ora, quando?

Fischia il vento urla la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar.  Questo cantavamo, e  solo alcune  volte, perché c’era ben altro da fare. In questi giorni il vento ha ripreso a soffiare, se non proprio a fischiare.  Noi, invece, è da un po’ che camminiamo ostinati nonostante le scarpe rotte.

Avrà pur servito a qualcosa il nostro accanirsi a rifare memoria, memoria sulla Resistenza, sulla Costituzione e sul centocinquantesimo del Risorgimento. Cioè quel nostro andare nelle scuole, aprire l’Anpi ai giovani, smascherare il fascismo e valorizzare la democrazia, pur così difficile e imperfetta, ma così “umana”, così “egualitaria”, così “avveniristica”. Anche quelle nostre cerimonie, le bandiere, le poesie, Dante e Mameli, Verdi e De Gregori.  Sobillare l’indignazione delle donne e delle ragazzine, dare  motivo di fierezza.  Tutto questo nostro camminare con le scarpe rotte è stata la battaglia contro l’arroganza, il malaffare, il maschilismo, l’egoismo e lo strapotere del caimano e dei suoi servi.

Vorrei che qualcuno tra i politici a sinistra, ascoltasse anche la mia riflessione.

Primo. Capire in fretta da chi e da cosa è venuto il cambiamento. Secondo me da quello che ho appena detto, che ha ripulito un po’ l’aria delle idee.  Poi dalle donne, finalmente indignate, o disgustate o soltanto infastidite.  Poi dai ragazzi, che sanno di non meritare punizioni per colpe altrui.

Secondo. Andare avanti in fretta. Su questa onda, sul vento che soffia o fischia, buttarsi alla battaglia per i referendum.  Finora troppo in ombra. Ora addirittura decisivi. Se si supera il quorum altro che schiaffo, sarebbe una “tranvata”.

Terzo. Ci sono poche donne. Che dispiacere per la ragazza di Iglesias battuta, di poco, dal berlusconiano.!  Ma da qui si riparte.  Gli eletti hanno già detto , – e anche fatto per esempio a Bologna – , che nelle giunte faranno cinquanta e cinquanta di parità.   Li aspetto al varco, e con me, credo ci siano tutte quelle di “se non ora quando”.  I ragazzi delle scuole dove vado e che spingo a parlare, ritengono che le donne siano poco presenti in politica perché meno adatte o meno interessate.   Logico pensare così, visto che di donne in giro nei luoghi della politica se ne vedono così poche. Si cambierà parere quando  si vedrà come le donne sanno fare politica, perché la politica  sono le strade, le scuole, gli orari, i mercati, i tram , i musei, le case , i giardini, i poveri, i senza lavoro, il dottore e l’ospedale, i bambini e gli anziani. Tutte cose che le donne conoscono bene in prima persona, a volte sulla propria pelle.

Quarto. Imparare dal successo di alcuni nomi. Pisapia, De Magistris e il ragazzo di Cagliari hanno avuto successo anche perché erano facce nuove.  Mi chiedo. Soltanto Sinistra , o IdV,  hanno  avuto il coraggio di avanzare  nomi fuori dagli organigrammi? Eppure anche nel PD e attorno al PD ci sono persone nuove, giovani o diverse.  Bisogna avere il coraggio di passare la mano. La gente , e noi tra i primi, non ne può più di risentire i Latorre, di vedere i D’Alema, e persino i Veltroni ( E pensare che io lo ammiravo tanto e soffro nel vederlo scivolare così nel pantano! Perchè non te ne sei andato davvero in Africa, almeno per un anno. Saresti tornato con l’aureola e tutti ti avremmo ascoltato!). Imparate tutti da Prodi, che se ne sta dignitosamente a fare altro. Abbiamo per esempio la Serracchiani. L’avrete vista e sentita, a Otto e Mezzo, stendere lo strabollito  Giovanardi,    con quel lieve accenno di sorriso e con la formidabile lucidità di argomenti. Tiriamoli fuori questi volti e cervelli nuovi. Guardiamo davvero al futuro.

Ci saranno, spero, le primarie anche per le politiche. A quel momento ci faremo sentire e vedere. Se è vero che vogliamo voltar pagina e farlo fischiare, questo nuovo vento, più  forte e rabbioso,   capace di spingerci tutti   a un avvenire nuovo,   alto e giusto.

Quella mano del caimano sulla spalla di Barak Obama! Ci sono immagini che parlano più di un discorso. Con la mano ben posata sulla spalla, il viso che “si fa sotto”, mellifuo, da impunito, se non addirittura da mascalzone! Che si può dire? Maleducato: sì! Mi entri in casa senza bussare?

Se capitasse a me, che sono una formichina, più che infastidita mi sentirei aggredita, invasa nel mio tempo di vita. Ed ha pure la sfrontatezza, il nostro caimano, di dire che l’aggredito è stato gentile, benevolo, accogliente.  Per fortuna c’è la foto e c’è il filmato.  Mai come in questo caso ho benedetto la potenza delle moderne tecnologie.

Come l’altro filmato che ci mostra la scena d’inizio dell’aggressione. Con passo felpato e la faccia da gatto che pregusta il buon sapore del topo, il caimano fa finta di niente e accenna l’ordine al suo fotografo e alla sua interprete, servi ben pagati e ben predisposti. E passa dietro ad Obama piazzando la sua pesante manaccia su quella spalla, da dietro, quasi a tradimento, salvo poi allungarsi in giù a sparare il suo assurdo soliloquio.

Spero che il sapore di quel topo sia sapore di veleno.

10 maggio, domenica

Vedo una scritta: “non scavalcare”. Mi sorprendo. Non è alto, potrei scavalcare anch’io.  La scritta è su una barriera trasparente. Guardo meglio.  Fa parte di una recinzione rettangolare, circondata da siepi, nel controviale. Sto ancora nel dubbio e nella sorpresa, quando la sorpresa c’è veramente.  C’è qualcosa che si muove sotto i nostri occhi distratti. E’  una automobile che viene su da sotto terra,  lentamente e silenziosamente. Il cancelletto trasparente con la sua scritta “non scavalcare” si fa da parte, una signora un po’ frettolosa con un cartellino in mano entra nel recinto, sale in macchina, mette in moto e scorre via nel controviale. La barriera trasparente ritorna al suo posto con la gentile scritta: “non scavalcare”.

Da qualche parte vedo: Parcheggio sotterraneo.

Infatti le strade non sono un lamieraio. Poche ferme e da un lato solo.  Dove ho visto qualcosa di simile? Mi sembra a Mosca, però senza movimento, forse non in funzione. O forse a Berlino?

Quanto mi piacerebbe una Roma senza quel tappeto continuo di lamiere d’ogni foggia e colore .  Venir su da sotto terra e solo per fare poca strada, magari  verso  le vie consolari, meta  la campagna oppure  il mare.

Ma che ne sarebbe di quella scritta “Non scavalcare”?

Qui siamo a Cesena. Strade pulite e fiorite.  Piazza dolce elegantissima, accoccolata sotto  la  Rocca.

Romagna solatia dolce paese.  Non aggiungo altro.

Bandiere

7 maggio, sabato

Periferia di Forlì, villette o palazzetti tra giardini e piccoli parchi. Ai balconi discreto numero di bandiere. Rimaste dall’omaggio ai 150 anni o al 25 aprile o al primo maggio.   Sul balcone di una villetta ne sventola una, fresca  e grande. Il balcone è di quelli importanti di una volta, cioè centrale sulla facciata, proprio sopra il portoncino  d’ingresso. Accanto alla bandiera, appoggiata come in attesa o in pigro riposo festivo, c’è una donna. Una donna colorata, con quegli abiti etnici verdi gialli  rossi e marrone, violentemente allegri, con uno scialle altrettanto colorato e fantasioso, il volto bruno, bello e assorto.

Che Italia! Bandiera tricolore e donna  italiana di colore. Almeno così mi piace sperare.

Più oltre, a Cesena, Biblioteca malatestiana, rimasta intatta dalla metà del XV secolo. Le foto o il filmato danno soltanto una pallida idea di quel tempio della memoria. Ti affacci  e sei  afferrato dall’emozione. La luce, l’armonia, il silenzio, la percezione di quei grandi volumi incatenati sotto i banchi a schiera. Infine percepisci  i colori.  Le volte del soffitto verdi, il corteo delle colonne bianche e il pavimento  rosso, di rossi antichi mattoni.

Alla metà del ’400 qui era già nato il tricolore.

6 maggio, venerdì

Siamo a Lanuvio, comunità Ghedhil. Sandro Portelli ci parla della sua straordinaria avventura americana. Periodo del maccartismo. Del suo amore che continua e dei suoi scavi di memoria che continuano. Sarà dura per me, che non so l’inglese, decifrare fino in fondo le sue ultime pagine  di “America Profonda” cosi ricche di  nomi,  parole e canzoni scritte in inglese.

Torna  alle sue osservazioni, lui con due lauree,  – ma non in psicologia e non da storico – , sulle stranezze della memoria orale, che a volte segue percorsi indotti o distorti, ma che è sempre  da  raccogliere,  da raffrontare e  confrontare.  Che bisogna usare con attenzione e rispetto,  materiale prezioso per gli  storici  che vogliano guardare un po’ più in là delle scartoffie.

Poi  ci racconta del cippo a La Storta.  Ed è allora che siamo tutti presi dalla commozione. Lui abita nei paraggi di quel tragico boschetto. Anni fa, immagino attorno al 1992 , il cippo che ricorda l’eccidio di quegli sfortunati antifascisti assassinati dai tedeschi fuggiaschi , era stato imbrattato con una svastica. Gli sembrò naturale, anche se insufficiente, portare un mazzo di fiori. Trovò un capannello di cittadini che discutevano animatamente su  come fare a cancellare quell’orrore.  Dice che la zona era ancora luogo di contadini, di pastori e di artigiani. Chi parlava di solventi, chi di vernici, chi di abrasivi. In quel momento Sandro si chiese:  E io cosa posso fare?

Fu allora che decise di scavare nella memoria dei romani su quell’orrore delle Fosse Ardeatine, a cui le vittime della Storta erano in qualche modo collegate. Anche loro venivano da Via Tasso. Così è nato il prezioso volume-documento “L’ordine è già stato eseguito”  che cancella un bel po’ di bugie   su quell’episodio.

Ecco. Cosa posso fare io?  Fare qualcosa che rimanga, qualcosa che chiarisca qualche verità ,  che riempia qualche vuoto nella conoscenza della storia.

Sarebbe bello se tutti si chiedessero, di fronte alle brutture : “Cosa posso fare io ?” E che poi facessero qualcosa, anche non grande. Magari soltanto una riflessione, una domanda, una lettura. Una scelta, un voto.

Il podere dei Campi Rossi è un mare di folla, colorata, quasi tutta giovane. Mare piatto, perché i “fratelli”  ne hanno  spianato le gobbe per  far scivolare l’acqua a vivificare la terra per un raccolto migliore.  Il raccolto della loro vita è qui, nell’entusiasmo di questa gente, nella luce di questo sole. L’acqua vivificante di quei sogni antichi ha percorso canali e fossatelli, ma non è andata perduta.  Siamo ancora qui, a lottare per quel sogno generoso, a dispetto di tutti gli egoismi e le prepotenze. Affinché  dopo un raccolto ne venga un altro.

Dietro i “fratelli” sentiamo presenti tutti gli altri. Il padre, la madre, le mogli e le sorelle, poi i figli ed ora i nipoti. E più oltre, le squadre, le brigate i gruppi, quelli coi gradi e quelli senza, i conosciuti e gli sconosciuti, quelli che non ci sono più da tempo, quelli che ci hanno lasciato da poco e quei pochi che ci sono ancora. Accanto c’è il vivaio dei nuovi arrivati. Vanno avanti e si prendono per mano anche con i più lontani. Sono nel presente. Le antiche radici le vanno a interrare nel futuro.

Radici nel futuro. E’  il nome di questa festa. Gemellaggio tra Resistenza di allora e Resistenza di oggi. Istituto Alcide Cervi con Associazione “Libera”. Contro le mafie, tutte le mafie.

Don Ciotti  infiamma perché le sue parole hanno il peso dei fatti già compiuti e dei fatti  che sicuramente verranno dopo.

Anche Don Ciotti coltiva dei campi. Il lavoro dei suoi ragazzi e della sua gente  non è soltanto fatica. E’ pensiero, è speranza. E’ studio, è anche sapienza. Soprattutto è lotta.

Che ci sia un podere, che ci siano delle terre, è una fortuna e un privilegio. A Casa Cervi vi accorrono tanti e tanti. Quelli che impediranno che si torni indietro. Quelli che la Costituzione pagata così cara non la lasceranno stravolgere. Quelli che la storia vengono a conoscerla sul posto.

E’ una fortuna e un privilegio che ci sia un podere dove è cresciuta una biblioteca, grande, specializzata, come germinata da quella piccola di tanti anni fa fondata dai “fratelli”.  Un podere dove ora, dal parco agroalimentare già esistente sta nascendo anche il “giardino dei frutti per non dimenticare”, giardino della biodiversità. Alberi da frutti in pericolo di estinzione. Dice la locandina: frutti  di colore rosso, colore che  nella  polpa o nella buccia  rimanda alla vitalità, alle passioni , al sentimento, al coraggio e al sacrificio del popolo emiliano e della famiglia Cervi.

Nei campi di “Libera” non so se ci sono colori prevalenti, di certo immagino  il verde dei filari e il bianco profumato dei fiori,  il biondo dell’orzo o dell’uva.  Forse la terra è rossa.  Chissà.  Come il sangue di tante vittime della mafia?  I colori di quelle terre e la forza di chi ci lavora, sono di sicuro una luce. La luce in fondo al tunnel delle nostre miserie morali, la luce che ci fa sperare di uscire dalla corruzione mafiosa e dalla prepotenza. La luce contro il buio di chi si adatta e non si indigna.

Sarà perché sono nata contadina che i campi, i poderi, la terra,  mi suggeriscono tanti pensieri. Avrei dovuto fare una cronaca di una giornata .  Spero che mi scuseranno tutti gli attori di quel giorno straordinario, cioè Loris Mazzetti, che ha tenuto il bandolo di tutto, il governatore Vasco Errani, il sindaco di Reggio Delrio, la presidente Sonia Masini, i padroni di casa Rossella Cantoni  Mirco Zanoni e Paola Varesi, le orchestre i cantanti il coro delle mondine ed anche, per una risata intelligente, l’effervescente Antonio Cornacchione.

Quel giorno, in un certo senso, siamo stati tutti contadini.

Nel precedente commento avevo  cominciato “dall’ultimo”, da intendersi come ultimo incontro o ultimo avvenimento.  Continuo perciò ad andare a ritroso. Al 25 aprile a Parma.

A Parma si comincia dalla Chiesa. Omaggio di riconoscenza  a chi ci ha dato la libertà. Parole di pace. Parole di due partigiani cattolici, ricordo di soldati che dal Montenegro hanno iniziato il calvario della deportazione in lager e perduti persino per la memoria. Ricordo delle mine naziste disinnescate fortunosamente per salvare fabbriche, edifici, bellezze, ponti, città. Poi corteo, musica e corone. Cioè quel che si vuol bollare come retorica.  Pensavo che se fosse retorica non ci sarebbe  tutta quella gente ad applaudire nel vederci passare, compresi bambini sui seggiolini delle biciclette, giovani coppie, volti colorati di altre etnie, cioè  italiani nuovi. I vessilli davanti, poi la folla dietro alle tante bandiere, tanti colori, tante sigle, tanta  società. La  fascia tricolore del sindaco e quella azzurra del Presidente della Provincia. La città stretta alle sue istituzioni, che sono  l’impalcatura della democrazia, quella democrazia costata tanto sangue e tante lacrime e condensata nei preziosi articoli della Costituzione.

Poi i discorsi. Compreso il mio. Ultimo.

L’emozione del buttar fuori quello che ti brucia, la traccia scritta ormai inutile. Come ci si sente dopo. Non credere troppo ai complimenti, anche se insoliti e inaspettati, persino autorevoli. Forse non se lo aspettavano. Una staffetta, una donna, una nonna, se non  una “vecchietta”. Ma quella elegante  signora che  poi mi ha raggiunto di corsa attraverso il prato della  Pilotta per dirmi la sua gioia,  o le due giovani  insegnanti sarde  che il giorno dopo mi hanno avvicinato per farmi vedere le foto scattate da sotto il palco, felici dell’incontro fortuito. Quelle sì , che mi hanno ripagato e rinfrancato.

Eppure, dopo, come sempre sono spietata nella correzione mentale  di quel che doveva essere. Non ho detto questo, ho dimenticato quell’altro, ho giocato persino con la retorica. Il nome di Giordano Cavestro diciottenne parmense , il fiume Giordano e l’Oltretorrente,  Parma vecchia del ’22.

Non ho parlato abbastanza di Mirka.

Mirka, Laura Polizzi. Anche lei era ragazza. Le avevo preparato la riunione di donne alla Cà Bianca, nel mio paese. C’era l’Eva-bionda, la Noemi, la mamma e la sorella di Emore-Sbafi, e chissà che altre giovani e meno giovani. Mirka spiegava il dopo, la libertà, il voto, i diritti. Dopo molti anni mi ha detto di non ricordarlo. Quante cose abbiamo dimenticato. Eravamo ragazze, piene di entusiasmo, piene di speranze. Non ci sentivamo ne’ combattenti ne’ importanti. Chilometri e chilometri,  incontri, paure, sogni per il dopo. Sembrava logico e naturale. Eppure le meno fortunate l’hanno pagata cara. E molte sono ancora sconosciute. Infatti debbo  scrivere di Francesca-Mimma che solo dopo sessant’anni ha raccontato – e non del tutto -  delle torture. Debbo tirarla fuori dall’ombra, con l’aiuto di Laila che l’ha avuta  con se,   nella sua brigata, dopo quella drammatica fuga nella neve. E che dopo sessant’anni è riuscita a farla parlare.

A Parma, Mirka è stata molto amata. Non solo per quei mesi di allora, non solo per il prezzo pagato dalla sua famiglia o per il suo compagno comandante. Come tanti di noi, è  stato il “dopo” il periodo più importante. Altro che pensare ai soviet!  C’è stato da fare i Comuni, le Cooperative, i Sindacati, l’Unione Donne Italiane, la scuola, la sanità, il lavoro. C’è stato da fare l’Italia e il benessere. C’è stata da  inventare l’economia, c’è stato da lottare contro il rigurgito delle repressioni e da rivendicare in concreto quanto previsto dalla Costituzione. In quel cammino dappertutto in prima fila ci sono stati i partigiani. Consiglieri, sindaci, sindacalisti, organizzatori, innovatori, imprenditori, inventori della cooperazione, della didattica nuova, dell’arte e della  cultura. Non solo  nelle periferie, comuni, province, regioni.  Non sempre e solo di sinistra, come  al cuore del paese  dove hanno operato i Dossetti  Capitini Scalfaro e  La Pira  accanto ai Terracini  Nenni Calamandrei  Togliatti  e Di Vittorio.

Gli anni sono passati in fretta, ma  la conquista dei diritti  è stato un continuo di lentezze e di arresti. E negli ultimi decenni di cammino all’indietro.  I Gruppi di Difesa della Donna sono  assurdamente ancora necessari, col nome diverso e poetico di “se non ora quando”.

Ragazze e ragazzi, coraggio. Alzate l’antenna dell’indignazione  e decidetevi a non sopportare più. Credo, se non altro, che il prezzo previsto da pagare per voi  non sia così tragico come è stato per molti nostri compagni, quei ragazzi della libertà che oggi si chiamerebbero “i vecchi partigiani”.

Che fine aprile, ragazzi! E che inizio maggio!

Comincerò dall’ultimo. Da quei ragazzini della scuola “Anna Frank” così vivi, freschi d’emozione per le Fosse Ardeatine e per le stanze-celle di via Tasso dove ancora c’è l’aria di quelle torture e di quelle speranze.

Loro, queste ragazze e questi ragazzi, le speranze  possono ancora averle. Sempre che si esca da questo buio di ideali e di progetti. Hanno da percorrere i cinque anni di superiori e forse ancora di università.  Dieci anni all’incirca. Basteranno per far risalire questa nostra Italia dalla melma che ha inzaccherato un po’ tutto? Io non ci sarò, ma mi piace guardare avanti, per loro e per i miei nipoti.

Vorrei che guardasse avanti anche la mia parte politica. Che alzasse alta la bandiera degli ideali. Che sentisse che c’è bisogno di  ideali, o se volete, di sogni. Che ci sia sete di ideali s’è visto con il ricordare l’unità d’Italia. Ha ragione Aldo Cazzullo a dirci che dobbiamo essere orgogliosi d’essere italiani. S’è visto nelle folle del 25 aprile, anche se qualche cretino vi si è infilato  qua e là  per fare il fascista di sinistra. Si è visto il primo maggio, dove una spruzzata di idealità è stata accolta con gioia dai ragazzi di piazza San Giovanni. Anzi, anche di cultura. Quanti di quei ragazzi avevano sentito prima tutta la bellezza della musica verdiana o la giustezza delle parole di Pasolini e di Calamandrei?

C’è bisogno di scaldare i cuori. Per esempio alzare alta la bandiera dell’onestà, indispensabile base per la giustizia. E quella dell’ambiente. Amare la bellezza, amare la nostra terra, pensare al pianeta, cioè al futuro.  Pensare all’umanità. Popoli di tutto il mondo. In concreto lottare contro le diseguaglianze. Diseguaglianze tra le persone, diseguaglianze tra popoli e tra nazioni.

E parlare di buona politica, di necessaria politica, di diversità tra le politiche. Quelle che riducono le diseguaglianze e che limitano i privilegi, opposte a quelle che regalano sconti ai disonesti. Vedi falso in bilancio o privilegi per chi delinque da incensurato.

Poi le ragazze, le donne. Mi correggo: non “poi”, ma “prima di tutto”. E’ una battaglia dura, quella della parità. E’ dura nel costume e nel privato ed è dura nel pubblico e tanto più nel mondo. Ci vorranno generazioni, ma intanto dovremmo cominciare da noi, anche per aprire una strada.


Guardavo queste ragazze quindicenni, come guardavo le diciottenni del Pedagogico di Iglesias o dello Scientifico di Carbonia e le vedevo tutte bellissime, molto più belle di qualsiasi Ruby o Noemi o Belen. Soltanto degli ideali alti le possono salvare dal gossip e dal velinismo o dal grande fratello. La giustizia e la parità sono da farsi con tanti passi, piccoli o grandi. Passi da ripetere, perché percorsi a volte a ritroso.   Anche  linguaggio e  paternalismo,  pregiudizi. Guardare avanti a diritti nuovi e riconoscimenti più alti.  Perché mai le donne, che sono un po’ di più della   metà del cielo debbono essere costrette a scegliere tra lavoro e famiglia, cioè tra lavoro e figli? Dovrebbero avere doppi diritti, visto che hanno doppi meriti verso la società. Contribuiscono come cittadine lavoratrici e contribuiscono come madri alla continuazione e rinnovamento della comunità.

Lascio all’ultimo l’idea della pace, con annessa fine di Bin Laden. Anche la pace sarà  una conquista lunga, lunghissima. Parte dalla giustizia, dalla riduzione delle disuguaglianze, dalle unghie tagliate agli affari  e al denaro. Cioè arriverà  dalla buona politica tra le nazioni, da Ghandi, da Terzani da Gino Strada. Smettere di voler dominare, smettere di odiare o disprezzare chi è diverso. Tra noi, vicino a noi o dappertutto.   Cammino lungo e doloroso, quello della pace. Avrebbe bisogno di maggior riflessione e minore ideologizzazione.

Sto sognando anch’io. Intanto però ci provo. Con la parola. Spero gettando semi. Solidarietà tra giovani donne e donne più adulte. Anche tra ragazze ragazzi tra i banchi delle scuole o tra le piazzette degli incontri. Meno distratti di quant siamo stati noi che non ci siamo opposti abbastanza a questa deriva. Dovranno essere loro a fare la buona politica, quella che mette le regole a favore della “polis”, cioè di tutti. La bella politica che scalda i cuori,  guarda avanti e al mondo,  e non ha paura di sognare.

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